40. Maria

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

gas-auto-suicidio

Maria, quasi quarantenne

Quando non siamo nel buio della nostra solitudine, interpretiamo un personaggio, i più bravi riescono a farne anche più di uno insieme.

Anna aveva giocato una vita intera a fare la maledetta, ripeteva fino al mal di testa:”Non arriverò ai 40 anni”. Penso sia per questo che nell’ultimo giorno del suo trentanovesimo anno si chiuse in garage a respirare il monossido di carbonio partorito dalla sua auto. Fu una morte lenta e soporifera, come quei 39 anni passati senza che fosse accaduto niente.

Contrassegnato da tag , , , ,

39. Giancarlo

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

20151206_121436.jpg

Giancarlo, condomino modello

Le tue virtù saranno sempre in relazione all’ambiente in cui vivi che le saprà esaltare o fartele dimenticare.

Giancarlo era un condomino modello. 47 anni, single, abitava al primo piano di una palazzina sgarrupata in un posto di passaggio fuori Milano, con un gatto rosso senza un nome. A differenza di altri la sua condizione di uomo solo non l’aveva portato all’abbrutimento. Sempre puntuale nel pagamento delle tasse condominiali, presenza fissa nelle riunioni di condominio, attento e rispettoso delle aree comuni, gentile verso tutti. Giancarlo si era costruito nel tempo una sua condotta in cui ogni giorno trovava una sua pace.

Una quotidianità fatta di differenziata, di sabati all’isola ecologica, di raccolte di pile esauste, di buon giorni e buone sere augurati durante i rari incontri sulle scale, mai ricambiati. Sembrava muoversi come un gattino in una landa desolata di bufali.

Tutto il resto del palazzo viveva come se non ci fossero state altre persone lì dentro, come se quelle porte che decoravano i pianerottoli interrompendo la sequela di scale non custodissero altri mondi, altre famiglie, ma fossero lì per bellezza. Come se tutto il condominio fosse una di quelle case giganti comprate per soddisfare le singole necessità di una famiglia numerosa e che ora accolgono solo l’anziana madre rimasta vedova, costretta a chiudere gran parte delle stanze, relegandosi in salotto.

Nel tempo quel condominio si era trasformato prendendo la forma di tutti gli egoismi che lo abitavano. Una marea di biciclette rugginose invadevano l’androne, il parcheggio condominiale era diventato un cimitero di macchine abbandonate,  i due cassonetti dell’immondizia che facevano la guardia al portone d’ingresso erano sempre ricolmi di qualunque porcheria, talmente schifosa da far dubitare che qualcuno la potesse aver tenuta in casa fino a qualche ora prima. Lavatrici, frigoriferi, televisioni, materassi. Nel raccoglitore dell’umido traboccavano i sacchi di plastica per l’imballaggio delle merci marchiate con il nome del negozio dell’inquilino del terzo piano. Il maresciallo dei carabinieri in pensione, di stanza al quinto piano, amava invece tappezzare il marciapiede con la merda del suo cane corso a cui voleva un gran bene, ma evidentemente non abbastanza per raccogliergli le feci. La vecchia pazza dell’ultimo piano non apriva a nessuno da anni, prima usciva solo per fare la spesa, poi quando ha scoperto la spesa a domicilio si è definitivamente sepolta in casa. Il problema è che nel suo bagno c’è una perdita che negli anni ha provocato un’infiltrazione talmente estesa che adesso la parte di intonaco sano sembra stonare con il resto.

In 8 anni potete capire come non sia stato facile continuare a essere virtuosi in quel contesto, ma Giancarlo non si era mai fatto scoraggiare, con la forza di chi sa di stare nel giusto. Poi è arrivato un mercoledì di fine agosto, con il pulviscolo che sospeso a mezz’aria esaltava gli ultimi raggi del sole, regalando a quella periferia incrostata una cielo arancione lampada di sale. Tornato in casa l’aveva accolto la puzza di una merda fresca con cui il suo gatto senza nome aveva deciso di adornargli il piccolo tappeto kilim dell’ingresso. Sarà stata la stanchezza, la desolazione che gli affollava gli occhi, il sentimento di sconfitta che non riusciva a scrollarsi di dosso o più semplicemente la voglia di una doccia, il fatto è che crollò. Prese il tappeto, ci mise dentro il sacchetto dell’indifferenziata, insieme alla plastica, all’umido e a tutte le pile esauste, creando un bolo di merda, rifiuti e frustrazione. Poi tenendolo fra le mani lo portò giù per le scale, aprì il portone dell’ingresso con il gomito e si fiondò in strada, verso i cassonetti sul marciapiede che lo attendevano già satolli di scarti. Nonostante fosse evidente la mancanza di spazio Giancarlo decise di comunque di provarci tirando da 3 il suo bolo.

  • Ei lei? Ma che diamine fa?

Giancarlo si girò d’istinto, come risvegliato da quella voce autorevole.

  • Ora ho capito chi fa tutto questo schifo
  • No, no, no, non ha capito – iniziò a farfugliare
  • Sì, sì invece mi sembra di aver capito proprio bene
  • No guardi è la…
  • La prima volta, come no! Immagino. Si vergogni, ma a lei piace vivere in questo schifo?
  • No
  • E allora perché diavolo butta la spazzatura in quel modo, ma poi senza neanche un sacchetto, ma cosa ha buttato?

Un vigile urbano. Giancarlo ci mise un bel pò a riconoscere quella divisa, da quelle parti non ne passavano molti.

  • Cosa ha buttato…mi faccia vedere.
  • No, aspetti… – balbettò impotente Giancarlo

Il vigile con una solerzia inusuale prese il tappeto dal mucchio per srotolarlo a terra sul  marciapiede, nel frattempo tutto il palazzo sembrava essersi affacciato, tutti in piedi su quei 2 metri quadri di terrazzo a disposizione. L’ufficiale in bianco iniziò la perquisizione:

  • Pile, plastica, umido…ma…ma..ma questa è MERDA?!
  • MERDA? – urlò Giancarlo sempre più nel panico.
  • Merda – fecero eco i condomini ancora appollaiati sui balconi

Poi secondo sospesi nel silenzio e la sentenza:

  • Beh sono costretto a farle la multa.
  • Va bene, pago io. Per tutti.
Contrassegnato da tag ,

38. Ynes

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

 

velo-nero

Ynes, la piu’ bella del villaggio

Le avevano disposte in fila lungo le mura della moschea. Il vento caldo alzava la sabbia e il sole sembrava riflesso in ogni roccia e quegli uomini erano spuntati all’improvviso dal deserto cavalcando rumorose Toyota bianche. Le donne si guardavano fra di loro e guardavano Ynes.

Ynes era bella, bella a tutti gli occhi, bella per ogni canone. Ynes era bella fin da piccola, tanto che in molti quando la videro per la prima volta si chiesero se quel dono fosse di buon auspicio, fosse un indizio di una vita felice o un risarcimento anticipato per sopportare meglio le difficolta’ lungo il cammino.

Lì, in fila su quel muro, quella domanda silenziosa che nessuno ebbe mai il coraggio di formulare ebbe la sua risposta. Presero Ynes e nessuno la rivide più.

Contrassegnato da tag ,

37. Aurelia

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

Unknown

Aurelia, romana d’adozione

Avevo una bella casetta in provincia con un bel giardino, tre bagni e un garage. L’ho venduta e ho preso un mutuo trentennale per comprarmi 70 metri quadri nella periferia di Roma.

 

 

Contrassegnato da tag ,

36. Andrea

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

Paese_22352

Andrea, il deluso

Un bel testo affronta il suo tempo senza paura, una bella canzone affronta il tempo senza paure. Eravamo in una piccola casa di un piccolo paese di provincia nascosto fra le montagne. Lui era il mio mito, conoscevo ogni aspetto della sua vita e tutte le parole di ogni sua canzone, anche di quelle brutte. Lo osservavo in silenzio mentre si preparava del thè bofonchiando sui tempi andati e su tutto ciò che era e adesso non è più.

– L’ Internet, l’internet è la rovina

– Maestro, ma Internet non è niente, è un baule, un sacco vuoto.

– Se non c’era l’internet ci saremmo risparmiati tante cazzate

– Si potrebbe dire lo stesso dei bar di provincia

– Già, ma almeno da lì non uscivano

– E lei dice che era meglio così? Che le gente tornasse a casa convinta che la verità fossero quelle belle parole dopo il sesto bianchino? Adesso almeno se scrivono una cazzata sanno di doversi prendere le responsabilità di ciò che dicono.

– Rimarrano lo stesso convinti che la verità sia la loro, alla stessa maniera di quelli del bar, ma facendo molto più rumore.

Mi dispiaceva, ma non perché la pensasse in modo così diverso da me, ma perché si rivelava un uomo chiuso. Il mio mito si stava rivelando per ciò che era, un uomo in carne ed ossa con i suoi pregi, i suoi difetti e le sue piccole fissazioni. Era colpa mia? Non lo so, ma se non si idealizzano i miti chi si deve idealizzare? Pensavo semplicemente volasse più alto di tutte le piccolezze umane e che da lassù, a quelle quote riuscisse a partorire quelle parole, quelle belle parole in musica.

Contrassegnato da tag ,

35. Filippo

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

CARAMELLE-GOMMOSE-ORSETTI-COLORATI-HARIBO-kg-1

Filippo, lo scettico goloso

Il troppo stroppia, mi dicevano, ma non ci credevo. Continuavano a ripetere che gli adagi popolari hanno un fondo di verità e che preso in dosi eccessive anche l’antidoto può diventare veleno, ma a me non andava giù. E allora mi comprai l’unica cosa di cui ero sicuro di potermi ingozzare, presi gli orsetti di gomma, ne presi tanti, troppi. Andai a casa, mi misi a sedere su una sedia del tavolo in cucina e iniziai a mangiarne uno dopo l’altro, non finivo di masticare il primo che iniziavo già con quello successivo, pescato alla cieca dentro l’insalatiera in cui li avevo riversati. Iniziai a sentirmi male che non si vedeva ancora il fondo, ma continuai per orgoglio, poi vomitai e mi sembrò che il peggio fosse passato, ma quando vomitai per l’ennesima volta capii che qualcosa stava andando storto. Mi ricordo di essermi chiuso in bagno, seduto al buio sulla tazza, tiravo lo sciacquone in maniera ossessiva, poi è come se in quell’acqua mi ci fosse finito anche il cervello.

 

Contrassegnato da tag ,

34. Ludovica

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

essere-diversi

Ludovica, semplicemente diversa

Non è semplice essere diversa. Ci vuole tutta una personalità di cui andare sicuri per rendersi differenti dalla massa. Ludovica ci provò comunque. Si tagliò i capelli quando andavano lunghi, se li tinse di rosa, abbandonò la ceretta e tutti quegli orpelli da donne, si addobbò di piercing, si vestì completamente di tatuaggi, si allargò così tanto i lobi delle orecchie che senza dilatatore sembravano due tette avvizzite, si fece ingiallire i denti come segno di protesta verso qualcuno di cui nessuno sapeva niente. Solo che la massa si contrae, accoglie e respinge come un buco di culo e si fa presto a fare la fine degli stronzi. Si ritrovò sola, respinta da tutti, ma senza la voglia di cambiare, di uniformarsi per piacere. Decise di mettersi sotto al sole e di lasciarsi sciogliere, perché va bene morire, ma non come tutti.

Contrassegnato da tag ,

33. Edoardo

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

20151207_104101.jpg

 

Edoardo, l’egoico

Forse per noia, forse per riempire un vuoto, decise di prendersi un impegno: scrivere ogni settimana un piccolo racconto.

 

Contrassegnato da tag , ,

32. Gianna

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

article-1263905-090550B8000005DC-63_468x286

Gianna, passeggera disponibile

In attesa di decollare stavo leggendo un romanzo preso a sconto seduta al 30 D, quando mi sentii picchiettare sulla spalla.

– Sì?

– Scusi le dispiace se facciamo a cambio di posto? Vorrei stare vicino ai miei figli

– Che posto ha?

– 1A

Pensai che in prima fila si possono stendere le gambe e questo mi bastò per accettare. E poi avevamo già 35 minuti di ritardo per colpa di una riccia che si rifiutava di far imbarcare la sua valigia, nonostante non entrasse nella cappelliera, con tragedia annessa. Mi ringraziò stupidamente una decina di volte prima che potessi sedermi nuovamente.

Mai avrei pensato che quell’aereo si sarebbe schiantato poco dopo e che a salvarsi sarebbero stati tutti quelli seduti in coda.

 

Contrassegnato da tag , ,

31. Lucio e Paolo

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

Dubai

Lucio e Paolo, turisti per caso

  • Non lo so, eppure mi viene più facile immaginare che siamo un caso
  • Il caso non significa niente, è una formula
  • E allora chiamala formula, siamo una formula che è stata scoperta
  • Una combinazione
  • Tipo
  • Dai e ridai abbiamo aperto la cassaforte
  • Però qualcuno questa combinazione la deve pur aver messa
  • In effetti…
  • Cioè tipo la coca e le mentos quando esplodono, magari i produttori della coca cola e quelli delle mentos non lo sapevano che stavano confezionando separatamente due componenti di una bomba, ma queste reagiscono a prescindere perché è la chimica
  • La natura
  • Sì, più che la natura direi la chimica, ma il concetto è quello…
  • E quindi?
  • E quindi noi siamo esplosi e dopo anni di evoluzione eccoci qua, che continuiamo a nascere, crescere e a sognare di non morire per essere puntualmente smentiti
  • Una formula
  • Una formula, ora resta da capire chi è il Pemberton della situazione
  • Chi?
  • L’inventore della formula
  • Già

Il silenzio che si creò fu di riflessione più che di imbarazzo.

  • Fra tutte preferirei credere nella reincarnazione perché in fondo la cosa che più mi fa paura è il fatto di avere una sola possibilità…
  • Io alla prima non faccio mai niente di buono
  • A chi lo dici
  • Beh comunque anche il Paradiso non è male
  • A parte che non c’è niente di bello a stare per l’eternità come un ebete fra le nuvole, quello che non si capisce del Paradiso è cosa bisogna fare per entrarci, diciamo ha dei requisiti di accesso un po’ troppo vaghi per una cosa così importante
  • Una vita in clausura e poi scopri che non c’è nessuno
  • No zitto, non me lo fare neanche immaginare
  • Però alla fine tutto questo fardello che partorisce sensi di colpa ci ha fatto bene, ci ha permesso di non cannibalizzarci
  • Boh, non so quanto ci ha fatto bene e quanto ci ha danneggiati, l’unica cosa che so è che mi pare che ci sia fin troppo mistero in questo universo per crearne di fittizio

Dubai da lassù sembrava un modellino in 3d.

  • Perché siamo dovuti finire quaggiù?
  • Mi sembrava un luogo simbolico dei tempi che rifiutiamo
  • Allora per completare il quadro mi fumo una sigaretta
  • Io inizio a mangiare – disse stringendo una piccola bacca verde fra l’indice e il pollice

I frutti verdi del conium maculatum, volgarmente detta cicuta, sono altamente velenosi per l’uomo, pochi grammi conducono alla morte per paralisi.

  • Molti la scambiano per cerfoglio, anche come prezzemolo selvatico…in realtà basterebbe spezzare il gambo e sentirne l’odore
  • Di cosa odora?
  • Di pipì di gatto
  • Buona
  • Dici che ci saremmo potuti servire meglio?
  • Va beh facciamo che considero la cena di ieri l’ultimo pasto
  • Temo che sarà un po’ doloroso
  • In che senso?
  • Nel senso che all’inizio potremo sentire un forte mal di pancia
  • E poi
  • E poi convulsioni, problemi motori
  • Va beh problemi motori che ti frega tanto qua dobbiamo stare
  • Per le convulsioni siamo rimasti digiuni per quello, no?
  • Sì, spero bastino 24 ore perché ieri ci siamo strafogati
  • Ho capito e che facevamo l’ultima cena al sacco coi panini?
  • No, no, ma infatti abbiamo fatto bene
  • Andrà tutto bene
  • Speriamo
  • Soprattutto speriamo che questi qui trovandoci insieme in camera non pensino che siamo una coppia gay
  • E che ci fanno, ci ammazzano?

Scoppiarono in una risata becera.

  • Comunque il conto alla fine lo pagherai te, perché la carta che abbiamo messo è la tua
  •  Porca troia! Questo non me lo perdoneranno veramente a casa.

Continuarono a mangiare frutti verdi di cicuta da una posacenere d’argento finemente decorato prima di accasciarsi al suolo in cerca di un ultimo respiro.

Contrassegnato da tag , ,