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(de)Cadere

foglie_autunno

Cadono le foglie,

ne cadono a milioni

dubbiose che quel posto

vada a simili migliori

 

La salsa verde

Di questo Natale ricordo il freddo, il freddo e la salsa verde, il resto dei ricordi me li ha portati via il cibo. Non ho ricordi nitidi dei parenti a tavola per il pranzo di Natale, anche se potrei scommettere sul fatto che ci fossero i miei genitori, mia sorella e la zia, perché quelli non mancano mai. Potrei azzardare che ci fosse anche qualche amico dei miei e solo l’intuito mi suggerisce che la cerchia si potrebbe circoscrivere agli amici del sud, perché sono soliti fare la cena della vigilia in famiglia per poi presenziare ai pranzi degli altri.

Non mi ricordo neanche quello che mi hanno regalato, forse perché non mi hanno regalato niente o una sciarpa uguale a quella dell’anno scorso, eppure mi sembra di ricordare precisamente quello che ho regalato io a loro, sarà per gli scontrini nel portafogli o per averli trascinati di stazione in stazione dentro quei sacchetti rumorosi.

La stella di Natale non c’era, né sulla porta, né come centro tavola e non perché ne abbia qualche ricordo, ma perché a mia madre non piace, preferisce mettere una composizione di sole pigne, cioè un assolo di pigne, evitando di bombolettarle d’argento.

Penso che la tovaglia fosse rossa, perché in genere mettiamo quella, ma su quale delle due tavole di casa abbia apparecchiato non potrei scommettere un euro sicuro di non perderlo.

Stessa storia vale per il servito, di solito usa il Ginori con le decorazioni floreali blu, e in altri Natali non ci sarebbe stato nemmeno il più lontano dubbio sul fatto che avesse utilizzato quello, ma quest’anno mi era sembrato di sentire che non lo avrebbe messo, per paura di rompere qualche altro pezzo del servito, dopo il piatto fondo di due anni fa e la zuppiera scheggiata l’anno scorso. Quindi sul servito, buio totale.

L’albero c’era, quello sì, quello c’è sempre, nel vero senso della parola, quell’albero non è mai stato smontato al massimo spolverato. In casa nostra era tradizione fare l’albero, prima che nascesse mia sorella, lo facevano i miei, poi quando è stata abbastanza grande lo ha fatto lei con il babbo e quando nacqui, il babbo lasciò il testimone.

Quando mia sorella si sposò, continuai a farlo da solo, ma quando la mamma seppe che a gennaio sarei partito, forse per la paura di trovarsi senza albero i Natali successi o per evitarsi la fatica di doverlo fare da sola, decise di lasciarlo così. Quindi l’albero c’era, ma solo perché c’è sempre stato.

Sul menù potrei solo tirare a indovinare e con molta probabilità qualche portata la indovinerei pure, sicuramente c’era la salsa verde, perché ha continuato a ripropormisi ogni volta che l’aria dallo stomaco cercava un’uscita risalendo l’esofago quindi, presumo, vi sia stato del lesso, magari della lingua. E se è stato fatto del lesso, ci sarà stato anche un brodo, magari dei tortellini, ma solo perché è tradizione e non perché ricordi qualcosa, sul cotechino sono sicuro: non c’era, mio padre non lo digerisce e in nessun Natale ho visto servire cotechino e non credo che questo abbia fatto eccezione, altrimenti me lo sarei ricordato.

I dolci ci sono stati, ne sono quasi sicuro, e visto che a mia zia, mia sorella e mia madre piace il pandoro, mentre al babbo opta, giustamente, per il panettone presumo che sulla tavola vi fossero entrambi e se c’era il pandro, mia madre non avrà fatto mancare la crema di mascarpone a mia sorella. Sono talmente sicuro della crema di mascarpone che, di conseguenza, non posso che dirmi sicuro anche del pandoro sul quale dev’esser stata versata a lava. E se non ci dovesse esser stato il pandoro, la crema è stata fatta di sicuro, anche all’ultimo momento, fatta da mia madre lì per lì, ma quella c’era di sicuro, per mia sorella è una di quelle poche cose irrinunciabili a Natale.

A tavola avremmo parlato di Renzi, dell’ebola, dei marò, della Cristoforetti, della Concordia portata a Genova, di quant’era bella Virna Lisi, della mafia a Roma e dei soliti scandali sparsi a giro per lo stivale e non perché è successo solo questo, ma perché solo di questo si è scritto e parlato, e lo so perché l’edicola qua di fronte ogni giorno espone un titolo e anche se non ricordo nulla, oggi, c’è ne è uno che li riassume tutti.

Adesso mi preparo per il cenone di Capodanno e spero vivamente di non ricordare niente di quest’anno, perché il primo voglio che sia il primo giorno di un anno tutto nuovo, libero da ogni scoria del passato.

– Ei, mi posso sedere qui accanto?

– Certo, la panchina è di tutti.

– Scusa le posso chiedere una cosa.

– Dica!

– Ma con chi stava parlando?

– Da solo.

– E di cosa?

– Del Natale, del Capodanno, del tempo che passa come l’acqua e di come proviamo a scandirlo.

– Grazie.

– Non c’è di che.

Perché a star qua su questa panchina a scolarmi Peroni e vino in scatola, almeno il tempo si rivela per quel che è, una scia continua, senza date, né feste, scandito solo dai ricordi.

 Edoardo Romagnoli

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Gli affari degli altri

In quel condominio nessuno si conosceva e le poche informazioni che circolavano erano per lo più false o frutto di sommarie ricerche, l’unica cosa certa erano i cognomi, almeno di quelli che avevano avuto il buon cuore di mettere la targhetta sul campanello, estranei al punto che soltanto quando morì venni a sapere come si chiamava il mio vicino.

A Roma era stato un agosto caldissimo e i san pietrini seccati al sole di mezzogiorno continuavano a cuocere le suole in gomme dei giapponesi, ben oltre l’ora del tramonto. Quando mi suonarono alla porta, la signorina del telegiornale stava aggiornando la conta dei caduti in quella che sembrava essere l’estate più calda del secolo, nella quale, per l’ennesimo anno, erano stati superati tutti i record di caldo finora registrati.

Un paramedico vestito con una sgargiante tuta color verde acqua marina, corredata da strisce catarifrangenti, se ne stava ritto come una bandierina del calcio d’angolo con i piedi sullo zerbino.

Enrico Pardini, il mio vicino, era morto, aveva avuto un malore mentre era in casa, aveva chiamato l’ambulanza e aperto la porta, prima di farsi trovare rigido su quel divano a sconto, come una di quelle fodere elastiche che non calzano mai.

Volevano sapere se conoscessi un parente, se avessi magari il numero di qualcuno vicino alla famiglia, ma pur non avendo nulla che potesse essere utile alla causa, non mi feci scappare l’occasione di frugare nella casa del vecchio. Inventai una scusa e sarà stata il tono convinto, la pigrizia del mio interlocutore o le due cose insieme, ma la tattica funzionò e a pochi minuti dalla triste notizia, ero sul parquet di legno grezzo di casa Pardini.

Un ampio salone con un angolo cottura ritagliato alla sinistra della porta d’ingresso, un corridoio stretto che portava ad un’anticamera da cui si accedeva a tre stanze: una camera da letto, un bagno e uno sgabuzzino.

Un odore di polvere si levava dall’enorme tappeto del soggiorno, con una forte nota d’anice esalata da una tazza d’orzo allungato, sopra ad una settimana enigmistica di due mesi prima.

Attesi che lo portassero giù per le scale, fingendo di scartabellare la rubrica accanto al telefono, poi mi infilai nella camera da letto.

Una distesa di scatoloni copriva il pavimento per intero se non fosse stato per una piccola viuzza aperta fra i cartoni per arrivare al letto, anch’esso occupato dagli scatoloni per una buona metà.

Ne toccai un paio per qualche secondo prima di leggere “Goti” sulla scatola più vicina. Goti, come sulla targa appesa alla porta dell’inquilino del terzo piano. Poi vidi “Chiarelli” scritto in stampatello maiuscolo con un pennarello nero, poi “Lanfranchi”, “Guardini” e “Strelli”, tutti scritti con la stessa calligrafia e lo stesso bluastro, tutti inquilini di quel condominio. Iniziai a scartare la prima scatola che trovai a tiro, ma riuscii a fermarmi in tempo, guardai l’etichetta: “Paolesi”, decisi di cercare la mia e iniziai a spostare con cura tutte le altre.

“Villani”, stessa calligrafia, solito bluastro, ero preso dalla smania della curiosità, da una foga talmente accecante che mi dimenticai totalmente di dov’ero e del perché ero lì. Aprii la scatola.

Edoardo Romagnoli

 

 

 

Paziente due

Lunedì 6 Ottobre.

– Ma porca troia adesso doveva venire fuori?
– Guarda che c’è da un bel po’.
– Ma dove?
– In Africa.
– E perché adesso c’è sto casino? Che hanno fatto sono evasi i malati dall’Africa?
– Boh.
– No, ma te ne rendi conto che sfiga? Cioè dico almeno fosse venuto fuori dopo, non dico tra una settimana, mi bastava un giorno.
– Lo dovresti vedere come un segno del destino.
– Almeno sarei morto felice, adesso rischio di morire lo stesso senza neanche averci scopato.
– Ei ei ei che intendi per “adesso rischio di morire lo stesso”? L’hai baciata?
– No.
– L’hai toccata?
– Cosa intendi per toccata?
– Toccata, cosa intendo… le hai toccato le mani, le braccia, le gambe, la testa, insomma siete venuti in contatto diretto?
– Sì.
– E cosa cazzo aspettavi a dircelo. Porca troia. Loreeee, Loreeee…. tu stai fermo qua.

Era andata più o meno così e questa era stata anche l’ultima conversazione che Diego e Fabio ebbero prima che l’uno decidesse di internare l’altro nel salotto di casa.
Le cose erano iniziate qualche giorno prima, quando Fabio aveva incontrato per caso una bionda da paura.

Venerdì, 3 Ottobre. Roma

L’effetto serra dominava incontrastato su Roma e nonostante l’orologio della farmacia segnasse le 8.13, c’era un caldo agostano e Fabio stava già pezzando la camicia azzurra che nascondeva sotto un completo nero di almeno una taglia superiore. Le scarpe eleganti gliele aveva prestate Diego e nonostante portassero il solito numero avanzava a fatica, con ampie falcate orizzontali, con un passo simile a quello dell’oca che a qualcuno sarà sembrato persino provocatorio.

– Fabio!

Fece finta di non sentire. Stava ancora pensando a quei 13 minuti di ritardo, ormai impossibili da recuperare e sperava con tutto il cuore che non chiamassero lui, chiunque fosse.
Aveva deciso da un po’ di liberarsi della sua fama di ritardatario e quella poteva rivelarsi una buona occasione.

– Fabio!

Chiamavano lui e si decise a girarsi.

– Ehm ciao.

Vuoto. Nessun collegamento faccia nome presente nel cervello, almeno non rintracciabile sul momento.

– Non mi riconosci?

Il panico. Non solo incontro fortuito per strada, ma incontro fortuito per strada con estranea che ti conosce o finge di farlo, il tutto mentre era in ritardo alla laurea di Andrea; occasione unica per sfatare, almeno in parte, la nomea di ritardatario.

– Ehm, no. Mi dispiace… che figura, guarda mi succede un sacco di volte, è che non ho proprio memoria, deve essere genetico o tutte le canne che mi sono fatto, ma proprio non mi ricordo.

Il dispiacere era sincero, soprattutto dopo che l’ebbe squadrata da cima a fondo non potendo fare a meno di pensare alla fortuna spacciata che aveva voluto che una figa pazzesca lo fermasse per strada.
Sempre sperando che non si rivelasse la cugina o qualunque altra sorte di parente.

– Sono Carol!

Carol? Chi cazzo è Carol? Non ebbe neanche il tempo di pensare che, se avesse incontrato prima una figa del genere, se lo sarebbe ricordato, Carol fugò ogni dubbio.

– Dai Carol Mainoli. Il campeggio al Parco Nazionale dell’Uccellina? Trecce bionde! – disse gonfiandosi le guance.

Treccenere! Incredibile! Avrebbe voluto dirle di come si cambia nella vita, di come era cambiata lei in particolare. Di come non avrebbe mai potuto riconoscere quell’ammasso di carne che odorava di ascella in quel cigno, fasciato in quella salopette che avrebbe stonato su qualsiasi altro corpo, in qualsiasi altro luogo terrestre in quel momento, ma riuscì solo a pronunciare un sonoro:

– NO.- carico di sgomento, seguito da un immancabile e quanto mai banale – come stai?

– Bene. Anche tu stai bene, ti ho riconosciuto perché sei uguale spiccicato ad allora.

– Beh un po’ più alto e muscoloso. – ammiccò subito Fabio.

– Un po’ più alto. – glossò lei – Dov’è che stavi andando?

L’uomo è cacciatore e il cacciatore può cacciare secondo le regole o di frodo, utilizzando armi improprie e, talvolta, giustificandosi con la presunzione di sapere
le abitudini e i desideri della preda. E così, sebbene la risposta sarebbe stata semplice, Fabio optò per la cazzata.

– Sto andando a lavoro!

– Wow e dove lavori di bello? In banca scommetto, guarda che eleganza.

Fabio cercò di pomparsi per calzare al meglio tutti i centimetri di stoffa eccedenti e poi non fece altro che accodarsi, senza fare neanche la fatica di inventare.

– Sì.- sorrise – In banca, ma precario eh – sembrava concludere abbassando un po’ il tiro, per poi cedere ad un tronfio – ma ben remunerato. – concludendo con un ammiccante e inconcludente – Sai in banca.
Lei rise, fiera dei suoi denti bianchi scuotendo la chioma. Fabio non poté fare a meno di immergersi dentro con tutti gli occhi, sospeso in un attimo.

– Io sono tornata ieri dalla Spagna. Sono stata in Erasmus. Mi mancano ancora due esami.

Fabio continuava a fissarla.

– Ei.

Si sveglio, sparando un sempreverde:

– E adesso che fai? – correggendo il tiro con un più appropriato – Di cosa ti occupi?

– Lavoro per una Ong. Facciamo progetti in Africa.

La gente intanto continuava a ingolfare l’incrocio con le macchine e i marciapiedi con la loro presenza, ricordata ad intervalli regolari ai due con continui colpetti alle spalle e ai fianchi.
Sembravano volerli punire per aver deciso di socializzare così, in mezzo alla gente alienata che deve correre, che deve andare a lavoro, che ha degli appuntamenti, che non ha tempo, che è in ritardo.
Poi si ricordò anche Fabio di essere in ritardo. Voleva chiederle che ore erano, poi pensò che sarebbe suonato strano uno che lavora in banca senza un cellulare o un orologio, allora si sporse dietro di lei per vedere l’orologio della farmacia. 8:25. Il tempo vola cazzo.

– Scusa devo andare, ma ci dobbiamo vedere assolutamente. Dammi la tua e-mail.

– Dammi il tuo numero ti faccio uno squillo.

Un giorno o l’altro avrebbe dovuto cedere al telefonino. Anche solo ad un Nokia mattoncino. Un 3210 o qualcosa del genere, anche solo per non trovarsi mai più in situazioni tipo questa.

– Ehm in questo momento diciamo che non ho un numero. Ma ti posso chiamare.

– Ok. Dove lo scrivi?

Tirò fuori dalla tasca la penna che si era portato per firmare il biglietto d’auguri, poi dopo aver sfilato un fazzoletto dal pacchetto rispose: Qua.
Lei rise e a coppie di due gli lasciò il suo numero.

Martedì, 7 Ottobre.

– Dai ragazzi fatemi uscire. Pensateci bene ci sono pochissime probabilità che fosse stata infetta.
– Diego sentilo come sragiona.
– Dev’essere l’ebola. Quella ti manda il sangue al cervello. Impazzisci e poi muori.
– Rispondi a queste semplici domande. Di cosa di occupa?
– Te l’ho già detto di una Ong.
– E che fa questa Ong?
– Progetti in Africa.
– Bene. E che c’è ora in Africa?
– Ma mica in tutta l’Africa!
– Non sappiamo né dov’è bene questa ebola né dove è stata lei, quindi dobbiamo prendere tutte le precauzioni del caso. E tu dovrai collaborare.
– Ma lei non c’è stata in Africa.
– Già, ma dov’è che è stata?
– In Spagna.
– In Spagna, esattamente da dove proviene Teresa Romero.
– E chi cazzo è Teresa Romero?
– Un’infermiera che si è ammalata di ebola e che ora è tornata in Spagna, dove probabilmente ha incontrato la tua Carol.
– Sempre che non l’abbia incontrata direttamente in Africa – volle precisare Diego – dove magari era a concludere qualche progetto.
– Dai ragazzi non scherzate fatemi uscire. Giuro che non la voglio più vedere.
– Ormai è troppo tardi. Sei infetto.
– Cosa facciamo? – chiese Diego.
– Lo teniamo recluso in salotto.
– Sì ma come facciamo. Dovrà pur mangiare, pisciare, vomitare. Non può farlo in salotto.
– Beh il mangiare glielo passiamo di sotto alla porta.
– Sì e cosa mangio sottilette – polemizzò Fabio da dietro la porta.
– Zitto te a questo ci penseremo dopo. Lurido infetto e tieniti lontano dalla porta.
– E per pisciare può pisciare dalla finestra.
– Lore ma che cazzo dici, non siamo mica nel Medioevo. Qui ci arrestano tutti. Poi che facciamo quando ci trovano con un malato d’ebola in casa?
– Secondo me dovrebbero nominarci eroi della patria per aver isolato il caso due italiano.
– Ma stai zitto.

Edoardo Romagnoli

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Villa Silente

Borgo Ermete era avvolta nella solita ovatta nevosa in cui si rifugiava nei primi giorni d’ogni inverno; quando gli Inciacci arrivarono, i de Lollis erano lì già da un’ora.

Il barone Duccio de Lollis aveva il fisico dei generali d’armata ancora in servizio, si muoveva lento come i gatti domestici, in quella posizione perfettamente di profilo si potevano scorgere i lunghi pomeriggi passati ad oziare nelle camere delle sue dimore, la posa e la flemma di chi non ha mai avuto fretta, nessun appuntamento indeclinabile a cui tardare.

Alla destra del barone si ritagliava un suo spazio discreto la duchessa Clementina Sofia, sua moglie, mentre alla sinistra, uno accanto all’altro si erano disposti i gemelli, Gian Filippo e Gian Carlo Maria, due ordinati ventenni con un filo di baffi.

Fausto Inciacci era un vascello calvo che ad ogni passo ondeggiava a destra o a sinistra con il rischio perenne di scuffiare, due polsi strabordanti contenuti dal cinturino di un Rolex Oyster Perpetual GMT Master II, solo le mani si muovevano rapide e scattose, con una gestualità consunta dall’abitudine.

Un imprenditore sulla sessantina con un naso consumato dalla cocaina, incastonato in un faccione dove si era accumulata così tanta pelle da rendere invisibili gli zigomi; aveva ereditato una ditta tessile dal padre, Cosimo, la “Inciacci e figli S.p.a” con la quale si era arricchito fino a diventare uno degli uomini più facoltosi della regione.

Arrivò con la famiglia al completo: la moglie Giovanna, un’ingombrante quarantenne appesantita dal trucco, e il figlio Nando, un diciassettenne ben avviato sulla via dell’obesità.

– Giovanna dai scendi su che ci presentiamo ai signori.

Giovanna intenta a ripassarsi il gloss allo specchietto del passeggero, mugolò qualcosa, dette una veloce scrollata ai boccoli biondi compattati dalla lacca, chiuse il parasole, schiantò il lucida labbra nella pochette blu rigido e uscì dalla macchina, esibendo il più classico dei suoi sorrisi di proforma.

Nando rimase in macchina per guidare il suo Milan in una complicata trasferta di Champions in casa del Real Madrid, speranzoso che la Psp non si scaricasse prima del triplice fischio.

I de Lollis erano ancora lì, in piedi e attoniti, alla destra della fontana dei ghiacci, Clementina si guardava attorno sperando che non vi fosse nessuno oltre loro ad assistere all’insolito incontro.

– Ragazzi 300 km in nemmeno due ore. Qua c’è da gridare al record!- esultò ballettando dentro un paio di mocassini blu, poi allungando la mano continuò – Piacere Fausto Inciacci.

Il quadretto che si compose alla stretta di mano dei due capifamiglia assomigliava ad una scenografia malriuscita, ma i due erano talmente diversi che avrebbero potuto essere una coppia perfetta.

I guanti del barone pulsavano scattosi seguendo il movimento delle mani che scalpitavano dentro quell’elegante cuoio color nocciola, in un tentativo, solo accennato, di contenere tutta quella scomposta vitalità.

– Il piacere è tutto mio – disse sfilandosi il guanto destro- sono il barone Duccio de Lollis e lei è mia moglie, la duchessa Clementina Sofia.

– Piacere signora, e questi due ragazzacci chi sono?

– Piacere – squillò – io sono Gian Filippo.

– E io sono Giancarlo Maria – lo seguì suo fratello in un rituale abraso nonostante la giovane età, ma pur sempre efficacissimo.

Alla vista dei due gemelli, elegantemente fasciati in due cappotti diversi solo nel colore, Giovanna si infiammò in uno dei suoi soliti afflati d’entusiasmo:

– Ma che bambini educati.- esclamò torcendo il collo verso destra.

I gemelli erano visibilmente divertiti da quei modi inconsueti.

– Bene dopo le presentazioni possiamo andare, che dice barone?

– Beh, direi che non vedo altre possibilità.

– Se non quella di gelarci il culo qua fuori. – riuscì a pronunciare Giovanna, prima di scoppiare in una risata minuta e acutissima.

Clementina iniziò ad aggiustarsi i capelli, come d’abitudine nei momenti di imbarazzo, ma per quanto spostasse la frangia o accarezzasse le punte con il palmo, il caschetto imbiancato rimaneva impassibile a confinarle quel viso disteso.

La fontana, quel rumore d’acqua sull’acqua occupò per un attimo la piazza, rendendo il tutto ancor più surreale di come già appariva.

Il barone si avviò verso la Land Rover d’annata, sinistra in tasca e destra nei capelli, a regolare quel ciuffo brizzolato, privilegio di pochi a quell’età.

Aprì la portiera dal lato passeggero e fece salire Clementina, mentre i ragazzi prendevano posto dietro, ognuno adagiato sul suo sedile, senza nemmeno il pensiero di invadere quello del fratello; l’Inciacci era già in sella alla sua Mercedes ML AMG full optional da 5 km al litro.

Villa de Lollis distava poco più di dieci minuti in macchina dalla piazza di Borgo Ermete, era stata costruita sulla sommità del poggio, ma tale era stata la bontà del lavoro che quel colle sembrava fosse emerso così, con quella bella villa di serpentino sulla sommità.

La villa apparteneva da sempre alla famiglia de Lollis: il barone Duilio Azelio de Lollis, la fece costruire nel 1753 e per farlo scelse Luigi Vanvitelli, lo stesso architetto che re Carlo VII di Borbone volle per la reggia di Caserta.

Di testamento in testamento la villa era passata di generazione in generazione fino ad arrivare al barone Aristide de Lollis che, innamorandosene fin da subito di un amore geloso, rinunciò a gran parte dell’eredità per diventarne unico proprietario, comprando i tre quarti della proprietà dalla sorella e dai due fratelli.

Il resto lo spese nel rimetterla a posto e il suo fu il terzo restauro nella storia della villa: il primo avvenne nel 1913, soprattutto per ritoccare gli affreschi nel piano nobile, il secondo nel 1936.

Poi durante il 1960 venne costruito un terrazzo porticato tutt’attorno, le stalle vennero rese abitabili in previsione dell’aggiunta di una dependance per la servitù e nel bel mezzo del giardino alla destra del roseto venne costruita una grande piscina a fagiolo.

L’Inciacci era uno di quei piloti urbani pieni di autostima che è meglio non incontrare, competitivo fino alla morte, intavolava inutili sfide con altri automobilisti che continuavano a guidare ignari della gara nella quale erano stati appena coinvolti. Guidava con il palmo della destra sul volante e, mentre con la sinistra cercava di schiccherare la cenere da una fessura del finestrino, con il pollice scorreva il palinsesto radiofonico di quella Domenica pomeriggio. Tallonava la Land Rover del barone ad una distanza mai superiore al metro, quella giusta per non apparire troppo dipendenti, evitando che l’altro pensi di esser dotato di un mezzo più potente; talmente vicino che quando il barone si fermò per aprire il cancello della villa per poco non rischiò di tamponarlo.

– Ei, ma stia attento, per carità. – gridò il barone, subito ripreso da Clementina che da dentro l’abitacolo lo invitava a mantenere l’aplomb.

– Sì, oh, caspita mi scusi… è che il bolide non si tiene, meno male che gli ho fatto mettere i freni in ceramica.- lo rassicurò l’Inciacci sbucato dal finestrino oscurato.

La poderosa frenata lasciò impassibili sia Nando, oramai in finale contro il Borussia Dortmund, sia Giovanna, impegnata a tamponarsi le guance a colpi di fard.

– Cioè ma questo c’ha una villa così e non ci mette manco un cancellino elettrico?- sibilò sorpreso l’Inciacci alla moglie, mentre il barone era intento ad aprire anche la seconda anta del cancello in ferro battuto.

– Lo metterai te caro.

– Su questo ci puoi giurare.

Il barone, non trovando risposte garbate da dare, simulò di non aver sentito, aprì il cancello, bloccò le ante, rimontò in macchina e percorse a passo d’uomo il vialetto che portava alla villa. L’Inciacci non era ancora sceso dalla macchina quando sentenziò:

– Qui ci sarebbe da fare una bella spianata di cemento perché sto ghiaino fa cacare.

Duccio rimase fermo sulle sue gambe secche, in un silenzio costretto.

– Io sono un estimatore mio caro conte e, almeno dalle foto che ho visto, questo bel villone mi interessa moltissimo e non lo dovrei neanche dire, va tutto a mio svantaggio poi al momento della contrattazione. – lo incalzò Inciacci sfruttando qualche vecchia tecnica da buon mercante.

– Barone.- puntualizzò Duccio.

– Come?- ribatti Fausto.

– Non sono un conte sono un barone.

– Ma sì conte, barone, in fondo sono sempre…

– Bene, vogliamo andare a vedere la casa.- lo interruppe Giovanna starnazzando con voce acuta da dietro il suo specchietto da borsa.

– Prego – si inserì Clementina, decisa a stemperare la situazione – seguitemi vi faccio strada.

La comitiva si accodò dietro la duchessa, tutti tranne Nando che rimase in macchina per cercare di recuperare una finale di Champions che lo vedeva sotto di due gol a pochi minuti dalla fine.

La visita durò meno del previsto e gli Inciacci non erano interessati né alla storia della casa né tanto meno agli aneddoti che, ogni stanza, faceva riaffiorare nella memoria della duchessa.

Si accodarono tutti, gemelli inclusi, dietro Clementina che si aggirava per la villa come un cicerone inseguito da una comitiva di turisti.

Duccio li seguiva con lo sguardo, un ambiente o due in ritardo, ma sembrava che ad ogni passo si estraniasse un po’ di più, vedeva nell’incedere di quella coppia un’invasione non pacifica, gli sembrava di aver allestito una mostra troppo erudita per il pubblico accorso.

Intanto l’Inciacci, immerso nel marmo continuava a domandare: Quanto pagate di bollette? Quanto impiega l’impianto a riscaldare tutta la casa? E le spese per il mantenimento del giardino?

I nobili non amano intavolare discussioni sul denaro perché, seppur consci dell’importanza del denaro, restano maestri d’etichetta.

Duccio adesso vagava per la casa per inerzia, si chiedeva se non era meglio affidare il lavoro ad una agenzia immobiliare e risparmiarsi l’umiliazione di veder snobbata la storia della casata in quel modo.

Si fermò di colpo e inspirò forte.

L’odore delle case è un miscuglio di feromoni, cibo, discussioni e deodoranti per ambienti che ti fa dire “casa” a occhi chiusi, è il risultato di più vite che scorrono insieme dentro le solite mura.

Villa de Lollis sapeva di legnaia, della legnai della villa con quell’aria secca, crespa, spigolosa da far tossire, un odore non proprio familiare nonostante di quella famiglia ne cogliesse molti aspetti.

Eppure in quel profondo respiro il barone si trovò solo: dov’erano gli odori di casa? Dov’era finita tutta la scia di vita vissuta?

La villa aveva più di trenta stanze: dodici camere da letto, sette bagni, sei salotti, due studi, una cucina e due sale da pranzo, ma Duccio non trovò nessun odore.

Contava più di trenta finestre, di cui dieci crociate, due lucernari che illuminavano il secondo piano e una grande serra in giardino, ma era come se da nessuna di quelle vetrate potesse passare un odore, uno qualunque; Duccio per un secondo pensò di spalancarle tutte.

Trenta ettari di terra la circondavano sui quattro lati: un mare verde bombardato di cespugli di rose e lavanda, disseminato di margherite, campanule e azalee, eppure nessun odore.

Era come se, in quel giorno, le pareti fossero troppo verticali, quei soffitti troppo alti per riuscire a un’essenza qualunque di rimanervi aggrappata, come se le molecole di qualunque odore fossero troppo pesanti per rimanere sospese fra gli intagli del soffitto a cassettoni e troppo grandi per adagiarsi fra le venature del marmo.

Dal giardino iniziò a camminare a passo svelto verso il pescheto, aprì il cancellino e si mise in attesa di quello Scirocco che da Marzo a Novembre spolverava le colline, portando un odore strano, così dolciastro e persistente da non sembrare naturale; un olezzo talmente intenso che si faticava a credere che il vento lo potesse estrarre dai quei fiori bianchi, sembrava provenire da un’enorme fabbrica, di quelle dove miscelano intrugli chimici con uno zero virgola niente di qualsiasi frutto per fare i succhi in bric.

Quel pomeriggio l’aria era leggera e piccante, nessun odore, nessun aroma dolciastro, solo vento e fango gelato; Duccio tornò verso la casa, adesso sembrava essersi completamente scordato dei suoi ospiti.

Nel salotto del primo piano, quello del bridge, talvolta si poteva avvertire i resti di sigaro spento, specie nei giorni natalizi, o di brandy lasciato evaporare da una bottiglia aperta, ma anche in quella stanza Duccio non riuscì a percepire più niente e mentre continuava a ingurgitare aria dal naso, sentì la testa farsi più leggera.

Uscì appoggiandosi sul tavolo da bridge, aveva bisogno di sciacquarsi la faccia, di schiarire i pensieri, forse era tutto uno scherzo del cervello, provato da quei giorni melmosi. Imboccò il corridoio, lo percorse barcollando tra gli sguardi dipinti di tutta la famiglia al completo, da Duilio Azelio fino ad Aristide, con la vergogna di sempre.

La stanza da letto del barone era inondata di lavanda fresca, che, quando vi era ancora la servitù sufficiente, veniva tagliata via tutti i giorni dal giardino, ma Duccio di quell’odore aveva imparato a fare a meno già da tempo.

Entrò nel bagno, si lavò la faccia, quando riemerse dentro lo specchio si riconobbe e un attimo di vuoto lo riempì.

– Duccio… caro… Duccio- si spandeva la voce di Clementina

– Sto arrivando.

– Ti aspettiamo per i saluti, i signori stanno andando.

Il barone scese la scalinata di sinistra, l’unica delle due rimasta con il tappeto di velluto rosso a proteggere i gradini in marmo, dove in fondo lo aspettavano, imbalsamati in un sorriso stanco, i due Inciacci.

– Possiamo parlare un attimo io e lei?- azzardò Fausto appena Duccio scese dall’ultimo gradino.

– Ma certo, mi segua.

Il barone fece pochi passi, afferrò una piccola maniglia d’ottone e spalancò la porta su di un corridoio mal illuminato di cui non si riusciva a scorgere la fine.

– Prego – disse mentre disegnava un semicerchio a mezz’aria con la sinistra – le faccio strada.

Fausto Inciacci scomparve piccolo e tondo com’era in quel buio, ancor prima di scomparire dietro alla porta, mentre Clementina aveva già iniziato a macinare parole, Giovanna si rese conto in fretta che la duchessa era stata educata in maniera egregia alle chiacchiere di convenienza, oltre che a mille altre cose.

Lo studio del barone era una delle stanze più luminose della casa, il padre aveva la fobia di rimanere cieco e visto che passava gran parte del suo tempo in quella stanza, decise di aprirla alla vista del giardino, costruendo una grande vetrata a squarciare il muro.

Duccio fece sedere l’Inciacci sulla poltrona beige con l’impuntura in capitonnè, gli offrì da bere del cognac e gli sedette accanto, poi con la voce più bassa del solito iniziò:

– Le piace il cognac, signor Fausto?

– Sì, moltissimo.

– Lo sa che Gabriele D’annunzio lo ribattezzò arzente?

– No, non lo sapevo. Arzente… questi vip sono stravaganti eh?

– Sì, possiamo dire così, c’è anche da dire che al tempo andava molto l’italianizzazione dei nomi e D’Annunzio patriota e contemporaneo per eccellenza non volle rinunciarvi, pur essendo uomo di mondo. Anche se nutro la convinzione che, in quel nuovo battesimo, vi fosse anche un intento di possesso.

– Scusi eh, ma che c’entra adesso, non mi vorrà mica dire che in questo studio c’è stato D’Annunzio per alzare il prezzo vero? Perché già mi sembra abbastanza alto, anzi vorrei parlare proprio di questo…

– Signor Fausto – lo interruppe con frettolosa violenza – le ho detto questo per spiegarle come le persone siano possessive ed egocentriche, fino al punto di pensare che sia tutto loro, che tutto ruoti intorno a loro.

Siamo tutti un po’ Don Mazzarò e non per la paura che abbiamo di passare, ma per quella che del nostro passaggio non rimanga traccia.

L’Inciacci lo guardava con gli occhi del telespettatore, impassibile in un raro momento di concentrazione, e allora il barone continuò:

– Questa casa ha reso tranquillo il passaggio di molti nella mia casata, sicuri che ai posteri sarebbe rimasta la villa, fulgido esempio della grandezza dei de Lollis. Quello che le sto dicendo è che vendendola, io perdo molto più di una proprietà, questo lei lo comprende?

– Capisco e quindi, qual è la richiesta? – domandò timoroso Fausto scrollando l’orologio al polso.

– Venti milioni.- rispose d’instinto Duccio con la fretta di chi elenca i suoi peccati.

– Venti? Il ragionier Bachis mi aveva detto quindici.

– Il prezzo è cambiato.

– Che margini di trattativa abbiamo?

– Nessuno. O venti o niente.

– Guardi cavaliere.

– Barone.

– Barone…

– Ancora un’altra cosa: questa non dovrà essere utilizzata come seconda casa, spero che ne comprenda le ovvie motivazioni, pena la rescissione del contratto.

– Barone… in realtà non mi sembra una clausola legale. E la casa, vogliamo parlare della casa?! Barone qua c’è da ristrutturare gran parte dell’immobile, lei queste spese me le deve contare.

– La proprietà è la mia, decido io le clausole: a lei accettare o declinare.

– Ah – sospirò forte l’Inciacci – lei mi vuole prendere per il collo caro barone. Va bene, se queste sono le condizioni e non sono trattabili, mi ci lasci pensare.

– Tutto il tempo che vuole.

– Bene – disse alzandosi – allora ci sentiamo presto. E’ stato un vero piacere.

– Le faccio strada.

– No, non si preoccupi.

E Duccio così fece, si adagiò nuovamente sulla poltrona, attento a non muovere quelle pesanti tende impregnate di polvere e lasciò che fosse Clementina ad occuparsi delle pratiche di commiato.

Chiuse gli occhi, sentì gli ultimi saluti, la porta che si chiudeva, Clementina che chiamava i ragazzi e poi i suoi passi che tintinnavano nel corridoio, già sapeva cosa avrebbe detto.

– Allora?- esordì secco.

– Allora cosa Clementina.

– Cosa ti ha detto?

– Che ci penserà.

– Cosa?! Ma se la voleva a tutti i costi?!

– La vuole ancora, ha solo detto che ci deve pensare come è giusto.

– Gli hai messo quelle clausole?

Duccio non rispose.

– Lo sapevo. Solo tu potevi rovinare tutto con quelle maledette clausole.

– Clementina…

E come era apparsa scomparve dietro lo stipite della porta, inghiottita da quel corridoio che la ingurgitò solo per un attimo, per risputarla fuori alla fine. Duccio respirò forte cercando qualcosa di già conosciuto in quell’aria ormai straniera.

Il loro matrimonio si basava su degli equilibri fragili, Clementina era una donna perfetta per un gentiluomo come lui, sempre ordinata, sempre al suo fianco, sempre al suo posto, solo le recenti difficoltà le avevano fatto perdere un po’ del suo aplomb in favore di un’insolita grinta.

A cena i gemelli si fecero trovare a sedere su quei posti alla sinistra del lungo tavolo in mogano, nella sala da pranzo incombeva un passato polveroso e centinaia di termosifoni spenti; la cena si svolse in un silenzio avvolgente come un poncho di lana cotta.

Duccio mangiò in fretta, si alzò guardato a vista dai figli e dopo aver baciato Clementina sulla fronte, si avviò con passo stanco verso la sala del camino.

Quella stanza era una degli ambienti più ampi della villa e l’unica senza porte, queste due qualità ne facevano il catalizzatore della casa, la stanza dove a fine serata, in occasione di cene e feste, si ritrovavano tutti gli invitati seduti sui quattro divani in pelle nera, sorseggiando dai calici dell’angolo bar.

La vetrina dei coltelli da collezione, i trofei di caccia, il set di bicchieri adatti per ogni liquore, tutto esibito in una delicatissima mostra, un precario equilibrio che sembrava non aver mai conosciuto il disordine e dove ogni cosa sembrava esser stata prodotta proprio per stare lì, in quel preciso punto in cui era stata disposta.

Due Monet, un Barbieri e due Sargent, ma nessuna foto di famiglia. Non era quella la stanza, come per i ritratti degli avi, incastonati dentro fastosi abiti da cerimonia e pesanti cornici dorate, che il padre aveva fatto spostare lungo il corridoio di fronte alla sua camera.

Ormai di tutto quel fasto era rimasto poco o niente.

E’ certo che il barone durante la notte spesa immobile in quella stanza avrà posato gli occhi su ogni singolo oggetto rimasto e di ognuno avrà avuto un ricordo che lo trascinò indietro in quel tempo trascorso dove tutto sembrava eterno.

L’abbaiare della muta, l’ebbrezza della posta, il tintinnio di tutti quei brindisi composti, la febbricitante attesa prima dell’inizio di una cena di gala, il sottile odore della legna arsa, di quel camino acceso, del padre che fumava il sigaro in un silenzio severo.

Chissà cosa avrebbe pensato se gli avessero detto che la splendida villa di famiglia stava per finire in mano ad un mercante di stracci con la bocca piena di improperi e le tasche enfie di soldi.

Si sentiva il picconatore di una casata intera e così dopo aver afferrato il collo di cristallo della bottiglia di brandy se ne versò un dito in un bicchiere scelto a caso.

Quando si rese conto che aveva riempito a metà un calice, lo bevve in fretta e lo rimise ancora grondante di liquore fra i tumbler bassi e i flute.

Poi prese uno snifter, vi soffiò dentro con la speranza che il gesto bastasse per pulire il bicchiere dalla polvere, e lo riempì con quel liquore color dell’ambra.

Diede un sorso, uno sguardo al camino e chiuse gli occhi nella speranza che il sapore del brandy e il calore del fuoco lo portassero lontano, in un luogo senza passato, dove poter sfuggire a quel ruolo di picconatore che la storia gli stava destinando.

Il secondo sorso fu così vorace che di brandy nel bicchiere non ne rimase a sufficienza per il terzo e il fuoco sembrava si facesse sempre più caldo. Spalancò gli occhi, riprese con la violenza della fretta il collo della bottiglia, riempì nuovamente il bicchiere e tirò giù l’ennesimo sorso, sempre più vorace, più profondo, come se cercasse in quel brandy un distacco, un medium per un altrove, ma i ricordi sono animali strani, visibili a occhi chiusi come i presagi, fuggono al giorno da gatti randagi per tornare la sera come fedeli cani. Quella notte si affollarono tutti in quella stanza e il barone a occhi chiusi li poteva vedere uno per uno e di ognuno sentirne la voce.

Finì anche quel terzo bicchiere e adesso il camino ardeva come una fornace, tutto sembrava più leggero e il tempo danzava sulle ore lisce come il brandy.

Sentì la stanchezza giungere in un colpo solo, solitamente a quell’ora il barone era già a letto e sebbene gli fosse già capitato altre volte di far tardi in solitudine, mai si era fatto accompagnare da pensieri così taglienti.

Si addormentò.

Sognò i palazzi di periferia, quei grandi alveari di cemento, si vide dentro uno di quegli appartamenti tutti uguali con le pareti troppo fini per poter difendere il pudore, con le finestre una attaccate all’ altra dove gli odori di vite diverse si mischiano. Ebbe un sussulto, uno spasmo muscolare che dalla spalle scese in picchiata verso la schiena rotolando più in giù fino ai piedi.

Si alzò di soprassalto, piantò gli occhi nel fuoco si convinse che forse quello era il suo ruolo, che quella casa lo avesse già cancellato solo per rendere più semplice il tutto.

Si riempì il bicchiere e alzando lo snifter verso il muro dove ancora si vedevano i segni dei quadri appesi, in un brindisi senza tempo, disse:       ” Dopo due secoli, signori, è ora di cambiare aria. A voi.”; poi scolò anche il quarto bicchiere, stavolta in un solo sorso, sprofondando in un sonno scomodo.

La prime luci dell’alba lo trovarono ancora lì, rannicchiato su quella poltrona. Si alzò con una strana ansia addosso, per un attimo venne preso d’assalto dal timore di pentirsi, come se quella scelta notturna avesse già messo in moto una slavina di conseguenze inarrestabili.

Così prese una sedia e la mise in giardino, rivolto verso la casa, era una cosa che faceva spesso, soprattutto da ragazzo.

Era sempre stato un tipo freddoloso, specialmente al mattino quando si svegliava con la pressione che rasentava lo zero. Allora si vestiva di tutto punto, si infilava una vestaglia spessa, prendeva una sedia dalla cucina e la metteva in giardino, di fronte alla casa per sfruttare quel riflesso naturale che produceva il serpentino illuminato dalle prime luci dell’alba.

Clementina lo trovò lì.

– Duccio!

– Buongiorno cara.- rispose senza muoversi.

– Che stai facendo?

– Mi riscaldo.

– Vieni dentro allora!

– No, voglio riscaldarmi al sole.

– Hai dormito tutta la notte sulla poltrona?

– No. – mentì secco Duccio- Ho dormito nella stanza della musica.

– Ma se non c’erano le coperte.

– Le ho messe. – Clementina a forza di fare la madre si era dimenticata di essere anche un’amante e questo Duccio lo sapeva, come sapeva che ogni madre deve essere sempre rassicurata, anche a suon di bugie.

– Dai vieni dentro sto preparando il caffè.

– Gian Filippo e Gian Carlo dormono ancora?

– Si stanno lavando i denti- rispose Clementina da dietro la porta finestra dove si stava riparando dal vento temprato del mattino.

– Non hanno lezione oggi?

– Dicono di no, sono sotto esami.

– Torniamo in città prima di pranzo.

– Va bene, ma adesso vieni dentro.

 

La colazione si svolse nel silenzio più totale. Il barone guardava Gian Filippo alla sua destra, il ragazzo era come catatonico con gli occhi inzuppati nel caffelatte e il corpo stretto in un maglione bianco a collo alto, accanto a lui Gian Carlo scorreva il dito sul suo inseparabile iPad, mentre Clementina faceva avanti e indietro fra la cucina e la sala indecisa sulla marmellata.

Aspettò di essere in macchina, a metà strada fra la villa e la casa e poi esordì secco:

– Ho deciso. La vendiamo, ma solo se l’Inciacci accetterà tutte le condizioni.

Nell’abitacolo color crema della Land Rover calò un silenzio pesante come il tendone di un circo, anche i gemelli capirono che ogni parola avrebbe graffiato quell’aria di cristallo e restarono immobili.

La sera stessa di quel Lunedì arrivò la chiamata dell’Inciacci, il barone fece tutto in fretta, bastarono una settimana per la firma dal notaio e quindici giorni per il trasloco completo.

Inciacci prese posto nella casa alla fine di Dicembre e subito dette inizio alla quarta ristrutturazione nella storia della villa; il primo dei lavori che commissionò fu una piccola modifica alla targa in travertino apposta sulla destra del cancello d’ingresso che adesso recitava in una bella calligrafia rosa:“Villa Giovanna”.

Dopo aver tolto la serra, fece costruire un campo da tennis e uno da calcetto, dette un ordine a quei fiori sparsi per il giardino, allargò la piscina a fagiolo e assunse un’intera famiglia di filippini.

– Cosa pensi di fare con questi cosi sul soffitto?- domandò un giorno l’Inciacci alla moglie mentre indicava Prometeo seminudo.

– Non saprei.- biascicò con la voce rotta da una risatina.

– Nando – cominciò a gridare – Nando!

– Che c’è?

– Vieni qua!

– No devo finire la missione.

– Ma che cazzo dice?- rivolgendosi alla moglie.

– Non..lo..so – mugugnò lei mentre si specchiava per ripassare il rimmel- penso che parli di quei suoi videogames.

– Nando!- urlò Fausto.

– Che c’è!?- fece eco il figlio

– Cosa ne pensi degli affreschi?

– Di che?

Quella discussione terminò lì e non venne ripresa, fu così che, per buona pace del barone, gli affreschi non vennero toccati.

Ristrutturò le camere da letto, i tre bagni, dove vennero aggiunte vasche idromassaggio, box sauna e stanza del sale, la cucina, che venne fornita di uno schermo Lcd da 60 pollici e i due salotti, mentre uno studio venne adibito a sala giochi, nella recondita speranza che Nando potesse avere qualche carta in più da spendersi per fare amicizie.

A salvarsi fu solo la biblioteca, non che l’Inciacci ne facesse uso, ma godeva all’idea delle facce basite che avrebbero fatto i suoi amici

di fronte a tutti quei libri finemente rilegati.

C’era solo una cosa che non riusciva a piegare a suo piacimento: quell’assoluto silenzio in cui la villa sembrava immersa.

Era come se quelle mura fossero talmente alte da inghiottire ogni suono, mentre in giardino il silenzio sembrava portato direttamente dal vento.

Inciacci iniziò a non dormire, abituato com’era al sottile rumore del traffico che trapelava dalla finestra della sua casa in città.

Fu così che dette disposizioni per installare un impianto hi fi in tutta la villa nel tentativo di debellare quel silenzio inquietante, mentre agli alberi in giardino fece appendere centinaia di quei campanellini che si scatenano alla prima brezza di vento, ma fu tutto inutile.

Si affannava in piccoli lavori di giardinaggio, aiutava gli operai, piuttosto imbarazzati, nella mansioni più dure dell’opera di ristrutturazione, ma quei dolci momenti pieni di lavoro non facevano che risaltare il silenzio nel quale sprofondava la casa un attimo dopo l’ultimo colpo di trapano.

Il mite e giulivo Fausto si era trasformato in un rocchetto nevrotica che rimbalzava per tutta casa e quel bombardamento acustico al quale sottopose la famiglia divenne ben presto motivo di feroci discussioni con Giovanna che si vide costretta a far smontare l’impianto e far togliere i campanellini.

In breve tempo quel silenzio tornò ad avvolgerlo come un brivido e il disagio si mescolò alla rabbia di quel neo che deturpava il sogno di una vecchiaia serena.

Passava lunghi pomeriggi distesi sul divano Magestic a cercarsi in testa il rumore del telaio, simbolo di tutta una vita spesa a lavorare, nel tentativo di scacciare quel silenzio posato in tutta la casa.

Il silenzio è un’opportunità per esistere, ma può diventare un buco nero da riempire, un’attesa infinita difficile da sostenere.

Provò a dormire in ciascuna delle dodici camere da letto, tentò con la meditazione e quando sembrò aver trovato la soluzione in un potente sonnifero dovette abbandonarlo in fretta per un’improvvisa forma allergica; si fece consigliare dagli amici e spese chili di denaro fra costosi pareri di medici luminari e lussuose cliniche specializzate, ma non riuscì mai a dominare quel silenzio, passando notti intere con gli occhi inchiodati sul soffitto a cassettoni.

Solo nel pescheto Inciacci trovava pace quando, verso sera, si rifugiava ad ascoltare il fruscio delle foglie, mentre un profumo inebriante lo avvolgeva per intero.

 

 

 

 

 

Vite al neon

Ascolta, o Signore la nostra preghiera.

Dacci luce e forza perché possiamo riuscire a svolgere bene il nostro difficile compito di tutelare la società nell’aiutare tutti i cittadini a ritrovare il senso morale della vita.
La Tua parola illumini la nostra vita, il Tuo amore sostenga la nostra fatica.
Benedici, o Signore, la nostra cara Patria, tutti i nostri Reparti, le nostre famiglie e i fratelli che ci sono affidati.
Dona la Tua pace a tutti coloro che sono caduti nell’adempimento del proprio dovere.
O Vergine Maria, Madre di Dio, ispiraci sentimenti di misericordia verso coloro che soffrono , per causa dei camorristi e mafiosi, in modo che siano con noi conciliati, e il sentimento fraterno e la necessità del dovere.
Prega per noi, o San Basilide, nostro Patrono, così che la Tua testimonianza di fede, passata attraverso il martirio, sia per noi tutti di fulgido esempio, di immancabile sostegno e di vero conforto.
Amen

Un giorno speciale inizia in modo normale, anche qui, anche in carcere e anche quel giorno iniziò come tutti gli altri.

Il carcere è totalizzante, rende tutti prigionieri e non importa che tu sia qui a scontare una condanna o stia lavorando, qui tutti scontiamo la nostra pena.

Il carcere è dove incolpi il tetto perché ti oscura il cielo, è un’astronave di cemento arredata con qualche sbarra, tanti cancelli e brutte facce.

Qui non ci sono albe, le albe le vedi nel braccio est, il nostro è un sole al neon e lampade a risparmio energetico, è una luce giallastra che si arrampica a fatica sulle mura crepate.

Le lampade al neon sono lucciole da corridoio e come le lucciole fanno luce a intermittenza, tracciando nella notte un tragitto che appare e scompare.

Solo che il neon è plastica, gas e un filo di corrente e molto meno romanticamente delle lucciole, ci illude di usufruire d’una luce continua, seppur debole, mentre aggira i nostri occhi con trucchi da laboratorio e uno sfarfallio troppo veloce per essere carpito.

Fabrizio l’aveva scoperto dopo due anni, pur essendone convinto da sempre.

Lo sapeva che il neon faceva una luce a intermittenza, che aveva i suoi momenti di buio, solo che lo sapeva come tutti, per sentito dire, una teoria di cui nessuno portava prova, e lui quinta elementare e vent’anni da sicario, alle parole, aveva imparato a non crederci più.

Pensò a lungo al metodo che lo avrebbe potuto portare a confermare le sue ipotesi, ma le rigide norme del carcere non permettevano ampi spazi alla manovra.

Fu allora che decise di aspettare, aspettare pazientemente fino al giorno in cui il gas, all’interno delle lampade, non iniziasse ad esaurirsi.

Così fece, aspettò per quattro anni e vigilò quel neon fino a 20 ore al giorno, per non perdersi quel momento.

Sapeva che tutto si sarebbe giocato nel giro di poco, perché doveva riuscire a fotografare l’istante preciso in cui il gas iniziava ad esaurirsi, senza essere esaurito del tutto, solo allora, in quel breve lasso di tempo avrebbe potuto scoprire se quella storia avesse avuto un fondamento o fosse una delle tante chiacchiere che si fanno in carcere, come in tanti altri posti.

Quel giorno arrivò il 4 febbraio 1984 e Fabrizio stava guardando il Festival di Sanremo in tv, c’erano Romina Power e AlBano che cantavano “ Ci sarà”, quando all’improvviso, sentì un ticchettio, sempre più intenso, provenire dal corridoio.

Si alzò di scatto, con gesto da caserma, di quelli dove l’ordine ai muscoli non passa dal cervello, per affacciarsi sul corridoio.

 E finalmente, lo vide.

Lo vide mentre sfarfallava. “Il neon non fa una luce continua. – esultò – Non vi fate più fregare ragazzi, questa merda ci lascia al buio.”

Come dargli torto era un buio impercettibile, ma sempre buio.

Nessuno gli rispose, erano abituati alle sensazionali scoperte già scoperte di Fabrizio, ma lui da quel giorno lo raccontò a tutti, almeno fino a quando non esaurì le facce confinate in quel piccolo mondo.

Fino a quando così come era giunta, quella mania passò.

Anche questa data è rimasta famosa in carcere, era il 5 Luglio dello stesso anno ed erano entrati due nuovi detenuti e a nessuno dei due Fabrizio aveva raccontato la storia dell’ingannevole neon e della sua luce a intermittenza.

Non li aveva messi in guardia, come faceva con tutti e, almeno fino alla prossima intuizione, si poteva prospettare un breve periodo di tranquillità.

Quella data è diventata storica: Fabrizio aveva superato la fissazione del neon, si era dato alla scrittura e Maradona passava al Napoli.

Il carcere è un muro che divide il bene dal male, senza conoscere dove realmente sta l’uno e dove l’altro.

 

–       Nico.. e che stai a fare, ma la smetti di scrivere ste fregnacce, famme vedè.

–       E lascia, non toccare.

–       Uh il signorino si tiene i suoi segreti, le hai le chiavi del lucchettino? Non vorrei che qualche malintenzionato volesse aprire il tuo diario per sbirciare…

–       Luciani hai rotto il cazzo, si può sapere che vuoi?

–       Voglio che vai a portare la colazione al braccio nord e anche di corsa, non vorrei che i lorsignori si spazientissero.

–       Perché tu che avresti da fare? E poi non si può fumare qua dentro!

–       Senti un po’… Sciscia dei miei coglioni…

–       Sciascia, te l’ho già detto Sciascia, non Sciscia, era pure siciliano, manco quelli che parlano la tua lingua capisci.

–       Sciascia, Sciscia è uguale… muoviti vai, se non vuoi che faccia rapporto.

–       Guarda, rimarrei solo per leggerlo il tuo rapporto.

–       Bello, ogni volta che ti viene di fare fai il simpatico guarda queste– indicando le mostrine appuntate alla giacca- così almeno ti passa.

–       Speriamo che il potere ti logori.

–       Ah, ricordati quella storia del caffè per il nuovo ospite, fatti dare il thermos da Giannulli, lui sa dov’è.

–       Se, se.

–       Nico senti un’altra cosa, lo sai chi è l’addetto alla vigilanza sulle normative contro il fumo?

–       No, sentiamo chi è?

–       Il sottoscritto, fresco di nomina l’altro ieri.

–       Strano che non l’abbia saputo, sono sempre informato sulle promozioni.

–       Fai poco lo spiritoso e adesso vai… muoviti.. smamma.. vai a guadagnarti lo stipendio.

Lo stipendio. Se Domenico Pane, detto Nico, avesse dovuto lavorare per lo stipendio avrebbe continuato a fare il calciatore, ma preferì scegliersi presto una vita comune, come tante altre, invece di farsi trovare impreparato in un tardivo bilancio, di quelli che si fanno a bordo di una macchina ancora da pagare.

Il tempo non ha solo il potere di far passare brutti ricordi e intramontabili amori, ma a volte riesce ad andare oltre donando un senso alle cose, anche il più misero, anche con la forza e così  con gli anni di servizio a quel lavoro aveva trovato un senso e con quello trovò anche il suo.

– Giannulli! Giannulliii… Giannulli! Ma dove sei?

– Signorsì signore eccomi.. ah Nico sei te? Pensavo fosse Luciani.

– E di solito gli rispondi così a Luciani?

– Eh.. sì.. dice che fa rapporto.

– Ma che rapporto e rapporto. Guardati un po’ di Lynch e impara qualcosa sul subconscio.

– Quello di cui mi parlavi l’altra volta?

– No quello era Finch, indimenticato attore australiano. Memorabile per…

– …la sua interpretazione ne “Il cargo della violenza”, anno 1955.

– Eh bravo Giannulli. No, invece questo è Lynch, il regista.

– Ah.

– Va beh lascia stare. Mettiamola così Luciani usa la minaccia del rapporto perchè in qualche modo, per lui, raffigura il rapporto sessuale che non avrà mai. Capito?

– Cosa?

– Lucià quello tromba solo a pago? Capito?

– E che c’entra con il rapporto?

– Dai…va bene così, fammi vedere dov’è questo termos, prendiamo il carrello della colazione e andiamo.

– Subito.

– Ma poi si può sapere perché questo deve bere da un altro thermos?

– E’ nel regolamento interno di sicurezza.

– Ah, allora. Se è scritto nel regolamento interno… andiamo va.

– Comandi.

Lorenzo Giannulli, 28 anni, voce minuta, modi composti e una probabile allergia verso la cioccolata, mai provata scientificamente da nessun esame medico.

Nato il dicembre del 1957 a Peschici, in provincia di Foggia, immerso nel parco del Gargano, bagnato dal mar Ionio e, in mezzo, fra le collinette basse, i feti e gli scheletri bianchi, figli della speculazione edilizia.

–       Eccolo qua.- esordì Giannulli.

–       Bene, ce ne sono due?- rispose distratto Domenico.

–       Mmm… sss..sì, ecco l’altro.

–       Allora tu riempi questo di acqua calda per il thè che io riempio questo di caffè.

–       Perfetto.

–       Dio mio, lo avessi saputo prima…

–       Cosa?

–       Che ci sarebbe toccato fare da balia a questo esercito di disperati.

–       Ahahahaha

–       Sì, sì tu ridi. Quando dovrai cambiare il pannolone a qualche ergastolano riderai meno.

–       … per me può morire nella sua merda!

–       Andiamo dai.

Il carcere assomiglia a una chiesa, se non fosse per l’arredo e l’altezza dei soffitti.

 Adotta anche un codice simile, abbiamo il nostro battesimo per i nuovi arrivati, regole ferree sul vestiario e sugli orari, anche da noi arrivano sciami di peccatori in cerca di redenzione e sono gli stessi che consumano i pavimenti della navata centrale, appesantiti dal peso delle loro colpe.

Forse per questo, o forse per rendere meno amara la realtà, quel giorno di qualche anno fa, abbiamo deciso di chiamare i vari ambienti del penitenziario con i nomi solitamente utilizzati per descrivere una chiesa.

In breve tempo il corridoio divenne la navata centrale, le celle i confessionali incastonati nelle navate laterali, e la mensa il transetto o la crociera, a piacimento, perché era nel mezzo a dividere le celle e il corridoio dalla sala colloqui, un po’ come il transetto e la crociera segnano il confine in cui deambulatorio e coro si raccolgono attorno all’abside.

Qui le distanze sono in scala e gli orizzonti si toccano con mano, chi passeggia qua deve farselo bastare.

–       A che pensi Nico?

–       Eh?

–       Ogni tanto ti incanti.

–       Tanto che abbiamo da fare? Per spingere un carrello lungo un corridoio posso permettermi anche di mettermi in stand by.

–       Va beh facciamo due chiacchiere.

–       No, oggi no.

–       Dai, apriamo l’angolo “Lo sapevate che”.

–       Sono stufo di farti da Bignami.

–       Non è vero.

–       Sì, anche perché poi lo so che riutilizzi tutto in malo modo per far colpo in quelle chat da sfigati in cui ti iscrivi.

–       E’ colpa mia se piace la cultura?

–       No, da oggi cominci a leggere autonomamente.

–       Se lo fai per il mio bene…

–       No, lo faccio perché mi sono rotto.

Era sempre così, per i primi metri si faceva corteggiare per poi cedere in tempo utile per raccontare almeno un aneddoto.

–       Hai il turno al transetto dopo?

–       No.

–       Ah.

–       Cambiamoli questi nomi.

–       Cosa?

–       Quello a cui pensavo. Cambiamoli questi nomi.

–       Ma come! Ora che li avevo imparati a fatica?

–       Meglio, ti tieni in esercizio il cervello e risparmi sulle parole crociate.

–       E come li chiamiamo?

–       Lo sai che D’Annunzio aveva rinominato ogni stanza della sua villa?

–       Come?

–       A modo suo.

–       Nooo, che figo!

–       Lo puoi dire forte Giannulli, un po’ tronfio, ma un figo.

–       Dì un po’.

–       Ad esempio la casa era la Prioria. Alla fine non ci allontaneremmo neanche troppo dal gergo clericale a cui tanto tieni.

–       Lo sai, scherza su tutto, ma non sulla religione.

–       Ah Giannulli, Giannulli- sospirava fra il cigolio delle ruote del carrello – la secolarizzazione ti fa un baffo.

–       E quindi?

–       Praticamente aveva rinominato…

–       Sì e questo l’ho capito, ma fammi qualche esempio.

–       Tipo la Zambracca.

–       Eh?!

–       Era l’anticamera alla stanza da letto vera e propria.

–       Ah perché bisognerebbe avere una camera prima della camera da letto?

–       Beh se sei un poeta vate acchiappa veline dell’epoca, direi che è d’obbligo.

–       Maledetto. In casa mia si farebbe presto a dare un nome alle stanze.

–       Ahahah, in molte case Giannulli, in molte case.

–       Zambracca… e che vuol dire?

–       Non mi ricordo… mi sembra fosse una specie di gergo dialettale per dire qualcosa.

–       E cosa?

–       Giannulli non me lo ricordo, non è che ripasso la notte prima di raccontarti qualcosa, mi vengono così… dovrei rivedere.

–       La prioria? Questa almeno la sai?

–       Prioria perché casa del priore, del poeta, ma cos’è mi stai interrogando?

–       E dai sono curioso.

–       L’officina.

–       Questa è facile.

–       No, non è quello che pensi, era lo studio, dove scriveva.

–       Lo studio lo aveva chiamato Officina? E il garage come l’aveva chiamato Studio?

–       Non saprei.

–       Dai dimmene un’altra.

–       L’ultima: Stanza del lebbroso.

–       Del lebbroso… mmm, fammi pensare… la camera per quando stava male?

–       Quasi. Era una stanza dove si rinchiudeva in momenti particolari della sua vita.

–       Quando era depresso.

–       Direi più una roba simile al mal di vivere.

–       Mal di vivere, come puoi avere il mal di vivere se sei un vip col villone e le veline?

–       Cancella la storia delle veline, era per farti capire.

–       Cioè? Niente veline?

–       Diciamo che erano veline ma con più classe e talenti diversi.

–       Dimmene una.

–       Eleonora Duse.

–       Ah, adesso me la vado a spizzare sull’Iphone e quindi?

–       Quindi potremmo cambiare.

–       Sì ho capito, ma che nomi scegliamo.

–       Scegliamone uno, uno solo.

–       Quale?

–       Quello che aveva scelto per la sua nuova dimora.

–       E qual’era?

–       Schifamondo.

Arrivarono in fondo al corridoio e il silenzio di Giannulli incorniciò il movimento sincronizzato dei due.

Girarono l’angolo ed entrarono nel lungo corridoio, dove il passo, appesantito dai cento e più sguardi, diventa per tutti un movimento meno naturale del solito.

Il bello di certi lavori, coincide anche con il brutto degli stessi.

Il bello del secondino è che non c’è da inventarsi nulla, c’è solo da applicare un regolamento standard per il quale si è stati addestrati e niente di più. E qui sta il brutto.

Cominciavano come tutte le mattine alle 8.05 dalla prima cella di sinistra, la 01 fino ad arrivare alla 21, poi passavano a destra e dalla 22 scendevano fino alle 02, per finire il giro lì dove avevano iniziato e poter così uscire senza indugiare ulteriormente o dover ripassare con il carrello vuoto davanti alle celle.

Quel giorno però, era un giorno speciale, di quelli che capitano a molti, soprattutto a chi si sa accontentare. Quel giorno avevano un ospite diverso, uno di quelli in giacca e cravatta, un distinto signore, modi garbati, voce suadente, capelli ordinati e di un bianco natalizio, un cognome di quelli che a qualcuno dice molto e ai molti dice ben poco.

Non era il primo che avevano di quel genere, certo mai così eleganti, ma ne avevano avuti di personaggi con le scarpe fatte a mano, il fatto è che con lui fu diverso.

Lui lo avevano lasciato in una delle celle lungo il corridoio, in mezzo agli altri detenuti, una prassi che prassi non era.

Sì perché certa gente, la isolavano, la mettevano nelle celle al pianterreno quelle dietro agli uffici, le così dette “celle da un giorno”.

Lui no, lui lo avevano messo lì, in mezzo agli altri, ma questo Nico cominciava a capirlo solo adesso.

–       Giannulli – sussurrò Domenico.

–       Eh.

–       Ma questo, qua sta?

–       Sì.

–       Non ti sto chiedendo se è qua, questo lo vedo anche io. Ma che ci fa qua?

–       Non saprei, dovremmo chiederlo a Luciani.

–       C’avrei scommesso, tu non dovevi fare il secondino dovevi fare il megafono.

–       Dai su passami il thermos.

–       Tiè.

–       E stai attento che mi versi tutto addosso.

Cella 1. Menchetti

Roberto Menchetti, detto “er Raddoppia”, truffatore seriale, beccato dopo l’ennesima catena di Sant’Antonio, fra le sue vittime anche un noto presentatore televisivo, da qui il soprannome. Pena rimanente 6 anni.

–       Buongiorno tesorì. M’ hai portato er caffè?

–       Sì caro, gradisce anche un po’ di thè o che vi macchi il latte?

–       No, va bene così. Che cornetto c’avete?

–       Il solito.

–       Mmm, me sa che in questo bar nun ce vengo più. Daje un po’.

–       Senti Menchetti non fare tanto lo spiritoso, ti ho sempre detto di non approfittare della nostra cortesia che ci metto poco ad applicare metodi fuori dal regolamento.

–       Ammazza oh, che c’hai stamattina?

–       Menchetti, posa la brioche.

–       E lascia.

–       Menchetti.

–       Vabbè, la poso. Ma se vi avanza la voglio io.

–       Dopo il gesto schifoso che hai fatto non ci pensare proprio. E tu Giannulli come i ragazzini, meno male che voleva la brioche che se voleva le chiavi non so che sarebbe successo. E aprili sti occhi dai, su.

–       Porca boia e che mi distrae con tutto quello smanacciare..

Cella 2. Serafini – Falchi

Marco Serafini, ancora 5 anni da scontare. Soprannominato “Lo storto”.

Era uno di quei carcerati come ve ne sono molti, di quelli che entrano in carcere e si sentono liberati, di quelli che ci nascono con la faccia da delinquente e crescendo non fanno che confermare teorie di fisiognomica lombrosiane ormai sorpassate dal tempo e dalla logica.

Orfano di nascita, quinta elementare, da piccolo delinquente di strada si era affermato nella Milano dai calibri forti, ma l’ennesimo colpo di sfortuna ha voluto che la sua Alfa Spider lo abbandonasse nel bel mezzo di una fuga dalla polizia, da lì il soprannome. Thè senza zucchero e lunghi silenzi.

Giorgio Falchi, detto “Georgie”. Col pallone non aveva nessun talento, in compenso era un bevitore senza eguali, noto in carcere per averci messo un bel po’ prima di riuscire a non buttare giù il collutorio alla menta come una tequila liscia.

L’alcool gli aveva procurato un nome e 12 anni, 6 mesi e 37 giorni ancora da scontare, tutti scanditi giorno per giorno sul calendario dell’Arma appeso in cella. Caffè scuro, senza zucchero.

Cella 3. De Rosa – Barnaldi

Calisto De Rosa, detto “Il mulo di Rosario”, 32enne argentino di nascita, colombiano per lavoro. Pena da scontare 9 anni. Beccato all’aeroporto di Fiumicino con dieci chili di cocaina nel doppio fondo di una valigia e altri due nello stomaco. Caffè macchiato, due bustine di zucchero bianco.

Aldo Barnaldi detto “il patacca”, 47enne produttore astigiano di vino, implicato nello scandalo del vino all’etanolo. Pena rimanente 4 anni e 3 mesi. Caffè doppio, amaro, senza cornetto.

Cella 4. Zafferani

Cesare Zafferani, fine pena mai. Uomo mite, corporatura esile e silenziosa, mai una parola fuori posto, mai un gesto fuori luogo. L’unico che si ricordi è anche quello che lo portò qua dentro, ormai più di 30 anni fa.

A volte la vita è così, fai di tutto per crearti una strada e seguirla, in una lotta quotidiana senza fine, cercando di evitare ogni possibile errore, calcolando tutti gli imprevisti, tenendo a bada la bestia che è in te. Seppellisci ogni rancore, fino a quando la tua stessa natura ti acceca e ti sovrasta. Fino a quando in una rovente giornata di fine agosto, dietro una delle tante finestre di un palazzo alveare nella periferia fiorentina, un postino di 34 anni si trasforma in un assassino.

Cesare ci ripensa ogni giorno, ripescando tutte le immagini che nei primi tempi aveva cercato di seppellire, ricorda la faccia viola di lei che sussurra qualcosa, ricorda gli occhi, ricorda la vita che le animava il corpo prima di lasciarla, ma non riesce a ricordare il motivo che innescò quell’ ennesimo litigio. La polizia, chiamata dai vicini impauriti dalle urla, lo aveva trovato ancora lì, con la sua Marisa fra le braccia.

Strozzata dalle stesse mani che avevano smesso di accarezzarla.

Thè amaro, senza cornetto.

Il carcere è un campionario di moniti muti, di esempi che per la loro valenza universale alla fine non valgono per nessuno.

–       Giannulli passami il thermos per il signor “Speciale”.

–       Chi?

–       Giannulli è un modo di dire, dai  passami il thermos.

–       Eccolo.

–       Buongiorno.

Cella 5. Il nuovo arrivato

Aldo Milano, 53 anni, noto professionista della capitale. Pena ancora da definire. Avvocato con uno studio avviato dai tempi del padre e ben inserito negli ambienti che contano, sposato con tre figli.

L’accusa è quella di concorso esterno in associazione di tipo mafiosa. Sembra che l’avvocato dopo esser stato eletto in consiglio regionale, grazie ad una delle più potenti ‘ndrine calabresi, abbia favorito gli stessi con la concessione di appalti, licenze e prestazioni di favore.

Il Milano era arrivato la sera prima e aveva passato tutto il tempo a fissare il soffitto color blu palestra scolastica, come spesso fanno i nuovi arrivi.

Non aveva proferito parola con nessuno, non aveva chiesto né giornali né libri e non aveva acceso la televisione.

Se ne era stato lì per tutta la notte, immerso in un presente che scivolava via lento.

–       Buongiorno.

–       Come va avvocato? Un po’ meglio?

–       E’ dura.

–       Lo sappiamo, è dura per tutti.

–       Già.

–       Mi hanno detto che preferiva il caffè. Gliel’ho portato.

–       Sì, grazie mille. Potete aprire?

–       No, avvocato mi dispiace lo deve prendere da qua.

–       Va bene. E’ che qua comincio a sentirmi stretto.

–       Immagino avvocato che era abituato a ben altri ambienti, ma questo è quello che passa il carcere. Tenga. Lo vuole il cornetto?

–       No, grazie.

–       Zucchero?

–       Sì, una bustina grazie.

–       Ecco qua.

Milano prese la bustina, la poggiò sul bordo del piattino e, tenendo la tazzina a due mani, si andò a sedere al tavolo in fondo alla cella.

Pane e Giannulli si scambiarono un’occhiata e fecero ripartire il carrello: il silenzio pervadeva il carcere.

Poi un rumore increspò quel mare silenzioso.

Fu un momento. L’avvocato si alzò e, tenendosi il collo con le mani, cominciò a sibilare qualcosa, la voce gli si era fatto fioca, sembrava sibilare come un serpente. Adesso sono tutti lì, attaccati con la faccia alle sbarre, schiacciati sul bordo come chi guarda in un precipizio: tutti con la voglia di cadere, per vedere meglio il vuoto, per godersi al meglio la novità.

Milano si contorceva come fanno i tonni finiti nel mezzo di una mattanza, boccheggiava strisciandosi per terra in cerca d’aria, in un gesto spasmodico e disperato. Le mani ora toccavano il petto, come a cercare di aprirlo e dilatarlo per prendere aria. In quella posizione fetale, con quella smania di sopravvivere addosso, assomigliava più ad un bambino e non sembrava neanche un avvocato.

–       Le chiaviii, le chiavi Giannulli dammi le chiavi.

–       ..sì..sì..e..ecc..eccole

–       Dai, dai veloce che questo muore qua.

–       …

Quando Domenico riuscì finalmente ad aprire la porta, l’avvocato finì di dimenarsi. Tutti inutili i tentativi di primo soccorso, un avvelenato non si rianima e non ha nessuna ferita da tamponare. Un avvelenato senza antidoto muore e l’avvocato non fece eccezione. Giannulli era rimasto di pietra, come ipnotizzato da quella danza di morte.

–       Ragazzi cosa sta succedendo?- gridava Luciani, ancora in fondo al corridoio.

Nessuno rispose e allora Luciani allungò il passo, fregandosene dell’andatura goffa che assumeva il suo corpo in corsa.

Quel corpo slargato dal tempo e dalla gola, affidato a due gambe storte e un ginocchio consumato, di quelli che fanno figura solo a tavola.

Dovette farsi tutto il corridoio per vedere con i suoi occhi l’ultimo frame di quella scena: Giannulli era ancora pietrificato, immobile sulla soglia della cella, sembrava un militare durante un picchetto, mentre Pane si accaniva sul corpo del Milano, in un furente tentativo di massaggio cardiaco.

–       Fermo Nico, fermo così gli spacchi tutto.

Luciani prese Domenico per le spalle, scostandolo alla sua destra, e con fare deciso mise indice e medio sul collo dell’avvocato, mentre controllava le lancette dell’orologio. Proprio mentre aveva finito di mettere in opera un comportamento da vero capo carismatico, quasi da leader, la sua testa venne annebbiata dai dubbi e, per qualche secondo, non riuscì a capire se quello che stava facendo era il retaggio di una lezione di primo soccorso o delle mille serie televisive che riempivano le sue serate.

–       Allora? E’ vivo?- chiese timidamente Giannulli, ancora un po’ intontito dall’ipnosi dalla quale era risorto.

–       No, questo qua è morto.

–       Cazzo, cazzo, cazzo…

–       Nico calmati. Cosa è successo? Si è ammazzato? Come ha fatto? Calmati e dimmi quello che è successo.

–       Luciani questo lo hanno ammazzato… lo abbiamo ammazzato.- urlava Pane così rosso in faccia che se non si fosse mosso come un invasato poteva essere tranquillamente scambiato con Milano.

–        Il caffè… il caffè… ha bevuto il caffè – farfugliò Giannulli.

–       L’hanno avvelenato Luciani, l’hanno avvelenato… porca miseria, non va bene… io non ho preso servizio per fare questo… porca miseria, porca.

–       Sshh…zitto! Nico ora basta urlare, ma che stai dicendo? Basta via da qui, Giannulli tu vai a chiamare l’ambulanza.

Poi prese Domenico per le spalle, ma stavolta lo strattonò  con forza, gli diede una sberla in faccia col dorso della mano destra, la stessa dove teneva l’anello. Gli ringhiava in faccia:

–       Allora ti vuoi calmare, zitto, devi stare zitto, cazzo ne sai di quello che è successo… eh? Vuoi che ci sentano tutti, vuoi che tutti si facciano un’idea sbagliata? Guarda che sta cosa è già complicata di suo senza che ti ci metti d’impegno pure te. Hai capito?

–       …

–       Nico? Ho detto hai capito?

Luciani lo sbatteva contro il muro, con un moto ondoso, alternava moti di rabbia e paternalismo, cercava di calmarlo, con le buone o le cattive.

–       L’ambulanza sta arrivando. – disse ansimando Giannulli.

–       Bene. Adesso rimanete, qua. Cercate di calmare la situazione fino a quando non arriva l’ambulanza. – rispose Luciani guardando Domenico.

–       Sì, signore. – ossequioso replicò Giannulli, che sembrava essersi ripreso totalmente dallo shock.

–       Capito Nico? Non facciamo cazzate, rimettiamo la situazione sotto controllo.

Nico non rispose, nemmeno con un cenno del capo e Luciani non tardò oltre per ottenerlo ma, lanciato il monito, girò le spalle e se ne andò.

–       Ei Nico. Tutto bene? – esordì Giannulli.

–       No, non va bene niente. Io lo sapevo e anche te, lo sapevamo, perché due thermos? Perché? Sapevamo che andava a finire così, lo sapevamo…

–       Non è colpa nostra.

–       E invece sì Giannulli, è colpa nostra.

–       Che potevamo fare, assaggiarlo noi quel caffè? Eh? Dobbiamo arrivare a questo?

Nico non rispose. Intanto dalle celle il brusio si era trasformato in sottofondo, tanto si era fatto regolare e assordante.

Si alzò di scatto e cominciò a gridare verso le celle:

–       Avanti su, non c’è niente da vedere. Tornate dentro e finite di fare colazione.

–       Agente lo vuole lei il mio caffè?

–       Chi ha parlato? CHI HA PARLATO? MERDE… SIETE MERDA… TORNATE SUBITO IN CELLA, LEVATE QUELLE FACCE DALLE SBARRE E TORNATE DENTRO. ANIMALI INGRATI.

Nico, calmati – gli sussurrò Giannulli – vai a sorvegliare il corpo in cella, qua ci penso io. Avanti su voialtri, basta, tornatevene dentro.

Domenico andò a sedersi sul letto della cella, si sedette il più in dentro possibile, verso il tavolo, per non farsi vedere da quelle facce curiose, da quegli occhi famelici, vogliosi di scorgere un po’ di debolezze altrui, ormai stanchi delle loro.

Non guardò mai il cadavere, almeno non quanto avrebbe potuto fare: eppure era sempre stato un curioso, un feticista del dettaglio, anche di quelli macabri, ma ora che si ritrovava lì, nel bel mezzo di una scena del crimine, non voleva guardare, pensava ad altro.

Pensò a sua moglie e al figlio, ma solo alla fine arrivò a pensare a Zafferani, a quel giorno in cui si trasformò in un assassino, a come si fosse sentito e al perché non glielo avesse mai chiesto. Rimase a lungo su questo pensiero. Quando arrivarono i paramedici non disse una parola, non si mosse, non fece nient’altro che farsi scorrere addosso il tempo, proprio come il Milano la sera prima: proprio come l’avvocato, adesso si sentiva morto anche lui.

Giannulli rispondeva alle domande dei paramedici, mentre Luciani parlava con Domenico.

–       Nico.

–       …

–       Oh mi ascolti? Nico…. Nico…Domenico.

–       …ci usano, ci usano per regolare i loro conti del cazzo.

–       NICO ora basta. Prenditi la giornata e vai a casa a tranquillizzarti. – gli sibilò Luciani d’impeto ad un orecchio, pieno di foga, accompagnando quell’ordine velato da consiglio con una vigorosa stretta al braccio.

Luciani non era un uomo premuroso, non lo era mai stato neanche in famiglia, sapeva bene come si fronteggiavano certe situazioni, pur non possedendo la pazienza richiesta per affrontarle.

La misura si colmava immediatamente e questo non faceva altro che       spazientirlo, rendendo vana ogni accortezza precedente, inutili tutti gli sforzi profusi per fare ciò che si dovrebbe fare.

Nico si alzò dal letto, non disse una parola, muto, in quel silenzio teso di chi si sta ingoiando litri di parole, guardò il pavimento e quando non riuscì

a immaginare il corpo esanime dell’avvocato steso lì fino a pochi attimi prima, cominciò a sentire un morso all’altezza del ventre.

Capì che quel mondo ovattato e stretto, tenuto lontano alla vista della civiltà, era troppo piccolo, che quel corpo era stato portato via senza che altri occhi lo potessero vedere, capì come in quel giorno da boia anche la verità rischiasse di essere persa.

Poi si girò e passò fra Luciani e Giannulli, cercando di non guardarli perché i suoi occhi non lo tradissero facendosi vetrine su quell’incendio che stava domando, e con passo anonimo si diresse verso gli uffici.

Quando passò davanti alla porta tirò a dritto, lasciando la giacca aggrappata alla sedia e i giornali sulla scrivania.

Poi aprì la porta e uscì. Del resto non so niente, dalla mia cella non riuscivo più a vedere e dell’agente Pane qui non sono arrivate più notizie, almeno non di certe: si sono dette molte cose, ma nessuno sa cosa sia successo veramente.

Alcuni dicono che sia tornato a casa, abbia discusso con la moglie prima di chiudersi in camera e in una depressione che lo ha portato a seppellirsi vivo in quelle quattro mura. Altri raccontano che sia stato trasferito, in pochi sostengono che abbia dato le dimissioni e che adesso vada in giro a tenere conferenze in cui racconta quel giorno, con qualche aggiunta teatrale in più.

Zafferani dice che, durante una libera uscita, gli sembrò di vederlo seduto sotto un gazebo che raccoglieva firme per un’associazione a tutela dei carcerati, e che quando si avvicinò per chiedergli se era Domenico, quell’uomo negò con un sorriso, invitandolo a firmare.

Barnaldi continua a sostenere la tesi del suicidio, De Rosa lo immagina su qualche campetto di provincia mentre gioca spensierato per qualche lira in prima categoria e Georgie, proprio ieri, a mensa se ne è uscito con l’ultima delle ipotesi che lo vedrebbe scrittore esordiente di un best seller che racconta quel giorno e che si guardano bene dal far arrivare qua dentro.

Per quanto mi riguarda non importa dove sia adesso, temo sia impegnato in una guerra, ancora a chiedersi se in quel giorno fu più vittima o più carnefice, a dubitare che si possa essere entrambi e che, come noi, si senta rinchiuso in una cella che non ha sbarre e non ha confini, senza una pena da scontare. In un silenzioso ergastolo quotidiano, ogni giorno illuminato da una luce sempre più fioca, a intermittenza, come quelle che fanno certi neon, perché in fondo era un buono.

Edoardo Romagnoli