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India, il grande spettacolo della miseria

Il presagio

Siamo in quota a dieci mila metri in qualche porzione di cielo sopra l’Afghanistan, sullo schermo davanti ho il fermo immagine di una hostess bionda dell’Aeroflot con tanto di spilletta, a forma di falce e martello alate, appuntata sul bavero della giacca. Sanjeev mi siede accanto da cinque ore, ma ha deciso di rompere il silenzio solo ora approfittando di uno dei miei pochi momenti di veglia.

Aeroflot flight attendant

Oksana, hostess Aeroflot

  • Sei russo?

Sorseggia del succo al pomodoro. E’ vestito di tutto punto con orologio di marca e 30 ml di gelatina in testa. Un vero gentleman, vi dico solo che non abbiamo neanche fatto a spinte con i gomiti per il bracciolo e questo dovrebbe bastare per rendere l’idea.

  • No sono italiano

Qui, di solito, si apre un ampio ventaglio di possibili risposte, si va dalla città sorteggiata a caso fra Milano, Roma, Venezia, Napoli e Firenze al quartetto difensivo senza tempo dell’Italia che prevede Baresi, Maldini, Cannavaro e Buffon. Con la variante politica che solitamente coincide o con il presidente del Consiglio in carica in quel momento o con Berlusconi; seguito da un cenno di intesa.

Lui si è limitato ad un più semplice:

  • Ahh Italia – stop
  • Torni a casa? – gli chiedo
  • Sì, vado a trovare i miei – ribatte
  • Da dove vieni?
  • Amsterdam, Olanda
  • Sì, sì la conosco – e ammicco, è dal liceo che ammicco quando sento dire Amsterdam
  • Lavoro lì da cinque anni – mi ignora – e mi trovo benissimo. Fosse per me non tornerei mai, ma sai i miei genitori ci tengono
  • Lo so, lo so, le mamme sono quasi tutte uguali
  • E tu? Che ci vai a fare in India?
  • Vengo a vedere un po’
  • E che vuoi vedere? Il traffico? – mi chiede affogando in una risata al pomodoro

Incredible India

Trattare l’India fingendo ce ne sia una sola è stupido, persino la Lonely Planet ha deciso di ‘spacchettare’ la sua guida in due parti: India del Sud e India del Nord, manco fosse la Corea

L’India è un puzzle disegnato sulla cartina, una sagoma affollata da più di un miliardo e 300 milioni di persone sparse in un territorio immenso che dalle vette dell’Himalaya si sdraia fino all’Oceano indiano; uno Stato laico dove si praticano 8 religioni e si parlano 179 lingue diverse.

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Il logo voluto, nel 2002, dal Governo indiano per una campagna di promozione turistica del Paese

Un fenomeno dalle proporzioni incredibili, difficile da sintetizzare senza distorsioni. Anche perché sembra che l’India non l’abbia mai capita nessuno, non solo i francesi, i portoghesi e gli inglesi che pure la conquistarono, ma nemmeno i suoi governanti e i suoi profeti; eppure in tanti si sono prodigati per raccontarcela e di questi molti ne hanno reso l’immagine eterea di una terra ricca di spiritualità e tolleranza. Un Paese esotico dove il tempo perde il suo senso dilatandosi a dismisura, lasciando lo spazio all’anima per elevarsi a uno stato superiore in cui si disgrega tutto l’impianto valoriale che domina in Occidente, aprendo una via nuova.

Lo hanno scritto, lo hanno raccontato e lo hanno fotografato, negli anni sempre più da vicino e facendolo hanno creato uno stereotipo dell’India da cui è difficile isolarsi tanto che, spesso, chi parte lo fa con una sequenza di immagini già in testa, un bagaglio mentale di cui non ci si può liberare. E questo forse spiega anche il motivo per cui in molti, una volta atterrati, si soffermano sempre sulle solite immagini: gli odori, i colori, le vacche sacre ferme agli incroci e i primi piani di splendide sofferenze. Le trovano familiari, coincidono con quelle che avevano già in testa, le riconoscono.

Perché spesso le sensazioni di un viaggio sono la differenza fra ciò che ci si aspettava e ciò che si è visto, al netto di tutti i retaggi culturali di cui non ci possiamo svestire.

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“I miserabili esemplari di un’umanità dallo sguardo vuoto” (Mohandas Karamchand Gandhi)

Una realtà patinata

La strada che collega Amritsar a Dharamsala è un serpentone di 230 chilometri che dalle dolci pianure del Punjab si arrampica sinuoso per le salite dell’Himachal Pradesh. Chandan corre forte da quattro ore senza sosta, occhi sulla strada e mani strette sul volante, le stacca solo quando passiamo davanti ai templi. Chiude gli occhi, giunge le mani e mormora, poi riapre gli occhi e inchioda, anche se davanti non c’è nessuno tanto che a tratti ho pensato facesse parte del rito. Voliamo su una Suzuki bianca che qua nell’India del Nord sembra essere la macchina più in voga, in barba ai nazionalismi e alla Tata, a proteggerci sul cruscotto il dio Rama e Hanuman. Supera tutti, da destra o da sinistra non importa, schiva vacche sacre e umani profani senza alcuna distinzione, non frena quasi mai e quando è costretto a farlo gli si contrae il volto in una smorfia di disappunto. E’ chiaro che voglia essere il primo della strada, forse ciò che non sa è che ci condanna a un’eterna rincorsa. Mc Leod Ganji è un un piccolo paese nell’Himachal Pradesh a 1.750 metri sul livello del mare, sede del quattordicesimo Dalai Lama e meta di centinaia di monaci tibetani in fuga dalle repressioni dell’esercito cinese. Qui non sembra neanche India, poche macchine, poca gente per le strade e silenzio, uno strano silenzio che sorvola le case.

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Un uomo in attesa a Dharamsala

L’India sembra essersi tuffata di testa nella modernità senza aver digerito non solo la sua fase rurale, ma il suo Medioevo. Questo ha inevitabilmente provocato una scissione, un Paese che vive in tempi diversi: c’è un’India proiettata nel futuro e una immersa in un presente ancorato al passato, la sede di Google in uno dei quartieri di Delhi chiuso e vigilato dalle guardie armate e intere famiglie a sopravvivere sulle aiuole spartitraffico, le luci di Mumbai e i villaggi senza fogne; ma quando si parla dell’India si deve parlare di ciò che rimane fuori da certe enclavi di ricchezza e sviluppo, perché è lì che si trova la maggioranza degli indiani. E sono tanti!

Ciò che stupisce infatti non sono le dinamiche socioculturali che si osservano in India perché, nonostante la peculiarità della loro declinazione ‘esotica’, sono simili a ciò che succede in tante altre parti del mondo. Ciò che sorprende è la portata del fenomeno che quelle dinamiche amplia e distorce fino all’inverosimile. Facciamo due esempi:

  1. L’India è una confederazione di Stati e gli indiani sono tanti e diversi. Un indiano di Mc Leod Ganji non ha niente a che vedere con un indiano del Kerala, costumi, religioni e condizioni di vita differenti e spesso non parlano neanche la stessa lingua

Vero, ma niente di nuovo, generalmente è ciò che succede quando un popolo si distribuisce lungo un territorio morfologicamente variegato. In Italia, seppur con modi e in scala differenti, non è successa la stessa cosa? Solo che in India non ci sono 20 dialetti differenti, ma si parlano 179 lingue e una quantità indefinita di dialetti differenti tra di loro.

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Un uomo si riposa sopra una bancarella lungo la strada verso Rishikesh

2. L’India soffre di un problema di distribuzione della ricchezza con un 10% della popolazione che detiene il 33% della ricchezza nazionale

Anche qui niente di nuovo, quello della distribuzione della ricchezza è un problema mondiale, ma quando si parla di povertà in India si parla di un esercito di milioni di poveri. Secondo alcune stime il 75% vive con meno di due dollari al giorno e il 27% nella miseria più assoluta; in pratica il 33% dei poveri del mondo vivono qui. In un Paese dove la distribuzione della ricchezza è così fortemente squilibrata, l’avvento della società moderna non è una manna dal cielo, ma l’ennesima condanna che scava un fossato sempre più profondo fra ricchi e poveri. Essere poveri in una società rurale permette ancora di vivere un’esistenza dignitosa, con una casa, un piccolo orto, una comunità vicina che si aiuta vicendevolmente. Essere poveri nelle moderne metropoli vuol dire dormire nelle aiuole spartitraffico, in una baracca improvvisata di legno e plastica, ritrovandosi a mendicare qualche rupia da una società in cui si è destinati a vivere sempre più ai margini. Ecco perché è alienante leggere un certo tipo di narrazione.

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Alcuni fedeli dormono sul piazzale davanti al Golden Temple, Amritsar

“A colpirmi, come fotografo, sono gli estremi e sopratutto le persone che vivono in povertà, in villaggi fermi alla metà del secolo scorso” (Steve McCurry)

Davvero cosa andiamo a vedere quando andiamo in India? Il nostro ieri proiettato nel presente in una veste esotica? Cosa c’è di bello nei villaggi fermi alla metà del secolo scorso, soprattutto quando non si tratta di una scelta volontaria, di un’autodeterminazione, ma di una condanna da cui gli indiani si affrancherebbero volentieri. Parliamoci chiaro: non c’è niente di poetico nella fame, niente di romantico nella miseria. Davvero ci affascina questo grande spettacolo offerto dalla povertà, davvero scambiamo la naturale capacità di adattamento dell’uomo per un modello alternativo di società? Dovremmo guardare alla mancanza di fogne, al sovrappopolamento delle baraccopoli, alla carenza di igiene come strada alternativa alla violenza consumistica che domina l’Occidente?

Il tentativo di rendere patinata questa realtà rischia di creare una massa di backpackers che girano il subcontinente intenti a catturare, nell’obiettivo della loro ultima Canon, qualche frame di questo cinema della miseria.

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“Ci furono musulmani che pretesero la demolizione del Taj Mahal e il suo trasporto, pietra su pietra, nel Pakistan” (Stanotte la libertà, L. Collins, D. Lapierre)

Breve storia del Taj Mahal

Mumtaz Mahal era la terza moglie del moghul Shah Jahan, ma divenne ben presto la sua favorita. Morì di parto nel 1631, a soli 38 anni, a Bhuranpur nel Deccan dopo aver dato alla luce il quattordicesimo figlio, ma in punto di morte chiese al marito di costruire un monumento come simbolo del loro amore.
Il moghul, dopo un anno passato in assoluta solitudine, decise di iniziare i lavori di quella che doveva essere la più mirabile opera mai stata eretta.
I materiali più pregiati furono portati da tutto il mondo: il marmo da Makrana, il diaspro dal Punjab, la giada dalla Cina, i turchesi del Tibet, i lapislazzuli dall’Afghanistan, gli zaffiri dallo Sri Lanka e la corniola dall’Arabia. La storia ci racconta che per il trasporto dei materiali ci vollero oltre mille tra elefanti e bufali.
La leggenda narra che per paura che qualcuno potesse replicare tale magnificenza il moghul fece tagliare le mani agli artisti che vi lavorarono, mentre l’architetto Ustad Ahmad Lahauri venne decapitato.
L’opera, nel suo progetto originale, sarebbe stata ancora più grande se il figlio del moghul preoccupato per l’enorme sperpero di denaro, circa 32 milioni di rupie, non avesse deposto e imprigionato il padre.
Il premio nobel per la letteratura Rabindranath Tagore lo definì come “Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo”.
Qui lavorò anche Geronimo Veroneo, artista italiano, che prestò il suo genio per quella che sarebbe diventata una delle nuove sette meraviglie del mondo.

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Uomo in preghiera al Golden Temple

Ebbri di Dio

Un altro punto interessante dell’India romantica di cui spesso si legge è la religione, in particolare questa presunta tolleranza religiosa.

“Il mio amore per l’India nasce dal fatto che nel subcontinente convivono religioni diverse, la cultura è antica e al tempo stesso distinta dai paesi limitrofi” (Steve McCurry)

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Una famiglia fa il bagno nel lago di Pushkar, Rajasthan

Le due principali religioni dell’India: islam e induismo, sono agli antipodi. L’Islam prevede un solo Dio, Allah, e il suo unico profeta, Maometto. L’induismo ha un pantheon che arriva a contare 33 milioni di divinità, non ha un profeta, dogmi o liturgie. I musulmani pregano in moschea, nella direzione della Mecca, “in coro salmodiano i versetti del Corano”. Gli induisti pregano soli. Sarebbe bello raccontare la storia di una pacifica convivenza religiosa, ma in realtà indù, sikh e musulmani si ammazzano fra di loro dalla notte dei tempi. Mohandas Karamchand Gandhi, la grande anima dell’India, morì a Delhi dove si era recato con l’intenzione di interrompere proprio le carneficine in atto fra musulmani, indù e sikh.

  • “Chi è stato? Un musulmano o un indù?”
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Gli ultimi passi di Gandhi, Gandhi Smriti, New Delhi

Chiese l’ultimo viceré delle Indie, Louis Mountbatten, quando lo informarono della morte di Gandhi. Era uno dei pochi conoscitori delle dinamiche indiane e sapeva bene che nel caso in cui l’assassino fosse stato musulmano si sarebbe scatenata una guerra civile. La radio attese quarantacinque minuti prima di dare la notizia:

“Il Mahatma Gandhi è stato assassinato a Nuova Delhi questo pomeriggio alle diciassette e diciassette. L’uomo che l’ha ucciso è un indù”
Oppure Indira Gandhi, uccisa dalle sue guardie del corpo sikh, per vendicare i morti dell’operazione Blue Star. Ignorare questi fatti significa avere una visione romanzata e parziale dell’India e della sua Storia.

Le vacche sacre

“In sostanza si tratta di un enorme sottoproletariato agricolo, bloccato da secoli nelle sue istituzioni dalla dominazione straniera: il che ha fatto sì che quelle sue istituzioni si conservassero e, nel tempo stesso, per colpa di una conservazione così coatta e innaturale, degenerassero” (P.P. Pasolini)

Siamo colpiti da questo teatro a cielo aperto dove camminiamo fra i cavi dell’alta tensione e se c’è una cosa che ci piace sopra tutte le altre sono le vacche, le vacche sacre e i loro santi escrementi.

Si dice che la vacca simboleggi gli dei. Le sue mammelle rappresenterebbero i quattro obiettivi della vita: la salvezza, la giustizia, il desiderio e la ricchezza materiale. Le sue quattro zampe le sacre scritture indù, mentre le sue corna gli dei in persona. Sarebbero diventate intoccabili con l’ascesa del jainismo e del buddismo in India, poi nel primo secolo d.C. furono associate ai bramini, la casta più alta nella gerarchia sociale indiana, e da allora gli indù hanno smesso di mangiarne carne.

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Pushkar, Rajasthan

Nel tempo però non sono riusciti a calare nella modernità riti e usanze arcaiche trovandosi, ad esempio, nel 2019 con milioni di mucche che paralizzano strade, autostrade e città. I numeri, ancora una volta, rendono bene l’idea di questa invasione ruminante: il 28% della popolazione bovina mondiale è in India, il rapporto è 5 mucche ogni indiano. Tante di quelle che sono in giro sono state abbandonate dai propri allevatori, generalmente perché troppo vecchie, improduttive o in sovrannumero.

La religione è sempre stata un potente tranquillante spesso usato per mantenere lo status quo con una promessa futura mai verificabile. II regno dei cieli non è forse il corrispettivo nostrano al paradiso del Brahman? La filosofia alla base non è forse la stessa? Sì lo so hai una vita di merda, ma se fai il bravo e stai calmo potrai accedere al paradiso e se non ti sarà possibile potrai comunque sperare di reincarnarti in qualcosa di migliore, un Purgatorio di passaggio. Temo che in questo apparente immobilismo, in questa attesa messianica si trovi una delle cause dell’arretratezza placidamente caotica che domina l’India.

“Convinto che le cattive condizioni igieniche fossero all’origine dell’alto tasso di mortalità dell’India, lottava da anni contro la radicata abitudine di sputare per terra (…) Se noi indiani sputassimo tutti insieme – disse una volta – potremmo fare un lago profondo abbastanza per annegarvi trecentomila inglesi” (Stanotte la libertà, L. Collins, D. Lapierre)

All’epoca di Gandhi la popolazione indiana contava ‘solo’ quattrocento milioni di persone, oggi a più di 70 anni di distanza i problemi sono gli stessi, solo con un miliardo di abitanti in più.

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Murales sulla strada per le cascate di Bhagsu

L’India e le previsioni del tempo

Le cascate di Bhagsu sono uno scivolo di plastica dove l’acqua è un dettaglio, lungo la strada che porta alla foce ci sono decine di baracchini che vendono da mangiare e tutto intorno non si contano le cartacce. Se ci si ferma un attimo lì davanti è possibile ricostruirne velocemente il tragitto. Si fermano in tanti, c’è chi prende un kulfi da scartare, c’è chi preferisce un nankhatai custodito dentro una pagina di giornale, in qualunque caso non fanno in tempo a pagare che la carta è già finita in terra. Più che un usa e getta è un prendi e getta perchè l’involucro ha un tempo di utilizzo quasi nullo. Mando una foto a un amico, mi risponde: “Roma 2021”.

Mondi possibili. C’è stato un momento in cui la bandiera indiana avrebbe potuto avere al centro un arcolaio, a proporlo era stato Gandhi che in quello strumento arcaico non vedeva solo l’affrancamento dal dominio inglese, ma la visione futura di un intero Paese. Un’India costruita su villaggi integrati nella natura più che sulle moderne megalopoli di cemento, in sintonia con tutti gli essere viventi, nessuno escluso. Un percorso dei piccoli passi.

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Bandiera indiana

Oggi al centro della bandiera indiana spicca la ruota del Dharma, simbolo dell’unità del Paese, l’India è uno dei Paesi più inquinati al mondo e tutti gli auspici del Mahatma sono rimasti sospesi nell’aria.

“Dovremmo sentire un legame più profondo fra noi e il resto degli esseri viventi. I sistemi sociali futuri terranno conto non solo della famiglia umana ma di tutte le forme di vita” (M.K. Gandhi)

Siamo sulla strada che da Jaipur ci riporta a Delhi. Abu non supera gli 80 chilometri all’ora, ingurgita caramelle al caffè una dopo l’altra, lasciando che l’involucro di plastica venga risucchiato dal finestrino. Quando passiamo davanti a un tempio stacca le mani dal volante, le giunge davanti al naso, chiude gli occhi e prega, mormorando a bassa voce; devoto del dio Hanuman si ferma spesso per comprare delle pannocchie con cui sfama alcune delle scimmie che incontriamo lungo la via.

In treno, in autobus o in macchina, non c’è panorama che si affacci dal finestrino senza il suo contorno di rifiuti. L’adorazione verso gli animali non si è tradotta in un’adorazione verso la natura, eppure l’islam e l’induismo sono religioni molto green, ma evidentemente i processi culturali non possono essere sostituiti da dogmi religiosi che tutto mantengono e conservano senza prevedere ulteriori sviluppi.

Da questa parte del mondo appare chiaro che tutte le moderne velleità ambientali di 500 milioni di europei possono essere spazzate via in un secondo se gli indiani non riusciranno a collegare la devozione per gli dei teriomorfi alla salvaguardia dell’ambiente. Anche per questo l’India sarà centrale per il futuro di tutti.

Ma questo, in fondo, non è altro che l’ennesimo racconto sbagliato.

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L’eco del Kashmir

E’ un’estate calda in India e non solo per l’emergenza climatica che la attanaglia. Con la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione, a inizio mese, il Parlamento indiano ha revocato lo ‘status speciale’ del Jammu e Kashmir, regione nord occidentale che perde la possibilità di legiferare autonomamente. A chiudere per primo è l’aeroporto di Srinagar, l’ordine è quello di far uscire i turisti presenti e non di farne arrivare di altri, soprattutto se sono giornalisti; gli unici autorizzati a entrare sono i militari inviati dal Governo indiano. Decidiamo di cambiare i piani e ci dirigiamo verso Dharamsala per poi salire a Mc Leod Ganji, un piccolo paese nell’Himachal Pradesh a 1.750 metri sul livello del mare, sede del quattordicesimo Dalai Lama e meta di centinaia di monaci tibetani in fuga dalle repressioni dell’esercito cinese. L’eco delle tensioni arriva fin qui.

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Mc Leod Ganji

 

“Non vedo e non sento i miei parenti e i miei amici da una settimana. Non so se sono stati arrestati, se stanno bene, non so niente!”.

Javed, che ha poco più di 30 anni. E’ nato in Kashmir, ma vive e lavora a Mc Leod Ganji dove ha aperto un negozio di pashmine. La revoca dell’indipendenza ha scatenato delle reazioni prevedibili, a Srinagar i cittadini sono scesi a manifestare per le strade e il Governo di tutta risposta ha deciso prima di arrestare i leader locali e poi di sospendere i servizi telefonici e Internet. La preoccupazione di Javed riporta le notizie di geopolitica a una dimensione soggettiva che rende plasticamente l’idea di ciò che sta succedendo. Come spesso accade i drammi dei singoli rappresentano l’altra faccia degli interessi nazionali con tutte le conseguenze del caso. Negli ultimi giorni la tensione è salita ancora nel Kashmir, e a livelli così preoccupanti che il governo locale ha deciso di evacuare 20mila persone dalla zona del monte Amarnath per paura di possibili attacchi terroristici.

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“Il Governo ha inviato altri 40 mila soldati nel Kashmir e questo non è mai un buon segno- continua Javed- anche perché già c’erano quasi 700 mila soldati che rendono questa zona una delle più militarizzate al mondo. Con tutto l’oro, i rubini e l’argento che abbiamo potremmo essere uno degli Stati più ricchi dell’India, invece tutta questa ricchezza è la nostra condanna”.

Javed insiste, vuole testare se noi europei abbiamo realmente compreso la realtà che ci descrive: “A voi è mai successo? Riuscite anche solo a immaginare?”, la risposta non può che essere un no, “no Javed non c’è mai capitato”, e forse per questo non riusciremo davvero mai a capire realmente la portata e la drammaticità di ciò che sta accadendo. Lui capisce, ma rilancia portando la discussione su un altro piano, forse con la consapevolezza che possa renderci meglio l’idea ci spiazza con un emblematico:

“Sei mai stato a Ibiza?” mi chiede, rispondo fiero “no”.

“Io sì- continua lui-, una volta, poi con il riacutizzarsi delle tensioni non sono più potuto partire, diciamo che essere musulmano del Kashmir mi complica le cose, specialmente in aeroporto”.

“Dai, Javed, non ti sei perso niente” dico io. Ibiza mi riporta solo l’idea del turista “coatto e discotecaro” in canotta e su questa immagine continuo a ribattere surfando l’onda della mia stupida indignazione per quell’archetipo di vacanziero.

“La mia ragazza abita lì” mi risponde Javed, ignorando, per fortuna, tutte le mie sovrastrutture inutili. “Lei è inglese, ma vive a Ibiza. Per rendere le cose più semplici dovremmo sposarci, ma come sapete queste sono cose che si fanno in due”.

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No, non solo fatico a capire fino in fondo, ma probabilmente non riesco neanche a immaginarlo. Forse come cronisti l’unica cosa che ci rimane è tirare le fila di ciò che è successo, almeno nelle ultime settimane. La motivazione ufficiale fornita dal Governo per spiegare la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione è quella di “favorire l’integrazione forzata nell’area in questione”, in realtà, secondo molti analisti, ci sarebbe la volontà di colpire la maggioranza musulmana della regione. Non è un caso, infatti, se le prima disposizioni siano state rivolte proprio verso i residenti: caduto infatti il divieto per i non residenti di acquistare immobili sul territorio, cancellate le tutele per i locali nell’amministrazione pubblica e nell’istruzione universitaria. Sono finiti poi agli arresti domiciliari preventivi tre importanti esponenti politici locali come Mehbooba Mufti, Omar Abdullah e il leader del partito regionale Sajad Lone. Senza contare che con l’arrivo dell’esercito e il riacutizzarsi delle tensioni, il Kashmir dovrà fare a meno dei turisti, una delle fonti di ricchezza della zona. In realtà nulla di nuovo, quest’area è al centro di una disputa fra India, Cina e Pakistan, intenzionate a mettere mano sulle ricchezze del suo sottosuolo, che ha avuto inizio con la fine della dominazione britannica nel subcontinente indiano nel 1947 e da allora i momenti di tensione si sono susseguiti con una certa regolarità. Lo spiega bene padre Carlo Torriani, sacerdote missionario in India dal 1969, in una recente intervista a ‘Vatican news’: “Il Kashmir era uno Stato a statuto speciale: avevano la loro bandiera, la loro Costituzione e il loro inno. Questa è una delle conseguenze della nascita dell’India. Al momento dell’indipendenza dal Regno Unito il vecchio territorio coloniale è stato diviso in due in base alla religione: da una parte gli indù in India, dall’altra i musulmani in Pakistan (diviso successivamente dal Bangladesh, ndr) – padre Torriani individua il nodo gordiano della questione – Il problema era che il Kashmir era governato da un maharaja che poteva decidere a quale delle due entità appartenere. Anche se la maggioranza della popolazione della regione era musulmana, il maharaja era indù e scelse l’India, però con uno statuto speciale. Questa situazione è andata avanti fino a che l’attuale governo indiano di Narendra Modi non ha deciso di annullare l’autonomia riconosciuta alla regione e assimilarla a resto dei territori indiani”. I numeri parlano di quasi 2.300 arresti in seguito agli scontri che sono seguiti alla decisione del Parlamento indiano, di questi quasi 100 sono finiti in manette anche in base alla legge sulla sicurezza pubblica che prevede la possibilità di essere trattenuti fino a due anni senza processo.

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Marocco

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Il palazzo da immaginare

Marrakech è cotta da un sole bianco di cui si perdono i contorni, dicono sia il più caldo dell’anno e non stento a crederci. La luce si schianta contro le mura rosse in terra battuta del Palazzo El Badi, strappando viottoli d’ombra dentro cui ci si immerge per respirare nei 48 °C della città vecchia. Siamo nella parte nord orientale della Kasbah a metà della strada che porta al quartiere ebraico, il Mellah.

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I luoghi parlano, è talmente vero che nonostante lo si dica spesso non ha perso ancora senso, ma fa così caldo che è difficile immaginare ciò che fu. Queste mura rosse in terra battuta, in piedi da quasi mezzo secolo, sono a difesa di ciò che resta di uno dei gioielli dell’arte islamica. Il palazzo di rappresentanza voluto dal sultano Ahmad al-Mansur al-Dhahabi per celebrare la vittoria nella battaglia di Alcazarquirivir, nel Marocco portoghese. Un simbolo del potere, usato per le udienze solenni, le feste e per ospitare le ambasciate straniere, una meraviglia del mondo.

Ci vollero 25 anni per completare le 360 stanze, le decorazioni del cortile da 135 metri in cui era incastonata una piscina da 90 metri di lunghezza e 20 di larghezza, i marmi italiani, l’oro, gli intonaci, gli affreschi, i 53.000 m2 di legno intagliato, i 10.000 m2 di zellige, i mosaici, le fontane e i giardini. Talmente sfarzoso che venne chiamato قصر البديع, il Palazzo dell’incomparabile. 

La storia iniziò quando il sultano Abd Allah al-Ghalib, ormai prossimo alla morte, nominò suo erede il figlio Abū ʿAbd Allāh Muḥammad II al-Mutawakkil, detto lo scuoiato, contravvenendo alla tradizione Sa’diana che imponeva ai sultani di nominare il proprio fratello minore. La decisione mandò su tutte le furie il legittimo discendente, Abu Marwan Abd al-Malik I, nonché zio del neo sultano, che decise di fare guerra al nipote. Così tornò dall’Algeria, dove si era rifugiato quando suo fratello divenne sultano, invase il Marocco con l’aiuto di un esercito ottomano, spedì il nipote in esilio in Portogallo e prese il potere.

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Passano poco più di due anni e il nipote tornò a reclamare il trono, stavolta accompagnato dalle truppe di Sebastiano I di Aviz, re del Portogallo, socio per niente disinteressato. E’ il 4 agosto del 1578 quando sul campo di battaglia di Ksar El Kebir, le truppe del sultano Abu Marwan Abd al-Malik I si trovano schierate contro quelle del nipote usurpatore Muḥammad II al-Mutawakkil supportate da 23mila soldati portoghesi, re compreso.

Interessi diversi convergevano sulla stessa spianata di sabbia. Il sultano Malik I voleva consolidare la sua posizione sul trono, il nipote Muhammad II aspirava a riprenderselo, mentre il re Sebastiano I di Aviz, vista la crisi dei commerci con Asia e America, era interessato a sfruttare l’occasione per rimettere le mani sulle colonie portoghesi in Marocco.

Le ambizioni del Re portoghese e dell’aspirante sultano si rivelarono ben presto sproporzionate rispetto alle forze effettive che riuscirono a schierare in campo. Il sultano dispiegò oltre 60mila uomini che in 4 ore riuscirono a tenere testa ai 32mila invasori, i portoghesi subirono 9mila perdite e dovettero pagare un riscatto enorme per liberare gli oltre 16mila prigionieri.

Come spesso accade in guerra però non ci furono vincitori. I tre re morirono tutti, per questo viene ricordata come la Battaglia dei Tre Re. Sebastiano I di Aviz morì sul campo e il suo corpo non venne mai ritrovato, Muhammad II morì annegato nel tentativo di scappare e Malik I morì di vecchiaia prima della fine della battaglia. Anche Al-Dhahabi, il fratello minore del sultano, che decise di impiegare i soldi del riscatto dei portoghesi per costruire il Palazzo, farà appena in tempo a vedere la conclusione dei lavori, nel 1603, prima di morire anche lui.

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El Badi continuerà a splendere fino al 1672 quando Mulay Ismāʿīl ibn ʿAlī al-Sharīf divenne sultano e decise di spostare la capitale da Marrakech a Meknes. Il trasferimento prevedeva che venisse saccheggiato anche l’incomparabile, in modo da usare i suoi pregiati materiali e i preziosi arredi per costruire la nuova reggia, nella nuova capitale. Il lavoro fu lungo e laborioso, ci vollero dieci anni per svuotarlo di tutto ciò che conteneva. Non è dato sapere se fosse uno sgarbo fra dinastie, quella alawida a quella sa’diana, una forma di economia domestica o tutte e due le cose insieme. D’altronde, se è vero ciò che si narra, nonostante le ricchezze non dovessero mancare, non doveva essere facile, neanche per un sultano, sostenere le spese delle oltre 500 concubine e degli 867 figli.

Oggi non è rimasto quasi niente, se non la forma della piscina e qualche mattonella superstite, neanche del Palazzo Reale a Meknes è rimasto granchè, oggi queste mura rossa in pisé fanno da scudo ai nidi che le cicogne hanno decise di costruire sugli ultimi bastioni.

 

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New York

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Tunisia 2016

INTRO. QUEL MOMENTO IN CUI TUTTI I MUSULMANI SONO DIVENTATI DELL’ISIS

Sono le due di un pomeriggio atomico di fine luglio e la Colombo passa veloce sotto le ruote di un fiat Ulisse bianco targato 1994, direzione Fiumicino.

  • Dove andate di bello? – mi domanda il tassista rompendo un silenzio di 20 minuti
  • In Tunisia.
  • In Tunisia?
  • Ma voi siete pazzi?
  • Perché?
  • Ma come perché? L’isis…le guerra… va beh che ora anche in Germania e in Francia, ma andare proprio in casa loro? Mah io non capisco, questo è andarsela a cercare.
  • Lei dove va in vacanza? – cercando di rassicurarlo sulle sorti della mia vacanza.
  • Io quest’anno ho preso una casa a Pescia Romana, vado lì con moglie e figli, venti giorni millecinquecento euro. Accompagno voi stacco e parto.

Nessuno stupore, ma stavolta non avevo alcuna voglia di infilarmi in una discussione a carattere geopolitico con un tassista romano a fine luglio e così decido di lasciar perdere, abbozzare un sorriso, cambiare discorso e condividere in armonia i 10 minuti che ci dividevano dall’aeroporto. Ci ripensai poco dopo, durante l’attesa per l’imbarco, ma non solo a lui, anche a tutti gli altri, perché sono in molti a pensarla più o meno così. Successe anche l’anno scorso quando sono partito per la Giordania e i miei amici mi salutarono come se fosse l’ultima volta che ci saremmo visti.

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Un Wc sulla strada fra Douz e Matmata

Spero che nessuno pensi realmente di essere in guerra contro l’Islam. Visto che i musulmani stimati nel mondo sono circa un miliardo e 57 milioni di persone che rappresentano poco più del 23% della popolazione mondiale.

Mentre sono 57 i paesi a maggioranza islamica e quelli arabi rappresentano circa il 20% di tutti i musulmani nel mondo, senza dimenticare l’Asia che attualmente conta 638 milioni di fedeli, di cui 65,3 milioni solo in Cina. La popolazione islamica presenta un’età media relativamente giovane e un tasso di fertilità fra i più alti al mondo quindi non c’è da stupirsi se la crescita stimata entro il 2070, anno di sorpasso del numero dei cristiani, sia di un +73%.

E’ come se prima di quel maledetto 11 settembre non avessimo mai avuto un’idea di ciò che fosse l’Islam, pensavamo fosse quella religione dalla lingua impossibile, di chi ha 8 mogli e e 100 cammelli, ma allora non ci faceva paura, contenuta dentro i confini di paesi desertici lontani anni luce o in qualche moschea nelle periferie delle nostre città. Poi sono arrivati quei due aerei, ma soprattutto la propaganda dell’amministrazione Bush e di una buona parte dei media che partorirono l’espressione “terrorismo di matrice islamica”, il primo dei tanti controsensi che hanno fatto da sfondo al nostro rapporto travagliato con il mondo musulmano. Perché se poi la reazione del cittadino medio è, come è stata, l’odio verso tutti i musulmani, rimane difficile spiegare che il terrorismo non ha niente a che fare con l’Islam quando i giornali titolano: “Terrorismo di matrice islamica”.

Da allora si è creata un’associazione mentale degna di un moscone che vorrebbe gli islamici tutti terroristi e i paesi islamici come covi di Al Qaida ieri, dell’Isis oggi, confondendo con estrema facilità i paesi mediorientali con quelli nordafricani e ignorando tutta la complessità di una cultura e una religione millenaria. A questo aggiungeteci che la Farnesina sul suo sito sconsiglia alcune zone della Tunisia, ma solo in via precauzionale, e che la Lonely Planet, forse anche per tutte queste cose messe insieme, ha smesso di stampare la guida della Tunisia in italiano. I fattori su cui mi confortavo erano pochi, ma solidi:

  • la paura degli italiani verso la Tunisia mi avrebbe permesso di non trovarmi immerso in un aperitivo analcolico nel suq al ritmo di Seven Nation Army dei White Stripes;
  • l’assenza di un McDonald in tutta la nazione, segno di grande civiltà e simbolo di anarchia e protezione delle proprie diversità nei confronti di un mondo globalizzato;
  • il rientro della salma compreso nei 27 euro della polizza assicurativa base che avevo stipulato prima di partire;
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Una barca battente bandiera tunisina sul fondo del lago salato di Chott El Jerid

Il risultato di tutto questo è che la Tunisia, dal berbero Tunus (“luogo dove passare la notte”) un paese da 11 milioni e mezzo di abitanti, che ogni anno ospitava più di 5 milioni di turisti all’anno, da una decina di anni, fra alti e bassi, sta vivendo una vera e propria crisi in un settore che rappresenta il 20% delle entrate. Enormi alberghi costruiti sulle fortune di un tempo adesso sembrano ventri di balena dove sporadicamente rimbomba l’eco di qualche fantasma in costume da bagno che non ha ancora imparato a camminare con le ciabatte senza farle suonare come nacchere.

  • L’unico pericolo in Tunisia è quello di divertirsi troppo. Solo i tedeschi sono rimasti fedeli – scherza Monceuf sulla strada che ci conduce da Hammamet a Sbeitla, l’antica Sufutela testimonianza in pietra del passaggio dei romani e dei bizantini – se non fosse per loro le strutture sarebbero veramente vuote.
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La porta della piccola moschea è verde perché verde è il colore dell’Islam, mentre le tre sfere simboleggiano i luoghi sacri per i musulmani

Già i tedeschi. I tedeschi la Tunisia l’hanno scoperta negli anni Sessanta e non l’hanno mai lasciata e ogni anno tornano per farsi delle lunghe dromedariate sotto il sole. Strano per un paese storicamente popolato dagli italiani e dominato dai francesi, che della Tunisia ne fecero un loro protettorato con il trattato del Bardo firmato nel 1881.

  • Tedeschi e svizzeri vogliono venire per staccare completamente, amano le lunghe dromedariate nel deserto, anche due settimane, senza acqua fresca, senza telefoni, niente, solo il dromedario, deserto e datteri. Mica come i russi. Ai russi importa poco, quelli amano il buffet dei grandi alberghi, a quelli devi tracciare un confine dentro cui stare e lasciarli in pace.
  • E gli italiani? – chiedo incuriosito da questa teoria lombrosiana del turista
  • Gli italiani sono incredibili: vogliono tutto, ma senza pagare un dinaro in più di ciò che hanno pagato. Vogliono essere serviti per primi e al tavolo migliore e quando vedono che i camerieri servono per prima il tavolo centrale dove è seduto il tedesco non si chiedono il perché, si incazzano e iniziano a sbraitare.
  • E perché servono prima il tedesco?
  • Perché il tedesco appena arriva da una piccola mancia al caposala.

Monsef gli italiani li conosce bene, così tanto da essersi cambiato il nome scritto sulla portiera della macchina con cui da anni li scorrazza per la Tunisia.

  • Il mio nome si scriverebbe con la c, ma se lo scrivessi così gli italiani mi chiamerebbero Moncef, ma il mio nome si pronuncia Monsef.

Monsef scritto Moncef ha 56 anni, figlio di un pastore, enciclopedia umana di storie di vita e barzellette, si è trasferito ad Hammamet con la sua famiglia quando era ancora uno studente, parla perfettamente francese, arabo e italiano e qualche parola di tedesco, spagnolo e inglese. E’ uno che studia i suoi clienti e sa adattarsi ad ogni esigenza come lo schienale di una buona poltrona, ha esperienza da vendere, ma solo un cd di una musica che definirei arab disco pop (in una canzone mi è sembrato che ci fosse anche Pitbull) che mette a ruota. E’ una guida, un driver, un agricoltore, ma per anni ha organizzato delle battute di caccia ai tordi e ai cinghiali per gruppi di cacciatori toscani. Fra i suoi clienti anche il patron della Valleverde, l’ex presidente dell’Ascoli Calcio e un calciatore del Milan degli anni Ottanta di cui non si ricorda più il nome. Di tutti però ricorda almeno tre cose: le barzellette che gli hanno raccontato, un piccolo aneddoto divertente e la somma esatta della mancia che gli hanno lasciato a fine vacanza. Nel caso di Valleverde la somma della mancia coincide con la storiella divertente.

  • Venti dollari mi diede, per cinque giorni di servizio completo, venti dollari di mancia.
  • E te?
  • Gli chiesi di autografarmeli.

La mancia in Tunisia è un capitolo che meriterebbe un intero libro, perché è uno dei metri con cui viene valutata la tua generosità, se difetti sei un cafone, se eccedi sei uno sbruffone, ma nessuno che si azzardi mai a calcolartela nel prezzo.

ITALIA-TUNISI

  • Se senti parlare un cinese o un tunisino chi capisci meglio?
  • Ma il tunisino parla francese o arabo?
  • Arabo
  • Ehm – ho un attimo di esitazione, d’altronde sono cresciuto a Prato e se proprio dovessi scegliere direi che ho molta più familiarità col mandarino che con l’arabo, ma poi capisco il gioco e mi butto – Il tunisino.
  • Ma certo che sì. Pensa solo a tutti i nomi di città italiane che derivano dall’arabo
  • Per esempio?
  • Marsala. Mars Allah, il porto di Dio. Lo sai come si dice branzino in arabo?
  • No
  • Branzino scritto Branzynw
  • Ah – mi vedo già iscritto ad un corso di arabo per principianti sulla Nomentana

Se la Cina è vicina, la Tunisia è un pezzo della Sicilia che ci siamo persi per strada ed io che ero ancora convinto non avessimo nient’altro da spartire eccezion fatta per i numeri, il cous cous e il ghibli, il vento del deserto, che ogni tanto mi tinge di rosso la Smart. Sarà anche per questo che Moncef in una delle sue cento vite ha aiutato un sacco di italiani, specialmente pensionati, a trasferirsi in Tunisia. Il clima è caldo tutto l’anno, un vero toccasana per i reumatismi, è a poco più di 70 chilometri da Lampedusa, meno di 50 minuti di volo da Roma, si vive con poco, per una bella villetta sul lungomare di Hammamet si paga un affitto di 1000 dinari al mese, circa 410 euro, ma soprattutto per chi dimostra di vivere in Tunisia per 6 mesi e due giorni l’anno c’è la possibilità di usufruire delle basse tassazioni locali. Diego e Antonella sono una simpatica coppia di pensionati torinesi che dal 2014 vivono in Tunisia, prima ad Hammamet e poi a Djerba dove si sono spostati per “colpa di alcuni italiani”. Ci invitano a pranzo in un posto dove ” si mangia pesce fresco e si spende poco “.

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Jerba

Il tavolo è a non più di 250 metri dal mare, io e Diego ci stiamo strafogando di gamberoni, ho già unto tutto il tovagliolo e non ho scalato neanche la metà della montagna di crostacei che ho nel piatto,  quando cerco di capirne un po’ di più.

  • Perché la Tunisia? – chiedo con un tono così odioso da non capire come faccia la gente a non mandarmi a fanculo.
  • Per le tasse, qui sono bassissime. Un rapporto dieci a uno. Guadagni 10 loro ti prendono 1.
  • Sì immagino che anche in altri posti sia così o no? – ribatto intento a sgusciare l’ennesimo gamberone
  • Infatti abbiamo visitato anche l’Albania lì mangi nei ristoranti di lusso con 5 euro ed è un paese pulitissimo, però poi abbiamo preferito la Tunisia. Qui la vita costa veramente poco, ti dico che è un piacere pagare anche le multe. Oh io con 50 dinari in due, tre giorni ho avuto tutta la documentazione in regola per prendere la cittadinanza tunisina e non pagare più un euro di tasse allo stato italiano.
  • E gli amici?
  • Gli amici se vengono a trovarci è per farsi le vacanze.
  • E i figli?
  • Ho una figlia. Lei ogni tanto viene, ma lavora in Italia. A Bologna.

Finiamo di mangiare, la discussione è rimasta a metà, ma non c’è tempo.

LA TUNISIA, LE TUNISIE

Il tempo è incostante, scorre rapido fra le macchine di Tunisi per scivolare giù lungo il pigro Medjerda, insabbiarsi nelle sabbie bianche del deserto di Ong Jemal e scorrere lento come una canzone di Umm Kulthum. La Tunisia è una e altre mille e come da tanti altri posti non se ne può estrarre un solo fotogramma sperando di raccontarla tutta, anche perchè la sua vera bellezza la tiene nascosta, dietro le ‘discrete’ incastonate nelle mura delle sue case bianche, custodi di tesori nascosti e pittoresche corti interne. La Tunisia è il moderno lungomare di Hammamet, con i suoi negozi alla moda, ma è anche Douz, la porta del deserto, con il suo rinomato mercato di capre e dromedari, la Tunisia è Tunisi l’occidentale con le sue università e il suo amore per la scienza ed è Kairouan, la quarta città sacra per l’Islam, con la sua grande moschea di Sidi Oqba e il mausoleo di Sidi Sahbi, detto il barbiere, dove ancora oggi si portano i bambini a circoncidere. La storia narra che visitare sette volte Kairouan equivale ad andare una volta alla Mecca, tappa obbligatoria, almeno una volta nella vita, per ogni musulmano; una tale perla che dal 1988 è stata inserita dall’Unesco fra le città patrimonio mondiale dell’umanità.

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Moschea di Sidi Oqba

La Tunisia è il suq affollato di Houmt Souk e le distese di sale silenziose del lago di Chott El Jerid, è l’albergo di lusso sulla spiaggia di Jerba e le abitazioni troglodite scavate sottoterra di Matmata con i granai fortificati di Ouled Soltane utilizzati da George Lucas come villaggi degli schiavi in un episodio di Star Wars. La Tunisia è il contrasto della materia sulle mura di Tozeur dove modernità e tradizione convivono l’una accanto all’altra, sotto forma di mattoni: rossi, quelli traforati prodotti in serie, bianchi, quelli piccoli, fatti a mano ed essiccati al sole. A Tozeur la modernità ha fornito camion e camion di mattoni rossi per costruire solidi edifici e la legge è intervenuta in difesa della tradizione stabilendo l’obbligo per tutti di decorare, per almeno il 30% della superficie, le facciate dei propri edifici con i mattoncini bianchi essiccati al sole, tipici dell’antica città berbera.

E’ l’ospitalità dei tunisini che ti offrono acqua, cibo e thè alla menta come fosse un rito antico.

I BERBERI

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La Tunisia è una repubblica semipresidenziale che ha scelto come motto: Ordine, Libertà e Giustizia e come religione di stato l’Islam, ma nella Costituzione, entrata in vigore il 26 gennaio 2014, ha voluto inserire una piena libertà di culto. Il 98% della popolazione è musulmano, la seconda religione è l’ebraismo e la terza il cristianesimo, ma c’è un popolo in Tunisia che non è cristiano, non è ebreo e non è musulmano o meglio è tutto questo messo insieme aggiunto ad un po’ di animismo. Sono i berberi.

I berberi furono gli ultimi a cedere agli invasori arabi e anche quando si sottomisero al Corano non lo fecero con grande convinzione, nascondendo all’interno delle fantasie dei loro manufatti piccoli simboli di ribellione. Nei tappeti berberi, diversi dai kilim è presente la mezzaluna dell’Islam, ma se si guarda bene fra gli intrecci della lana si vedono la croce cristiana e la stella di David, insieme a delle sagome di animali simboli animisti.

– Venite, venite, attenzione alla testa – mi dice Monji mentre camminiamo per le stanze di una casa letteralmente scavata nella roccia della montagna con la forza di due braccia e un piccone – facevano le porte basse in modo che gli invasori anche quando fossero riusciti ad entrare avrebbero dovuto chinare il capo alle mani di Dio.

Granai fortificati

Monji ha studiato all’Università di Tunisi, poi è andato a lavorare in Germania, ma un bel giorno ha sentito il richiamo della sua terra e ha deciso di tornare. Lui però non era di Tunisi, né di Hammamet, ma di Tamazret, un villaggio berbero di 750 anime con le case scavate dentro la montagna proprio come una volta, solo che adesso gli invasori sono pacifici e portano le Go Pro al posto delle spade, con la sola differenza che un tempo ogni casa comunicava con le altre del villaggio, mentre adesso con la televisione è arrivata anche la privacy.

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Tamazret

Ci invita a pranzo nella sua casa che è un vero e proprio museo delle tradizioni berbere, mentre ci serve insalata tunisina e una versione di brik dalla forma di un involtino primavera extralarge ci tiene a specificare che lui lava solo i piatti e che la cuoca è sua moglie. Una cuoca davvero straordinaria che per timidezza o per costume non si è mai palesata non concedendomi il modo di ringraziarla di persona.

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Brik tunisino con tonno,uova, prezzemolo e patate

Monji, dentiera bianchissima e capelli di un nero inchiostro, mi racconta che i berberi hanno un concetto altissimo della donna, era lei, ad esempio, che sceglieva il marito con un rituale molto particolare in cui ogni corteggiatore si presentavano alla casa della corteggiata accompagnata da due testimoni con 10 minuti a disposizione per parlarle a non meno di un metro di distanza. Alla fine del tempo se lei si abbassava il velo sul viso voleva dire che non era gradito, se teneva il viso scoperto significava essere tra i papabili. La donna berbera godeva di veri e propri diritti civili, tanto che quando si sposava e andava ad abitare in una nuova casa con il marito teneva la propria dote in un baule, in modo da essere pronta a qualsiasi evenienza. Avevano il diritto al divorzio e non era considerato deplorevole se decidevano di risposarsi con un altro uomo, un diritto che le donne tunisine avrebbero conquistato solo nel 1956 mentre le italiane avrebbero dovuto aspettare fino al referendum del 1970. In un paese dove culturalmente è la donna che si occupa delle cose concrete, dell’utile, mentre l’uomo si occupa del futile, ci sono molte raffigurazioni della donna intenta ad occuparsi dei figli, della casa e della cucina, mentre l’uomo si diletta con piccoli lavori manuali. Come non è raro trovare agli angoli delle strade di certi villaggi del sud, uomini intenti a fare un cappello intrecciando foglie di palma. Tutto il contrario della duma, la femmina del dromedario, a cui la natura ha dato un carattere indomabile rendendola adatta solo alla procreazione, mentre per il resto del suo tempo pascola libera per il deserto, al dromedario i lavori duri oltre l’infelice compito di sgobbare per le dune con i turisti sulle spalle.

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HABIB BOURGHIBA O BOURGIBA, IL PADRE DELLA PATRIA

  • Ogni tunisino ha due padri. Uno è il padre naturale, l’altro è Bourghiba – mi confessa orgoglioso Moncef sulla strada per le oasi montane di Chebika e Tamerza.
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Habib Bourghiba 

Habib Bourghiba (ma si trova scritto anche Bourguiba) è stato il leader della lotta per l’indipendenza tunisina e per questo ha avuto il privilegio di provare le differenze fra i carceri francesi, quelli tedeschi e quelli italiani. Rientrato in patria si scontrò con Salah Ben Youssef sui tempi con cui sarebbe dovuta arrivare la tanto agognata indipendenza, per Youssef lo scontro con la Francia doveva essere uno scontro frontale per conquistare una totale indipendenza da subito, mentre per Bourghiba doveva essere un percorso a tappe che prevedesse piccole, ma costanti conquiste graduali fino ad una totale indipendenza dalla condizione di protettorato. Nonostante lo scetticismo di Salah Ben Youssef, il tempo gli dette ragione e il 20 marzo del 1956 la Francia concesse l’indipendenza totale, venne costituita un’assemblea costituzionale e Bourghiba venne eletto presidente.

Il 25 luglio del 1957 i tunisini scelgono la Repubblica come forma di governo e l’ultimo sovrano tunisino, il bey Muhammad VIII al-Amin viene deposto, mentre Habib Bourghiba venne confermato presidente della neonata repubblica tunisina.

“(…) In borsa non si gioca mica coi peri, albicocchi e coi peschi, non si può campare all’antica per fare felici d’agosto i tedeschi”

Canta il maremmano Enrico Rustici in ‘Addio Maremma Bella’ parlando di una Toscana rurale che scompariva per far posto ai capannoni industriali e con le stesse parole si potrebbe raccontare la convinzione politica che ha animato Bourghiba nella sua opera di modernizzazione della Tunisia. Una visione che fu chiara da subito e venne sancita sia nella costituzione del 1959 che nel Code du statut personnel e difesa lungo i trent’anni di governo che si basarono su 4 punti principali:

  • Educazione e salute al primo posto: utilizzando i fondi destinati all’esercito vennero costruite nuove infrastrutture sopratutto scuole e università gratuite per tutti, con la frequenza scolastica obbligatoria fino a 16 anni;
  • Diritti civili: parità fra uomo e donna, l’istituzione del divorzio sostituì la pratica del ripudio, il divieto alla poligamia introdotto e la legalizzazione dell’aborto;
  • Laicità: venne introdotto il concetto di libertà di culto e ridimensionato il potere dei capi religiosi, sopratutto nel settore giudiziario, dove furono istituite delle corti civili che ponessero fine all’influenza della religione nella giustizia;
  • Lavoro: in un’economia che si basava e si basa sulla produzione e l’esportazione dei datteri Bourghiba concesse terre e case nei palmeti ai giovani che volessero lavorare la terra e creò dei consorzi dove le donne potessero recarsi per avere lana, cotone o seta da filare per la confezione di tappeti da vendere al mercato;

Quando si comanda non basta avere un’idea, bisogna fare in modo che la maggioranza la condivida e così Bourghiba, come tanti altri leader maximi del mondo, capì che la televisione poteva essere l’unico modo per arrivare a tutti, anche agli abitanti di quei piccoli villaggi berberi arroccati sulla montagna come Chenin, nel distretto di Tataouine o a quelli di Guellala, la capitale della ceramica dell’isola di Jerba. In un paese dove ancora oggi in alcune zone le donne si riconoscono dal velo che indossano e così quelle di Tozeur hanno il velo nero con una striscia azzurra cucita sopra, mentre le donne di Douz hanno la striscia bianca sul velo nero o le donne sposate di Chenini riconoscibili dai loro veli rossi, l’henné sulle mani e le braccia depilate.

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Fathi Belisa, considerato il miglior artigiano del distretto di Guellala

Ore e ore di diretta dove parlava col suo popolo cercando di abbattere mura secolari, tentando di convincerli a guardare il mondo nella sua complessità, ad accogliere la modernità come un fattore di crescita, a mandare i figli a scuola, a contenere le nascite, in un racconto di una Tunisia che non era, ma che avrebbe potuto essere, talmente affascinante che ancora oggi sono in tanti a rievocare le parole di quel padre della patria nato a Monastir. Un percorso che non fu tracciato solo col fioretto come testimonia l’uccisione del vecchio amico Salah Ben Youssef, freddato a Francoforte da parte di due sicari dell’amato presidente.

IL COLPO DI STATO MEDICO

Il 7 novembre del 1987 l’ottantaquattrenne presidente venne deposto grazie ad un certificato di incapacità psicofisica con quello che è passato alla storia come il primo e l’unico colpo di Stato medico, operazione in cui il Sismi, Giulio Andreotti e Bettino Craxi ebbero un ruolo determinante per una “transizione pacifica” dei poteri. L’integralismo islamico stava scuotendo il Nord Africa e quando investì anche la Tunisia Bourghiba scelse di opporsi in maniera energica’.

“Negli anni 1985-1987 noi organizzammo una specie di colpo di stato in Tunisia, mettendo il presidente Ben Alì a capo dello Stato, sostituendo Burghiba che voleva scappare”

“(…)Minacciò di fucilare un certo numero di persone e fu subito chiaro che una reazione del genere avrebbe portato e sovvertimenti suscettibili di pesanti riflessi negativi anche nei paesi vicini”

Racconta l’ex capo del servizio segreto militare Fulvio Martini il 6 ottobre del 1999 alla commissione parlamentare stragi. Bourghiba morirà il 6 aprile del 2000 nella sua casa di Monastir, al suo posto venne insediato Zine El-Abidine Ben Alì, il suo governo durato 24 anni è passato alla storia come uno dei periodi più corrotti che la Tunisia abbia mai vissuto, celebri anche le sue incursioni propagandistiche con l’elicottero nei villaggi dove si fermava, taccuino alla mano, a prendere nota dei desideri e dei bisogni degli abitanti. In seguito alle sommosse della primavera araba fuggirà in esilio in Arabia Saudita con un patrimonio di 5 miliardi di dollari e una condanna in contumacia a 90 anni di galera.

  • Non sembri essere molto contento della primavera araba – chiedo senza neanche riflettere
  • Preferivo mangiare senza avere la possibilità di insultare il presidente che avere la possibilità di insultarlo senza mangiare – mi riassume didascalico ed efficace Moncef

Dopo la Rivoluzione dei gelsomini la Tunisia ha visto succedersi più presidenti di quanti ne avesse visti in tutta la sua storia repubblicana, prima il democratico Fouad Mebazaa, poi il presidente ad interim Moncef Marzouki e adesso lo storico consigliere Beji Caid Essebsi che è diventato presidente battendo nelle ultime elezioni il partito islamico di Ennahda, affiliato ai fratelli musulmani.

L’IDEA DI MONCEF

  • Sogno un modello di turismo che apra le case dei tunisini, per far dormire il turista dentro una vera casa tunisina, un tour che riesca ad andare oltre le solite mete turistiche, che faccia vedere la vera Tunisia. L’emozione di una notte in tenda nel deserto, di fare un bagno nella sorgente di un’oasi montana o di cenare a lume di candela fra i granai fortificati di Khsar Dada – si confessa Monceuf davanti all’ultimo piatto di cous cous che mangiamo insieme al Sahara Douz.

Una bella idea, pensai immediatamente, e subito mi tornarono alla mente i 27 euro della polizza assicurativa base, il fatto che avevo incontrato solo due italiani e che davvero non hanno il McDonald. Pensai al tassista e mi chiesi se lui ci andrebbe in una casa tunisina con sua moglie e i figli oppure continuerebbe ad andare a Pescia Romana.

Due delle cose che più mi hanno dato da pensare in questo viaggio sono arrivate per caso. La prima è stata un libro. A poche ore dalla partenza mi sono accorto di non essermi portato un libro da leggere così mi sono fiondato in una libreria e mi sono affidato all’istinto uscendone con “Postcapitalismo” di Paul Mason.

“(…) Cosa succede se il capitalismo esaurisce i modi per interagire con il mondo esterno? E cosa succede se non si riescono a creare nuovi mercati all’interno dell’economia esistente?”

“(…) E’ il problema odierno dove il capitalismo non riesce a catturare il valore generato dalle nuove forme di economia, è sempre più evidente il conflitto fra i beni d’informazione ed i meccanismi di mercato”

Lettura non poteva essere più consigliata per rispondere alla domanda che mi sorgeva in mente ogni volta che incrociavamo un carretto spinto dai muli o mi interrogavo sul futuro di un’economia basata sui datteri e il turismo in crisi da un decennio. La Tunisia non è la Cina e non è nemmeno l’India, qui il capitalismo passa per sfruttare manodopera a basso costo e per prelevare quel poco di petrolio che c’è, non è un fattore di crescita, non può essere un modello di sviluppo a cui tendere, specialmente adesso che è un modello in crisi.

Davvero dobbiamo sperare che si riempiano i giganteschi alberghi a 5 stelle? Oppure no?

Oppure la Tunisia potrebbe essere un laboratorio interessante, una terra malleabile come l’argilla che il sapiente lavoro del maestro Belisa trasforma in splendide ceramiche, uno spazio vergine come i suoi deserti per sviluppare un nuovo modello che possa trovare il proprio tempo nei ritmi lenti della Tunisia, le proprie energie dal vento e dal sole, attraverso l’educazione, il sapere, quello che Bourghiba aveva capito con largo anticipo, quello che si richiede a noi occidentale per superare ben altri tipi di barriere. Un’idea per avvicinare i popoli, per abbattere i pregiudizi e le paure.

La seconda è stata un errore nella prenotazione dell’albergo a Jerba che a poche ore dall’arrivo ci costringe ad optare per un bed and breakfast nella parte interna dell’isola. Un angolo di paradiso che non avremmo mai trovato negli alberghi della costa, vivendo a contatto con una famiglia tunisina di una gentilezza e un’accoglienza cerimoniosa come le camere della loro casa, arredate con mobili dipinti a mano.

La Tunisia è un paese interessante perché nonostante tutto ha delle enormi potenzialità inespresse, perché pur essendo convintamente tradizionalista e profondamente musulmana ha avuto la capacità di essere una società moderna, ha cercato di superare anche grazie al turismo, che rimane di fondo un incontro fra popoli, il secolare divario fra nord e sud, fra i grandi centri urbani e i piccoli paesini. Cerca di convivere con i retaggi di un passato ingombrante e con le nuove furbizie dell’oggi.

E la direzione che prenderà questo paese non sarà cruciale solo per gli equilibri del mondo arabo e per i paesi del Nord Africa, ma potrà essere preso a modello per chi ancora in Europa cerca una risposta alla difficile integrazione fra culture e religioni differenti.

Osservare come verranno coniugate qua le esigenze della modernità e la tutela delle tradizioni potrà accelerare i tempi di risposta ad un problema che si fa sempre più pressante.

Una bella idea davvero Moncef.

Edoardo Romagnoli

 

 

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Il pittore di Alghero

 

L’INCONTRO

Per quanto si possa essere asociali è difficile negare che nella conoscenza dell’altro ci sia una parte della risposta al mistero della vita e che per quanto l’essere umano possa risultare deludente vale sempre la pena di cedere alla tentazione di conoscere ciò che ci è sconosciuto.

In questo senso, nonostante la modernità abbia riempito la terra di persone e cavi Internet, incontrarsi non è così facile come si potrebbe immaginare. Condividiamo la carreggiata, il marciapiede, la stessa fila alla cassa, magari ci sediamo vicini sui mezzi pubblici, ci sfioriamo in un centro commerciale e ci scontriamo girando l’angolo, ma in percentuale ci incontriamo molto meno.

E per quante persone potremo incontrare non sarà mai un numero paragonabile a quelli che abbiamo mancato girando a sinistra al semaforo. E non c’è cosa peggiore, almeno se parliamo di incontri, ossia fugaci conoscenze che non debbono per forza ripetersi nel tempo o sottostare ad un patto celato di accettazione reciproca come i rapporti amicali.

Alcune persone possono illuminare con quindici minuti, a volte con una sola frase, detta bene uscendo da una gelateria, ecco perché a differenza di ogni altro tipo di rapporto, anche fugace, gli incontri sono una questione di quantità, più incontri si faranno più possibilità si avranno di farne di qualità. Senza tutte le conseguenze e gli strascichi tipici di ogni altro tipo di rapporti.

Lui è il pittore di Alghero, voce bassa e foulard a coprire il collo nella fioca speranza di non aggravare la cervicale che il vento del mare al mattino gli ha donato durante le sue quotidiane uscite a pesca, prima dell’alba.

Non sa dipingere “con i pennelli sono uno zero totale”, lui usa le lamette, perché per disegnare le agave sono molto meglio di qualsiasi altra cosa, disegna paesaggi della sua Sardegna e per farlo usa solo colori naturali derivati dal mallo di noce, dallo zafferano e da alcune bacche, mischia tutto e l’acqua fa il resto.

I panorami sono duri, terrosi come il suo verde risultato di un sapiente dosaggio di zafferano e mallo di noce. Ne ho conosciuti pochi di personaggi come lui, li conto sulle dita di una mano, di tutti ho perso le tracce, solo uno so che è vivo e vegeto e continua a lavorare nel suo museo all’aperto davanti all’Ara Pacis.

Persone custodi di un luogo, testimoni di un tempo. Incontri quasi obbligati con persone che sono magneti, che sai di poter ritrovare in quel preciso luogo, in quel dato lasso di tempo, tutti i giorni o quasi. Pietre miliari nell’infinita strada dove cammina il mondo.

 

Edoardo Romagnoli

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Palermo

Quando stai per atterrare Palermo è il mare, una distesa d’acqua col colore del cielo, uno scorcio di mondo talmente bello che non è più cosa originale pensare di mollare tutto per venire a vivere qua.

Magari proprio in una di quelle casette con le finestre sul mare, perché da lassù, sospeso fra le nuvole e il mare, anche quelle villette con l’intonaco sbertucciato in attesa di condono sembrano avere un senso in quel quadro.

Poi atterri e il mare scompare e a poco a poco affiorano i primi segni del sacco di Palermo, di quei tre anni, dal 1956 al 1959, che bastarono a Vito Ciancimino e Salvo Lima per riempire la città di cemento. Le aree verdi della periferia sacrificate per costruirci orrendi palazzoni a dodici piani, mentre le ville ottocentesche in stile Liberty del centro che oggi si possono ammirare sono solo una piccolissima parte salvata dalle demolizioni selvagge. Uno sfregio che sanguina ancora oggi sul volto della città come una ferita passata senza mai cicatrizzarsi, una follia che per arricchire qualche mafioso e imprenditore colluso ha impoverito un paese intero.

Il mare di Palermo

Una città e tanti volti, strati diversi che convivono talvolta fino a mischiarsi. Qui tutto viene chiamato con un altro nome, persino l’aeroporto che in molti continuano a chiamare Punta Raisi, dall’unica frazione di Cinisi, dopo il 1992 è stato intitolato a Falcone e Borsellino, piazza Verdi e piazza Giulio Cesare vengono chiamate piazza Massimo e La Stazione, persino gli arancini qui cambiano sesso e diventano arancine. Così per un senso del disorientamento altrui, un retaggio arabo oppure un vezzo indentitario, per sentirsi propria la città, quella stessa che alle volte non si disdegna di schifiare.

Piazza Ruggiero Settimo e piazza Castelnuovo sono due piazze che esistono, ma che non vengono nominate o meglio vengono nominate, ma con un altro nome, valido per entrambe: piazza Politeama. Chiamate così prendendo in prestito il nome dal teatro che ospitano: il Politeama Garibaldi, talmente bello da giustificare i 26 anni che ci sono voluti per costruirlo. Scendendo lungo via Ruggiero Settimo si arriva al Teatro Massimo Vittorio Emanuele dove, al contrario, niente giustificherà i 23 anni di chiusura che non hanno permesso ai palermitani di godere di uno dei teatri più belli del mondo. Tradizione vuole che sia abitato dallo spirito di una monaca, probabilmente scocciata del fatto che l’opera di Giovan Battista Basile si erga proprio sopra quello che era il suo convento annesso alla Chiesa delle Stimmate.

Politeama

Teatro Politeama Garibaldi

Teatro Massimo

Teatro Massimo

 

Le vie del centro sono linee di congiunzione fra i capolavori antichi sopravvissuti al contributo dell’uomo moderno, se infatti si scende lungo via Maqueda fino all’incrocio per risalire in via Vittorio Emanuele ci si trova di fronte all’ennesimo spettacolo: la Cattedrale di Palermo.

Una perla così unica che il 3 luglio di quest’anno l’Unesco l’ha decretata Patrimonio mondiale dell’umanità. Nella prima colonna a sinistra del portico si trova anche una sura del Corano, un’immagine che in questi giorni diventa ancor più forte e simbolica di quanto già non fosse, l’ennesimo esempio che Palermo non è una sola e non lo è mai stata, una chiesa in cui si rintracciano così tanti stili che basterebbe come testimone, se non di tutti, di gran parte dei popoli che da qui sono passati.

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Cattedrale di Palermo

Palazzo dei Normani con la splendida Cappella Palatina è lì a pochi passi costeggiando villa Bonanno, mentre se si vogliono ammirare due dei più importanti capolavori conservati nel Sud Italia bisogna dirigersi verso il mare, arrivando nel cuore della Kalsa, uno dei pochi quartieri che ha conservato qualche segno del passaggio arabo. Lì nel palazzo Abatellis ci sono: il trionfo della morte, che si dice abbia ispirato Picasso per Guernica, e l’Annunziata di Antonello da Messina, che però non sono riuscito a vedere perché il palazzo apre solo di martedì in un orario che ancora non mi è chiaro.

Passeggiando fuori dall’orbita dei negozi, si entra nella pancia di Palermo, un esempio più unico che raro di un quartiere popolare nel pieno centro storico. Una spiegazione al fenomeno la fornisce Roberto Alajmo in “Palermo è una cipolla”, quel che mi interessa è che al mercato di Ballarò e a quello del Capo ho incontrato delle facce diverse da quelle che ho visto davanti al Chipsweet di via Maqueda. Dei visi che definirei pittoreschi se solo le guide turistiche non definissero con l’aggettivo “pittoresco” tutto ciò che gravita qui attorno, mentre la verità è che per chi ci lavora e ci abita di pittoresco qui non è rimasta neanche la fame. Eppure la rappresentazione che ogni giorno si consuma fra i banchi del mercato è una degli spettacoli più veri a cui si può assistere in città.

Ingresso della Vucciria

Ingresso della Vucciria

Un altro mercato molto conosciuto è quello della Vucciria, ma sono in molti a dire che abbia perso il ruolo di un tempo, diventando più uno spettacolo folcloristico per i turisti che un vero mercato. Dopo il tramonto la situazione è diversa, la Vucciria torna a pulsare e diventa una zona franca ritrovo dei ragazzi di tutta Palermo. Il miglior posto per mangiare pane e panelle e il famoso panino con la meuza schietto, sale, pepe e limone, o maritato, con formaggio grattugiato e ricotta, un consiglio: se vi porteranno da Rocky non chiedetelo maritato perché li fa solo schietti.

Vucciria

Vucciria

Palermo sono i palermitani che reagiscono e si muovono, mentre alle volte si fermano, silenziosi e scoraggiati a contemplare la città con la posa di quei palazzoni di periferia. Un popolo generoso in continua combutta con la propria città, con un’isola stupenda piena di risorse e di contraddizioni, di problemi che tutti saprebbero elencare, ma nessuno risolvere. Palermo è il traffico “tentacolare” e disordinato, è la mancanza di autobus e parcheggi, è una metropolitana che si farà, ma con calma, Palermo sono i parcheggiatori abusivi, che al costo di un “caffè” ti eviteranno ogni multa dalla Municipale o, in caso contrario, ti spaccheranno il finestrino senza troppi complimenti. Palermo è il cibo, un tripudio di sapori e di tradizioni, un miscuglio fra cucina popolare e tradizioni da viceré, una dieta ipercalorica sintomo del desiderio di autoannullamento tipicamente siciliano.

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Palermo è un puzzle, fatto di tanti pezzi che a volte, anche se messi nel verso giusto, non combaciano e altre volte si incastrano spinti in una convivenza forzata.

In conclusione non ci sono conclusioni se non quella scontata che ai palermitani, come succede da altre parti, spesso capita di trovarsi a fantasticare di vivere altrove, di fare un bilancio immaginario sui pro e i contro di lasciare Palermo, a volte solo per cercare  il giusto equilibrio o la conferma alle ragioni del partire, come succede a molti altri cittadini nel mondo, con l’unica differenza che qua, se non fosse per i soliti conosciutissimi problemi di sempre, il dubbio non avrebbe ragione di esistere.

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Edoardo Romagnoli

 

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