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Tunisia 2016

INTRO. QUEL MOMENTO IN CUI TUTTI I MUSULMANI SONO DIVENTATI DELL’ISIS

Sono le due di un pomeriggio atomico di fine luglio e la Colombo passa veloce sotto le ruote di un fiat Ulisse bianco targato 1994, direzione Fiumicino.

  • Dove andate di bello? – mi domanda il tassista rompendo un silenzio di 20 minuti
  • In Tunisia.
  • In Tunisia?
  • Ma voi siete pazzi?
  • Perché?
  • Ma come perché? L’isis…le guerra… va beh che ora anche in Germania e in Francia, ma andare proprio in casa loro? Mah io non capisco, questo è andarsela a cercare.
  • Lei dove va in vacanza? – cercando di rassicurarlo sulle sorti della mia vacanza.
  • Io quest’anno ho preso una casa a Pescia Romana, vado lì con moglie e figli, venti giorni millecinquecento euro. Accompagno voi stacco e parto.

Nessuno stupore, ma stavolta non avevo alcuna voglia di infilarmi in una discussione a carattere geopolitico con un tassista romano a fine luglio e così decido di lasciar perdere, abbozzare un sorriso, cambiare discorso e condividere in armonia i 10 minuti che ci dividevano dall’aeroporto. Ci ripensai poco dopo, durante l’attesa per l’imbarco, ma non solo a lui, anche a tutti gli altri, perché sono in molti a pensarla più o meno così. Successe anche l’anno scorso quando sono partito per la Giordania e i miei amici mi salutarono come se fosse l’ultima volta che ci saremmo visti.

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Un Wc sulla strada fra Douz e Matmata

Spero che nessuno pensi realmente di essere in guerra contro l’Islam. Visto che i musulmani stimati nel mondo sono circa un miliardo e 57 milioni di persone che rappresentano poco più del 23% della popolazione mondiale.

Mentre sono 57 i paesi a maggioranza islamica e quelli arabi rappresentano circa il 20% di tutti i musulmani nel mondo, senza dimenticare l’Asia che attualmente conta 638 milioni di fedeli, di cui 65,3 milioni solo in Cina. La popolazione islamica presenta un’età media relativamente giovane e un tasso di fertilità fra i più alti al mondo quindi non c’è da stupirsi se la crescita stimata entro il 2070, anno di sorpasso del numero dei cristiani, sia di un +73%.

E’ come se prima di quel maledetto 11 settembre non avessimo mai avuto un’idea di ciò che fosse l’Islam, pensavamo fosse quella religione dalla lingua impossibile, di chi ha 8 mogli e e 100 cammelli, ma allora non ci faceva paura, contenuta dentro i confini di paesi desertici lontani anni luce o in qualche moschea nelle periferie delle nostre città. Poi sono arrivati quei due aerei, ma soprattutto la propaganda dell’amministrazione Bush e di una buona parte dei media che partorirono l’espressione “terrorismo di matrice islamica”, il primo dei tanti controsensi che hanno fatto da sfondo al nostro rapporto travagliato con il mondo musulmano. Perché se poi la reazione del cittadino medio è, come è stata, l’odio verso tutti i musulmani, rimane difficile spiegare che il terrorismo non ha niente a che fare con l’Islam quando i giornali titolano: “Terrorismo di matrice islamica”.

Da allora si è creata un’associazione mentale degna di un moscone che vorrebbe gli islamici tutti terroristi e i paesi islamici come covi di Al Qaida ieri, dell’Isis oggi, confondendo con estrema facilità i paesi mediorientali con quelli nordafricani e ignorando tutta la complessità di una cultura e una religione millenaria. A questo aggiungeteci che la Farnesina sul suo sito sconsiglia alcune zone della Tunisia, ma solo in via precauzionale, e che la Lonely Planet, forse anche per tutte queste cose messe insieme, ha smesso di stampare la guida della Tunisia in italiano. I fattori su cui mi confortavo erano pochi, ma solidi:

  • la paura degli italiani verso la Tunisia mi avrebbe permesso di non trovarmi immerso in un aperitivo analcolico nel suq al ritmo di Seven Nation Army dei White Stripes;
  • l’assenza di un McDonald in tutta la nazione, segno di grande civiltà e simbolo di anarchia e protezione delle proprie diversità nei confronti di un mondo globalizzato;
  • il rientro della salma compreso nei 27 euro della polizza assicurativa base che avevo stipulato prima di partire;
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Una barca battente bandiera tunisina sul fondo del lago salato di Chott El Jerid

Il risultato di tutto questo è che la Tunisia, dal berbero Tunus (“luogo dove passare la notte”) un paese da 11 milioni e mezzo di abitanti, che ogni anno ospitava più di 5 milioni di turisti all’anno, da una decina di anni, fra alti e bassi, sta vivendo una vera e propria crisi in un settore che rappresenta il 20% delle entrate. Enormi alberghi costruiti sulle fortune di un tempo adesso sembrano ventri di balena dove sporadicamente rimbomba l’eco di qualche fantasma in costume da bagno che non ha ancora imparato a camminare con le ciabatte senza farle suonare come nacchere.

  • L’unico pericolo in Tunisia è quello di divertirsi troppo. Solo i tedeschi sono rimasti fedeli – scherza Monceuf sulla strada che ci conduce da Hammamet a Sbeitla, l’antica Sufutela testimonianza in pietra del passaggio dei romani e dei bizantini – se non fosse per loro le strutture sarebbero veramente vuote.
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La porta della piccola moschea è verde perché verde è il colore dell’Islam, mentre le tre sfere simboleggiano i luoghi sacri per i musulmani

Già i tedeschi. I tedeschi la Tunisia l’hanno scoperta negli anni Sessanta e non l’hanno mai lasciata e ogni anno tornano per farsi delle lunghe dromedariate sotto il sole. Strano per un paese storicamente popolato dagli italiani e dominato dai francesi, che della Tunisia ne fecero un loro protettorato con il trattato del Bardo firmato nel 1881.

  • Tedeschi e svizzeri vogliono venire per staccare completamente, amano le lunghe dromedariate nel deserto, anche due settimane, senza acqua fresca, senza telefoni, niente, solo il dromedario, deserto e datteri. Mica come i russi. Ai russi importa poco, quelli amano il buffet dei grandi alberghi, a quelli devi tracciare un confine dentro cui stare e lasciarli in pace.
  • E gli italiani? – chiedo incuriosito da questa teoria lombrosiana del turista
  • Gli italiani sono incredibili: vogliono tutto, ma senza pagare un dinaro in più di ciò che hanno pagato. Vogliono essere serviti per primi e al tavolo migliore e quando vedono che i camerieri servono per prima il tavolo centrale dove è seduto il tedesco non si chiedono il perché, si incazzano e iniziano a sbraitare.
  • E perché servono prima il tedesco?
  • Perché il tedesco appena arriva da una piccola mancia al caposala.

Monsef gli italiani li conosce bene, così tanto da essersi cambiato il nome scritto sulla portiera della macchina con cui da anni li scorrazza per la Tunisia.

  • Il mio nome si scriverebbe con la c, ma se lo scrivessi così gli italiani mi chiamerebbero Moncef, ma il mio nome si pronuncia Monsef.

Monsef scritto Moncef ha 56 anni, figlio di un pastore, enciclopedia umana di storie di vita e barzellette, si è trasferito ad Hammamet con la sua famiglia quando era ancora uno studente, parla perfettamente francese, arabo e italiano e qualche parola di tedesco, spagnolo e inglese. E’ uno che studia i suoi clienti e sa adattarsi ad ogni esigenza come lo schienale di una buona poltrona, ha esperienza da vendere, ma solo un cd di una musica che definirei arab disco pop (in una canzone mi è sembrato che ci fosse anche Pitbull) che mette a ruota. E’ una guida, un driver, un agricoltore, ma per anni ha organizzato delle battute di caccia ai tordi e ai cinghiali per gruppi di cacciatori toscani. Fra i suoi clienti anche il patron della Valleverde, l’ex presidente dell’Ascoli Calcio e un calciatore del Milan degli anni Ottanta di cui non si ricorda più il nome. Di tutti però ricorda almeno tre cose: le barzellette che gli hanno raccontato, un piccolo aneddoto divertente e la somma esatta della mancia che gli hanno lasciato a fine vacanza. Nel caso di Valleverde la somma della mancia coincide con la storiella divertente.

  • Venti dollari mi diede, per cinque giorni di servizio completo, venti dollari di mancia.
  • E te?
  • Gli chiesi di autografarmeli.

La mancia in Tunisia è un capitolo che meriterebbe un intero libro, perché è uno dei metri con cui viene valutata la tua generosità, se difetti sei un cafone, se eccedi sei uno sbruffone, ma nessuno che si azzardi mai a calcolartela nel prezzo.

ITALIA-TUNISI

  • Se senti parlare un cinese o un tunisino chi capisci meglio?
  • Ma il tunisino parla francese o arabo?
  • Arabo
  • Ehm – ho un attimo di esitazione, d’altronde sono cresciuto a Prato e se proprio dovessi scegliere direi che ho molta più familiarità col mandarino che con l’arabo, ma poi capisco il gioco e mi butto – Il tunisino.
  • Ma certo che sì. Pensa solo a tutti i nomi di città italiane che derivano dall’arabo
  • Per esempio?
  • Marsala. Mars Allah, il porto di Dio. Lo sai come si dice branzino in arabo?
  • No
  • Branzino scritto Branzynw
  • Ah – mi vedo già iscritto ad un corso di arabo per principianti sulla Nomentana

Se la Cina è vicina, la Tunisia è un pezzo della Sicilia che ci siamo persi per strada ed io che ero ancora convinto non avessimo nient’altro da spartire eccezion fatta per i numeri, il cous cous e il ghibli, il vento del deserto, che ogni tanto mi tinge di rosso la Smart. Sarà anche per questo che Moncef in una delle sue cento vite ha aiutato un sacco di italiani, specialmente pensionati, a trasferirsi in Tunisia. Il clima è caldo tutto l’anno, un vero toccasana per i reumatismi, è a poco più di 70 chilometri da Lampedusa, meno di 50 minuti di volo da Roma, si vive con poco, per una bella villetta sul lungomare di Hammamet si paga un affitto di 1000 dinari al mese, circa 410 euro, ma soprattutto per chi dimostra di vivere in Tunisia per 6 mesi e due giorni l’anno c’è la possibilità di usufruire delle basse tassazioni locali. Diego e Antonella sono una simpatica coppia di pensionati torinesi che dal 2014 vivono in Tunisia, prima ad Hammamet e poi a Djerba dove si sono spostati per “colpa di alcuni italiani”. Ci invitano a pranzo in un posto dove ” si mangia pesce fresco e si spende poco “.

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Jerba

Il tavolo è a non più di 250 metri dal mare, io e Diego ci stiamo strafogando di gamberoni, ho già unto tutto il tovagliolo e non ho scalato neanche la metà della montagna di crostacei che ho nel piatto,  quando cerco di capirne un po’ di più.

  • Perché la Tunisia? – chiedo con un tono così odioso da non capire come faccia la gente a non mandarmi a fanculo.
  • Per le tasse, qui sono bassissime. Un rapporto dieci a uno. Guadagni 10 loro ti prendono 1.
  • Sì immagino che anche in altri posti sia così o no? – ribatto intento a sgusciare l’ennesimo gamberone
  • Infatti abbiamo visitato anche l’Albania lì mangi nei ristoranti di lusso con 5 euro ed è un paese pulitissimo, però poi abbiamo preferito la Tunisia. Qui la vita costa veramente poco, ti dico che è un piacere pagare anche le multe. Oh io con 50 dinari in due, tre giorni ho avuto tutta la documentazione in regola per prendere la cittadinanza tunisina e non pagare più un euro di tasse allo stato italiano.
  • E gli amici?
  • Gli amici se vengono a trovarci è per farsi le vacanze.
  • E i figli?
  • Ho una figlia. Lei ogni tanto viene, ma lavora in Italia. A Bologna.

Finiamo di mangiare, la discussione è rimasta a metà, ma non c’è tempo.

LA TUNISIA, LE TUNISIE

Il tempo è incostante, scorre rapido fra le macchine di Tunisi per scivolare giù lungo il pigro Medjerda, insabbiarsi nelle sabbie bianche del deserto di Ong Jemal e scorrere lento come una canzone di Umm Kulthum. La Tunisia è una e altre mille e come da tanti altri posti non se ne può estrarre un solo fotogramma sperando di raccontarla tutta, anche perchè la sua vera bellezza la tiene nascosta, dietro le ‘discrete’ incastonate nelle mura delle sue case bianche, custodi di tesori nascosti e pittoresche corti interne. La Tunisia è il moderno lungomare di Hammamet, con i suoi negozi alla moda, ma è anche Douz, la porta del deserto, con il suo rinomato mercato di capre e dromedari, la Tunisia è Tunisi l’occidentale con le sue università e il suo amore per la scienza ed è Kairouan, la quarta città sacra per l’Islam, con la sua grande moschea di Sidi Oqba e il mausoleo di Sidi Sahbi, detto il barbiere, dove ancora oggi si portano i bambini a circoncidere. La storia narra che visitare sette volte Kairouan equivale ad andare una volta alla Mecca, tappa obbligatoria, almeno una volta nella vita, per ogni musulmano; una tale perla che dal 1988 è stata inserita dall’Unesco fra le città patrimonio mondiale dell’umanità.

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Moschea di Sidi Oqba

La Tunisia è il suq affollato di Houmt Souk e le distese di sale silenziose del lago di Chott El Jerid, è l’albergo di lusso sulla spiaggia di Jerba e le abitazioni troglodite scavate sottoterra di Matmata con i granai fortificati di Ouled Soltane utilizzati da George Lucas come villaggi degli schiavi in un episodio di Star Wars. La Tunisia è il contrasto della materia sulle mura di Tozeur dove modernità e tradizione convivono l’una accanto all’altra, sotto forma di mattoni: rossi, quelli traforati prodotti in serie, bianchi, quelli piccoli, fatti a mano ed essiccati al sole. A Tozeur la modernità ha fornito camion e camion di mattoni rossi per costruire solidi edifici e la legge è intervenuta in difesa della tradizione stabilendo l’obbligo per tutti di decorare, per almeno il 30% della superficie, le facciate dei propri edifici con i mattoncini bianchi essiccati al sole, tipici dell’antica città berbera.

E’ l’ospitalità dei tunisini che ti offrono acqua, cibo e thè alla menta come fosse un rito antico.

I BERBERI

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La Tunisia è una repubblica semipresidenziale che ha scelto come motto: Ordine, Libertà e Giustizia e come religione di stato l’Islam, ma nella Costituzione, entrata in vigore il 26 gennaio 2014, ha voluto inserire una piena libertà di culto. Il 98% della popolazione è musulmano, la seconda religione è l’ebraismo e la terza il cristianesimo, ma c’è un popolo in Tunisia che non è cristiano, non è ebreo e non è musulmano o meglio è tutto questo messo insieme aggiunto ad un po’ di animismo. Sono i berberi.

I berberi furono gli ultimi a cedere agli invasori arabi e anche quando si sottomisero al Corano non lo fecero con grande convinzione, nascondendo all’interno delle fantasie dei loro manufatti piccoli simboli di ribellione. Nei tappeti berberi, diversi dai kilim è presente la mezzaluna dell’Islam, ma se si guarda bene fra gli intrecci della lana si vedono la croce cristiana e la stella di David, insieme a delle sagome di animali simboli animisti.

– Venite, venite, attenzione alla testa – mi dice Monji mentre camminiamo per le stanze di una casa letteralmente scavata nella roccia della montagna con la forza di due braccia e un piccone – facevano le porte basse in modo che gli invasori anche quando fossero riusciti ad entrare avrebbero dovuto chinare il capo alle mani di Dio.

Granai fortificati

Monji ha studiato all’Università di Tunisi, poi è andato a lavorare in Germania, ma un bel giorno ha sentito il richiamo della sua terra e ha deciso di tornare. Lui però non era di Tunisi, né di Hammamet, ma di Tamazret, un villaggio berbero di 750 anime con le case scavate dentro la montagna proprio come una volta, solo che adesso gli invasori sono pacifici e portano le Go Pro al posto delle spade, con la sola differenza che un tempo ogni casa comunicava con le altre del villaggio, mentre adesso con la televisione è arrivata anche la privacy.

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Tamazret

Ci invita a pranzo nella sua casa che è un vero e proprio museo delle tradizioni berbere, mentre ci serve insalata tunisina e una versione di brik dalla forma di un involtino primavera extralarge ci tiene a specificare che lui lava solo i piatti e che la cuoca è sua moglie. Una cuoca davvero straordinaria che per timidezza o per costume non si è mai palesata non concedendomi il modo di ringraziarla di persona.

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Brik tunisino con tonno,uova, prezzemolo e patate

Monji, dentiera bianchissima e capelli di un nero inchiostro, mi racconta che i berberi hanno un concetto altissimo della donna, era lei, ad esempio, che sceglieva il marito con un rituale molto particolare in cui ogni corteggiatore si presentavano alla casa della corteggiata accompagnata da due testimoni con 10 minuti a disposizione per parlarle a non meno di un metro di distanza. Alla fine del tempo se lei si abbassava il velo sul viso voleva dire che non era gradito, se teneva il viso scoperto significava essere tra i papabili. La donna berbera godeva di veri e propri diritti civili, tanto che quando si sposava e andava ad abitare in una nuova casa con il marito teneva la propria dote in un baule, in modo da essere pronta a qualsiasi evenienza. Avevano il diritto al divorzio e non era considerato deplorevole se decidevano di risposarsi con un altro uomo, un diritto che le donne tunisine avrebbero conquistato solo nel 1956 mentre le italiane avrebbero dovuto aspettare fino al referendum del 1970. In un paese dove culturalmente è la donna che si occupa delle cose concrete, dell’utile, mentre l’uomo si occupa del futile, ci sono molte raffigurazioni della donna intenta ad occuparsi dei figli, della casa e della cucina, mentre l’uomo si diletta con piccoli lavori manuali. Come non è raro trovare agli angoli delle strade di certi villaggi del sud, uomini intenti a fare un cappello intrecciando foglie di palma. Tutto il contrario della duma, la femmina del dromedario, a cui la natura ha dato un carattere indomabile rendendola adatta solo alla procreazione, mentre per il resto del suo tempo pascola libera per il deserto, al dromedario i lavori duri oltre l’infelice compito di sgobbare per le dune con i turisti sulle spalle.

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HABIB BOURGHIBA O BOURGIBA, IL PADRE DELLA PATRIA

  • Ogni tunisino ha due padri. Uno è il padre naturale, l’altro è Bourghiba – mi confessa orgoglioso Moncef sulla strada per le oasi montane di Chebika e Tamerza.
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Habib Bourghiba 

Habib Bourghiba (ma si trova scritto anche Bourguiba) è stato il leader della lotta per l’indipendenza tunisina e per questo ha avuto il privilegio di provare le differenze fra i carceri francesi, quelli tedeschi e quelli italiani. Rientrato in patria si scontrò con Salah Ben Youssef sui tempi con cui sarebbe dovuta arrivare la tanto agognata indipendenza, per Youssef lo scontro con la Francia doveva essere uno scontro frontale per conquistare una totale indipendenza da subito, mentre per Bourghiba doveva essere un percorso a tappe che prevedesse piccole, ma costanti conquiste graduali fino ad una totale indipendenza dalla condizione di protettorato. Nonostante lo scetticismo di Salah Ben Youssef, il tempo gli dette ragione e il 20 marzo del 1956 la Francia concesse l’indipendenza totale, venne costituita un’assemblea costituzionale e Bourghiba venne eletto presidente.

Il 25 luglio del 1957 i tunisini scelgono la Repubblica come forma di governo e l’ultimo sovrano tunisino, il bey Muhammad VIII al-Amin viene deposto, mentre Habib Bourghiba venne confermato presidente della neonata repubblica tunisina.

“(…) In borsa non si gioca mica coi peri, albicocchi e coi peschi, non si può campare all’antica per fare felici d’agosto i tedeschi”

Canta il maremmano Enrico Rustici in ‘Addio Maremma Bella’ parlando di una Toscana rurale che scompariva per far posto ai capannoni industriali e con le stesse parole si potrebbe raccontare la convinzione politica che ha animato Bourghiba nella sua opera di modernizzazione della Tunisia. Una visione che fu chiara da subito e venne sancita sia nella costituzione del 1959 che nel Code du statut personnel e difesa lungo i trent’anni di governo che si basarono su 4 punti principali:

  • Educazione e salute al primo posto: utilizzando i fondi destinati all’esercito vennero costruite nuove infrastrutture sopratutto scuole e università gratuite per tutti, con la frequenza scolastica obbligatoria fino a 16 anni;
  • Diritti civili: parità fra uomo e donna, l’istituzione del divorzio sostituì la pratica del ripudio, il divieto alla poligamia introdotto e la legalizzazione dell’aborto;
  • Laicità: venne introdotto il concetto di libertà di culto e ridimensionato il potere dei capi religiosi, sopratutto nel settore giudiziario, dove furono istituite delle corti civili che ponessero fine all’influenza della religione nella giustizia;
  • Lavoro: in un’economia che si basava e si basa sulla produzione e l’esportazione dei datteri Bourghiba concesse terre e case nei palmeti ai giovani che volessero lavorare la terra e creò dei consorzi dove le donne potessero recarsi per avere lana, cotone o seta da filare per la confezione di tappeti da vendere al mercato;

Quando si comanda non basta avere un’idea, bisogna fare in modo che la maggioranza la condivida e così Bourghiba, come tanti altri leader maximi del mondo, capì che la televisione poteva essere l’unico modo per arrivare a tutti, anche agli abitanti di quei piccoli villaggi berberi arroccati sulla montagna come Chenin, nel distretto di Tataouine o a quelli di Guellala, la capitale della ceramica dell’isola di Jerba. In un paese dove ancora oggi in alcune zone le donne si riconoscono dal velo che indossano e così quelle di Tozeur hanno il velo nero con una striscia azzurra cucita sopra, mentre le donne di Douz hanno la striscia bianca sul velo nero o le donne sposate di Chenini riconoscibili dai loro veli rossi, l’henné sulle mani e le braccia depilate.

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Fathi Belisa, considerato il miglior artigiano del distretto di Guellala

Ore e ore di diretta dove parlava col suo popolo cercando di abbattere mura secolari, tentando di convincerli a guardare il mondo nella sua complessità, ad accogliere la modernità come un fattore di crescita, a mandare i figli a scuola, a contenere le nascite, in un racconto di una Tunisia che non era, ma che avrebbe potuto essere, talmente affascinante che ancora oggi sono in tanti a rievocare le parole di quel padre della patria nato a Monastir. Un percorso che non fu tracciato solo col fioretto come testimonia l’uccisione del vecchio amico Salah Ben Youssef, freddato a Francoforte da parte di due sicari dell’amato presidente.

IL COLPO DI STATO MEDICO

Il 7 novembre del 1987 l’ottantaquattrenne presidente venne deposto grazie ad un certificato di incapacità psicofisica con quello che è passato alla storia come il primo e l’unico colpo di Stato medico, operazione in cui il Sismi, Giulio Andreotti e Bettino Craxi ebbero un ruolo determinante per una “transizione pacifica” dei poteri. L’integralismo islamico stava scuotendo il Nord Africa e quando investì anche la Tunisia Bourghiba scelse di opporsi in maniera energica’.

“Negli anni 1985-1987 noi organizzammo una specie di colpo di stato in Tunisia, mettendo il presidente Ben Alì a capo dello Stato, sostituendo Burghiba che voleva scappare”

“(…)Minacciò di fucilare un certo numero di persone e fu subito chiaro che una reazione del genere avrebbe portato e sovvertimenti suscettibili di pesanti riflessi negativi anche nei paesi vicini”

Racconta l’ex capo del servizio segreto militare Fulvio Martini il 6 ottobre del 1999 alla commissione parlamentare stragi. Bourghiba morirà il 6 aprile del 2000 nella sua casa di Monastir, al suo posto venne insediato Zine El-Abidine Ben Alì, il suo governo durato 24 anni è passato alla storia come uno dei periodi più corrotti che la Tunisia abbia mai vissuto, celebri anche le sue incursioni propagandistiche con l’elicottero nei villaggi dove si fermava, taccuino alla mano, a prendere nota dei desideri e dei bisogni degli abitanti. In seguito alle sommosse della primavera araba fuggirà in esilio in Arabia Saudita con un patrimonio di 5 miliardi di dollari e una condanna in contumacia a 90 anni di galera.

  • Non sembri essere molto contento della primavera araba – chiedo senza neanche riflettere
  • Preferivo mangiare senza avere la possibilità di insultare il presidente che avere la possibilità di insultarlo senza mangiare – mi riassume didascalico ed efficace Moncef

Dopo la Rivoluzione dei gelsomini la Tunisia ha visto succedersi più presidenti di quanti ne avesse visti in tutta la sua storia repubblicana, prima il democratico Fouad Mebazaa, poi il presidente ad interim Moncef Marzouki e adesso lo storico consigliere Beji Caid Essebsi che è diventato presidente battendo nelle ultime elezioni il partito islamico di Ennahda, affiliato ai fratelli musulmani.

L’IDEA DI MONCEF

  • Sogno un modello di turismo che apra le case dei tunisini, per far dormire il turista dentro una vera casa tunisina, un tour che riesca ad andare oltre le solite mete turistiche, che faccia vedere la vera Tunisia. L’emozione di una notte in tenda nel deserto, di fare un bagno nella sorgente di un’oasi montana o di cenare a lume di candela fra i granai fortificati di Khsar Dada – si confessa Monceuf davanti all’ultimo piatto di cous cous che mangiamo insieme al Sahara Douz.

Una bella idea, pensai immediatamente, e subito mi tornarono alla mente i 27 euro della polizza assicurativa base, il fatto che avevo incontrato solo due italiani e che davvero non hanno il McDonald. Pensai al tassista e mi chiesi se lui ci andrebbe in una casa tunisina con sua moglie e i figli oppure continuerebbe ad andare a Pescia Romana.

Due delle cose che più mi hanno dato da pensare in questo viaggio sono arrivate per caso. La prima è stata un libro. A poche ore dalla partenza mi sono accorto di non essermi portato un libro da leggere così mi sono fiondato in una libreria e mi sono affidato all’istinto uscendone con “Postcapitalismo” di Paul Mason.

“(…) Cosa succede se il capitalismo esaurisce i modi per interagire con il mondo esterno? E cosa succede se non si riescono a creare nuovi mercati all’interno dell’economia esistente?”

“(…) E’ il problema odierno dove il capitalismo non riesce a catturare il valore generato dalle nuove forme di economia, è sempre più evidente il conflitto fra i beni d’informazione ed i meccanismi di mercato”

Lettura non poteva essere più consigliata per rispondere alla domanda che mi sorgeva in mente ogni volta che incrociavamo un carretto spinto dai muli o mi interrogavo sul futuro di un’economia basata sui datteri e il turismo in crisi da un decennio. La Tunisia non è la Cina e non è nemmeno l’India, qui il capitalismo passa per sfruttare manodopera a basso costo e per prelevare quel poco di petrolio che c’è, non è un fattore di crescita, non può essere un modello di sviluppo a cui tendere, specialmente adesso che è un modello in crisi.

Davvero dobbiamo sperare che si riempiano i giganteschi alberghi a 5 stelle? Oppure no?

Oppure la Tunisia potrebbe essere un laboratorio interessante, una terra malleabile come l’argilla che il sapiente lavoro del maestro Belisa trasforma in splendide ceramiche, uno spazio vergine come i suoi deserti per sviluppare un nuovo modello che possa trovare il proprio tempo nei ritmi lenti della Tunisia, le proprie energie dal vento e dal sole, attraverso l’educazione, il sapere, quello che Bourghiba aveva capito con largo anticipo, quello che si richiede a noi occidentale per superare ben altri tipi di barriere. Un’idea per avvicinare i popoli, per abbattere i pregiudizi e le paure.

La seconda è stata un errore nella prenotazione dell’albergo a Jerba che a poche ore dall’arrivo ci costringe ad optare per un bed and breakfast nella parte interna dell’isola. Un angolo di paradiso che non avremmo mai trovato negli alberghi della costa, vivendo a contatto con una famiglia tunisina di una gentilezza e un’accoglienza cerimoniosa come le camere della loro casa, arredate con mobili dipinti a mano.

La Tunisia è un paese interessante perché nonostante tutto ha delle enormi potenzialità inespresse, perché pur essendo convintamente tradizionalista e profondamente musulmana ha avuto la capacità di essere una società moderna, ha cercato di superare anche grazie al turismo, che rimane di fondo un incontro fra popoli, il secolare divario fra nord e sud, fra i grandi centri urbani e i piccoli paesini. Cerca di convivere con i retaggi di un passato ingombrante e con le nuove furbizie dell’oggi.

E la direzione che prenderà questo paese non sarà cruciale solo per gli equilibri del mondo arabo e per i paesi del Nord Africa, ma potrà essere preso a modello per chi ancora in Europa cerca una risposta alla difficile integrazione fra culture e religioni differenti.

Osservare come verranno coniugate qua le esigenze della modernità e la tutela delle tradizioni potrà accelerare i tempi di risposta ad un problema che si fa sempre più pressante.

Una bella idea davvero Moncef.

Edoardo Romagnoli

 

 

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Il pittore di Alghero

 

L’INCONTRO

Per quanto si possa essere asociali è difficile negare che nella conoscenza dell’altro ci sia una parte della risposta al mistero della vita e che per quanto l’essere umano possa risultare deludente vale sempre la pena di cedere alla tentazione di conoscere ciò che ci è sconosciuto.

In questo senso, nonostante la modernità abbia riempito la terra di persone e cavi Internet, incontrarsi non è così facile come si potrebbe immaginare. Condividiamo la carreggiata, il marciapiede, la stessa fila alla cassa, magari ci sediamo vicini sui mezzi pubblici, ci sfioriamo in un centro commerciale e ci scontriamo girando l’angolo, ma in percentuale ci incontriamo molto meno.

E per quante persone potremo incontrare non sarà mai un numero paragonabile a quelli che abbiamo mancato girando a sinistra al semaforo. E non c’è cosa peggiore, almeno se parliamo di incontri, ossia fugaci conoscenze che non debbono per forza ripetersi nel tempo o sottostare ad un patto celato di accettazione reciproca come i rapporti amicali.

Alcune persone possono illuminare con quindici minuti, a volte con una sola frase, detta bene uscendo da una gelateria, ecco perché a differenza di ogni altro tipo di rapporto, anche fugace, gli incontri sono una questione di quantità, più incontri si faranno più possibilità si avranno di farne di qualità. Senza tutte le conseguenze e gli strascichi tipici di ogni altro tipo di rapporti.

Lui è il pittore di Alghero, voce bassa e foulard a coprire il collo nella fioca speranza di non aggravare la cervicale che il vento del mare al mattino gli ha donato durante le sue quotidiane uscite a pesca, prima dell’alba.

Non sa dipingere “con i pennelli sono uno zero totale”, lui usa le lamette, perché per disegnare le agave sono molto meglio di qualsiasi altra cosa, disegna paesaggi della sua Sardegna e per farlo usa solo colori naturali derivati dal mallo di noce, dallo zafferano e da alcune bacche, mischia tutto e l’acqua fa il resto.

I panorami sono duri, terrosi come il suo verde risultato di un sapiente dosaggio di zafferano e mallo di noce. Ne ho conosciuti pochi di personaggi come lui, li conto sulle dita di una mano, di tutti ho perso le tracce, solo uno so che è vivo e vegeto e continua a lavorare nel suo museo all’aperto davanti all’Ara Pacis.

Persone custodi di un luogo, testimoni di un tempo. Incontri quasi obbligati con persone che sono magneti, che sai di poter ritrovare in quel preciso luogo, in quel dato lasso di tempo, tutti i giorni o quasi. Pietre miliari nell’infinita strada dove cammina il mondo.

 

Edoardo Romagnoli

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Palermo

Quando stai per atterrare Palermo è il mare, una distesa d’acqua col colore del cielo, uno scorcio di mondo talmente bello che non è più cosa originale pensare di mollare tutto per venire a vivere qua.

Magari proprio in una di quelle casette con le finestre sul mare, perché da lassù, sospeso fra le nuvole e il mare, anche quelle villette con l’intonaco sbertucciato in attesa di condono sembrano avere un senso in quel quadro.

Poi atterri e il mare scompare e a poco a poco affiorano i primi segni del sacco di Palermo, di quei tre anni, dal 1956 al 1959, che bastarono a Vito Ciancimino e Salvo Lima per riempire la città di cemento. Le aree verdi della periferia sacrificate per costruirci orrendi palazzoni a dodici piani, mentre le ville ottocentesche in stile Liberty del centro che oggi si possono ammirare sono solo una piccolissima parte salvata dalle demolizioni selvagge. Uno sfregio che sanguina ancora oggi sul volto della città come una ferita passata senza mai cicatrizzarsi, una follia che per arricchire qualche mafioso e imprenditore colluso ha impoverito un paese intero.

Il mare di Palermo

Una città e tanti volti, strati diversi che convivono talvolta fino a mischiarsi. Qui tutto viene chiamato con un altro nome, persino l’aeroporto che in molti continuano a chiamare Punta Raisi, dall’unica frazione di Cinisi, dopo il 1992 è stato intitolato a Falcone e Borsellino, piazza Verdi e piazza Giulio Cesare vengono chiamate piazza Massimo e La Stazione, persino gli arancini qui cambiano sesso e diventano arancine. Così per un senso del disorientamento altrui, un retaggio arabo oppure un vezzo indentitario, per sentirsi propria la città, quella stessa che alle volte non si disdegna di schifiare.

Piazza Ruggiero Settimo e piazza Castelnuovo sono due piazze che esistono, ma che non vengono nominate o meglio vengono nominate, ma con un altro nome, valido per entrambe: piazza Politeama. Chiamate così prendendo in prestito il nome dal teatro che ospitano: il Politeama Garibaldi, talmente bello da giustificare i 26 anni che ci sono voluti per costruirlo. Scendendo lungo via Ruggiero Settimo si arriva al Teatro Massimo Vittorio Emanuele dove, al contrario, niente giustificherà i 23 anni di chiusura che non hanno permesso ai palermitani di godere di uno dei teatri più belli del mondo. Tradizione vuole che sia abitato dallo spirito di una monaca, probabilmente scocciata del fatto che l’opera di Giovan Battista Basile si erga proprio sopra quello che era il suo convento annesso alla Chiesa delle Stimmate.

Politeama

Teatro Politeama Garibaldi

Teatro Massimo

Teatro Massimo

 

Le vie del centro sono linee di congiunzione fra i capolavori antichi sopravvissuti al contributo dell’uomo moderno, se infatti si scende lungo via Maqueda fino all’incrocio per risalire in via Vittorio Emanuele ci si trova di fronte all’ennesimo spettacolo: la Cattedrale di Palermo.

Una perla così unica che il 3 luglio di quest’anno l’Unesco l’ha decretata Patrimonio mondiale dell’umanità. Nella prima colonna a sinistra del portico si trova anche una sura del Corano, un’immagine che in questi giorni diventa ancor più forte e simbolica di quanto già non fosse, l’ennesimo esempio che Palermo non è una sola e non lo è mai stata, una chiesa in cui si rintracciano così tanti stili che basterebbe come testimone, se non di tutti, di gran parte dei popoli che da qui sono passati.

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Cattedrale di Palermo

Palazzo dei Normani con la splendida Cappella Palatina è lì a pochi passi costeggiando villa Bonanno, mentre se si vogliono ammirare due dei più importanti capolavori conservati nel Sud Italia bisogna dirigersi verso il mare, arrivando nel cuore della Kalsa, uno dei pochi quartieri che ha conservato qualche segno del passaggio arabo. Lì nel palazzo Abatellis ci sono: il trionfo della morte, che si dice abbia ispirato Picasso per Guernica, e l’Annunziata di Antonello da Messina, che però non sono riuscito a vedere perché il palazzo apre solo di martedì in un orario che ancora non mi è chiaro.

Passeggiando fuori dall’orbita dei negozi, si entra nella pancia di Palermo, un esempio più unico che raro di un quartiere popolare nel pieno centro storico. Una spiegazione al fenomeno la fornisce Roberto Alajmo in “Palermo è una cipolla”, quel che mi interessa è che al mercato di Ballarò e a quello del Capo ho incontrato delle facce diverse da quelle che ho visto davanti al Chipsweet di via Maqueda. Dei visi che definirei pittoreschi se solo le guide turistiche non definissero con l’aggettivo “pittoresco” tutto ciò che gravita qui attorno, mentre la verità è che per chi ci lavora e ci abita di pittoresco qui non è rimasta neanche la fame. Eppure la rappresentazione che ogni giorno si consuma fra i banchi del mercato è una degli spettacoli più veri a cui si può assistere in città.

Ingresso della Vucciria

Ingresso della Vucciria

Un altro mercato molto conosciuto è quello della Vucciria, ma sono in molti a dire che abbia perso il ruolo di un tempo, diventando più uno spettacolo folcloristico per i turisti che un vero mercato. Dopo il tramonto la situazione è diversa, la Vucciria torna a pulsare e diventa una zona franca ritrovo dei ragazzi di tutta Palermo. Il miglior posto per mangiare pane e panelle e il famoso panino con la meuza schietto, sale, pepe e limone, o maritato, con formaggio grattugiato e ricotta, un consiglio: se vi porteranno da Rocky non chiedetelo maritato perché li fa solo schietti.

Vucciria

Vucciria

Palermo sono i palermitani che reagiscono e si muovono, mentre alle volte si fermano, silenziosi e scoraggiati a contemplare la città con la posa di quei palazzoni di periferia. Un popolo generoso in continua combutta con la propria città, con un’isola stupenda piena di risorse e di contraddizioni, di problemi che tutti saprebbero elencare, ma nessuno risolvere. Palermo è il traffico “tentacolare” e disordinato, è la mancanza di autobus e parcheggi, è una metropolitana che si farà, ma con calma, Palermo sono i parcheggiatori abusivi, che al costo di un “caffè” ti eviteranno ogni multa dalla Municipale o, in caso contrario, ti spaccheranno il finestrino senza troppi complimenti. Palermo è il cibo, un tripudio di sapori e di tradizioni, un miscuglio fra cucina popolare e tradizioni da viceré, una dieta ipercalorica sintomo del desiderio di autoannullamento tipicamente siciliano.

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Palermo è un puzzle, fatto di tanti pezzi che a volte, anche se messi nel verso giusto, non combaciano e altre volte si incastrano spinti in una convivenza forzata.

In conclusione non ci sono conclusioni se non quella scontata che ai palermitani, come succede da altre parti, spesso capita di trovarsi a fantasticare di vivere altrove, di fare un bilancio immaginario sui pro e i contro di lasciare Palermo, a volte solo per cercare  il giusto equilibrio o la conferma alle ragioni del partire, come succede a molti altri cittadini nel mondo, con l’unica differenza che qua, se non fosse per i soliti conosciutissimi problemi di sempre, il dubbio non avrebbe ragione di esistere.

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Edoardo Romagnoli

 

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