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Centrale Montemartini dove si ritrovano i presenti

Nelle mie domeniche da turista in città sono finito al 106 di via Ostiense, qui il 30 giugno del 1912 l’allora sindaco di Roma Ernesto Nathan inaugurò la centrale termoelettrica Montemartini.

La centrale doveva fornire energia elettrica alla città ed era il primo impianto pubblico di proprietà dell’ Azienda elettrica municipale, l’attuale Acea; venne dedicata a Giovanni Montemartini teorico delle municipalizzazioni delle aziende di servizi di interesse pubblico e assessore al tecnologico, scomparso durante una seduta del consiglio comunale del 1913.

Ernesto Nathan sindaco di Roma dal 1907 al 1913

Ernesto Nathan sindaco di Roma dal 1907 al 1913

Dopo mezzo secolo di attività l’impianto divenne obsoleto e la produzione di energia elettrica fu definitivamente interrotta nel 1963 e la centrale subì una decadenza che durò per oltre venti anni fino a quando la dirigenza non decise di restaurare il corpo centrale dell’edificio e di reinserire alcuni macchinari (che vennero forniti dall’azienda metalmeccanica di Franco Tosi). L’intervento di recupero fu uno dei primi casi di salvaguardia dell’archeologia industriale della città.

Fino a qui nulla di speciale, ma sopratutto niente che spieghi la presenza di statue romane all’interno della centrale, perchè come succede alle persone anche le storie di alcuni edifici si intrecciano per dare vita ad altro. (vedi il roseto di Roma)

Musei Capitolini, Campidoglio 1995. Per permettere i lavori di ristrutturazione la galleria lapidaria e diversi settori del palazzo dei Conservatori dovettero essere chiusi al pubblico e molte delle statue presenti all’interno vennero spostate e alcune di queste vennero portate alla Centrale Montemartini come sistemazione temporanea.

Dopo dieci anni i lavori si concludono eppure molte delle statue rimarranno alla centrale dando vita ad uno degli esperimenti museali più interessanti che si possano ammirare nella Capitale.

wpid-wp-1434831707656.jpegLa lettura data della mostra “Macchine e dei” non è delle più azzeccate, perché si focalizza su un concetto troppo semplicistico:  il dualismo fra antico e moderno, ma se le statue possono anche essere catalogate nell’antico, quel tipo di archeologia industriale, quelle macchine non possono certo rappresentare il moderno.

Qualora lo rappresentassero non farebbero altro che rappresentarlo per contrapposizione, ma a ben vedere si dovrebbe parlare di due contemporaneità a confronto e per assurdo in questo confronto gli antichi sembrano più i macchinari industriali che le statue, nonostante siano così ben conservate e così ben oleati che sembrano poter ripartire da un momento all’altro.

Il fatto è che il progresso tecnologico, incluso quello tecnico-industriale, incede con falcate così ampie da saltare il passato, passando direttamente dal presente al passato remoto; in parole povere: in un’epoca in cui ogni sei mesi esce un nuovo ritrovato della scienza, un 3310 può apparire certamente più arcaico del Pothos di Skopas.

Per non disorientare nessuno evitiamo di scambiare le etichette ‘antico’ e ‘moderno’ fra le macchine e gli dei, anche perché potrebbe sembrare un esercizio di stile fine a se stesso, ma ciò non toglie che queste due categorie rimangano errate e che se proprio dovessimo etichettare questi due mondi a confronto sarebbe più opportuno parlare di contemporaneità a confronto che specchiandosi l’una nell’altra ritrovano il filo di tutta una storia.

Edoardo Romagnoli

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Le rose di Roma

Roseto comunale di Roma Capitale

credit: NonSonoChiPensi;

Le città cambiano forma, si stratificano, sedimentano, riadattano alcuni angoli alle esigenze del presente, cercando di conservarne intatti altri da consegnare alla storia. C’è un angolo di Roma che pur non sottraendosi agli inevitabili mutamenti del tempo, è cambiato solo per tornare ciò che era, come se per quello e solo per quello fosse stato creato.

In questo angolo di Roma che prende un ettaro sul versante orientale del colle dell’Aventino, si dice che già nel III secolo a.C vi fosse un tempio dove dal 28 di aprile ai primi di maggio si tenevano i Floralia, festeggiamenti in onore alla dea Flora, divinità della fioritura dei cereali e di tutte le piante edibili.

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Roseto comunale di Roma Capitale

Nel 1645 i destini di quello che era diventato un appezzamento di terra incolto e Porta Portese si intrecciarono per colpa di un cimitero ebraico.

I fatti sono questi: la comunità ebraica di Roma era solita seppellire i propri defunti appena all’interno della vecchia Porta Portese, ma quando nel 1645 venne costruita la nuova porta proprio dove sorgeva quel cimitero, la comunità ebbe il permesso di spostare il cimitero sull’Aventino.

Qui grazie alle politiche di inclusione promosse dal papato prese il nome di ‘Ortaccio degli ebrei’ e questo nome conservò fino al 1870, quando la caduta dello stato pontificio permise di allentare la tensione a tal punto che nel giro di pochi anni, agli ebrei, si aprirono anche le porte del cimitero monumentale del Verano costruito nel 1836, ma fino ad allora ad uso esclusivo dei cattolici.

Dal 1895, anno in cui all’Aventino non fu più concesso seppellire, si deve fare un salto temporale fino al 1924 quando un’elegante signora originaria della Pennsylvania, Mary Gayley Senni, decise di regalare al comune la collezione di rose che aveva faticosamente coltivato nel giardino della sua casa a Grottaferrata.

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credit: NonSonoChiPensi;

Le rose furono effettivamente prese in custodia dal comune che le piantò in un’aiuola sul colle Pincio, a Mary però quella sistemazione non piacque e decise di riprendersele in attesa di qualcuno che sapesse valorizzare le sue rose. Passeranno otto anni prima che si decida a regalarle nuovamente, stavolta il prescelto fu un solerte funzionario fascista: Giovanni Boncompagni Ludovisi, governatore di Roma, che decise di valorizzare sia le rose sia Mary e così, in ordine: fece istituire sul colle Oppio il primo roseto comunale, lì fece piantare le rose della signora Senni e non contento decise di istituire il concorso floreale, tuttora esistente, premio Roma mettendola nella giuria in rappresentanza dell’American Society; la prima edizione del concorso si tenne nel 1933 e il primo premio andò ad una varietà di rosa chiamata Condesa de Sastago.

Condesa de Sastago

Condesa de Sastago

L’anno dopo il roseto viene tagliato a metà con la costruzione di via di Valle Murcia che tuttora divide il roseto in due: una a monte, una a valle.

Nel frattempo la situazione politica degenera e nel giro di dieci anni l’Italia entra in guerra e non c’è spazio nè per le rose, nè per i concorsi. Il roseto comunale di Colle Oppio diventa un orto di guerra, prima di essere distrutto dai bombardamenti.

I vialetti che disegnano un Menorah

I vialetti che disegnano un Menorah

Le tavole della legge di Mosè

Le tavole della legge di Mosè

La guerra finisce, l’Italia si rialza e anche l’effimero ritrova il suo spazio.

Il comune con il consenso della comunità ebraica adibisce l’area orientale dell’Aventino in giardino pubblico, ma in ricordo del cimitero ebraico che prima sorgeva su quella porzione di colle vengono poste due tavole della legge di Mosè ai due ingressi del roseto e i viali della parte a monte vengono disegnati a forma di Menorah, il candelabro a sette braccia della tradizione ebraica. Dell’antico cimitero vengono salvati solo i cipressi, tuttora presenti nel roseto.

Nella zona a valle, disposte nelle aiuole centrali vi sono tutte le specie di rose che hanno vinto il premio Roma negli anni, dalla prima vincitrice del 1933 la Condesa de Sastago sino alla Bar7732, l’ultima premiata della 73esima edizione nella categoria floribunde. In totale sono 1100 specie diverse provenienti da più di venti paesi, dalle più profumate alla puzzolentissima phoetida persiana, dalla rosa dedicata a Sandro Pertini a quella per Paganini passando per Rembrandt e Karen Blixen.

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credit: NonSonoChiPensi;

Finchè ci sarà posto per una cosa bella ed effimera come un roseto vorrà dire che non tutto sta andando perso, fino a quando questo roseto non diventerà un orto queste rose ci daranno una fragile testimonianza di come siano labili gli equilibri, di come sia importante prendersi cura dei luoghi che ci fanno star bene e che regalano a tutti, senza distinzioni, un angolo di paradiso.

Se capitate a Roma in un periodo compreso fra l’inizio di maggio e la fine di giugno e vi trovate dalle parti di Circo Massimo sappiate che, dalle 8.00 alle 19.30, potete entrare gratuitamente in questo giardino pieno di storie e di storia, in questo incantevole regno dell’effimero dove grazie alla tenacia di una donna americana e alle congiunture della storia, dai tempi dei Floralia ogni anno, per 40-45 giorni, si ripete l’incanto della fioritura.

Edoardo Romagnoli

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Io mi innamoro sugli autobus

Ogni giorno in una delle città più belle del mondo migliaia di persone si accalcano dentro enormi bruchi metallici, esposti al caldo, al freddo e al taccheggio.

Costretti a darsi la caccia con lunghi appostamenti per trovare posto su uno dei pochi seggiolini, spesso griffati dall’ultimo artista adolescente dell’Uniposca, suscettibili ad ogni vibrazione del sanpietrino.

AutobusQuei posti così rari che una volta conquistati vengono difesi strenuamente, cosa che induce spesso l’avventore a fottersene alla grande di vecchi, bambini, donne incinta, mutilati di guerra e tutto quanto il papello delle regole non scritte per il quieto vivere.

Spesso si trovano a viaggiare in piedi o attaccati a improbabili anelli di gomma che, per agevolare il compito non si limitano ad essere fissi, ma scivolano amabilmente lungo il binario che li sostiene, per tutta la lunghezza dell’autobus.

Una piccola licenza ingegneristica di qualche fenomenale interior bus designer che, immedesimandosi nel viaggiatore tipo, ha pensato bene di fornirlo di una bella pista dove potesse librare fra un anello e l’altro come un Tarzan moderno. Lo immaginava così, in movimento, fra l’autista e il fondo del bus, un uomo eclettico, mobile, futuristico.

Immagino il rumore di tutti quei sogni infranti quando qualcuno gli avrà pur comunicato che anche gli altri viaggiatori avrebbero dovuto trovare posto, trasformando così un’esperienza quasi onirica, in un banale claustrofobico viaggio in autobus.

Eppure ogni giorno, migliaia di persone si affollano in urbani viaggi della speranza cercando di raggiungere un luogo di lavoro, di studio o di cazzeggio. Costretti a viaggiare in paranoia, pronti a scendere ad ogni divisa blu scura, ad ogni blocchetto in mano fosse anche quello di un sondaggista.

Anche per i possessori di biglietto valido, il viaggio non è sempre tranquillo, se ne contano a migliaia di tuffi in avanti verso la macchinetta convalidatrice per non farsi trovare in fallo, dal controllore appena salito.

Chi ha un biglietto e, non contento, convalida pure, è perché: o ha qualcosa da nascondere o perché i problemi fisici gli impediscono fughe rocambolesche e coraggiosi tuffi in avanti alla Cagnotto.

Il biglietto per queste carrette di strada sta raggiungendo quello di un pacchetto da 10 di Winston blu, con lo svantaggio che non si fuma, scade dopo un’ora e difficilmente ci attaccate bottone se lo offrite.

E allora cos’è che spinge queste persone a scegliere quest’infernale mezzo di trasporto?

Tutte senza altre alternative?

Tutte appiedate, senza motorini, macchine, biciclette o amici generosi?

No. E’ perché sugli autobus ci si innamora.

Sono amori fugaci, da una fermata e via. Non c’è un motivo, in autobus la gente è stressata, assonnata, sia all’andata che al ritorno, molti si isolano, leggono, ascoltano la musica, insomma non ci sono, non è certo un posto empatico l’autobus.

Eppure in autobus, ci si innamora, almeno io mi ci innamoro, spesso, almeno quando ci vado.

Si svolge in tre atti, come tutte le storie, anche quelle della vita.

Si aprono le porte, entra lei, la vedi, te ne innamori, ti immagini che voce abbia, che cosa le possa piacere, che tipo di personaggio sia.

Poi l’autobus si ferma, con quel dolce fischio di freni consumati che ti spaccano i timpani e tutti i voli pindarici. Lei esce e tutto finisce, forse è scaduto anche il biglietto.

Io mi innamoro in autobus, ma vado sempre in motorino.

Edoardo Romagnoli

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