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L’eredità del Mahatma

Quando un uomo entra nell’immaginario collettivo perde le sue sembianze umane, la sua storia si confonde con il mito e anche le personalità più complesse si riducono a qualche tratto, rinchiuse in una simbologia austera. E allora può accadere che di Napoleone si ricordi solo l’altezza e la classica posa con la mano infilata nella giacca o che Charlie Chaplin non sia altro che la bombetta, i baffetti e il bastone del suo personaggio più celebre, il vagabondo Charlot.

La Storia è la sintesi di una selezione dei fatti, il filo logico che mette insieme i pezzi permettendo a una serie di singole vicende di diventare una narrazione comune, una storia di tutti. La storia è un costrutto che ha bisogno di simboli da fissare nel tempo. E allora di Gandhi non ci rimane che qualche citazione, l’immagine di un anziano magro, calvo e seminudo mentre cammina sorretto da un bastone oppure intento a filare del cotone grezzo con l’arcolaio. Una manciata di statue sparse per il mondo che sintetizzano in un dhoti e in un paio di occhiali tutta una storia.

La storia di un indiano che è riuscito forse più di qualsiasi altro indiano a calarsi fra le mille pieghe di un Paese dai numeri impossibili. La storia di un uomo dalle mille contraddizioni con lati oscuri e discusso come solo i miti hanno il privilegio di essere. A suo tempo non vennero risparmiate critiche feroci neppure sulla sua filosofia più nota: il satyagraha (dal sanscrito satya, verità, e agraha, forza, la forza della verità) che contrapponeva l’ahimsa (la non violenza) alle bastonate del potere. 

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Mohandas Karamchand in India lo chiamano Bapu, il padre, mentre nel
resto del mondo lo conoscono con il nome della sua casta, quella dei droghieri: Gandhi.
Per tutti è il Mahatma, il nome coniato per lui dal poeta Rabindranath Tagore unendo le
due parole Maha, dal sanscrito grande, e Atma, anima.

Tracciare l’eredità di Gandhi è impossibile ed è difficile stabilire se sia stato un abile politico o un sadhu, una volpe indù, come lo definì Ali Jinnah, il padre del Pakistan, o se avesse ragione Churchill che lo descrisse come un fachiro seminudo. Certo fu un uomo solo, così fedele ai suoi principi da preferire la morte di sua moglie Kasturbai alla moderna medicina occidentale. Indiscutibilmente vinse molte battaglie, certamente con la nascita del Pakistan perse quella a cui forse teneva di più: veder nascere un’India unita, indipendente e laica.

“Le generazioni a venire faticheranno a credere che un uomo come lui, in carne e ossa, abbia mai camminato su questa terra (…)”

(A. Einstein)

Muore il 30 gennaio del 1948 alle 17 e 17, nel giardino di Birla House a Nuova Delhi.  L’uomo che lo uccide ha 39 anni si chiama Nathuram Godse, di professione fa il sarto, ma in realtà è solo un’occupazione per sostentarsi. Nathuram è un estremista indù e dirige l’Hindu Rashtra, il quotidiano del partito dei fondamentalisti indù Hindu Mahasabha guidati da Vinayak Damodar Savarkar. Lo uccide per motivi politici, che in India diventano spesso anche religiosi, perchè lo riteneva il responsabile delle continue concessioni che l’India faceva al neonato Pakistan.

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 E in quei giorni a Birla House sta digiunando nella speranza che i tumulti seguiti alla separazione con il Pakistan possano terminare. Sarà il suo ultimo digiuno, l’ultima battaglia. Sono in molti a fargli visita nel tentativo di convincerlo a desistere, il Mahatma ha 79 anni, il suo corpo è segnato da tutte le esperienze passate, è magro, magrissimo, non supera i 50 chili e in tanti sono preoccupati che non possa riuscire a superare l’ennesimo digiuno. Li respingerà tutti ponendo sette condizioni per riniziare ad alimentarsi, fra cui il pagamento delle 150 milioni di rupie che l’India doveva al Pakistan, la restituzione di 117 moschee ai musulmani, l’abolizione del boicottaggio ai danni dei mercanti musulmani e l’incolumità dei viaggiatori musulmani sui treni dell’India.
(Dalla puntata di ‘Ti mando la posizione Speciale Gandhi‘)

Anche se ancora oggi ci sono dubbi sui veri responsabili dell’omicidio, si pensa che Nathuram Godse fosse una pedina quasi inconsapevole di in un intricato gioco di potere e che a sparare furono anche altre pistole. In una dinamica che ricorda vagamente l’omicidio di J.F. Kennedy a Dallas.

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Oggi in India governa il BJP, Bharatiya Janata, il partito del Primo Ministro Narendra Modi, un partito conservatore, nazionalista, fondato nel 1980 per portare a termine l’Hindutva, l’idea di un’India indù. E le cronache di oggi raccontano le storie di ieri.

Nel novembre scorso una sentenza della Corte Suprema Indiana ha risolto una disputa fra la comunità indù e quella musulmana che rivendicavano la proprietà della città sacra di Babri Majid. A dicembre il Parlamento ha approvato il C.A.A, Citizenship Amendment Act, la legge che concede la possibilità di richiedere la cittadinanza indiana agli immigrati provenienti dai Paesi vicini ad eccezione dei musulmani. Le manifestazioni che sono seguite nell’Uttar Pradesh come a Delhi sono state represse con la violenza. 

Davvero di Gandhi sembra essere rimasto ben poco se non qualche statua, una manciata di citazioni e vecchi filmati, buoni solo per girarci qualche spot.

 

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Il fallimento del maschio progresso

“Ci sono parecchie condizioni indispensabili per poter applicare la nozione di volontà generale. Due devono essere tenute particolarmente presenti. La prima condizione è che non vi sia alcuna specie di passione collettiva nel momento in cui il popolo prende la coscienza di una delle sue volontà e la esprime.

(…) La seconda condizione affinchè vi sia una volontà generale è che il popolo possa esprimere il suo volere rispetto ai problemi della vita pubblica e non operare soltanto una scelta tra persone.” (Simone Weil,”Senza partito”)

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L’8 Marzo, come tutti gli anni dal 1909 ad oggi, si è svolta la festa della donna.

In un tempo in cui siamo in cerca, di un premier, di un papa, di qualcuno che funga da guida, che si trasferisca nel faro e che da lì ci diriga, la mia sola speranza è che tra queste figure vi sia una donna, visto il fallimento del potere espresso dal maschio nella Storia.

12 marzo 2013 

Comincia il Conclave, il secondo del terzo millennio

12 marzo 1863

Nasce uno degli uomini italiani più influenti ed eclettici del suo tempo, Gabriele D’annunzio

12 marzo 1895

Nasce William Lee, il padre delle forze aviotrasportate americane, il generale di ferro

12 marzo 1909

Muore a Palermo per mano della mafia l’investigatore Joe Petrosino

12 marzo 1921

Nasce Gianni Agnelli

12 marzo 1922 

Nasce Jack Kerouack

12 marzo 1930

Mahatma Gandhi guida la marcia del sale verso il mare, 300 km di protesta contro la Corona e il suo governo

Insomma in tutti i 12 marzo sparsi nella storia c’è un uomo, intendiamoci non è che nascessero o morissero solo uomini è che le donne sono sempre state una maggioranza silenziosa, inascoltata.

Una minoranza che lì dove aveva soddisfatto le sue necessità primarie, lì decise di lottare e lottando guadagnarsi un posto a sedere, fra gli uomini, nelle prime file della storia.

C’è una parola che rincorriamo nella cronaca quotidiana: “crisi”.

Sembra esserci una crisi totale nella quale la parte economica rappresenta solo la punta dell’iceberg.

Se la logica mi supporta, se ha ancora un senso, allora potremmo dire che se un sistema di regole esiste e, al di fuori di esso, difficilmente si può sperare in una convivenza pacifica e comprensiva dei diritti fondamentali di tutti gli individui, questo sistema deve avere un comando, un architetto che lo ha disegnato, che lo ha ideato, magari più d’uno.

E’ difficile pensare che questa giungla di norme, regole e procedure si sia eretto da sola, autonoma da coloro i quali la abitano.

Questo sistema di cose è il risultato di milioni di mani che hanno contribuito, nel bene o nel male, allo sviluppo, almeno in parte, della nostra storia.

Diciamo pure che questa situazione ha molti colpevoli, alcuni polvere già da tempo.

Ma cosa ha in comune tutta questa espressione di potere? Gli uomini, badate bene non l’uomo generalmente inteso come essere umano, ma l’uomo, il maschio.

Il potere, espressione maschia per eccellenza, è stato così poco esercitato dalle donne che le volte in cui è successo si è trovato a travestirsi con un paio di pantaloni, pur di non trovarsi inadatto.

Ecco forse questa mancanza di femminilità, questa deficienza di donne al potere ci ha privato di qualcosa di cui oggi potremmo aver bisogno o forse no.

Oggi a Roma piove. Bella la pioggia. Vediamo che porta.

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