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37. Aurelia

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Aurelia, romana d’adozione

Avevo una bella casetta in provincia con un bel giardino, tre bagni e un garage. L’ho venduta e ho preso un mutuo trentennale per comprarmi 70 metri quadri nella periferia di Roma.

 

 

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22. Luciano

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Luciano, allenatore

Mi chiesero se volevo allenare la Roma, accettai ad una condizione: non datemi la gestione dell’ultimo anno di Totti.

 

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Targhe alterne a Roma

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Il Maker Faire e la location sbagliata

Si è chiusa domenica l’edizione 2015 del Maker Faire di Roma che ha fatto registrare più di 100mila visitatori che hanno affollato gli oltre 300 stand allestiti negli spazi dell’Università La Sapienza di Roma.

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Un’edizione iniziata con le cariche della polizia davanti all’ingresso di piazzale Aldo Moro, manganellate agli studenti che chiedevano di entrare nella propria Università senza dover pagare il biglietto, che fosse 10 euro, 4 o 2 poco importa, quello che conta è che non sono stati fatti entrare e per convincerli a non rovinare la fiera sono stati prima caricati e poi, in cinque, sono stati arrestati.

La governance della Sapienza non è stata minimamente colpita dagli arresti di cinque suoi studenti ed è rimasta in silenzio, senza che le ragioni dei movimenti venissero prese in considerazione nemmeno per un secondo:

1- l’ingresso gratuito per gli studenti e per le studentesse;

2- la possibilità di ricavare dentro la fiera uno spazio autogestito in cui esporre la loro idea di innovazione;

3- trasparenza nella gestione degli introiti;

Il rettorato ha rifiutato l’incontro, eppure tanto si è parlato in questi tre giorni di stringere i rapporti fra l’università, gli studenti e le imprese, ma evidentemente non si faceva riferimento a tutti gli studenti, ma solo alcuni, magari quelli più carini, quelli più silenziosi o semplicemente i paganti.

Intendiamoci nessuno è contro i maker, né tanto meno contro manifestazioni che offrono una vetrina a quella miriade di buone idee che hanno trovato una loro declinazione in progetti veramente innovativi, ciò che lascia più di qualche perplessità è la modalità con cui l’università ha deciso di gestire l’intero evento. Solo questo è il problema, niente altro, anche perché ai metodi spicci della forze dell’ordine oramai siamo abituati, perché mai non avrebbero dovuto cogliere l’occasione di un pretesto inesistente per arrestare un paio di personaggi a loro scomodi?

Astraiamoci. Un evento, finanziato da privati, affitta, per 300mila euro circa, gli spazi esterni di un’università pubblica, fino a qui niente di male, anzi, questo succede in migliaia di atenei in tutto il mondo e spesso rappresenta un modo per far incontrare gli studenti con il mondo del lavoro. Il fatto è che si decide di far pagare un biglietto all’ingresso, seppur ridotto, a quegli stessi studenti che pagano ogni anno la retta all’università, si decide di non avere bisogno del personale mandandolo in riposo per una giornata, che di conseguenza non verrà retribuita, e si sospendono le lezioni del venerdì. Lecito, solo un po’ curioso che tutto questo venga deciso senza consultare nessuno, senza calcolare minimamente i disagi che hanno avuto sia i lavoratori che gli studenti. Una cosa del genere sarebbe stata inattaccabile in un’università privata, ma il fatto di essersi verificata in un’università pubblica cambia il quadro.

Qualcuno potrà obiettare che anche le piazze, che sono luoghi pubblici, vengono affittate e chiuse al pubblico da privati, ma davvero è un paragone che non regge almeno che non si voglia mettere sullo stesso piano la funzione educativa dell’università pubblica con una piazza. La Sapienza non è solo uno spazio pubblico, è un’università pubblica, il luogo deputato alla formazione dei cittadini, un luogo che appartiene a tutti, dove anche chi non è iscritto può seguire le lezioni, ecco perché una decisione del genere sarebbe stata opportuna prenderla dopo una vera consultazione.

Il Maker Faire è un evento bellissimo, dove basta girare per gli stand per capire quanto la fuga dei cervelli non abbia ancor intaccato la creatività, l’ingegno e la voglia di fare in questo paese, ma se fosse stato organizzato alla Fiera di Roma avrebbe avuto una vetrina migliore, più grande e con un ingresso ridotto per gli studenti avrebbe adempiuto alla mission educativa, risparmiandosi così una location di mera immagine, tanti problemi e cinque arresti.

Edoardo Romagnoli

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Le rose di Roma

Roseto comunale di Roma Capitale

credit: NonSonoChiPensi;

Le città cambiano forma, si stratificano, sedimentano, riadattano alcuni angoli alle esigenze del presente, cercando di conservarne intatti altri da consegnare alla storia. C’è un angolo di Roma che pur non sottraendosi agli inevitabili mutamenti del tempo, è cambiato solo per tornare ciò che era, come se per quello e solo per quello fosse stato creato.

In questo angolo di Roma che prende un ettaro sul versante orientale del colle dell’Aventino, si dice che già nel III secolo a.C vi fosse un tempio dove dal 28 di aprile ai primi di maggio si tenevano i Floralia, festeggiamenti in onore alla dea Flora, divinità della fioritura dei cereali e di tutte le piante edibili.

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Roseto comunale di Roma Capitale

Nel 1645 i destini di quello che era diventato un appezzamento di terra incolto e Porta Portese si intrecciarono per colpa di un cimitero ebraico.

I fatti sono questi: la comunità ebraica di Roma era solita seppellire i propri defunti appena all’interno della vecchia Porta Portese, ma quando nel 1645 venne costruita la nuova porta proprio dove sorgeva quel cimitero, la comunità ebbe il permesso di spostare il cimitero sull’Aventino.

Qui grazie alle politiche di inclusione promosse dal papato prese il nome di ‘Ortaccio degli ebrei’ e questo nome conservò fino al 1870, quando la caduta dello stato pontificio permise di allentare la tensione a tal punto che nel giro di pochi anni, agli ebrei, si aprirono anche le porte del cimitero monumentale del Verano costruito nel 1836, ma fino ad allora ad uso esclusivo dei cattolici.

Dal 1895, anno in cui all’Aventino non fu più concesso seppellire, si deve fare un salto temporale fino al 1924 quando un’elegante signora originaria della Pennsylvania, Mary Gayley Senni, decise di regalare al comune la collezione di rose che aveva faticosamente coltivato nel giardino della sua casa a Grottaferrata.

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credit: NonSonoChiPensi;

Le rose furono effettivamente prese in custodia dal comune che le piantò in un’aiuola sul colle Pincio, a Mary però quella sistemazione non piacque e decise di riprendersele in attesa di qualcuno che sapesse valorizzare le sue rose. Passeranno otto anni prima che si decida a regalarle nuovamente, stavolta il prescelto fu un solerte funzionario fascista: Giovanni Boncompagni Ludovisi, governatore di Roma, che decise di valorizzare sia le rose sia Mary e così, in ordine: fece istituire sul colle Oppio il primo roseto comunale, lì fece piantare le rose della signora Senni e non contento decise di istituire il concorso floreale, tuttora esistente, premio Roma mettendola nella giuria in rappresentanza dell’American Society; la prima edizione del concorso si tenne nel 1933 e il primo premio andò ad una varietà di rosa chiamata Condesa de Sastago.

Condesa de Sastago

Condesa de Sastago

L’anno dopo il roseto viene tagliato a metà con la costruzione di via di Valle Murcia che tuttora divide il roseto in due: una a monte, una a valle.

Nel frattempo la situazione politica degenera e nel giro di dieci anni l’Italia entra in guerra e non c’è spazio nè per le rose, nè per i concorsi. Il roseto comunale di Colle Oppio diventa un orto di guerra, prima di essere distrutto dai bombardamenti.

I vialetti che disegnano un Menorah

I vialetti che disegnano un Menorah

Le tavole della legge di Mosè

Le tavole della legge di Mosè

La guerra finisce, l’Italia si rialza e anche l’effimero ritrova il suo spazio.

Il comune con il consenso della comunità ebraica adibisce l’area orientale dell’Aventino in giardino pubblico, ma in ricordo del cimitero ebraico che prima sorgeva su quella porzione di colle vengono poste due tavole della legge di Mosè ai due ingressi del roseto e i viali della parte a monte vengono disegnati a forma di Menorah, il candelabro a sette braccia della tradizione ebraica. Dell’antico cimitero vengono salvati solo i cipressi, tuttora presenti nel roseto.

Nella zona a valle, disposte nelle aiuole centrali vi sono tutte le specie di rose che hanno vinto il premio Roma negli anni, dalla prima vincitrice del 1933 la Condesa de Sastago sino alla Bar7732, l’ultima premiata della 73esima edizione nella categoria floribunde. In totale sono 1100 specie diverse provenienti da più di venti paesi, dalle più profumate alla puzzolentissima phoetida persiana, dalla rosa dedicata a Sandro Pertini a quella per Paganini passando per Rembrandt e Karen Blixen.

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credit: NonSonoChiPensi;

Finchè ci sarà posto per una cosa bella ed effimera come un roseto vorrà dire che non tutto sta andando perso, fino a quando questo roseto non diventerà un orto queste rose ci daranno una fragile testimonianza di come siano labili gli equilibri, di come sia importante prendersi cura dei luoghi che ci fanno star bene e che regalano a tutti, senza distinzioni, un angolo di paradiso.

Se capitate a Roma in un periodo compreso fra l’inizio di maggio e la fine di giugno e vi trovate dalle parti di Circo Massimo sappiate che, dalle 8.00 alle 19.30, potete entrare gratuitamente in questo giardino pieno di storie e di storia, in questo incantevole regno dell’effimero dove grazie alla tenacia di una donna americana e alle congiunture della storia, dai tempi dei Floralia ogni anno, per 40-45 giorni, si ripete l’incanto della fioritura.

Edoardo Romagnoli

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Mafia Capitale, niente di nuovo

“Sapete quando è finita Mani Pulite? Quando abbiamo iniziato ad interessarci della corruzione dei cittadini comuni.” (Gherardo Colombo)

La mafia Capitale era sconosciuta solo ai ciechi, gli stessi che adesso minimizzano nel tentativo di derubricare i mafiosi in cravattari. La mafia a Roma è mafia e l’aggettivazione “capitale” è una necessità tutta giornalistica.

Massimo Carminati, er cecato.

Massimo Carminati, detto er cecato.

Matteo Calvio, detto lo spezzapollici.

Matteo Calvio, lo spezzapollici di Carminati.

E’ mafia perchè utilizza metodi mafiosi, perchè fa affari con altri clan presenti sul territorio, ma sopratutto perchè ha due facce a disposizione per ogni evenienza, quella da usare per insinuarsi negli uffici che contano, per rilevare attività economiche e riciclare i soldi sporchi e quella che per trafficare la droga, estorcere il pizzo e sparare.

Ciò che emerso e quello che potrebbe continuare ad emergere dall’operazione “Mondo di mezzo” è un sistema di malaffare che colpisce trasversalmente tanti, tantissimi interpreti della pubblica amministrazione, delle sue partecipate e di quella che chiamiamo società civile, oltre a qualche personaggio riciclato da epoche passate.

Ci sono due registri, due libri neri nei quali si trovano gli elenchi completi di anni di mazzette a politici, funzionari, burocrati e imprenditori, che svelano solo una piccola parte di un tessuto criminale che, non da adesso, ma in anni, ha talmente avvolto in fasce la capitale da non riuscire più a distinguerlo dal resto.

Non c’è niente di nuovo. Non sono nuovi gli interpreti, Massimo Carminati in primis, come non è nuovo che personaggi scomodi del passato riprendano forma, pensiamo alla ricomparsa del compagno G nello scandalo Expo Mose.

« Massimo Carminati nasce nell’ambiente dell’estremismo di destra come amico e compagno di scuola di Valerio Fioravanti, al quale si lega in modo forte, e di Franco Anselmi. In breve diviene un personaggio carismatico di uno dei gruppi fondanti dei Nar: quello cosiddetto dell’Eur. Pur partecipando solo marginalmente a scontri, sparatorie ed episodi della miniguerra che ha insanguinato la capitale intorno al 1977 fra estremisti di destra e di sinistra, Carminati gode di grandissimo prestigio. Probabilmente perché è la persona dell’ambiente di destra maggiormente legata già allora alla malavita romana, alla nascente Banda della Magliana. »
(Un attimo…vent’anni di Daniele Biacchessi)

Non sono nuove le dinamiche, come non è nuovo che la politica si faccia trovare per metà impreparata e per metà connivente. I legami tra mafia e politica sono storia antica di questo paese, ben prima della Trattativa.

Il primo caso risale ai primi del secolo, allo scandalo di Pietro Rosano e Peppuccio Romano. Il primo vince le elezioni del 1900 nel collegio di Aversa, appoggiato dal secondo, diventa deputato e sottosegretario all’Interno nel primo ministero di Giolitti, prima di suicidarsi dopo uno scandalo che lo coinvolse. Mentre il secondo dopo aver appoggiato Rosano, stravince le elezioni del 1904, nei collegi di Sessa Aurunca, salvo poi vedersi accusato di essere il boss della camorra dell’Aversano, nonchè la vera causa della morte di Rosano che non avrebbe sopportato il peso delle accuse che lo volevano espressione della camorra in Parlamento. Più o meno quello che racconta in un’audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta che il 7 ottobre 1997 lo interroga sul business dei rifiuti in Campania, quando riferisce che tutti e 106 i comuni del casertano sono in mano al clan dei Casalesi. Niente è cambiato, è sempre stato così.

Il sistema mafioso ha sempre cercato il ventre molle del sistema, cerca la mela marcia e una volta dentro cerca di farne marcire il più possibile. Una volta individuato il soggetto corruttibile lo si corrompe sempre allo stesso modo: con una percentuale sul singolo appalto, con qualche “regalino”, altrimenti si decide di metterlo a libro paga, in modo che possa essere totalmente a servizio, senza bisogno di intavolare nuove trattative, o meglio ancora, se preso ancora vergine, lo si sponsorizza, finanziando la campagna elettorale e rastrellando migliaia di voti per lui, tanto da farlo eleggere e una volta eletto disporne di come meglio si crede.

Non è nuovo neanche il quadro che ne esce, quello di una classe politica destinata ancora a lungo a fare affidamento su personaggi come Buzzi se continua ad essere così scollata dal territorio, perchè per quanti incontri elettorali, cene e dibattiti si possono organizzare non è possibile conoscere un territorio nell’arco di una campagna elettorale, e allora sono questi i personaggi che portano voti e i voti ti servono sempre, ma ti servono ancor di più in un momento in cui la politica gode di un livello di gradimento ai minimi storici e i partiti sono incapaci di esprimere una classe dirigente di qualità formata al loro interno.

Da questa vicenda la politica ne esce ancor più debole di quanto già non fosse, incapace di fare da contraltare a certi poteri, di operare un minimo di vigilanza al suo interno, di mettere in piedi un sistema che permetta alle istituzioni di autotutelarsi di fronte a profili individuali come quelli di Luca Odevaine, al quale non è permesso entrare negli Usa per una condanna per droga, ma in Italia era a capo della polizia provinciale. La risposta messa in campo da Renzi è di per sè un segnale di distensione verso gli indagati, prima un tweet, poi un video dove si annunciava un disegno di legge, niente decreto d’urgenza, niente modifiche urgenti alla legge sulla corruzione che l’Ue già a Febbraio di quest’anno aveva giudicato insufficiente, niente di niente, solo buoni intenti.

In questo quadro desolante pieno zeppo di affaristi una volta che si alza il tappeto e vengono smascherati i ladri, l’ebete che non si era accorto di nulla ci fa un figurone, ma continua pur sempre a non capirci nulla. Eppure neanche questa è una novità.

Non è nuovo che Roma abbia una sua mafia autoctona che intesse relazioni con le altre organizzazioni criminali presenti su un territorio che è una zona franca, dove non ci sono padroni assoluti o soci di maggioranza, sebbene in molti ci abbiano provato, Banda della Magliana in primis.

Come non è nuovo che a Roma non ci sia solo un’ organizzazione criminale, ma decine dai gestori di caldarroste ai padroni della piazza di spaccio di Ostia, passando per ndrangheta, cosanostra e camorra. E’ una convivenza basata sul rispetto delle zone di competenza e delle specificità di ogni clan.

E la società civile? La società civile non vede niente, non sa niente, lo viene sempre a sapere male, in ritardo e si indigna, almeno per un pò. Nonostante siano tante le figure professionali che favoriscono le trasmissioni fra il mondo di mezzo e quello di sopra, sono tanti gli avvocati, i notai, i periti, gli imprenditori che si mettono a servizio, inconsapevoli e non.

La mafia a ROMA esiste e convive con altre organizzazioni criminali. Era difficile credere il contrario, e non tanto per gli scandali Atac/Ama del Dicembre del 2010 o le inchieste di Lirio Abbate, che già facevano più che intuire qualcosa, ma per un fatto di logica: possibile che nella capitale politica del paese non ci fossero infiltrazioni mafiose? Possibile credere che la foce del fiume di denaro pubblico non fosse presa di mira dai cercatori d’oro? Non era possibile crederlo nemmeno per il più inguaribile degli ottimisti. Ecco perchè non ci si può dire sorpresi di fronte a tutto questo e a tutto il resto che speriamo continui a venire fuori, nè si può tentare di minimizzare perchè è chiaro che questa sia solo la punta di un iceberg che si è espanso nel tempo come una montagna nell’acqua e che in tanti, in maniera trasversale hanno contribuito ad alimentare, anche grazie ad un’onesta e disinteressata ignoranza.

Edoardo Romagnoli

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Il proprio posto

In queste settimane di Leopolde, piazze e manganellate, di sinistre divise, sassate, false dimissioni, nuovi annunci e probabili alleanze, di gente che cerca un posto e di chi il posto ha paura di perderlo, mi sono occupato del parcheggio sotto casa.

Immaginatevi tre palazzi, una scuola e una ditta di allarmi chiusa. Il tutto contenuto in una strada privata di una trentina di metri sulla Casilina.

La scuola è di recente costruzione, ma il resto fa parte di quella corrente edilizia tutta italiana, molto in voga negli anni Settanta, che prese il nome di “abbuffinaggio”, che consisteva nella ricerca di soluzioni sempre più grossolane per incastrare fra loro il maggior numero di casermoni in cemento armato possibile, senza dare troppo nell’occhio, almeno fino al termine dei lavori.

Uno stile che ha permesso la costruzione di opere memorabili, lasciando qualche traccia anche qui, sulla Casilina, per la precisione più di una traccia: due palazzi, di un rosastro sporco, che si guardano l’uno di fronte all’altro, offrendo alla strada solo un fianco. A lato di uno dei due Moloch di calcestruzzo si appoggia una scuola, una struttura nuova appena restaurata e ridipinta di un bianco ospedaliero, guardata a vista da un altro palazzo, una struttura semifuturistica degli anni Novanta, di un materiale ignoto che se solo fosse ipotizzabile usarlo nell’edilizia, avrei giurato si trattasse della glassa dei Raffaello.

A dividere il tutto, una lingua di cemento di una trentina di metri senza sfondo, adibita ormai da tempo a parcheggio condominiale.

I palazzi contano sei piani ciascuno, ogni piano ha quattro interni, fatta eccezione per il primo piano che ne ha solo uno, per ogni interno si calcoli una media di due persone con una macchina a disposizione.

63 macchine, un numero che va ben oltre la disponibilità di posti auto, anche nel caso in cui escludessimo le 21 auto del terzo palazzo che hanno il parcheggio sotterraneo ad uso esclusivo, visto che alle 42 vetture rimanenti sarebbero da aggiungere un numero indefinito di studenti automuniti che frequentano la scuola dalle otto del mattino alle sei del pomeriggio. In realtà l’impatto degli studenti sul parcheggio è quasi nullo, visto che il flusso si incastra alla perfezione con quello degli abitanti dei tre palazzi che partono la mattina, quando i ragazzi arrivano a scuola e tornano la sera quando i ragazzi se ne sono già andati. Quindi rimaniamo sulle originarie 42 auto.

Ora, si capisce bene che, sebbene siano la creatività di ogni pilota e la grandezza delle macchine parcheggiate a fare il numero di posti disponibili, in trenta metri 42 macchine non entrano, considerando anche lo spazio necessario alla manovra per uscire, perchè a meno che non sia l’ultimo parcheggio della vita o non siano tutti in possesso di altre macchine, prima o poi dovranno anche uscire.

Il numero di macchine, sebbene in maniera approssimativa lo sappiamo, adesso c’è da capire quanti posti auto sono disponibili.

Percentuale delle auto non parcheggiate sul totale delle auto da parcheggiare.

Percentuale delle auto non parcheggiate sul totale delle auto da parcheggiare.

Diciamo che, mettendoci un paio di Smart e un parcheggio creativo, i posti condominiali possono spingersi fino a 14. Pochi, pochissimi, il rapporto è di 1 a 3, un posto ogni tre auto, due guidatori che a fine giornata saranno costretti a litigare, a parcheggiare altrove o entrambe le cose, in questo preciso ordine.

Se ancora la gravità della situazione non fosse stata ancora percepita per intero, pensiamola in termini percentuali che a me non mi dice niente, ma a qualcuno potrebbe anche chiarire il concetto: il numero delle auto supera del 250% il numero dei posti disponibili, il che vuol dire che ogni giorno il 71,5% delle auto totali rimane senza parcheggio, inutile dire che di fronte a questi numeri, la guerra quotidiana che ne segue è la naturale conseguenza.

E’ una guerra sui minuti, sperando che al tuo vicino sia toccato un impegno improvviso, gli straordinari, la figlia da accompagnare a cena da un’amica, è una guerra fatta di appostamenti alla finestra, in macchina parcheggiati in doppia fila, di infinite attese appolaiati ai balconi, di roboanti corse per le scale, in pigiama e con le chiavi della macchina in mano.

D’altronde dell’inevitabile conflitto, giocato in maniera più o meno sporca, con soluzioni più o meno efficaci, ma comunque regolato dalla legge del “chi primo arriva, meglio alloggia”, c’è poco da lamentarsi, rimane da adeguarsi.

Il fatto è che dei 14 posti auto disponibili, 2 sono occupati in maniera definitiva da delle auto abbandonate. E non è un dettaglio, vista la situazione che certo non permette certi sciali, ma se non bastasse le percentuali tornano in aiuto: le auto abbandonate e di conseguenza i parcheggi occupati incidono più del 14% sul numero totale di posti auto disponibili. Un vero e proprio salasso.

Quanto incidono le auto abbandonate sul numero totale dei parcheggi.

Quanto incidono le auto abbandonate sul numero totale dei parcheggi.

Andiamo nel concreto. La prima è un Fiat Punto, senza proprietario, senza tagliando dell’assicurazione e con le gomme decorate a ciuffi d’erba spuntati come premio fedeltà dal cemento, l’altra, una vecchia Fiat 500 blu, tutta ruggine e con le gomme oramai imparentate con l’asfalto, stavolta però targata e con proprietario noto a tutti, un inquilino del terzo palazzo, cioè uno di quelli con il parcheggio custodito, che non ne vuole sapere nulla di spostarla.

Le due auto sono lì da più di dieci anni, ma non si possono togliere.

Quella striscia di cemento lunga una trentina di metri non è suolo pubblico, quindi la Polizia Municipale non può venire e portarsi via le macchine, nè subissarle di multe per mancata esposizione del tagliando assicurativo o di un tagliando scaduto, ma essendo proprietà privata, la Polizia Municipale può solo sollecitare i proprietari a disfarsene, ma essendo irrintracciabile il primo proprietario e irremovibile il secondo, le macchine rimangono la.

L’amministratore del condominio,dopo otto gloriosi anni di dispute, a nome dei condomini di tutti e tre i palazzi, fatta eccezione per i diretti interessati, ha desistito, come mi ha spiegato con tono provato quando ci siamo sentiti sulla questione, accettando l’idea che quelle due carcasse occupino per sempre il 14% dei posti disponibili del parcheggio condominiale.

Tutte le soluzioni che vi possono saltare alla mente, sono già saltate alla mente di almeno uno dei condomini dei tre palazzi, ma cose come staccare la targa, bruciare le macchine sono illegali e non risolverebbe la cosa, la colletta condominiale per chiamare un carroattrezzi di per sè non sarebbe illegale, ma è contro la legge far portar via un’auto di proprietà di un’altra persona, anche se abbandonata, se non ha la targa e quant’altro.

In queste settimane di Leopolde, piazze e manganellate, di sinistre divise, sassate, false dimissioni, nuovi annunci e probabili alleanze,di gente che cerca un posto e di chi il posto ha paura di perderlo, mi sono occupato di un parcheggio in una strada privata a Roma.

Un parcheggio dove ogni giorno c’è una guerra fra vicini alimentata quotidianamente dalla mancanza di risorse per tutti, dove gli errori del passato si sono trasformati in privilegi del presente che nessuno ha il potere di estirpare, dove c’è chi non ha niente e lotta per qualcosa, fosse anche provvisorio, su un marciapiede o in doppia fila e dove chi ha tutto il parcheggio che vuole non si accontenta, cerca di più e quando non può ottenere, non disdegna il sabotaggio, dove ci sono i furbi di sempre, dove i cavilli burocratici diventano realtà, dove anche l’approccio più oggettivo possibile non porta a nessuna soluzione, dove le uniche strade possibili corrono tutte al di fuori della legge e dove chi dovrebbe vigilare se ne  frega ampiamente, dove comunque si continua a cercare ogni giorno il proprio posto.

N.B. Ogni calcolo matematico presente nell’articolo è frutto della fantasia e non si riferisce a calcoli o percentuali reali.

Edoardo Romagnoli

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Il lupo nero è morto e non di fame

SIGNOR CAPITANO,

COME CITTADINO ITALIANO, NON POSSO COMPIACERMI

CERTAMENTE DI UNA SENTENZA INSENSATA.

MA SICCOME INSENSATO ERA IL PROCESSO,

PENSO CHE ANCHE LEI SE NE POSSA CONTENTARE.

DA VECCHIO SOLDATO, E SIA PURE DI UN ESERCITO MOLTO

DIVERSO DAL SUO, SO BENISSIMO CHE LEI NON POTEVA FARE

NULLA DI DIVERSO DA CIO’ CHE HA FATTO, ANCHE SE CIO’

CHE HA FATTO E’  COSTATA LA VITA A DUE MIEI VECCHI E CARI

AMICI: MONTEZEMOLO E DE GRENET, ED ANCHE SE, NEL

MOMENTO IN CUI LEI LO FACEVA, IO MI TROVAVO

PRIGIONIERO DEI TEDESCHI NEL CARCERE DI S. VITTORE

A MILANO, DOVE POTEVO SUBIRE LA STESSA SORTE TOCCATA

AGLI OSTAGGI DELLE ARDEATINE.

NON SO COSA LEI FARA’, QUANDO SARA’ LIBERO DI FARLO.

MA QUALUNQUE COSA FACCIA E DOVUNQUE VADA,

SI RICORDI CHE ANCHE TRA NOI ITALIANI CI SONO DEGLI

UOMINI CHE PENSANO GIUSTO, CHE VEDONO GIUSTO, E CHE

NON HANNO PAURA DI DIRLO ANCHE QUANDO COLORO CHE

PENSANO E VEDONO INGIUSTO SONO I PADRONI DELLA PIAZZA.

AUGURI SIGNOR CAPITANO!

Questa lettera che Indro Montanelli scrisse nella primavera del 1996 non trovò grande spazio sui giornali, perché era e rimane una lettera scomoda, perché scritta ad una figura scomoda.

La lettera era indirizzata ad un uomo, un ex capitano delle SS, nato il 29 luglio 1913 a Hennigsdorf, una piccola città del Brandeburgo, in quella che era la Germania del Kaiser Gugliemo II, una delle nazioni più ricche di quel tempo.

Dopo essersi iscritto al Partito Nazionalsocialista, nel 1933, viene notato da Heinrich Himmler  per la sua dedizione alla causa del nazionalsocialismo, che lo fece entrare nelle SS.

Qui raggiungerà in breve il grado di comandante, Hauptsturmfuhrer, e dopo l’armistizio del 1944 viene mandato a Roma sotto il comando di Herbert Kappler, nella caserma di via Tasso.

Il 14 giugno del 1944 viene nominato ufficiale di collegamento con lo Stato maggiore della Guardia Nazionale Repubblicana, con sede a Brescia.

Quando la guerra finisce, come spesso accadeva ai gerarchi fuggitivi, trova riparo in America latina a San Carlos de Barilloche, da sempre nota con il nome di Svizzera argentina.

Qui visse perfettamente integrato nella folta comunità tedesca fino al 1994.

Poi accade l’imprevisto. Nel 1994 Sam Donaldson, giornalista dell’ABC, si mette sulle tracce di un emigrante tedesco, nominato nel libro di Esteban Buch, “El pintor de la Suiza Argentina”, come uno dei responsabili delle Fosse Ardeatine.

Lì dove non erano riusciti né i cacciatori di nazisti, né le autorità dell’Interpol riesce un giornalista americano che, dopo aver trovato Reinhardt Kops, altro ex nazista emigrato, riesce, grazie alle informazioni di quest’ultimo, a trovare e intervistare proprio il nostro uomo.

L’uomo con cui parla Sam Donaldson è lo stesso uomo a cui scriverà anni dopo Indro Montanelli, è il comandante dell’Aussenkommando Romder Sicherheitspolizei un des Sd, Erich Priebke.

Poco tempo dopo l’Italia invia una richiesta di estradizione per l’ex capitano delle SS, che verrà consegnato e rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea, in attesa del processo.

La “sentenza insensata” di cui scrive Montanelli è quella del 1° Agosto 1996, quando pur essendo stato riconosciuto colpevole, viene assolto per sopraggiunta prescrizione, ma non è per questo che il giornalista di Fucecchio sentì la necessita di quell’aggettivo: insensata.

E’ per quello che succederà dopo.

Alla lettura della sentenza i familiari delle vittime, i rappresentanti della comunità ebraica di Roma decidono di asserragliare l’aula, tenendo in ostaggio i giudici e lo stesso Priebke.

Le critiche sulla sentenza di assoluzione piovono da tutti gli angoli del mondo e così interviene la Germania che invia la richiesta di estradizione con l’accusa di favoreggiamento al regime, tale richiesta permetterà all’Italia di tenerlo in carcere, calmando così gli animi dei “padroni della piazza”.

La Corte di Cassazione annullerà la sentenza disponendo un nuovo processo.

E’ il 22 Luglio del 1997 quando il Tribunale militare di Roma lo dichiara colpevole, condannandolo a 15 anni di carcere, è il marzo del 1998 quando la Corte d’Appello lo condanna all’ergastolo. Per vedere la fine di questo travagliato caso giudiziario si deve attendere il novembre dello stesso anno, quando la Corte di Cassazione conferma la sentenza della Corte d’Appello. L’ex capitano delle SS ha 85 anni e data l’età gli vengono concessi i domiciliari.

Eric Priebke muore nella sua casa romana l’11 Ottobre 2013, alla veneranda età di 100 anni.

Si dice che la Storia la scrivano i vincitori e forse è per questo che sui libri di Storia sembra sempre emergere netta la linea di demarcazione fra il bene e il male, tra buoni e cattivi, fra vittime e carnefici.

Il problema sorge quando, mossi dalla ferma convinzione del “mai più”, si riassume, si schematizza fino a semplificare i fatti, fino a renderli vuoti, caratterizzando in maniera netta i personaggi, talvolta trasformandoli in caricature.

Dimenticando che si parla di uomini e che gli uomini sono piccoli contenitori dell’Universo.

E così accade che dei buoni si tende a mostrare solo il buono e dei cattivi tutto il male, rischiando di ottenere il risultato opposto a quello sperato, rischiando di prestare il fianco a vecchi e nuovi revisionismi che guardano alla storia con un senso di revanscimo.

Priebke si è sempre difeso sostenendo, come Eichman e tanti altri, che non si poteva che eseguire gli ordini, soprattutto quelli provenienti da Hitler in persona, pena la morte.

Poi aggiunge un elemento molto interessante attraverso una domanda:”Cosa credete che abbiano fatto i militari americani che hanno sganciato le bombe su Hiroshima e Nagasaki, se non eseguire gli ordini?”

Non c’è dubbio che Priebke dovesse essere processato per i crimini commessi, come lo sono stati Hass e il loro superiore Herbert Kappler, e il fatto che i piloti americani che hanno sganciato le atomiche non siano stati processati non toglie nulla a questa mia convinzione. Anzi, caso mai aggiunge due imputati.

E allora perché Montanelli sente il bisogno di perorare la causa di un ex capitano delle SS responsabile della morte di 335 persone?

Forse perché il processo fatto a Priebke era l’ultimo possibile contro il nazismo, contro il male, perché questo ha rappresentato il nazismo: ha rappresentato il male.

Rappresenta il punto d’incontro di un’umanità con pochi punti di riferimento e con tanta paura di rivivere certe epoche.

E allora Priebke ha rappresentato l’ultimo dei vinti,  e quello contro Priebke è stato l’ultimo processo dei vincitori.

Un proverbio indiano dice che ogni uomo ha un lupo nero e uno bianco che combattono dentro di sé e che a vincere sarà quello che nutriremo di più.

Mi sento di dire che Priebke ha preferito sfamare il lupo nero;  d’altro canto non credo che i piloti americani abbiano sfamato solo quello bianco.

Ma qual’era l’alternativa?

Le alternative sembrano essere riposte: in un esercito di martiri disobbedienti o dalla fine di ogni guerra. E non so a quale delle due credere di meno.

Edoardo Romagnoli

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Io mi innamoro sugli autobus

Ogni giorno in una delle città più belle del mondo migliaia di persone si accalcano dentro enormi bruchi metallici, esposti al caldo, al freddo e al taccheggio.

Costretti a darsi la caccia con lunghi appostamenti per trovare posto su uno dei pochi seggiolini, spesso griffati dall’ultimo artista adolescente dell’Uniposca, suscettibili ad ogni vibrazione del sanpietrino.

AutobusQuei posti così rari che una volta conquistati vengono difesi strenuamente, cosa che induce spesso l’avventore a fottersene alla grande di vecchi, bambini, donne incinta, mutilati di guerra e tutto quanto il papello delle regole non scritte per il quieto vivere.

Spesso si trovano a viaggiare in piedi o attaccati a improbabili anelli di gomma che, per agevolare il compito non si limitano ad essere fissi, ma scivolano amabilmente lungo il binario che li sostiene, per tutta la lunghezza dell’autobus.

Una piccola licenza ingegneristica di qualche fenomenale interior bus designer che, immedesimandosi nel viaggiatore tipo, ha pensato bene di fornirlo di una bella pista dove potesse librare fra un anello e l’altro come un Tarzan moderno. Lo immaginava così, in movimento, fra l’autista e il fondo del bus, un uomo eclettico, mobile, futuristico.

Immagino il rumore di tutti quei sogni infranti quando qualcuno gli avrà pur comunicato che anche gli altri viaggiatori avrebbero dovuto trovare posto, trasformando così un’esperienza quasi onirica, in un banale claustrofobico viaggio in autobus.

Eppure ogni giorno, migliaia di persone si affollano in urbani viaggi della speranza cercando di raggiungere un luogo di lavoro, di studio o di cazzeggio. Costretti a viaggiare in paranoia, pronti a scendere ad ogni divisa blu scura, ad ogni blocchetto in mano fosse anche quello di un sondaggista.

Anche per i possessori di biglietto valido, il viaggio non è sempre tranquillo, se ne contano a migliaia di tuffi in avanti verso la macchinetta convalidatrice per non farsi trovare in fallo, dal controllore appena salito.

Chi ha un biglietto e, non contento, convalida pure, è perché: o ha qualcosa da nascondere o perché i problemi fisici gli impediscono fughe rocambolesche e coraggiosi tuffi in avanti alla Cagnotto.

Il biglietto per queste carrette di strada sta raggiungendo quello di un pacchetto da 10 di Winston blu, con lo svantaggio che non si fuma, scade dopo un’ora e difficilmente ci attaccate bottone se lo offrite.

E allora cos’è che spinge queste persone a scegliere quest’infernale mezzo di trasporto?

Tutte senza altre alternative?

Tutte appiedate, senza motorini, macchine, biciclette o amici generosi?

No. E’ perché sugli autobus ci si innamora.

Sono amori fugaci, da una fermata e via. Non c’è un motivo, in autobus la gente è stressata, assonnata, sia all’andata che al ritorno, molti si isolano, leggono, ascoltano la musica, insomma non ci sono, non è certo un posto empatico l’autobus.

Eppure in autobus, ci si innamora, almeno io mi ci innamoro, spesso, almeno quando ci vado.

Si svolge in tre atti, come tutte le storie, anche quelle della vita.

Si aprono le porte, entra lei, la vedi, te ne innamori, ti immagini che voce abbia, che cosa le possa piacere, che tipo di personaggio sia.

Poi l’autobus si ferma, con quel dolce fischio di freni consumati che ti spaccano i timpani e tutti i voli pindarici. Lei esce e tutto finisce, forse è scaduto anche il biglietto.

Io mi innamoro in autobus, ma vado sempre in motorino.

Edoardo Romagnoli

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