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20 Luglio 2001

E’ usanza del potere nascondere in tutto o in parte la verità, per offrire al pubblico una versione dei fatti così detta “ufficiale”. I fatti di Genova non hanno rappresentato nessuna eccezione alla regola e i processi che ne sono seguiti non sono altro che il frutto di enormi sforzi intrapresi dalle forze dell’ordine e dalle forze politiche per insabbiare la verità e sviare le indagini. Dal sasso tirato in faccia a Carlo Giuliani fino alla tardiva introduzione del reato di tortura e la sparizione dei filmati dell’irruzione alla Diaz, passando per le molotov portate sempre alla scuola Diaz. Nemmeno la Diaz e Bolzaneto sono state un’eccezione, nonostante sin da subito si fosse capito cosa era accaduto dentro quella scuola e in quella caserma, nonostante la sentenza con cui il 5 marzo del 2010 i giudici d’appello di Genova condannarono 44 imputati per “gravi violazioni di diritti umani” all’interno della caserma di Bolzaneto, la sentenza della Cassazione del 5 luglio 2012 e la recente condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, nessuno ha mai fatto un giorno di carcere. Nessuno ha pagato e anche se uno di quei poliziotti fosse finito in carcere, non sarebbe finito in carcere nessun vero colpevole, ma un complice, un sicario dello Stato che sarebbe servito solo da ubbidiente capro espiatorio sacrificato senza troppi indugi o rimpianti per coprire una notte all’insegna di una nostalgica sbornia fascista. Non abbiamo bisogno di un altro Placanica, abbiamo bisogno di sapere chi ha permesso che tutto ciò potesse accadere, chi ha dato a quei poliziotti e carabinieri la sua benedizione e una promessa di impunità, chi ha organizzato quel raid punitivo, ma sopratutto perchè. A Genova si è voluto mandare un segnale, che si può riassumere in uno dei tanti giochetti con cui si dilettavano gli uomini in divisa di Bolzaneto: – Chi è lo Stato? – chiedevano, urlando ai manifestanti arrestati e malmenati – La polizia!

piazzacarlogiuliani

Già lo Stato è la Polizia, ma non solo, lo Stato è anche il Governo, il Presidente del Consiglio, il Parlamento, il Senato, lo Stato è anche il Csm, insomma lo stato è composto di tanti pezzi con diversi poteri, uno Stato di diritto questi poteri li raggruppa in tre parti: legislativo, amministrativo e giudiziario, li affida ad organi diversi e infine li separa per garantire l’equità e la giustizia del sistema e nel sistema. Se una delle parti prevale allora non si è più in uno Stato di diritto. Genova in quei giorni era la capitale di uno Stato di polizia, in cui la politica per paura di fallire consegnò le chiavi del paese in mano ai generali, gustandosi la scena dalla stanza dei bottoni. E’ di questo che si parla quando si dice che in quei giorni è stata sospesa la democrazia, perché fu uno stato di polizia e non ci può essere nessuna democrazia in uno stato di polizia. Nei momenti caldi la politica ha spesso passato la mano ad altri apparati, più o meno ufficiali, dello Stato, a Genova è stato fatto senza alcun motivo, se non con il chiaro intento di punire chi manifestava e punendo loro si voleva mandare un segnale ad una parte della società civile. Ecco perché non mi stupisce che Fabio Tortosa voglia rientrare alla Diaz, e non mi sorprenderei se con lui lo volessero in tanti di quei 346 poliziotti e 149 carabinieri che quella sera cinturarono l’edificio, perché sono una parte di quell’Italia senza memoria che ha nostalgia, perché sono il frutto di quell’amnistia del 1946 che permise all’Italia di rinascere, senza permetterle prima di espellere i residui fascisti che ancora conservava nei suoi gangli nodali. Perché quella sera per alcuni di quei poliziotti e carabinieri di trattò di un vero e proprio parco giochi, di una resa dei conti, un modo vigliacco di scaricare mille frustrazioni, una guerra in cui non solo l’avversario era disarmato, ma ero lo stesso che aveva permesso al celerino di essere armato, pensando che in uno Stato di diritto la democrazia non potesse essere messa in pausa, mai, per nessun motivo. L’uso della violenza non porta alcun messaggio e questo l’organizzazione del social forum lo aveva ben presente e anche per questo cercò da subito di organizzare il corteo assieme alle forze dell’ordine, cercando di isolare i Black Block; gli stessi che le forze dell’ordine lasceranno circolare liberamente. Carlo Giuliani e il suo estintore, i manifestanti e i loro sassi, sono ciò che non ha funzionato, il momento dove si va oltre le regole prestabilite, spesso neppure con la vana speranza di farsi sentire di più o di essere più incisivi, ma solo presi dalla pancia, dalla rabbia per le cariche, i lacrimogeni cancerogeni o i blindati lanciati alla cieca fra la folla. Un ottimo modo solo per screditare tutto un movimento di idee e proposte alternativa, ma umanamente comprensibile. Come sarebbe stato comprensibile se qualche poliziotto avesse perso la testa in un crescendo di situazioni di pericolo e stress, anche se dovrebbe essere addestrato per sopportare quel tipo di situazione, ma a Genova solo la versione ufficiale dei fatti vuole farci credere che a perdere la testa siano stati pochi,arrivando a sostenere che l’unico che perse la testa fu Placanica. A Genova venne messo in atto un sistema di repressione violenta, lì dove era possibile e dove non si poteva arrivare si cercò di sabotare in tutti i modi le operazioni, con ordini contraddittori e tattiche discutibili. Quello che non è comprensibile: è l’utilizzo di tonfa non convenzionali, usati a martello, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, gli spari, ciò che non è accettabile è che degli uomini che di lavoro dovrebbero tutelare l’ordine perdano la testa, è l’uso della forza verso chi ha dato loro il diritto di esercitarla. La storia di questo paese è una storia di omissis, di ombre, personaggi e zone oscure ed è solo per questo se i fatti del G8 ci appaiono chiari, quando chiari non sono. Rispetto a tanti altri episodi oscuri di questo paese, almeno per quanto riguarda Genova siamo a pochi passi dalla verità, pur rimanendo lontani da quello che le menti possano aver realmente ordito, abbiamo abbastanza chiaro cosa ha fatto il braccio, ma sono ancora molti gli aspetti da chiarire e purtroppo temo che neanche il tempo basterà.

Edoardo Romagnoli

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Omertà di Stato

Bernardo Provenzano è stato un fantasma per 43 anni, esattamente dal 10 settembre 1963 all’11 aprile del 2006, quando venne trovato dal Nucleo operativo del Ros dei Carabinieri in una masseria in contrada dei Cavalli, a due passi da Corleone, il paese in cui nacque il 31 gennaio di 80 anni fa.

La carriera di Bernardo Provenzano, detto Binnu u Tratturi, dentro Cosanostra è stata rapida e feroce, una storia che inizia poco più che bambino insieme a due suoi compaesani: Luciano Liggio e Totò Riina.

Un triumvirato che darà vita al mandamento di Corleone, i corleonesi, per gli amici, i viddani, per i nemici.

La stessa fazione che dopo aver vinto la seconda guerra di mafia, iniziata nel 1981, insedia una sua commissione, stravolgendone i codici d’onore e iniziando l’epoca delle stragi, dentro e fuori la Sicilia.

La storia di Bernardo Provenzano appartiene al pesante fascicolo che raccoglie tutti gli angoli bui della passata e recente storia repubblicana. Una latitanza lunga, troppo lunga, tanto da far pensare che, in alcuni momenti, sia stata favorita da alti esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, come sembra emergere dalle inchieste portate avanti dal tribunale di Palermo, in riferimento alle indagini sulla Trattativa Stato-Mafia.

Una storia povera di immagini, come spesso accade in questi casi, quasi un anacronismo per l’odierna società dello spettacolo abituata ad arricchire la trama dei suoi racconti attraverso la potenza delle figure.

Si sono sempre viste due immagini del capo dei capi: una foto segnaletica che lo ritraeva da giovane e una ricostruita digitalmente al computer, attraverso l’utilizzo di software in grado di ricostruire a distanza di anni l’aspetto del ricercato.

Anche questo ha contribuito a farne un fantasma.

Uno spettro che quando si è palesato in carne ed ossa in quella masseria sperduta fra le campagne corleonesi ha perso quasi di colpo tutto il suo fascino.

Nessuno osava dirlo, ma in realtà quell’anziano signore nascosto in una stanzetta fra ricotte e formaggi, aveva già perso gran parte del suo potere e questo sembrava mitigare la vittoria dello Stato perché appariva più come la resa stanca di un pensionato che la cattura di un boss.

Sembra il copione di sempre: il capo viene preso quando oramai è stato destituito, entra in carcere e affronta in un religioso silenzio la detenzione a vita.

Tutto cambia quando durante un colloquio, nel maggio del 2012, nel carcere di Parma con Sonia Alfano, all’epoca europarlamentare per l’Idv, Provenzano accenna alla possibilità di una sua collaborazione, cosa che lo fa uscire di colpo dall’identikit del boss omertoso e sembra, per un attimo, fargli vestire i panni di Tommaso Buscetta, il boss divenuto collaboratore di giustizia.

L’eredità degli anni di piombo ha rafforzato la convinzione che lo Stato debba tutelare ogni forma di collaborazionismo. Già nel 1980 con la legge Cossiga si introducevano nell’ordinamento sconti di pena per chi rivelasse informazioni sensibili e con la stessa convinzione si è arrivati alla legge n.87 del 15 marzo 1991 che introduceva la figura del collaboratore di giustizia.

Ciò che accade dalla paventata collaborazione al video del dicembre 2012, nel quale il boss gravemente malato appare traumatizzato e con una vistosa contusione alla testa, non sembra guardare nella solita direzione.

Dal colloquio con Sonia Alfano, Provenzano è vittima di numerosi incidenti, derubricati come accidentali cadute dal letto, misteriosi tentativi di suicidio con conseguenti ricoveri in ospedale.

Le sue condizioni di salute peggiorano vistosamente e ad ogni visita in carcere i familiari lo trovano sempre più livido, fino all’ultimo dei due video nel quale il boss non riesce nemmeno a tenere in mano una cornetta.

Siamo a pochi giorni dall’ispezione dei periti per valutare le sue condizioni di salute, con lo scopo di inserirlo nella lista dei testimoni nel processo sulla Trattativa.

Chi è stato? I soliti servizi? Per “salvare chi”?

C’è da pensare che la mitica omertà dei boss non fosse poi così osteggiata da questo apparato parallelo e addestrato ad agire senza lasciare tracce.

Dal carcere di Parma, per mezzo del sindacato, gli agenti rivendicano da parte loro un comportamento professionale. Guardando alla storia di questo paese, a quello che è successo a chi era in possesso di informazioni scomode, da Gaspare Pisciotta fino agli strani casi dei suicidi di Ustica passando per Michele Sindona, non si può non lasciarsi andare al solito pensiero, ad una macchinazione dall’alto di qualcuno che sa e non vuol far sapere. In questo paese per salvare i soliti poteri è stato fatto e permesso di tutto, quando non si sono messe le bombe, si è fatto in modo che chi li cercava le potesse avere, permettendo a chi le volesse usare di farlo, senza troppi ostacoli, quelli li avrebbero messi loro per far sì che la ricerca della verità fallisse in maniera sistematica.

Picchiare Provenzano fino a renderlo deficiente non è una sconfitta per il sistema carcerario e la sua funzione rieducativa, Binnu u Tratturi non si rieduca, come non si rieducano la maggior parte dei boss.

Quelle immagini sono una sconfitta di civiltà perché quando uno Stato, attraverso il suo braccio più nascosto, costringe i suoi cittadini a provare pietà per un boss sanguinario qualcosa, nel sistema, è saltato.

Abbiamo rinunciato volontariamente a tutto il bagaglio di informazioni rilevanti che poteva fornire, fallendo in questo modo l’unico obiettivo utile che la detenzione di Provenzano permetteva di raggiungere.

E il perché si aggiunge alle mille ombre che costellano la storia di questo paese.

Edoardo Romagnoli                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              

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Aldo Bianzino

ITALIA, 2007.

Ancora un morto, un morto ammazzato.         aldo_bianzino

Aldo Bianzino era un serafico falegname ed è stato ammazzato a 44 anni, nel carcere di Capanne, il 14 Ottobre 2007, da qualche secondino con poca fantasia e tanta rabbia.

Bianzino è stato portato in carcere per avere qualche piantina di canapa indiana nel giardino della sua casa, immersa nel verde delle colline umbre.

E’ stato incarcerato perché? Perché pericoloso? Perché era un pusher,  uno spacciatore? No, Bianzino è stato incarcerato e ucciso da uno Stato bigotto che sotto i dettami della Chiesa e di uno spirito conservatore è arrivato a decretare fuori legge una pianta.

 

AMERICA, 2012.

Nel giorno in cui Obama veniva eletto, in California e nello stato di Washington si votava per la legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo.

Una decisione che se applicata nei soli tre stati del Colorado, di Washington e dell’Oregon, è stato calcolato, ridurrebbe del 30% i profitti dei cartelli sudamericani oltre a far entrare nelle casse dei vari Stati quasi 60 miliardi di dollari fra risparmio e proventi.

Una tappa epocale, se pensiamo che ciò è avvenuto nel paese del proibizionismo, nella stessa America degli anni ’20 di J Edgar Hoover, di Nixon, nel paese che ha speso miliardi di dollari nella guerra alla PIANTA di marijuana.

Quella che è considerata la più grande democrazia del mondo prevede la pena di morte per alcuni reati, ma non per crimini legati alla droga.

In Italia, la più traballante democrazia europea, non abbiamo la pena di morte, almeno non ufficialmente, anche se sono oramai tanti i morti ammazzati in carcere.

E Bianzino è uno di loro e non è l’unica vittima.

Il figlio di Aldo Bianzino adesso è un orfano, un orfano di Stato. Questo è il risultato e basterebbe questo per poter dire, senza tema di smentita, che le forze dell’ordine, che tutto il sistema ha miseramente fallito.

Senza queste leggi stupide e bigotte, Stefano Cucchi e Aldo Bianzino non sarebbero mai passati dal carcere e forse, oggi, sarebbero ancora vivi.

In fondo è una questione di scelte da prendere.

Scelte, scelte politiche, basta con i buoni propositi. Per far sì che il pestaggio venga tolto dalle pratiche possibili in un carcere, per far sì che tutte queste mele marce non facciano marcire tutto il cesto.

 

Edoardo Romagnoli

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E non è una sciarpa a morire, di Matteo Monti.

“Mio fratello è stato etichettato come ultras della Lazio, estremista di destra, tifoso violento.
A livello istituzionale e giornalistico, tutti hanno preso le distanze, quando non condannato.
Pochi prendevano le difese della mia famiglia.
Ci fu chi arrivò ad affermare, in un articolo, che “Gabriele se l’è andata a cercare, quella pistolettata”.
Al contempo, non ci si azzardava a criticare l’operato delle forze dell’ordine. Si diceva che non fosse necessario generalizzare per un singolo irresponsabile, che era sufficiente criticare e prendere le distanze.
I soliti atteggiamenti tiepidi, senza avere il coraggio di esporsi contro le istituzioni, secondo un principio inviolabile, che molti vorrebbero MAI messo in discussione: LO STATO NON SBAGLIA MAI!
Io credo, invece, che in uno stato civile, chi sbaglia, anche se indossa una divisa, debba pagare per gli errori commessi, altrimenti si scardina lo stato di diritto e, per ripristinarlo, bisogna scalare le montagne.
Nelle forze dell’ordine esiste un corporativismo che in alcuni casi si rivela dannoso, antigiuridico.
Se un civile sbaglia, nessuno lo difende; se a sbagliare è un poliziotto, invece, questi potrà godere di garanzie particolari.
Si crea uno scollamento tra la società e coloro che credono di essere al di sopra delle leggi.
E queste zone di protezione sono dannose per le istituzioni stesse.
NON DOBBIAMO far percepire all’esterno che i cittadini in divisa abbiano più diritti di chi non la indossa:
perchè in questo modo, si demoliscono i BASILARI PRINCIPI DI DIRITTO”.

Le parole appartengono a Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, un ragazzo che, come molti, quando ancora non vi erano blocchi e restrizioni ad impedirlo, amava seguire la sua squadra di calcio in giro per l’Italia.
Un ragazzo che dormiva, sul sedile di quella Renault Scenic che mai più lo vedrà svegliarsi. 
E che è stato UCCISO, mentre SOGNAVA.
A cinque anni dalla sua morte, o per meglio dire, dal suo OMICIDIO, la triste vicenda dell’11 novembre 2007, quella di GABRIELE SANDRI, scuote, e continuerà a farlo, le coscienze di noi che abbiamo assistito alla tragedia con quel coinvolgimento, tipico di chi subisce una sottrazione.
Umana.
Intollerabile.

“Voleva colpire la macchina e l’ha colpita” affermava il 14 febbraio 2012 il sostituto procuratore della cassazione, Francesco Iacoviello.

Ma …
PERCHE’ voler colpire un SOGNO?

PERCHE’ ritardare di dieci mesi le scuse ad una famiglia vista privatasi del proprio figlio ancora assonato, dall’ennesima serata passata tra dischi e mixer (una delle passioni più forti di Gabriele).

PERCHE’ un ritardo di due anni e due mesi per riuscire ad ottenere la SOSPENSIONE dell’agente coinvolto?

PERCHE’ così tanta INCOSCIENZA da arrivare a sparare nel bel mezzo di una delle autostrade più trafficate d’Italia?

E infine…
PERCHE’ un ragazzo non deve svegliarsi più dal sonno solo perchè “colpevole” di DORMIRE, e di SOGNARE?

Come ogni martedì, dalle 21 alle 22, suwww.radioluiss.it, “Storie da Caffè – Malapolizia” vi racconta cosa succede nel momento in cui il CONTROLLORE smette di CONTROLLARE perchè NON CONTROLLATO, e come muore, un RAGAZZO ITALIANO, per mano del suo STATO.

Matteo Monti

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Gabriele Sandri. La morte di un cittadino per mano di uno sceriffo.

In un mondo che sembra non fermarsi mai, la morte ha ancora il potere di fermare il tempo, di sospenderlo, almeno all’apparenza.

Gli spazi che si aprono di fronte ad un evento luttuoso possono essere riempiti di retorica, slogan o parole pensate più per la pancia che per il cervello di chi ascolta. Oppure? Oppure possono diventare un momento di riflessione collettiva, per capire quello che è successo, perchè si trovi un senso universale, da condividere con gli altri, perchè non rimanga una morte vana.

L’analisi logica, razionale dei fatti è l’unica via percorribile per chi non vuole cadere vittima di una facile retorica, creando un’aurea sacra che si consuma all’interno dei propri confini, lasciando i più orfani di un senso, uno spendibile per la loro esperienza.

L’unico percorso che permette di non credere ad una visione dicotomica e semplicistica che divide il mondo in due, il bianco e il nero, il buono e il cattivo.

Non voglio credere che ci sia qualcosa di sacro nella morte di Gabriele, non voglio credere che si voglia riassumere la vita, di un ragazzo di 26 anni in una sciarpa, che lo si voglia immolare. A cosa poi? Al Dio calcio e alle sue fedi?

L’11 Novembre del 2007 è  stato ucciso un cittadino, l’ennesimo, un nostro coetaneo, un figlio, un fratello, un dj, un amico, un lavoratore, e sì, anche, anche un tifoso.

E allora non devono interessarci i dettagli, le bugie, gli ennesimi quanto goffi tentativi di insabbiamento, le spranghe, i sassi nelle tasche, se dormiva o era sveglio, i passamontagna, gli insulti, le possibili deviazioni del proiettile, se le mani erano giunte o le braccia tese, questo è materiale da tribunale.

Non aggiungono nulla a ciò che tutti han visto e capito fin da subito, su quell’autostrada, che è una delle più trafficate d’Italia, sotto quello che era il giovane sole mattutino di quell’11 Novembre del 2007.

E’ roba da tribunali, l’unico luogo preposto, in cui si deve riuscire nel tentativo di trasformare le ipotesi, le sensazioni, i ricordi in prove, prove che portino ad una sentenza che renda giustizia. Sapendo già che nessuna pena potrà mai curare un’assenza.

Forse la fortuna di Gabriele, rispetto ad altri, è il palcoscenico sul quale si è consumato il suo omicidio, non le mura di un carcere, non una stanzetta di una Questura, dentro stanze piene solo di occhi complici, ma su un’autostrada, esposto agli occhi di testimoni ignari.

Si deve capire, riuscire a comprendere le cause, il perchè un agente della Polizia Stradale si è comportato da sceriffo, scambiando la sua Beretta d’ordinanza per una Smith & Wesson, un’autostrada per un piazzale polveroso da Far West e una macchina carica di ragazzi, per una carovana di banditi da fermare a colpi di pistola.

La morte per omicidio, per quanto tremenda, è un evento umano, possibile, in fondo forse, col tempo e la riflessione, anche comprensibile, magari una insopportabile, ma possibile comprensione .

Ciò che resta incomprensibile è il meccanismo oscurantista che si mette in moto puntuale, in maniera uguale e sistematica, ogni volta che esponenti delle forze dell’ordine, abusando del potere loro concesso, si trasformano da tutori a assassini, tanto in fretta da farsi trovare ancora in divisa.

Edoardo Romagnoli

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Marcello Lonzi, ucciso e sepolto nell’ombra.

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.” (Bertol Brecht)

A Maria Ciuffi.

In un paese normale, dove tutti danno il proprio contributo, facendo bene il loro mestiere non c’è bisogno di nessun eroe, anzi risulterebbero ridondanti, macchiette fuori ruolo.

In un paese normale un carcerato deve perdere momentaneamente o per sempre la sua libertà, ma non la sua vita. E pur condannato all’ergastolo, solo a lui dovrà esser lasciata la scelta di come impiegare o non impiegare, una vita da prigioniero.

A Marcello Lonzi questa scelta non l’hanno lasciata e chissà cosa pensava nel mezzo ai calci, ai pugni, alle manganellate, quella sera d’estate dell’11 Luglio del 2003.

Marcello è stato ucciso in carcere, massacrato di botte, a 29 anni e non c’è un modo carino per dirlo.

Marcello era un cittadino, privato del primo dei diritti: la libertà, ma pur sempre un cittadino, un uomo, al quale non doveva essere tolta la vita.

Il fatto che sia morto non è grave, è terrificante, terrificante per chi vuole ancora credere che siano solo mele marce, da isolare e condannare dal sistema, salvo poi trovarsi di fronte all’ennesimo insabbiamento, la solita assoluzione, l’archiviazione o la chiusura dei casi, con motivazioni assurde.

Terrificante per tutti coloro che credono possibile essere detentori della violenza senza abusarne.

Marcello è una X, non è un eroe è una vittima.

E’ vittima di coloro i quali non conoscono il vero senso dello Stato, della divisa che portano, di chi abusa di un potere concesso dal popolo, della stampa che decide di volta in volta dove puntare il suo faro, di una giustizia che ha sancito definitivamente che è morto per infarto, cieca di fronte all’evidenza, di un’indignazione ad orologeria che a volte smuove le montagne ed a volte schiaccia col silenzio.

Sventurata questa terra che di eroi abbonda perché un eroe è fondamentalmente un uomo solo contro tutti, ma quando quel tutti diventa lo Stato allora si è, se possibile, ancora più soli.

Edoardo Romagnoli

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