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Breve manuale di sopravvivenza per Bangkok

«Città degli angeli, la grande città, la città della gioia eterna, la città impenetrabile del dio Indra, la magnifica capitale del mondo dotata di gemme preziose, la città felice, che abbonda nel colossale Palazzo Reale, il quale è simile alla casa divina dove regnano gli dei reincarnati, una città benedetta da Indra e costruita per Vishnukam» o se preferite, più semplicemente, Bangkok.

Bangkok street view

Bangkok

Bangkok è come il suo nome da cerimonia, melliflua, ingorgata e ipnotica a tratti, brevissimi tratti sospesi.

Bangkok è una metropoli, al pari di New York, Londra o Pechino, ma assomiglia più a un immenso villaggio, allargatosi in maniera irregolare, a dismisura per servire le necessità di un’economia drogata, inseguendo un progresso che qui non sembra essere mai arrivato veramente.

Più di 1500 km quadrati nati per lo più a caso, senza un minimo piano urbanistico, i grandi grattacieli delle multinazionali, rannicchiati al centro, pionieri di uno skyline che si farà, e intorno deserti di baracche, simbolo di una moderna povertà figlia di un’antica arretratezza e di una mancata redistribuzione.

Il centro nevralgico della Thailandia vive degli scarti della cultura occidentale, anche di quella commerciale, digeriti a forza, mandati giù accompagnandoli con noodles e salsa di soia.

Da qui, dalla capitale di questo paese da 70 milioni di abitanti, partono i soldi per le strade in costruzione, in mezzo alla foresta di Koh Samui, da qui si comincia a mangiarli, il resto lo prendono per strada e quello che arriva, basta giusto per comprare il francobollo per una nuova richiesta di soldi, in un calcolato circolo vizioso comune a molti paesi.

E allora i soldi degli stranieri servono, sia quelli delle multinazionali che quelli dei turisti, ma se le isole hanno una contropartita, rappresentata dal territorio, la città è costretta a vendere se stessa.

Bangkok è disseminata di mega store, esercizi commerciali e le cosiddette thai factory, niente altro che negozi d’abbigliamento, che vendono la merce prodotta nelle fabbriche nate come funghi fuori città.

Le stesse  fabbriche costruite per accontentare l’esigenza delle multinazionali straniere, impegnate in una perenne ricerca di manodopera a basso costo. Quelle stesse riempite di una marea umana, fatta di lavoratori sfruttati, chini 16 ore al giorno per confezionare completi che non si potranno mai permettere. Ecco da qui escono gli abiti, almeno quelli che non prendono la via dell’Occidente, venduti nelle thai factory.

Vuoi un vestito da 1500 euro di Armani, ma non te lo puoi permettere? Tranquillo in una thai factory in 48 ore te lo confezionano per soli 150 euro, prezzo variabile, ma soprattutto trattabile, come tutto in Thailandia.

Per scoprire puntualmente che l’unico ad aver fatto un affare è solo il tipo del negozio.

Bangkok ti aggredisce ed io lo sapevo, mi ero preparato per questo.

Amo la Lonely Planet e scrivere il perché prenderebbe troppo spazio.

Stavolta però non l’ho trovata, o meglio l’ho trovata in ritardo, quando oramai la foga di una guida, mi aveva fatto optare per la “routard”.

Che oltre a scontare il fatto di essere francese, fa pure schifo.

La guida transalpina non sembrava conoscere un qualcosa di degno di essere visto in città, ma non si limitava a questo.

Dipingeva Bangkok come un bollente postribolo umidiccio pullulante di prostitute, Aids, epatiti di tutte le lettere dell’alfabeto, animali sacri, zanzare infette, bonzi sacri, monaci sacri, ragni velenosi, crimini di strada, truffe, rapimenti lampo, corruzione e pene severissime per reati stupidissimi.

Mi ero già prefigurato cosparso di Autan, impotente di fronte ad uno scippo operato da una scimmia sacra con la complicità di un elefante sacro, mentre correvo per Khao san road, fra la folla, attento a non urtare contro monaci o gangster, a non pestare le banconote con l’effige reale, schivando frotte di prostitute che mi rincorrono al grido “AMOLEEEE” mentre mi lanciano ragni velenosi.

Niente di tutto questo, fatta eccezione per uno smog pazzesco e il caldo umidiccio.

Bangkok è un suk immenso, trafficato da mezzi e persone, dove migliaia di vite si incrociano come la domanda e l’offerta, parlano la lingua del mercato, perché l’inglese è basico, l’italiano, per altro non richiesto, si limita ad un elegante vocabolario, chiaramente importato dai nostrani puttanieri over 60. Un vanto per lo stivale.

Bangkok e tu, portafogli con le gambe.

Bangkok, Khao San road

Bangkok, Khao San road

Ogni passo è scandito da una richiesta, la natura è sempre commerciale, si passa dal massaggio thai a quello “speciale”, dal cocco al frullato di cocomero, passando per il mango a pezzi, documenti falsi, stampati per strada, con annesso catalogo da cui scegliere,(una patente italiana si acquista per soli 300 bath, prezzo trattabile), le maschere di Bin Laden o di Spiderman, il gas esilarante, si può scegliere fra gustosi spiedini al manzo, al pollo o al maiale, oppure optare per una pannocchia, una zuppa o dei noodles, che anche se somigliano in tutto e per tutto a quelli cinesi, qui li chiamano pad thai.

A Bangkok non si mangia solamente, ma ci si sposta e non mancano le offerte. Potete decidere fra la metro, il taxi, l’autobus senza finestrini, i taxi scooter, i risciò o il più tradizionale dei mezzi thailandesi il tuk tuk. Inutile dire che si propongono loro e con una certa insistenza.

Alcuni tassisti arriveranno a suonarvi perfino se siete in possesso di un mezzo, ricordo ancora l’assoluta tranquillità con la quale, uno di loro a Koh Samui, dopo avermi affiancato, mi gridò: “Taxi?”.

Lo guardai sbigottito mentre viaggiavo sul motorino preso in affitto pochi minuti prima. Solo in seguito mi interrogai sul cosa avrebbe fatto se avessi accettato: avrei dovuto parcheggiare il motorino o avrebbe caricato anche quello e se sì, come?

Eppure dai tassisti e dai conducenti di tuk tuk non si scappa.

Il costo medio di un tuk tuk per un tailandese oscilla dai 20 ai 40 bath, a seconda della tratta, per un turista parte dai 100 e per esperienza personale non scende mai sotto ai 35.

Diciamo che per gli amanti della camminata post pranzo Bangkok non è proprio l’ideale, i marciapiedi sono stretti, affollati e invasi dai banchetti di mangiare e di vestiti, in alternativa ai più classici, quelli turistici.

Gli stessi che alla sera si spostano più in su verso Majon road, per fare spazio a quello degli insetti, perchè secondo una strana legge, che solo i thailandesi sembrano aver capito, il turista è più portato a mangiare le schifezze col favore delle tenebre, quindi il giorno è inutile accamparsi.

Bangkok è come un deserto di cui devi conoscere le oasi per sopravvivere.

A Bangkok, come in gran parte della Thailandia, l’aria condizionata è vissuta come un vero e proprio status symbol. Se hai l’aria condizionata sei un figo, se l’hai accesa sei un benestante, se la tiene a palla sei un riccone strafigo, inutile a questo punto esprimersi su chi si fa beccare con un misero ventilatore.

Ecco spiegato il perché troverete aria condizionata ovunque, dal taxy alla hall dell’albergo, passando per la farmacia e il ristorante, e ovunque un clima che va dai 16 ai 22 gradi centigradi. Fatta eccezione per il reparto surgelati nei supermercati che tocca picchi irraggiungibili per ogni altro supermercato europeo.

I baracchini e tutti gli esercizi commerciali optano per enormi ventilatori, posizionati con sapienza millenaria.

Se da una parte è pur vero che il caldo tailandese in genere è umido, afoso e a tratti insostenibile, d’altro canto il repentino e costante excursus climatico, Sahara-Groenlandia, non so quanti benefici possa portare alla cervicale.

ERGO 

C’è un modo che hanno, in alcune segreterie di uffici importanti, per catalogare le richieste di incontri, secondo una scala gerarchica che non prevede solo dei tempi di attesa differenti, ma addirittura una gamma di procedure di comportamento, specifiche per ogni richiesta di appuntamento. Una di queste procedure si chiama, “Candire”, ossia mettere la persona in attesa, trattarla garbatamente, ma senza occuparsi realmente dell’organizzazione dell’incontro. Insomma in altri termini: lasciare in sospeso, già sapendo che non se ne farà di niente.

Ecco: io in Thailandia mi sono sentito candire. Era come se girassi immerso in un’enorme palla di zucchero rosa e così per quanto cercassi di rendermi invisibile, per quanto mi sforzassi di carpire, di toccare qualcosa con mano, tutti i miei sforzi risultavano inutili. Come ci si può calare nella quotidianità di un paese, cercando di annullare ogni retaggio culturale nella speranza di carpire qualcosa di diverso, quando fai da stecco ad un enorme palla di zucchero rosa?

Come ti muovi, inquini ogni situazione. Creando la novità, rompi il quotidiano, apri fendenti nella routine e lasci segni. E’ come muoversi sul cemento a presa rapida.

Insomma fatta eccezione per il wai, il saluto tradizionale, il pad thai, qualche tempio e tre birre locali: Chang, Leo e Singha, sia a Bangkok che nelle isole di Koh Phan Gan e di Koh Samui di tradizionale sono riuscito a vedere ben poco, ma forse in questo caso la colpa è solo mia. Altri dicono che la vera Thailandia sia al nord. Ancora non lo so.

So solo che prima di partire ero pronto ad accogliere la Thailandia a scoprirne, per quello che mi concedeva il tempo a disposizione, le sue tradizione, i suoi usi e i suoi costumi.

Ho trovato, invece, un paese agghindato a festa, già pronto ad accogliermi, ed è così che siamo rimasti lì, a guardarci immobili uno di fronte all’altro, a braccia aperte.

Edoardo Romagnoli

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