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Palermo

Quando stai per atterrare Palermo è il mare, una distesa d’acqua col colore del cielo, uno scorcio di mondo talmente bello che non è più cosa originale pensare di mollare tutto per venire a vivere qua.

Magari proprio in una di quelle casette con le finestre sul mare, perché da lassù, sospeso fra le nuvole e il mare, anche quelle villette con l’intonaco sbertucciato in attesa di condono sembrano avere un senso in quel quadro.

Poi atterri e il mare scompare e a poco a poco affiorano i primi segni del sacco di Palermo, di quei tre anni, dal 1956 al 1959, che bastarono a Vito Ciancimino e Salvo Lima per riempire la città di cemento. Le aree verdi della periferia sacrificate per costruirci orrendi palazzoni a dodici piani, mentre le ville ottocentesche in stile Liberty del centro che oggi si possono ammirare sono solo una piccolissima parte salvata dalle demolizioni selvagge. Uno sfregio che sanguina ancora oggi sul volto della città come una ferita passata senza mai cicatrizzarsi, una follia che per arricchire qualche mafioso e imprenditore colluso ha impoverito un paese intero.

Il mare di Palermo

Una città e tanti volti, strati diversi che convivono talvolta fino a mischiarsi. Qui tutto viene chiamato con un altro nome, persino l’aeroporto che in molti continuano a chiamare Punta Raisi, dall’unica frazione di Cinisi, dopo il 1992 è stato intitolato a Falcone e Borsellino, piazza Verdi e piazza Giulio Cesare vengono chiamate piazza Massimo e La Stazione, persino gli arancini qui cambiano sesso e diventano arancine. Così per un senso del disorientamento altrui, un retaggio arabo oppure un vezzo indentitario, per sentirsi propria la città, quella stessa che alle volte non si disdegna di schifiare.

Piazza Ruggiero Settimo e piazza Castelnuovo sono due piazze che esistono, ma che non vengono nominate o meglio vengono nominate, ma con un altro nome, valido per entrambe: piazza Politeama. Chiamate così prendendo in prestito il nome dal teatro che ospitano: il Politeama Garibaldi, talmente bello da giustificare i 26 anni che ci sono voluti per costruirlo. Scendendo lungo via Ruggiero Settimo si arriva al Teatro Massimo Vittorio Emanuele dove, al contrario, niente giustificherà i 23 anni di chiusura che non hanno permesso ai palermitani di godere di uno dei teatri più belli del mondo. Tradizione vuole che sia abitato dallo spirito di una monaca, probabilmente scocciata del fatto che l’opera di Giovan Battista Basile si erga proprio sopra quello che era il suo convento annesso alla Chiesa delle Stimmate.

Politeama

Teatro Politeama Garibaldi

Teatro Massimo

Teatro Massimo

 

Le vie del centro sono linee di congiunzione fra i capolavori antichi sopravvissuti al contributo dell’uomo moderno, se infatti si scende lungo via Maqueda fino all’incrocio per risalire in via Vittorio Emanuele ci si trova di fronte all’ennesimo spettacolo: la Cattedrale di Palermo.

Una perla così unica che il 3 luglio di quest’anno l’Unesco l’ha decretata Patrimonio mondiale dell’umanità. Nella prima colonna a sinistra del portico si trova anche una sura del Corano, un’immagine che in questi giorni diventa ancor più forte e simbolica di quanto già non fosse, l’ennesimo esempio che Palermo non è una sola e non lo è mai stata, una chiesa in cui si rintracciano così tanti stili che basterebbe come testimone, se non di tutti, di gran parte dei popoli che da qui sono passati.

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Cattedrale di Palermo

Palazzo dei Normani con la splendida Cappella Palatina è lì a pochi passi costeggiando villa Bonanno, mentre se si vogliono ammirare due dei più importanti capolavori conservati nel Sud Italia bisogna dirigersi verso il mare, arrivando nel cuore della Kalsa, uno dei pochi quartieri che ha conservato qualche segno del passaggio arabo. Lì nel palazzo Abatellis ci sono: il trionfo della morte, che si dice abbia ispirato Picasso per Guernica, e l’Annunziata di Antonello da Messina, che però non sono riuscito a vedere perché il palazzo apre solo di martedì in un orario che ancora non mi è chiaro.

Passeggiando fuori dall’orbita dei negozi, si entra nella pancia di Palermo, un esempio più unico che raro di un quartiere popolare nel pieno centro storico. Una spiegazione al fenomeno la fornisce Roberto Alajmo in “Palermo è una cipolla”, quel che mi interessa è che al mercato di Ballarò e a quello del Capo ho incontrato delle facce diverse da quelle che ho visto davanti al Chipsweet di via Maqueda. Dei visi che definirei pittoreschi se solo le guide turistiche non definissero con l’aggettivo “pittoresco” tutto ciò che gravita qui attorno, mentre la verità è che per chi ci lavora e ci abita di pittoresco qui non è rimasta neanche la fame. Eppure la rappresentazione che ogni giorno si consuma fra i banchi del mercato è una degli spettacoli più veri a cui si può assistere in città.

Ingresso della Vucciria

Ingresso della Vucciria

Un altro mercato molto conosciuto è quello della Vucciria, ma sono in molti a dire che abbia perso il ruolo di un tempo, diventando più uno spettacolo folcloristico per i turisti che un vero mercato. Dopo il tramonto la situazione è diversa, la Vucciria torna a pulsare e diventa una zona franca ritrovo dei ragazzi di tutta Palermo. Il miglior posto per mangiare pane e panelle e il famoso panino con la meuza schietto, sale, pepe e limone, o maritato, con formaggio grattugiato e ricotta, un consiglio: se vi porteranno da Rocky non chiedetelo maritato perché li fa solo schietti.

Vucciria

Vucciria

Palermo sono i palermitani che reagiscono e si muovono, mentre alle volte si fermano, silenziosi e scoraggiati a contemplare la città con la posa di quei palazzoni di periferia. Un popolo generoso in continua combutta con la propria città, con un’isola stupenda piena di risorse e di contraddizioni, di problemi che tutti saprebbero elencare, ma nessuno risolvere. Palermo è il traffico “tentacolare” e disordinato, è la mancanza di autobus e parcheggi, è una metropolitana che si farà, ma con calma, Palermo sono i parcheggiatori abusivi, che al costo di un “caffè” ti eviteranno ogni multa dalla Municipale o, in caso contrario, ti spaccheranno il finestrino senza troppi complimenti. Palermo è il cibo, un tripudio di sapori e di tradizioni, un miscuglio fra cucina popolare e tradizioni da viceré, una dieta ipercalorica sintomo del desiderio di autoannullamento tipicamente siciliano.

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Palermo è un puzzle, fatto di tanti pezzi che a volte, anche se messi nel verso giusto, non combaciano e altre volte si incastrano spinti in una convivenza forzata.

In conclusione non ci sono conclusioni se non quella scontata che ai palermitani, come succede da altre parti, spesso capita di trovarsi a fantasticare di vivere altrove, di fare un bilancio immaginario sui pro e i contro di lasciare Palermo, a volte solo per cercare  il giusto equilibrio o la conferma alle ragioni del partire, come succede a molti altri cittadini nel mondo, con l’unica differenza che qua, se non fosse per i soliti conosciutissimi problemi di sempre, il dubbio non avrebbe ragione di esistere.

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Edoardo Romagnoli

 

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