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Il Maker Faire e la location sbagliata

Si è chiusa domenica l’edizione 2015 del Maker Faire di Roma che ha fatto registrare più di 100mila visitatori che hanno affollato gli oltre 300 stand allestiti negli spazi dell’Università La Sapienza di Roma.

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Un’edizione iniziata con le cariche della polizia davanti all’ingresso di piazzale Aldo Moro, manganellate agli studenti che chiedevano di entrare nella propria Università senza dover pagare il biglietto, che fosse 10 euro, 4 o 2 poco importa, quello che conta è che non sono stati fatti entrare e per convincerli a non rovinare la fiera sono stati prima caricati e poi, in cinque, sono stati arrestati.

La governance della Sapienza non è stata minimamente colpita dagli arresti di cinque suoi studenti ed è rimasta in silenzio, senza che le ragioni dei movimenti venissero prese in considerazione nemmeno per un secondo:

1- l’ingresso gratuito per gli studenti e per le studentesse;

2- la possibilità di ricavare dentro la fiera uno spazio autogestito in cui esporre la loro idea di innovazione;

3- trasparenza nella gestione degli introiti;

Il rettorato ha rifiutato l’incontro, eppure tanto si è parlato in questi tre giorni di stringere i rapporti fra l’università, gli studenti e le imprese, ma evidentemente non si faceva riferimento a tutti gli studenti, ma solo alcuni, magari quelli più carini, quelli più silenziosi o semplicemente i paganti.

Intendiamoci nessuno è contro i maker, né tanto meno contro manifestazioni che offrono una vetrina a quella miriade di buone idee che hanno trovato una loro declinazione in progetti veramente innovativi, ciò che lascia più di qualche perplessità è la modalità con cui l’università ha deciso di gestire l’intero evento. Solo questo è il problema, niente altro, anche perché ai metodi spicci della forze dell’ordine oramai siamo abituati, perché mai non avrebbero dovuto cogliere l’occasione di un pretesto inesistente per arrestare un paio di personaggi a loro scomodi?

Astraiamoci. Un evento, finanziato da privati, affitta, per 300mila euro circa, gli spazi esterni di un’università pubblica, fino a qui niente di male, anzi, questo succede in migliaia di atenei in tutto il mondo e spesso rappresenta un modo per far incontrare gli studenti con il mondo del lavoro. Il fatto è che si decide di far pagare un biglietto all’ingresso, seppur ridotto, a quegli stessi studenti che pagano ogni anno la retta all’università, si decide di non avere bisogno del personale mandandolo in riposo per una giornata, che di conseguenza non verrà retribuita, e si sospendono le lezioni del venerdì. Lecito, solo un po’ curioso che tutto questo venga deciso senza consultare nessuno, senza calcolare minimamente i disagi che hanno avuto sia i lavoratori che gli studenti. Una cosa del genere sarebbe stata inattaccabile in un’università privata, ma il fatto di essersi verificata in un’università pubblica cambia il quadro.

Qualcuno potrà obiettare che anche le piazze, che sono luoghi pubblici, vengono affittate e chiuse al pubblico da privati, ma davvero è un paragone che non regge almeno che non si voglia mettere sullo stesso piano la funzione educativa dell’università pubblica con una piazza. La Sapienza non è solo uno spazio pubblico, è un’università pubblica, il luogo deputato alla formazione dei cittadini, un luogo che appartiene a tutti, dove anche chi non è iscritto può seguire le lezioni, ecco perché una decisione del genere sarebbe stata opportuna prenderla dopo una vera consultazione.

Il Maker Faire è un evento bellissimo, dove basta girare per gli stand per capire quanto la fuga dei cervelli non abbia ancor intaccato la creatività, l’ingegno e la voglia di fare in questo paese, ma se fosse stato organizzato alla Fiera di Roma avrebbe avuto una vetrina migliore, più grande e con un ingresso ridotto per gli studenti avrebbe adempiuto alla mission educativa, risparmiandosi così una location di mera immagine, tanti problemi e cinque arresti.

Edoardo Romagnoli

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Una storia sbagliata

Ci sono notizie che hanno il potere di fermare il tempo, di mettere un segno fra il prima e il poi in questo continuo presente senza passato nè memoria, sono merce preziosa perchè offrono oasi comuni di pausa dove poter riflettere e magari riuscire a invertire la rotta di questo transatlantico alla deriva.

Sono occasioni da non perdere eppure, sempre più spesso, i media preferiscono sfruttare queste occasioni per dare sfogo a tutta la retorica repressa durante l’anno, preferendo le opinioni ai fatti, lasciandoci senza gli strumenti per formare un’opinione pubblica, si parla con la pancia alle pance, ma questo è un vizio comune ad altri mestieri.

E’ successo con Aylan, il bambino siriano morto sulla spiaggia di Bodrum, immortalato a faccia in giù nella sabbia e subito divenuto un simbolo di tutti quei bambini colpevoli solo di esser nati nella parte sbagliata del mondo.

E’ successo quando Stephan Richter, giornalista freelance tedesco, ha pubblicato un video nel quale si vede Petra Lazlo, giornalista per l’emittente ungherese N1tv, che sgambetta Osama Abdul Mohsen mentre fugge dalla polizia portando in braccio suo figlio Zaid.

Petra Lazlo mentre sgambetta Osama e Zaid

Petra Lazlo mentre sgambetta Osama e Zaid

Tutto si ferma per un attimo, il coro è unanime e si esprime con le stesse parole.

Eppure Aylan non è il primo bambino a morire annegato e purtroppo non sarà l’ultimo, Osama non è stato sicuramente il primo padre in fuga con suo figlio ad essere umiliato e maltrattato e non sarà l’ultimo. Eppure sarà il tempismo, sarà il coincidere di più elementi, sarà il pacchetto con il quale sono stati confezionati, ma in un secondo le loro storie fanno il giro del mondo, toccano tutti i cuori e diventano storie eccezionali. Facendo così un torto a tutte le altre storie tragicamente identiche tra loro, di fuga dalla miseria e dalla guerra che sono la normalità di tutti i giorni e che niente traggono di positivo da questa epica narrazione che porta all’assunzione in cielo di Osama e di Aylan.

Sarà perchè è vecchio, ma questo continente quando si commuove non pone limiti alle sue reazioni e così scatta il solito meccanismo della “solidarietà” che ogni volta rivela non tanto la smodata voglia di lavarsi la coscienza attraverso azioni simboliche, quanto un’evidente vuoto lasciato da una classe politica europea incapace di trovare soluzioni strutturali ad un problema non è nuovo e non è prossimo alla sua conclusione.

Se non si danno gli strumenti per formare un’opinione pubblica in quel caso vale tutto e in assenza di fatti, tutti possono esprimere la loro opinione e non ci possiamo stupire se poi 100 mila profughi sembrano un’invasione, se impazza la fobia della scabbia portata dagli immigrati o se persiste ancora una percezione differente fra l’immigrato che scappa da una guerra e quello che scappa dalla povertà e della fame, per cui si accolgono i siriani, ma i somali se ne restino a casa loro e via discorrendo.

L’oasi di riflessione è diventata un deserto fra chi si commuove e chi si scaglia contro la giornalista ungherese, iniziano parallele a muoversi la macchina della solidarietà e quella dell’odio, l’intellighenzia tuona dagli editoriali, si esalta la figura di un padre che diventa l’eroe di giornata, nei salotti televisivi, sui giornali e in rete infuria il dibattito destinato a morire per lasciare il passo al nuovo caso di cronaca da risolvere, non prima di aver partorito milioni di domande e una sofferta autocritica. Contemporaneamente su Twitter impazza la caccia all’account della Lazlo, una caccia che non si ferma neanche di fronte al fatto che la giornalista non abbia un account su Twitter perchè ne viene prontamente creato uno finto con il suo nome e la sua foto, uno sfogatoio per il pubblico, con la buona pace di tutti. Si esalta la figura di un padre che diventa l’eroe di giornata, nei salotti televisivi, sui giornali e in rete infuria il dibattito destinato a morire per lasciare il passo al nuovo caso di cronaca da risolvere, non prima di aver partorito milioni di domande e una sofferta autocritica.

Una volta passato alla gogna il colpevole deve essere punito in maniera esemplare e così la Lazlo viene licenziata pochi giorni dopo lo sgambetto, con buona pace del pubblico, non ancora appagato, e dei figli che si ritrovano con una madre disoccupata, con la sola colpa di essere figli di una sgambettatrice. Dopo la punizione per il colpevole si passa al gran finale: il risarcimento, come ultimo segno di grazia l’Europa del bene si fa carico delle colpe dell’Europa cattiva e trova un giusto finale a questa storia.

Si potrebbe dire che abbiamo una vera e propria passione per i finali da fiaba e infatti dopo poche settimane la cronaca riporta che Cenafe Miguel Galan, dirigente del Getafe, dopo aver visto il video dello sgambetto, rintraccia Osama e Zaid per invitarli a trasferirsi a nord di Madrid. Qui Osama riceve una proposta per allenare a squadra scuola baby di Getafe mentre il figlio Zaid viene invitato dal Real Madrid a passare un pomeriggio a fianco del suo idolo Cristiano Ronaldo al Bernabeu. Giustizia è fatta, in barba a tutti gli altri. Già tutti gli altri, tutti quelli che sono passati un attimo prima, un attimo dopo o nello stesso attimo, ma fuori fuoco, fuori obiettivo, insomma fuori da quella porzione di palcoscenico che in quel momento tagliava a fette la realtà per rifornire la macelleria dell’informazione.

Zaid con Cristiano Ronaldo

Zaid con Cristiano Ronaldo

Tutto è bene quel che finisce bene, l’ingiustizia dello sgambetto è stata risanata, la vittima punita e le vittime risarcite o no?

Forse la vera ingiustizia non è che Lazlo abbia fatto quella sgambetto, ma che non si sia resa invisibile come il suo ruolo le richiedeva, con la conseguenza che il suo sgambetto, ripreso da Richter, sia stato assunto a simbolo e che abbia messo in luce Osama, cancellando di colpo tutte le storie di quei compagni di viaggio che correvano assieme a loro in quel campo in Ungheria.

La vera ingiustizia è che una volta trascorso quel pomeriggio felice al Bernabeu nella testa di molti aleggerà una sensazione di leggerezza, perchè ancora una volta la buona e civile Europa ha trovato il suo bel finale ad una brutta storia, dimenticando le altri centinaia di migliaia di brutte storie che rimarranno orfani di una fine da favola.

La vera ingiustizia è che uomini, donne e bambini siano costretti a fuggire da un mondo in guerra pagando i trafficando per un viaggio che li porta ad attraversare i deserti a piedi e i mari su barche fatiscenti, con la speranza di passare il confine nascosti dentro le celle frigorifere dei tir o sotto i camion, per ritrovarsi in Europa trattati come numeri, incarcerati nei CIE, centri di identificazione e espulsione, e relegati ai margini della società.

La vera ingiustizia è questa logica da talent dove può ricevere un futuro in premio chi si dimostra più sciagurato, niente meriti solo concessioni, la vera ingiustizia è che si è creata una narrazione circolare dove dal misfatto si arriva al gran finale con tanto di chiarine, in cui sembra che tutto si sia risolto.

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Intendiamoci la storia era affascinante. Perchè ci parla di due europe ben diverse l’una dall’altra, una che respinge, dove una cittadina europea ungherese carica di paura per la propaganda di Orban reagisce d’istinto e sgambetta un padre con suo figlio in braccio e un’Europa che accoglie, dove un cittadino europeo spagnolo si commuove e offre ciò che può per risanare lo sgarro. Il punto è che questa narrazione non basta, oltre ad essere fuorviante, perchè non rende nessun servizio a tutti gli altri, tutti coloro che sono rimasti fuori dall’obiettivo, che c’erano, ma sono riusciti a fuggire sia dalla polizia, sia dalla Lazlo, che non sono stati fotografati, intervistati, ma che c’erano intrappolati nello stesso presente.

L’Europa può essere una terra di opportunità da cogliere come spiccioli della carità, l’Europa, quella buona, ti cura un giorno per le ingiustizie che subisci da anni basta solo sperare che ci sia qualcuno intorno a riprendere altrimenti restano normali botte, come se ne prendono tante.

Edoardo Romangoli

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Belli i vostri figli

Belli i vostri figli, tutti

sono belli quando mangiano,

sono belli quando dormono,

sono belli quando giocano,

sono belli quando si imbrattano con i colori,

sono belli quando fanno le prime scoperte,

sono belli quando fissano il vuoto con occhi pieni,

sono belli al mare, in montagna e in città sono belli, tutti,

anche senza tutti i nostri sguardi

i vostri figli sono belli, come tutti i bambini

non perchè stanno scoprendo la vita,

ma perchè si stanno scoprendo,

e sì sono belli, anche se non li fotografate

Edoardo Romagnoli

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Profili da buffet

Non importa dove siate stati e cosa abbiate fatto, ma sicuramente almeno una volta avete preso parte anche voi ad un buffet e la cosa non vi fa onore. Generalmente non si va mai ad un buffet, ma ci si trova ad un buffet perchè il buffet è come la bottiglietta d’acqua ai convegni, a metterla non si sbaglia mai. E così si organizzano buffet ai convegni, alle prime, ai vernissage, alle presentazioni di libri e ad ogni manifestazione che si svolga durante l’ora di pranzo, di cena o merenda e includa un pubblico.

Il buffet è una di quelle situazione dove gli antropologi dovrebbero calarsi più spesso. Il controsenso sta già nella sua natura ibrida, perchè il buffet è come quelle macchine mezze utilitarie mezze suv, vorrebbe essere una cosa, ma anche un’altra, rischiando il più delle volte di non essere ne l’una ne l’altra. Si dovrebbe mangiare in piedi, ma poi ci sono i tavoli, dovrebbe essere una cosa chic, ma il più delle volte finisce con gente vestita in giacca e cravatta che sgomita per qualche tartina e quando è chic veramente le porzioni sono così piccole che si rischia la guerra civile. Vorrebbe essere pratico, ma non fa nulla per esserlo, vorrebbe fare a meno dei camerieri, salvo poi trovarseli dietro al tavolo a servire o in giro che danzano con i fritti sul vassoio, per non parlare di quanto sia difficile bere quando si mangia in piedi o con appoggi precari. Il buffet è un non luogo, è la porta dello Stargate che apre nuovi mondi a prescindere da dove si trova, una realtà parallela con le sue regole e i suoi personaggi: images

1- L’INCURSORE. E’ questa una delle tipologie più insidiose fra quelle dei partecipanti da buffet, perchè l’incursore non ama fare la fila, ma attende, apparentemente lontano dal tavolo, che si crei un pertugio fra la signora in tailler che si fa servire il carpaccio e il trentenne che si è attardato a scegliere fra le carote bollite a rondelle e le immancabili rape rosse, per entrare e servirsi. L’incursore non fa altro che il lavoro di un centrocampista interno nel moderno 3-5-2, neofiti del calcio compresi. Il loro è il classico “lavoro pulito” del ladro, una filosofia che preferisce il morso del black mamba alla carica del bufalo.

Filosofia: ” Ma perchè devo fare la fila se posso incunearmi?”

Frase tipo: ” Mi scusi eh, prendo solo questo al volo, grazie.”

2- L’INGORDO. Per questa tipologia la fila non è un problema, anzi, il più delle volte sono loro stessi a crearla. L’ingordo è un insospettabile, è il fallimento di tutte le teorie lombrosiane che vorrebbero scorgere nelle connotazioni fisiche la natura criminale degli uomini, e la statistica vuole che ci si debba preoccupare più della mingherlina con gli occhiali che degli uomini in cinta di un divano. Generalmente si palesano a trequarti della fila, quando ormai la maggior parte delle pietanze sono state sorpassate e presente a campione singolo o doppio nel loro piatto. Nonostante quella piramide di cibo tremolante possa far pensare che l’ingordo non mangi da mesi, lui non ne fa una questione principalmente di quantità, ma di varietà.

Filosofia: ” Un pò, ma di tutto.”

Frase tipo: ” E’ per un mio amico.”

13203920345983- L’INTENDITORE. Nonostante siano riusciti a definire gourmet anche una scatoletta per gatti, sgombriamo il campo da ogni dubbio: nei buffet il cibo non è al centro dell’attenzione, diciamo che già nell’intento di chi organizza un buffet il concetto di cibo è assente o passa in secondo piano, rispetto a concetti come la praticità. Un’altra delle tipologie causa della maggior parte degli ingorghi nelle file da buffet, anche se spesso, una volta in sosta, hanno il buoncuore di far passare gli altri avventori. L’intenditore generalmente sosta a metà fila, fra la fine delle pietanze calde e l’inizio di quelle fredde, sospeso come un cane da punta in perenne attesa. Il senso del pudore misto ad un alto tasso di timidezza li portano a non riempirsi il piatto e non tornare al tavolo più di una volta, ma a curare una dettagliata selezione che però, non può esser fatta se tutti i piatti non sono in tavola o se stanno per arrivare delle cose calde/appena sfornate.

Filosofia:” Aspetto per non perdermi niente.”

Frase tipo: ” No, no passi pure, è che sto aspettando.” (Con un gesto dell’indice verso un’ipotetica cucina.)

4- L’INDECISO. Tornando a parlare di profili dediti alla nobile arte dell’ingorgo da buffet, l’indeciso è uno di quelli che più spiccano. Lo si riconosce per il tempo medio di sosta davanti ad ogni piatto e dallo sguardo di chi si è smarrito in fila all’aeroporto fra le chicane disegnate a nastri blu e paletti. L’indeciso vorrebbe essere vegetariano come la ragazza che si porta dietro dai tempi del liceo, ma non vuole neanche rinunciare del tutto ai piaceri della carne, specialmente quando è in tavola. Va pazzo per il fritto, ma sa che poi gli rimane sullo stomaco e preferisce glissare, stessa storia per i dolci dove l’indeciso, sicuro solamente di non voler la frutta in gelatina, è dilaniato dall’eterno dualismo: crema o cioccolata. Anche l’indeciso, come l’intenditore, data l’enorme mole di energia spesa nel fare la fila, non si presenta più di una volta al tavolo e questo non fa altro che aumentare la sua indecisione.

Filosofia: ” One shot, one kill”

Frase tipo:” Scusi lei che mi consiglia?”

cena+buffet

5- LO SCHIAVIZZATO. Di questi profili ve ne sono almeno due: lo schiavizzato dagli amici e dalla ragazza, ma per comodità, oltre che per logica, lo tratteremo come un individuo unico, senza soffermarsi sulle sfumature che caratterizzano le due tipologie. Generalmente è uno di quei personaggi che credono ancora che possa esistere una forma di do ut des disinteressato, che vorrebbe uno scambio reciproco di gentilezze non richieste, salvo poi trovarsi in fila a chiedersi quando sarà il turno degli altri. Lo schiavizzato lo si riconosce per la compostezza con la quale si attiene alle regole non scritte che compongono il bon ton di una fila, forse per un’inconscio senso di colpa dell’insolito numero di piatti che si porta dietro.Un numero di piatti spropositato sia per un ingordo che per un indeciso. Prende un pò di tutto nel tentativo di intercettare le volontà del padrone oppure è intento a ricordarsi le comande ricevute, spesso, visto l’animo mite che lo contraddistingue e che lo ha portato lì con quella pila di piatti in mano, subisce le angherie dei compagni di fila, generalmente mansuete vittime di tutte le altre tipologie.

Filosofia: ” Una volta io, una volta loro.”

Frase: ” Scusi mi potrebbe aiutare a mettermelo nel piatto che ho le mani occupate. No, no in quest’altro piatto. Grazie”

Edoardo Romagnoli

I taccuini sono vuoti

Siamo riusciti a tappezzare la terra di ripetitori, lo spazio di satelliti, le case di computer e le tasche di smartphone, adesso ci troviamo con i taccuini vuoti.

“Il numero degli abbonamenti alla telefonia mobile sottoscritti nel mondo supererà quello delle persone nel 2014. Il sorpasso storico è stato previsto dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni. Attualmente ci sono 6,8 miliardi di abbonamenti mobili e 7,1 miliardi di persone ma se il tasso di crescita continua ai livelli correnti il superamento sarà inevitabile. “

(La Stampa, 10/05/2013)

Quando mi capita di entrare in alcune scuole e vedere la Lim (la lavagna elettronica) penso che la mia generazione fa parte di un enorme gruppo dei figli della cimosa, una delle ultime generazioni costrette a scrivere la brutta copia prima di consegnare il tema, ad appuntarsi sul diario, pieno di pagine scribacchiate, i compiti per il giorno dopo, ad ingessarsi le mani per svolgere un problema alla lavagna, insomma una delle ultime che avrà avuto a che fare con la carta, con lo scrivere come gesto della mano.

Penso di aver iniziato a scrivere per riempire tutti quei bellissimi blocchi che mi regalavano, perchè da piccoli far conoscere a parenti e amici una passione, anche solo un abbozzo, è il modo più semplice per trovarsi, ad ogni occasione utile, sommersi da una serie di svariati regali monotematici.

Ancora oggi ho una passione per tutti gli articoli da cancelleria, una passione che talvolta varca i limiti della malattia, una sorta di disposofobia da cancelleria, un accumulo patologico che mi porta ad accaparrarmi ogni tipo di blocco, quaderno, penna(obbligatoriamente a punta fine), lapis, normografo e tutti quegli oggetti che hanno a che fare con lo scrivere.

Parte del tesoro da cancelleria

Parte del tesoro da cancelleria

Ho dei quaderni così belli che inizierei a scrivere un libro solo per riempirli, se solo avessi il coraggio di usarli come brutta copia, ma la verità è che la maggior parte di queste meraviglie giacciono piene di pagine bianche negli angoli più reconditi di casa e tutto il tempo che ho speso per trovarli e accumularli si è rivelato inutile, perchè oggi la carta non si usa più, almeno non per comunicare in maniera informale e talvolta nemmeno per le formalità, per non parlare delle liste della spesa o dei taccuini dei giornalisti, anche di quelli ne sono rimasti ben pochi.

I nativi digitali si perderanno, con molta probabilità, la bellezza della carta e lo scrivere lascerà il posto al digitare o a qualche altro surrogato.

I cellulari stanno per superare il numero di utenti, senza contare tutti gli altri dispositivi elettronici, tutti con una cosa in comune: la possibilità di comunicare, soprattutto in maniera istantanea.

Nonostante la tendenza sia verso un tipo di comunicazione rapida e istantanea, il linguaggio che si usa su queste piattaforme è più una “lingua scritta che è stata attratta verso il parlato, piuttosto che una lingua parlata trasferita nello scritto” (D.Crystal).

Per assurdo l’evoluzione di questi ultimi decenni ha favorito quello che è un ritorno effettivo alla scrittura, scrittura che passa attraverso una tastiera che sia di un computer, un tablet e un cellulare; la lingua che utilizziamo per esprimerci è ancora una lingua scritta, nonostante una certa libertà nelle regole grammaticali (vedi tutte le forme contratte) e un costante tentativo di imitare tutti quei segni non verbali, tipici dell’oralità.(vedi smile)

Non c’è stato un momento in cui i cassetti delle scrivanie di tutto il mondo non sono stati più aperti, eppure chi scriveva adesso lo fa su uno schermo, quando non lo condivide direttamente in rete, e anche chi non ha mai scritto una riga adesso è costretto a scrivere se vuole essere ascoltato.

«Se scrivi con la penna d’oca devi grattare le sudate carte e intingere ad ogni istante, i pensieri si sovrappongono e il polso non tien dietro, se batti a macchina si accavallano le lettere, non puoi procedere alla velocità delle tue sinapsi, ma solo coi ritmi goffi della meccanica. Con lui invece le dita fantasticano, la mente sfiora la tastiera, via sull’ali dorate…»

(Umberto Eco, “Il pendolo di Foucault”, 1988) 

Una svolta, una curva stretta in una gara rapidissima da cui è impossibile tornare indietro; le nuove tecnologie hanno riportato in auge la scrittura, modificandola, piegandola a quelle che sono le direttive principali del tempo in primis la rapidità, l’istantaneità della comunicazione; e allora in che modo scriveremo nel futuro?

Lo scrivere digitale è una scelta:

1)più ecologica, pensiamo a tutti i nuovi giornali online che non stampano più una pagina o ciò che potrebbe essere per i documenti burocratici della pubblica amministrazione e dei tribunali;

2)più veloce, principalmente perchè oggi uno scritto, se vuol essere letto, deve anche interagire con la rete, basti pensare al mondo della stampa digitale, delle agenzie che hanno abbandonato in fretta i taccuini per i tablet;

3) più incisiva, perchè  grazie alla sua natura multimediale può offrire di più al suo lettore, basti pensare solo alla funzione dei link per capire l’enorme differenza di potenziale fra un A4 e una pagina del web;

C’è chi pensa che”(…) in una società libera dall’ingombro della carta si presenterà il problema dell’eccesso di conservazione perchè disabituati alla selezione e alla gerarchizzazione dei materiali.”, ma questi sono sofismi che adesso possono lasciarci dormire tranquilli visto l’ingombro della carta.

Scrivere su carta ha i suoi vantaggi: in primis un bloc notes non si scarica mai, al massimo finisce le pagine, ma si può sempre scrivere sulla copertina di cartone, si memorizza meglio ciò che si scrive e un recente studio dell’Università di Washington ha evidenziato come chi scrive su carta riesca a produrre elaborati più originali rispetto a chi scrive su tastiera.

E’ indiscutibile che la scrittura su carta, pur perdendo molti fan, conserva ancora l’egemonia dello scrivere in quanto azione vera e propria, l’atto dello scrivere si può, ancora oggi, compiere solo quando si disegnano le lettere che compongono l’alfabeto, sia che lo si faccia con una penna, sia che lo si faccia con un gesso, una matita o pennello che sia.

E in quell’atto c’è qualcosa di educativo, di pedagogico, altrimenti perchè per insegnarmi l’alfabeto mi hanno fatto scrivere ogni singola lettera fino a riempire quaderni interi? Perchè quando distrussi un cestino del pane alle elementari mi hanno fatto scrivere centinaia di volte che non si gioca col cestino del pane? (Lezione che per altro servì, visto che non ho mai più distrutto anche un solo cestino del pane fino ad oggi)

E allora se lo scrivere su carta diventerà davvero “un esercizio estetico di stile”, che cosa potrebbe comportare?

Probabilmente niente, soprattutto se la generazione di passaggio, cioè noi, riuscirà a trasferire quelle che sono le buone pratiche dello scrivere anche sulla tastiera, non dimenticando mai che l’ingrediente principale per scrivere qualcosa di sensato è il cervello.

Edoardo Romagnoli

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Ice Buckett all’italiana

Ho provato a resistere, a dirmi che sarebbe passato in fretta, a leggere le ragioni di chi elogiava il fenomeno, ma le secchiate d’acqua gelate continuano a invadere la Home di Facebook e, ancor più grave, quella dei maggiori quotidiani italiani e allora ho deciso di scrivere.
L’ice buckett challenge è nata negli Stati Uniti,  dove tutto, da anni, quando non è spettacolo, viene spettacolarizzato. Un’idea “virale” che avrebbe contribuito a sensibilizzare il grande pubblico su una malattia dannatamente silenziosa che colpisce il corpo fino a renderlo una prigione per l’anima, un’idea che, col senno di poi, ha funzionato, informando chi non sapeva e raccogliendo più di 35 milioni di dollari per la ricerca.
Poi come spesso succede, dagli Usa, la nuova “moda” si è sparsa per il mondo con una velocità che solo Internet può raggiungere con il suo tam tam social, arrivando anche qui, nel bel paese, dove tutto è stato tranne che un bello spettacolo.
Abbiamo assistito a tante docce, una miriade di gridolini e risate a crepapelle, ma di versamenti poco o nulla, tanto che l’AISLA (l’associazione italiana malati di sla) è dovuta intervenire per ricordare ai nuovi eroi del secchio il motivo di tutto quel ghiaccio versato. Uno spettacolo di così basso livello da dover mettersi a fare in conti in tasca ai vari vip che si sono avvicendati, trovandoci poi costretti a elogiare i 500 euro di Rocco Hunt e i 1000 di Gerry Calà, a indignarci dei miseri 100 euro della Littizzetto e della performance inutile della Madia. Siamo riusciti a trasformare quella che poteva essere una buona idea, in un triste show di autopromozione, guidato dalla solita “irresponsabilità” intrinseca in ogni manifestazione social, in quel tipo di impegno a portata di click.
Non fraintendetemi, non è un fatto di soldi o quanto meno non è solo un fatto di soldi. Lo spettacolo non è stato indegno solo per la mancanza dei versamenti,  ma per quel senso di irresponsabilità che queste manifestazioni in genere rischiano di portarsi dietro. Ci ricordiamo tutti l’hashtag #bringbackourgirl,  ma quanti di noi sanno che fine hanno fatto le 200 ragazze nigeriane sequestrate?
Con questo nuovo modello di sensibilizzazione rischiamo di arrivare a tutti, ma di arrivare con un messaggio edulcorato, talmente carico di vezzeggiativi da renderlo inutile, da scaricarlo di ogni senso, si rischia di trattare certe realtà in modalità usa e getta. Cosa faremo tra dieci anni? Tireranno fuori vecchi hashtag? Ne faranno di nuovi? E se non dovessero attecchire? Se le persone li trovassero vecchi, non più divertenti che succederebbe?
È proprio questo il rischio che, certe manifestazioni, nel giusto tentativo di cercare una maggiore condivisione si possano perdere lungo i mille e più sentieri del web, arrivando alla fine completamente sfigurate e lontane dallo spirito iniziale, come nel migliore dei telefoni senza filo. Il rischio è quello che, dopo un like, una condivisione e una secchiata, ci si possa sentire appagati, addirittura fieri del nostro contributo e chi se ne frega se una volta passata la moda ci siano ancora duecento ragazze ostaggio del gruppo terrorista Boko Haram, io l’hashtag l’ho condiviso.

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Profumo D’ottimismo

Per ragioni estranee alla mia volontà, ultimamente ho fatto il pieno di incontri elettorali. Questo è quello che ho capito:

1 – La vita del candidato è una vitaccia. Farsi ogni tappa è un errore madornale, tutte le tappe se le fanno solo: a) il candidato;  b) l’addetto stampa; c) l’autista e chi per lui;

Ed ognuno è provvisto del suo buon motivo per farlo. Basti pensare che le circoscrizioni per le europee, escluse le isole, sono composte da 4 o più regioni, dove il candidato viene sballottato, fra dibattiti, sagre, incontri e premiazioni in meno di un mese. Un copione molto più simile ad un canovaccio, ad uno spartito jazz e giù via, di platea in platea, improvvisando o personalizzando secondo la situazione e l’umore, dicendo in fondo le stesse cose;

2- E’ una campagna elettorale contro. Tutti d’accordo sul fatto che la Merkel sia UN problema.

Forza Italia è contro l’Europa ________________________________________ PIU’ ITALIA IN EUROPA, MENO EUROPA IN ITALIA

Il PD è contro chi è contro l’Europa____________________________________ CAMBIA VERSO

Lista Tsipras è un problema Europa è più un problema di priorità_______________ PRIMA LE PERSONE

Lega Nord è contro l’Euro___________________________________________ BASTA EURO

M5S è contro l’Euro, l’Europa e anche l’Italia non gli sta tanto a genio____________ ANDIAMO IN EUROPA PER CAMBIARE L’ITALIA

3- A parte qualche nome, sembrano essere finiti i tempi degli ex calciatori, ex veline, ex qualcosa che non c’entrava nulla con l’Europa;

PD

Insomma niente di diverso dalle altre elezioni europee, arrivano ogni cinque anni e ci trovano sempre impreparati. Quelli che hanno le soluzioni e i più critici in generale sono, spesso, coloro che hanno appena finito i cinque anni di quello che sperano possa essere solo il primo mandato; mentre gli entusiasti rimangono sempre quelli che sperano di entrarci per la prima volta, a molti neppure importa come e con chi.

Ad ogni elezione cerco un valido motivo per andare a votare ed uno ancor più valido per votare PD e ad ogni elezione diventa sempre più difficile.

L’ultima volta scrissi che avrei votato PD per fede e che alle primarie avrei votato per Bersani e così ho fatto, senza pentimenti.

Oggi il PD è un partito più forte, sia di quando Bersani uscì vittorioso dalle primarie per andare a “quasi vincere” alle elezioni, sia il giorno successivo alla vittoria di Renzi; molti dei protagonisti di quella “quasi vittoria”, volenti o nolenti, hanno dovuto lasciare la prima fila per accomodarsi in platea. Proprio mentre il partito cambiava faccia rafforzandosi, ad indebolirsi sono stati proprio loro, con il rischio, se non dominassero un’eventuale poco originale voglia di rivalsa, di far ricadere il centrosinistra nella solita spirale delle correnti.

Renzi per adesso continua a surfare l’onda che lo ha portato dalle primarie a Palazzo Chigi, grazie a quel misto fra l’entusiasmo e la sensazione di essere all’ultima spiaggia che domina l’elettorato. La sua è l’immagine di un vincente, complici anche un Berlusconi ai minimi storici oltre che ai servizi sociali e un Grillo che rischia di bruciare tutto il buono del Movimento in un’escalation di autoritarismo violento.

Renzi, anzi Matteo appare un vincente nonostante in una recente intervista a Giovanni Floris ammetta: “..fino a qui non ho meriti”, nonostante i primi cento giorni di governo stiano per finire con il solo risultato di aver venduto le auto blu e non tutte, perchè fino ad ora ci sono state le buone intenzioni e tanto ottimismo.

L’ottimismo è un concetto che il berlusconismo aveva fatto suo, spingendolo ai suoi limiti più ciechi, fino ad usarlo come strumento per negare la realtà. Credo che uno dei meriti di Matteo Renzi sia stato quello di aver sottratto all’egemonia del centrodestra il valore dell’ottimismo, pur avendolo dato in mano a gente come Farinetti.

Ecco perchè anche stavolta andrò a votare e voterò PD, nonostante un partito pieno di impresentabili, nonostante Genovese, i miliardi alle banche, i 101, il patto con Berlusconi, la ricomparsa del compagno G, nonostante stavolta non abbia neppure l’alibi del meno peggio.

E allora stavolta voterò per godermi questa nuova conquista del centrosinistra, voterò per ottimismo, pensando che gli impegni verranno mantenuti, che Shulz diventi presidente della commissione e che possa finalmente unire l’Europa, con una Costituzione e un esercito unico, e che Matteo non si rivelerà il solito politicante tutto chiacchiere, sperando che sia davvero la volta buona, confortato dal pensiero che lo farà anche Guccini.

 Edoardo Romagnoli

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Pompei: per fortuna o purtroppo.

Era un giovedì pomeriggio e mi trovavo a Pompei già da un giorno, il tempo necessario per mangiare un babbà e un bel piatto di pesce, bere un limoncello, un bicchiere di Lacryma Christi e vedere il santuario della Beata Vergine del rosario di Pompei, più volgarmente nota come ‘a Maronn ‘e Pompei. In pratica avevo già fatto i tre quarti delle attività consigliate a Pompei, ne mancava solo una all’appello: gli scavi di Pompei.

Ed eccomi lì, in un assolatissimo giovedì 3 Aprile in cui l’effetto serra stava facendo sudare le pietre, davanti alla biglietteria degli scavi di Pompei, il secondo sito turistico più visitato in Italia, preceduto solo dalla trinità: Colosseo, Foro Romano e Palatino. Non immaginavo la biglietteria della Nasa, ma almeno il livello di quelle che si vedono nei centri commerciali con le multisale annesse.

La biglietteria è uno sgabuzzino in fondo ad un vialetto sulla destra, rinchiusa fra il cancello d’ingresso e i tornelli per entrare al sito.

Il biglietto costa 11 euro. Non faccio un metro dopo i tornelli che un uomo sulla quarantina, immerso fino al ginocchio in un nugolo di cani randagi mi offre una visita guidata.

“60 euro per te. Altrimenti erano 110.” Rifiuto e vado avanti.

Fauno

Pompei è un sito archeologico immenso, 60 ettari per le brochure informative, 44 per Wikipedia. Seppur fondata nell’VIII sec dagli Osci, è nel III-II sec. a.C, con la dominazione romana, che Pompei diventa uno dei porti più attivi del Mediterraneo, oltre a rappresentare un’ambita meta di destinazione per la villeggiatura di aristocratici e ricchi mercanti romani, arricchendosi di ville e splendide dimore.

Una delle frasi più ricorrenti su Pompei è:”Come siamo stati fortunati!”

La fortuna di cui parlano inizia con l’eruzione del 23 agosto 79 a.C, quando una pioggia di lapilli incandescenti, scagliati dal vulcano a più di 20 km d’altezza, investì la città, distruggendo tutto ciò con cui venne in contatto.

Il giorno seguente, quando ancora la città era devastata e i cittadini ancora sconvolti, una nube tossica che scese dal Vesuvio ad una velocità compresa fra i 60 e i 70 km orari li sorprese nei primi flebili tentativi di ricostruzione, uccidendo tutti i sopravvissuti e coprendo la città sotto una spessa coltre di cenere per 1700 anni.

La sfortuna è che nel 1748 Carlo III di Borbone decise di iniziare degli scavi che in realtà avanzano ancora oggi, fra infiniti problemi, mille ruberie e continui crolli; portando alla luce un patrimonio immenso, ma che sfortunatamente non si può visitare per intero, ormai da tempo e chissà quando lo si potrà fare.

La sfortuna è che, come spesso accade, quello che resiste lo fa a stento, barcollando sulla gambe, in un perenne stato di emergenza mal gestito e mal custodito.

La sfortuna è che il parcheggio del Metropolitan Museum di New York fattura, in un anno, quanto tutti gli scavi di Pompei.

La sfortuna è che la copia del celebre mosaico del Cave canem nella casa di Paquio Proculo si sia rovinata e che quello nella villa di Nettuno della dea Artemide sia stato rubato su commissione.

La sfortuna è che sulle mura delle case pompeiane siano state ritrovate delle scritte: da ultrà “Nocerinis Infelicia”, da amante devoto “Marcus spendusam Amat” e da ammiratore ignoto come  “Suspirium duellarum celadus thraex”; cosa che evidentemente ha fatto sentire autorizzati i turisti di tutto il mondo a replicare in chiave moderna l’antica usanza, tanto che oggi si possono ammirare scritte come: “Ana + Tony”, l’immancabile “Enzo è stato qua” e lo speranzoso “Mary sei bellissima”.

La sfortuna è che accada di fare una collezione di rifiuti passeggiando per via della Fortuna e fortunato chi riesce a trovare un guardiano, non dico vigile, ma almeno uno sveglio.

La fortuna è che, fra le tante disgrazie inutili che accadono ogni giorno nel mondo, almeno l’eruzione del 79 ci ha permesso di conservare una fotografia esatta di cos’era la vita a quel tempo, non solo a Pompei.

Via dell'Abbondanza

Via dell’Abbondanza

La fortuna è quella di poter pestare il selciato che ancora riposa intatto sopra via dell’Abbondanza, in barba a tutti i documentari in 3D girati in 4K, a tutte le illustrazioni patinate e le ricostruzioni da Hollywood; poter respirare l’aria che tira fra le vigne antiche, camminare per i giardini della casa del fauno, poter sbirciare nella dimora del candidato al duumvirato Giulio Polibio, precursore nell’imbrattare le mura pubbliche con i manifesti elettorali, poter entrare nei panifici e nei bordelli, le lupanare con i letti in pietra, dove non è difficile immaginare quel che si consumava, visto che è ancora dettagliatamente illustrato sulle pareti.

E’ un bonus per l’immaginazione: tenete io vi do il disegno quasi finito, voi abbellitelo, coloratelo e definitelo.

La fortuna è che la bellezza conservata in questo posto riscopre i lacci col passato, una bellezza che ha ispirato Mozart e i Pink Floyd e che dovrebbe metterci all’erta su quello che lasceremmo di bello e di nostro, se domani un vulcano ci imprimesse per 2000 anni nel frigorifero della Storia.

Quello che ho visto è quello di cui si parla sempre quando si parla degli scavi, lo splendore accanto all’imminente catastrofe. Una lenta degradazione di un’alba che sembrava eterna.

E allora le speranze sono due:

– la prima è che prendiamo atto della nostra inettitudine e seppelliamo tutto, sperando che la civiltà che ritroverà Pompei sia messa meglio, più in grado di gestire una fortuna così sfaccciata;

– la seconda è che Angela Merkel, in visita proprio oggi a Pompei non decida di farlo diventare sito europeo con gestione teutonica;

Pompei è stato denominato “patrimonio mondiale dell’umanità” dall’Unesco nel 1997, ma non è servito a preservarla, come non ci sono riuscite le centinaia di milioni di euro stanziati dall’U.E, andati perduti  nelle solite tasche.

E allora sotterriamola o diamola in appalto. Un’idea anche per risolvere i problemi nell’immediato futuro perchè Pompei è un’occasione unica, ma che si è ripetuta anche altrove, per fortuna o purtroppo, quasi sempre in Italia.

 

 Edoardo Romagnoli

 

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Il mercato delle fiction

Ieri pomeriggio sono andato in via della dogaia vecchia per una conferenza, organizzata dal Centro degli studi sociali, per la presentazione di un’indagine statistica sull’uso di stupefacenti da parte degli adolescenti europei; obiettivi dello studio: capire l’efficacia delle politiche di prevenzione.

Ad un certo punto la relatrice dice una frase lapidaria: “Non sono i consumatori a modificare il mercato della droga, è il contrario.” In pratica il mercato varia e così il consumo, a seconda della disponibilità di materia prima da parte dei pusher. Vi sembrerà strano, ma appena ebbe finito di pronunciare l’ultima parola, non ho potuto fare a meno di pensare:”Ecco perchè la Rai ci propina la solita merda!”.

Mi spiego.

Qualche tempo fa, per una buffa casualità, mi è capitato di ritrovarmi sul set di una nota serie televisiva ed è stata un’esperienza illuminante, anche solo per il fatto che ho potuto capire com’è che le fiction italiane facciano così schifo.

Era una giornata fredda, ero arrivato in motorino verso le nove e mezza, e il piazzale della sede dei fratelli Cartocci, era già pieno di camion che strabordavano d’attrezzatura.99_vSBUBx-suYIVdEGADNPySQOrk7odyTW90C0biJ6k

La scena da girare era apparentemente semplice: un dialogo a due sul tetto di casa di uno dei protagonisti. Per esigenze televisive la scena doveva essere girata con la tecnica del green screen. In pratica utilizzando un tetto finto e un telone verde dietro, sul quale, in sede di post production, sarebbe stato inserito il cielo e gli altri elementi della scena, per riprodurre l’ambiente intorno alla casa.

Fino alle undici e mezza non si vide nessuno e così, in attesa degli attori, del regista e del suo direttore della fotografia, la mattinata passò indenne fra sigarette e caffè, in mezzo ad un esercito di persone indaffarate a spippolare allo smartphone o intente a guardare il set semivuoto.

Poi finalmente arrivarono le macchine con la troupè al completo, la marmaglia gozzovigliante iniziò a scrostarsi dai giacigli, ma era solo un falso allarme, prima andavano truccati gli attori.

Nel frattempo il direttore della fotografia seduto da una seggiolina in plastica inizia a dare disposizioni agli elettricisti per la messa a punto delle luci. Il dialogo è serrato: “Alzatemi quella da 1000, voglio più luce più luce… pannellatemi quella da 200, voglio una luce tagliata su di lui”, indicando un macchinista appollaiato sul tetto finto, rassegnato al suo ruolo provvisorio di sostituto dell’attore. “COSI’ DOTTO?”, replica l’elettricista barcollando su una scala a quota 15 metri.

Finalmente arrivano le star, un lui, tenebroso e barbuto, e una lei, ragazzetta acqua sapone con due occhioni azzurri, mai visti. Si mettono in posa, ma giusto il tempo di fare due totali della scena che una voce interrompe l’incanto annunciando l’arrivo dei “cestini”. Ecco sui cestini vorrei aprire una parentesi dovuta: quello che ho preso, spacciandomi per uno della troupe, era il mio primo cestino cinematografico, ma non pensavo fosse così diverso dagli altri, e mi sbagliavo. Notai da subito che sopra vi era stampata l’immagine di un piatto, ma che al posto della pasta spadroneggiava al centro del piatto delle pellicole da cinema. La cosa mi ha colpito e non poco, così chiesi in giro.

“Scusate, ma lo fanno apposta per il cinema?  C’è una ditta specializzata in cestini da set cinematografico?”

“Sì e lo paghiamo anche caro”

Ancora scioccato mi trovai un posto ad un tavolo per consumare i gustosi spinaci ripassati del cestino e lì arrivò l’illuminazione. A parlare erano la regista e il direttore della fotografia.

DF: Anche a sto giro stamo a fa na bella merdata.

R:Eh sì, ma speriamo ne parta un’altra a breve perchè qui c’è da campà.

DF: Eh sì, ma ora mi sa che ce sta un progetto in cantiere che parte a settembre.

Parliamoci chiaro, non ho mai pensato che le fiction Rai godessero di buona reputazione, ma che nel progetto, finanziato dal canone Rai (ergo: soldi pubblici e quanti!) non ci credano neanche gli addetti ai lavori, questo da l’idea di quello che sono diventate queste serie televisive. Sono delle macchine mangiasoldi, baracconi costosissimi tenuti in piedi per far lavorare gli amici degli amici senza neanche l’obiettivo di creare un prodotto, non dico culturale, ma almeno di qualità. Noodles pronti all’uso, di quelli ai quali basta aggiungere un pò d’acqua calda e sono pronti per essere trangugiati, ecco cosa sono, ma ancora mi sfuggiva una cosa.

Continuavo a chiedermi:” Visto che soldi e la professionalità ci sono, perchè non fare un prodotto di qualità?”, magari ottimizzando la spesa del budget che, generalmente, viene più che dimezzato una volta pagato il Lino Banfi della situazione.

La risposta più comune è stata:” Perchè la gente vuole questo.” Una risposta che lì per lì mi aveva convinto, permettendomi di guardare le ultime due ore di lavoro con un altro occhio, più sprezzante verso il pubblico e maggiormente indulgente verso quell’infinità di persone indaffarate a trovarsi un’occupazione su quel set affollato.

Poi ieri sono stato a quella conferenza e finalmente ho capito che era una menzogna. Ho capito che: “Non sono i consumatori a modificare il mercato, è la disponibilità degli spacciatori.”

Edoardo Romagnoli

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Le nek nomination e le sigarette di carta

Qualche giorno fa mi sono svegliato e su Facebook ho trovato un sacco di video con persone che bevono e sfidano altri a farlo. Lo chiamano Nek Nominate o qualcosa del genere.

Mi ricordo che quando ero alle elementari trascorrevo interi pomeriggi con gli amici, ad architettare uno stratagemma per impiegare il tempo, cercando sempre di tenere fuori dalla portata dei nostri rapporti qualunque forma di vita antropomorfa non dotata di pisello.

E così spesso organizzavamo: tornei di lotta libera che finivano in mega risse dove volava di tutto tranne che pugni, strascicate sfide di biglie, sanguinose gare di yoyo, quelli con la frizione, e ovviamente non ci facevamo mancare interminabili partite di calcio.

Solo un giorno ricordo che una ragazza, evidentemente traviata da una famiglia di accaniti fumatori, iniziò a fabbricare sigarette di carta vuote durante lezione per poi distribuirle alle compagne, permettendo così a tutte di poter fumare aria durante le consuete chiacchiere da intervallo.

La reazione della parte maschile della classe fu immediata: ci mettemmo a fabbricare subito queste sigarette di carta vuote e nonostante il risultato fosse molto inferiore a quello confezionato dalle bambine, dotate anche della marca perfettamente contraffatta appena sopra il filtro, iniziammo a fumare aria anche noi all’intervallo.

Passarono mesi così, in classe o in corridoio, divisi per sesso, neanche in una classe degli anni Cinquanta, a fumare aria, guardandosi gli uni con le altre, fino al giorno in cui le maestre decisero che forse era un passatempo un tantino diseducativo; penso sia da lì che le femmine smisero di farci schifo e che molti di noi iniziarono ad associare al fumo un qualche potere afrodisiaco.

Ecco penso che dietro a questa nuova moda, scoppiata su Internet, del Nek Nominate ci sia un meccanismo di questo tipo o molto simile. C’è un rapporto strano tra i ragazzi della mia generazione e l’alcool, c’è una forma di eroismo, proprio come quei bambini che hanno voglia di crescere e provano a bruciare le tappe, imitando, alla cieca, i grandi.

Una serata non può passare senza alcool, diventa la materia prima indispensabile per il successo di una serata, la chiave del divertimento, un buon metodo per acchiappare, sempre se non si esagera fino a rendersi innocui.

E allora spopolano sul web video di adolescenti impegnati  a sgolarsi centilitri di vodka, litri di birra e lunghe file di bicchieri d’amaro. Premetto: faccio parte anche io di questo mondo e anche a me è capitato di sbronzarmi, ma non mi ha mai attirato quest’idea di autolesionismo insita nell’alcool in genere. Cosa c’è di eroico, di figo nel perdere totalmente la cognizione di sè, proponendo spesso agli altri, tutto il peggio di cui si è capaci?

Per trovare una risposta torno a quel ricordo d’infanzia, a quelle sigarette di carta, alla convinzione che ci facevano più grandi, più desiderabili agli occhi di quelle bambine, per la prima volta, non così antipatiche.

Edoardo Romagnoli

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