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Aldo Bianzino

ITALIA, 2007.

Ancora un morto, un morto ammazzato.         aldo_bianzino

Aldo Bianzino era un serafico falegname ed è stato ammazzato a 44 anni, nel carcere di Capanne, il 14 Ottobre 2007, da qualche secondino con poca fantasia e tanta rabbia.

Bianzino è stato portato in carcere per avere qualche piantina di canapa indiana nel giardino della sua casa, immersa nel verde delle colline umbre.

E’ stato incarcerato perché? Perché pericoloso? Perché era un pusher,  uno spacciatore? No, Bianzino è stato incarcerato e ucciso da uno Stato bigotto che sotto i dettami della Chiesa e di uno spirito conservatore è arrivato a decretare fuori legge una pianta.

 

AMERICA, 2012.

Nel giorno in cui Obama veniva eletto, in California e nello stato di Washington si votava per la legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo.

Una decisione che se applicata nei soli tre stati del Colorado, di Washington e dell’Oregon, è stato calcolato, ridurrebbe del 30% i profitti dei cartelli sudamericani oltre a far entrare nelle casse dei vari Stati quasi 60 miliardi di dollari fra risparmio e proventi.

Una tappa epocale, se pensiamo che ciò è avvenuto nel paese del proibizionismo, nella stessa America degli anni ’20 di J Edgar Hoover, di Nixon, nel paese che ha speso miliardi di dollari nella guerra alla PIANTA di marijuana.

Quella che è considerata la più grande democrazia del mondo prevede la pena di morte per alcuni reati, ma non per crimini legati alla droga.

In Italia, la più traballante democrazia europea, non abbiamo la pena di morte, almeno non ufficialmente, anche se sono oramai tanti i morti ammazzati in carcere.

E Bianzino è uno di loro e non è l’unica vittima.

Il figlio di Aldo Bianzino adesso è un orfano, un orfano di Stato. Questo è il risultato e basterebbe questo per poter dire, senza tema di smentita, che le forze dell’ordine, che tutto il sistema ha miseramente fallito.

Senza queste leggi stupide e bigotte, Stefano Cucchi e Aldo Bianzino non sarebbero mai passati dal carcere e forse, oggi, sarebbero ancora vivi.

In fondo è una questione di scelte da prendere.

Scelte, scelte politiche, basta con i buoni propositi. Per far sì che il pestaggio venga tolto dalle pratiche possibili in un carcere, per far sì che tutte queste mele marce non facciano marcire tutto il cesto.

 

Edoardo Romagnoli

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Gabriele Sandri. La morte di un cittadino per mano di uno sceriffo.

In un mondo che sembra non fermarsi mai, la morte ha ancora il potere di fermare il tempo, di sospenderlo, almeno all’apparenza.

Gli spazi che si aprono di fronte ad un evento luttuoso possono essere riempiti di retorica, slogan o parole pensate più per la pancia che per il cervello di chi ascolta. Oppure? Oppure possono diventare un momento di riflessione collettiva, per capire quello che è successo, perchè si trovi un senso universale, da condividere con gli altri, perchè non rimanga una morte vana.

L’analisi logica, razionale dei fatti è l’unica via percorribile per chi non vuole cadere vittima di una facile retorica, creando un’aurea sacra che si consuma all’interno dei propri confini, lasciando i più orfani di un senso, uno spendibile per la loro esperienza.

L’unico percorso che permette di non credere ad una visione dicotomica e semplicistica che divide il mondo in due, il bianco e il nero, il buono e il cattivo.

Non voglio credere che ci sia qualcosa di sacro nella morte di Gabriele, non voglio credere che si voglia riassumere la vita, di un ragazzo di 26 anni in una sciarpa, che lo si voglia immolare. A cosa poi? Al Dio calcio e alle sue fedi?

L’11 Novembre del 2007 è  stato ucciso un cittadino, l’ennesimo, un nostro coetaneo, un figlio, un fratello, un dj, un amico, un lavoratore, e sì, anche, anche un tifoso.

E allora non devono interessarci i dettagli, le bugie, gli ennesimi quanto goffi tentativi di insabbiamento, le spranghe, i sassi nelle tasche, se dormiva o era sveglio, i passamontagna, gli insulti, le possibili deviazioni del proiettile, se le mani erano giunte o le braccia tese, questo è materiale da tribunale.

Non aggiungono nulla a ciò che tutti han visto e capito fin da subito, su quell’autostrada, che è una delle più trafficate d’Italia, sotto quello che era il giovane sole mattutino di quell’11 Novembre del 2007.

E’ roba da tribunali, l’unico luogo preposto, in cui si deve riuscire nel tentativo di trasformare le ipotesi, le sensazioni, i ricordi in prove, prove che portino ad una sentenza che renda giustizia. Sapendo già che nessuna pena potrà mai curare un’assenza.

Forse la fortuna di Gabriele, rispetto ad altri, è il palcoscenico sul quale si è consumato il suo omicidio, non le mura di un carcere, non una stanzetta di una Questura, dentro stanze piene solo di occhi complici, ma su un’autostrada, esposto agli occhi di testimoni ignari.

Si deve capire, riuscire a comprendere le cause, il perchè un agente della Polizia Stradale si è comportato da sceriffo, scambiando la sua Beretta d’ordinanza per una Smith & Wesson, un’autostrada per un piazzale polveroso da Far West e una macchina carica di ragazzi, per una carovana di banditi da fermare a colpi di pistola.

La morte per omicidio, per quanto tremenda, è un evento umano, possibile, in fondo forse, col tempo e la riflessione, anche comprensibile, magari una insopportabile, ma possibile comprensione .

Ciò che resta incomprensibile è il meccanismo oscurantista che si mette in moto puntuale, in maniera uguale e sistematica, ogni volta che esponenti delle forze dell’ordine, abusando del potere loro concesso, si trasformano da tutori a assassini, tanto in fretta da farsi trovare ancora in divisa.

Edoardo Romagnoli

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