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Gomorra

SINOSSI PER CHI NON HA TEMPO DI LEGGERE 

Per negare che la seconda stagione di Gomorra sia stata meno avvincente della prima bisogna avere un certo culto per i tempi morti o essere degli appassionati amanti del cinema francese. Un secondo capitolo lento e prevedibile, fatta eccezione per l’uccisione di Salvatore Conte e il gran finale dove rimaneva da capire se oltre a Don Pietro dovesse morire Ciro o Genny.

Il neo più grande sono stati i membri dell’Alleanza, non tanto per una questione di credibilità, quanto per la quantità. Il personaggio di Scianel e il mondo invaso di fumo di sigaretta e bische clandestine, era credibile, ben costruito, immediatamente riconoscibile e così quello di O Track e i ragazzi del Vicolo, ma oltre loro pochi altri; persino di Malammore sappiamo poco o niente.

Questo però non toglie niente ad una serie che ha fatto registrare numeri incredibili, ha puntato i riflettori su un tema mai trattato abbastanza, scatenando un dibattito di una tale vivacità da renderlo quasi estraneo ad un prodotto televisivo. Gomorra ha fatto discutere creando un dibattito su di sé che non scatenò neanche la nona ora di Cattelan o il rigore su Ronaldo in quel famoso Inter – Juve del 26 aprile 1998. Il livello di coinvolgimento con cui è stata seguita la serie ha avuto dei picchi di pura follia e le minacce a Fabio De Caro ne danno tutta la misura.

Tante le critiche mosse. Una su tutte: l’esempio che dà ai giovani spettatori. In linea generale ormai dovremmo aver capito che le varie deviazioni psicologiche che ha subito chi dovesse, una volta terminata la puntata, sentire l’esigenza di mettere in piedi un suo clan direi che non possono essere attribuiti alla serie.

Quale esempio dovrebbe dare una narrazione televisiva? I Simpson sono anni che non dando il buon esempio regalano spunti di riflessione d’alta scuola, di fiction sulla polizia ne avranno fatte a centinaia e non mi sembra ci sia un incremento di richieste per entrare a far parte della P. di S., per i buoni esempi ci sono già Nonno Libero e Don Matteo, direi che bastano avanzando.

Ai ragazzi Gomorra ha mostrato frame dopo frame come terminano, solitamente, le carriere dei mafiosi: uccisi nei modi più creativi o in un carcere a vita. Perché è ovvio, anche se non ci dovesse essere la terza serie, che fine faranno sia Genny, sia Ciro, come sappiamo che verrebbero subito rimpiazzati da altri, molto più giovani, ma di questo parleremo alla fine.

Gomorra non ha dato il buon esempio perché non deve dare un esempio, come non lo dovrebbe dare nessuna opera, sta a chi guarda, come a chi legge o chi ascolta il compito di trovare un senso, di maneggiare i contenuti e non può essere premura di chi quell’opera ha creato. E il ruolo marginale che occupano nella serie gli effetti disastrosi che le mafie originano? Dalle vittime innocenti ai territori deturpati?

Una domanda che chiama un’altra domanda: ma al camorrista interessa qualcosa? No. E allora se Gomorra si occupa di una guerra fra bande da un punto di vista interno al sistema, facendoci vedere la realtà con gli occhi dei capi e dei sodali di quelle bande, perché se ne sarebbe dovuto occupare?

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PREMESSA NECESSARIA PER L’AUTORE, MA SKIPPABILE DAL LETTORE

La storia delle mafie in questo paese è storia antica e complessa e come tale si è stratificata e sedimentandosi è diventata una montagna,”una montagna di merda”, ma pur sempre una montagna, difficile da esplorare, figuriamoci da scalare. Non una montagna dalla pietra dura, ma di conchiglie, alghe e coralli che grazie al tempo e alla pressione litostatica si è fatta roccia, la dolomia, che rende forti le pareti delle Dolomiti. Non un insieme di Robocop, ma di uomini che il vincolo, come la pressione litostatica, rende forti, un unicum difficile da crepare, quasi impossibile da scindere.

La leggenda vuole che a regalarci non una, ma ben tre diverse varietà di criminalità organizzata furono tre cavalieri spagnoli: Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che come recita la nuova enciclopedia del tempo “in tempi lontani per vendicare l’onore della sorella uccidono un uomo e per questo vengono condannati a 29 anni, 11 mesi e 29 giorni di carcere nell’Isola di Favignana. Al termine del periodo di detenzione maturarono quelle regole di onore e omertà che costituiscono il codice della “società” e contraddistingueranno le future organizzazioni criminali mafiose italiane e si dividono: Osso fonderà Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso la ‘ndrangheta in Calabria e Carcagnosso la Camorra a Napoli.”

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La storia ci racconta di uno stato nello stato di cui siamo venuti a conoscenza troppo tardi, un sistema con i suoi codici, le sue regole, che si era saputo insediare in quello spazio lasciato vuoto dalle istituzioni, autoproclamandosi giudice, assistente sociale e datore di lavoro. Le organizzazione criminali hanno saputo offrire opportunità lì dove lo stato era assente, alternando al terrore scampoli di un futuro a breve termine, le scarpe di Achille Lauro e il terrore dei corleonesi, i favori di Cutolo e le stragi dei casalesi, i periodi di apparente calma e le mattanze come il bastone e la carota di un tiranno silenzioso, ma onnipresente. Una realtà che viveva un momento di transizione e questo ha reso la prima fotografia che abbiamo scattato, per una grande parte, obsoleta.

Le organizzazioni criminali hanno superato periodi difficili e periodi di prosperità, dove il problema non era far soldi, ma come riciclarli, dove la politica non era più da corteggiare, ma un questuante a servizio, un periodo in cui cosanostra arrivò perfino a dichiarare guerra allo stato, mettendo bombe e uccidendo tutti quegli uomini a cui avevamo delegato la “guerra alla mafia”, mettendoli su un piedistallo perché altri potessero prendere meglio la mira. Si sono espanse all’estero, i Casalesi facevano affari in: Polonia, Ungheria, Germania, Inghilterra, Francia, Santo Domingo, Kenya, Venezuela, Scozia, Brasile, Svizzera e Bulgaria. Nonostante tutte le organizzazioni criminali sono spesso impegnate in una perenne lotta intestina. Basti pensare alle celebri quanto sanguinose faide fra i clan Nuvoletta – Gionta contro i clan Bardellino – Alfieri, una volta arrestato Cutolo e iniziato il declino della NCO. Una faida che vide coinvolti anche i casalesi, in lotta contro la NCO e il clan Nuvoletta, che iniziarono una guerra contro i Bardellino che portò Mario Iovine ad uccidere Antonio Bardellino, il 26 maggio del 1988, a  Armação dos Búzios in Brasile. Senza dimenticare la mattanza di Palermo o, sempre rimanendo in ambito camorristico, la lotta fra gli Scissionisti di Secondigliano e il clan Di Lauro che va avanti dal 2004.

La cronaca ci racconta ogni giorno che le mafie si sono si sono sapute evolvere, trovando nuovi equilibri, anche a costo di creare sanguinose guerre, hanno trovate nuove rotte ai propri traffici, nuovi interlocutori, hanno guadagnato cifre spaventose che gli hanno permesso di ribaltare il rapporto che avevano con le istituzioni. Hanno continuato ad emigrare verso l’estero, hanno imparato le lingue e frequentato le migliori università per diventare fior fior di professionisti, gli stessi che i loro padri pagavano e che continuano a pagare. Hanno pervaso ogni ambito dal commercio della droga alle estorsioni, senza disdegnare i proventi ben più modesti della vendita del pane la domenica, hanno rilevato bar, ristoranti, hotel, palestre, aziende di ogni tipo e tutto ciò che permetteva di riciclare un po’ di soldi; nominando teste di legno come soci e nullatenenti come prestanome. Sono persino riusciti a trovare il modo di guadagnare 5 milioni di euro l’anno con le buste di plastica.

Parliamoci chiaro la criminalità organizzata non ha mai avuto un codice etico e chi chiama i mafiosi “uomini d’onore” non ha capito chi sono i mafiosi o cosa è l’onore. Però Tommaso Buscetta, durante il Maxi processo del 1986, denunciò in qualche modo un decadimento valoriale all’interno di cosanostra, il tradimento di un codice che non avrebbe mai permesso di uccidere donne e bambini, di spacciare droga nei territori controllati o di inquinare con rifiuti tossici i terreni coltivabili.

 

Facciamo ancora chiarezza su questo punto. Quando parliamo di codice etico parliamo di un insieme di regole dalla logica morale contraddittoria, che non avrebbe mai permesso l’uccisione di un bambino di dodici anni come Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido da Giovanni Brusca dopo 779 giorni di prigionia, colpevole di essere il figlio del pentito Santino Di Matteo. Eppure, sempre lo stesso codice, non avrebbe impedito, se invece di essere ‘ndranghetisti fossero stati mafiosi, a Gigi La Macchia, detto Carne di porco, Ciccio Pellaza, Francis Caiello, detto “u Spice”, Simone Marcoletti, “u dutturi”, Giampaolo Fiume e Demetrio De Pasquale di giocare a pallone, nella piazza di San Luca, con la testa mozzata di Sebastiano Corrello, rampollo del can avversario dei De Pasquale.

Un cambio di rotta diventato norma con l’ascesa dei corleonesi di Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano, anche se quest’ultimo capì da subito l’importanza di riportare la situazione alla normalità dopo il periodo stragista culminato con la oramai celebre trattativa; che rimane una delle pagine più vergognose delle tante scritte in questo paese.

E non è un caso se il predominio, che era un tempo di cosanostra, adesso sia passato nelle mani della ndrangheta, l’unica che è riuscita a tenere fede alle proprie regole, a quei codici di affiliazione familistica che l’hanno resa quasi immune dalle defezioni.

La storia della criminalità organizzata in questo paese è storia antica e complessa che non si sviluppa su un percorso lineare, ma attraverso vicoli e stradine bianche di campagna, nascosta sotto gli occhi di tutti; ed è per questo che la sua rappresentazione è un’operazione difficile oltre che, in caso di un esito negativo, dannosa.

GOMORRA

“Il titolo della serie è Gomorra e non Napoli” questo è il punto e non è un caso se a pronunciare questa frase sia stato Fortunato Cierlino e da qui partiamo. E’ sottinteso il fatto che nessuno volesse rappresentare Napoli e nemmeno uno dei suoi tanti volti, perché Gomorra non parla di Napoli e non tratta di camorra, ma di una storia di camorra, un frammento di un mosaico da cattedrale, sconfinato e complesso. Gomorra ci racconta una storia, una singola, scelta e raccontata nel suo particolare, la lotta fra due clan per il controllo del territorio, la storia di due amici, due vite che si muovono su un fondale che nessuno dei due ha scelto, come spesso accade quando non si hanno altre opportunità. Non vuole parlare di Napoli e non vuole trattare della camorra e di tutte le sue sfaccettature, i suoi effetti disastrosi sulla società, i suoi legami con la politica. No. E se proprio cerchiamo un esempio, una morale non guardiamo alla rappresentazione, ma al reale che si nasconde nel backstage e ci racconta una storia di uomini e donne di talento che sono riusciti a creare un universo credibile, grazie ad un lavoro coordinato e di qualità.

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Non è un caso che la serie sia ambientata sopratutto fra Secondigliano e Scampia, se si fa eccezione per le fugaci puntate a Roma, Trieste, Colonia o in Honduras, perché è della presa di quelle piazze di spaccio di Secondigliano di cui si parla, di quelle bande in quei territori, di Ciro di Genny e di suo padre.

Gomorra ci racconta una storia piccola sussurrandoci all’orecchio di una realtà universale che impartisce ordini nel mondo dal salotto di casa nostra, punta una luce su un tema di cui si sente parlare sempre poco e sempre dalle solite bocche, di cui abbiamo una fotografia vecchissima e che una volta finita la fiction, continuerà ad esistere e coesistere con i suoi spettatori.

Edoardo Romagnoli

 

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Rituali quotidiani

Le librerie si presentano come dei supermercati e i libri sembrano scatole di cornflakes in mostra sugli scaffali che cercano di rubarti l’occhio con titoli a effetto e packaging coloratissimi.

E come entro in un supermercato per comprare due cose ed esco con il carrello pieno delle solite schifezze, così entro nelle librerie per farmi una cultura ed esco con una busta piena dei soliti libri. In media ne compro tre: uno sulla criminalità organizzata, una a piacere basta che sia organizzata, uno di storia, tendo a escludere roba medioevale o egizia, e uno di Chiare lettere, da Vaticano S.p.a a La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi.

Nemmeno la ricordo l’ultima volta in cui ho letto un libro di narrativa, ma dopo valanghe di autocommiserazione sono arrivato al punto in cui ho deciso di curarmi e la cosa, nonostante qualche ricaduta tipo Un marziano a Roma di Marino, sta funzionando.

20160425_192344Mi resi conto che qualcosa non andava dopo aver speso 19 euro e 90 per comprare Il caso Genchi, ancora oggi credo di essere stato non solo fra i pochi che l’hanno comprato, ma fra i pochissimi che poi l’hanno letto per intero; senza la minima speranza di poter ricordare anche solo la metà di tutti i nomi, le circostanze e i fatti raccontati in quelle 959 pagine.

In questo mio percorso di disintossicazione ho trovato una vera perla: Rituali quotidiani, un libro da 245 pagine, note e ringraziamenti inclusi, dove Mason Currey, giornalista e scrittore nato in Pennsylvania, ha raccolto manie e abitudini legati al processo di creazione di 151 artisti. Piccoli racconti che svelano come le più grandi menti degli ultimi 500 anni hanno organizzato il proprio tempo alla ricerca di un equilibrio che favorisse quel processo creativo che ha permesso a Mozart, a Truman Capote o a Leonardo da Vinci di partorire capolavori come “Le Nozze di Figaro”, “A Sangue freddo” o “La Gioconda”.

 

NULL043832-300x446La struttura è molto simile al Libro di Candele. 267 vite in due o tre prose di Eugenio Baroncelli, sono una serie di affreschi sulla routine quotidiana di personaggi che spaziano da Karl Marx a Marina Abramovich, passando per Woody Allen. Un libro che appaga ogni sorta di curiosità feticista sull’organizzazione o la disorganizzazione che animava la creazione di grandi capolavori o di opere minori che fossero. Per riuscire a scriverlo anche Currey è dovuto ricorrere alla costruzione di uno schema, una routine che in qualche modo gli favorisse la scrittura e così per un anno e mezzo, ogni giorno feriale, si è alzato alle cinque e mezzo, si è preparato una tazza di caffè e si è messo seduto alla scrivania per mettere insieme tutti gli appunti accumulati.

Il processo creativo sembra un cammino strano intrapreso un po’ per la curiosità di vedere dove porta e un po’ per la boria che anima l’autore a scavare dentro il proprio blocco di marmo, sicuro di trovarci un capolavoro. E allora scopri che se Franz Kafka era un illustre perdigiorno, Stephen King scrive tutti i giorni, compresi compleanni e funerali, almeno 2000 parole al giorno, generalmente dalle 8 alle 11 e 30 della mattina, che Woody Allen quando ha un blocco creativo si fa una doccia bollente che può durare dai 30 ai 40 minuti e che nessuno ha mai visto scrivere Agatha Christie.

E se qualcuno si fosse mai chiesto come diamine ha fatto Georges Simenon a scrivere 425 libri in una vita sola, la risposta è nella caffeina, nei tranquillanti e in una mise, sempre la stessa, che indossava quando scriveva, generalmente riusciva a completare 80 pagine al giorno, senza troppe correzioni da fare; era convinto che ogni libro gli costasse un litro e mezzo di sudore.

Impagabile l’immagine di Ingmar Bergman sull’isola di Faro in Svezia, chino a trangugiare del latte acido con i cornflakes e la marmellata di fragole prima di iniziare la sua sessione quotidiana di otto ore di lavoro da cui, solitamente, ricavava dai 3 ai 10 minuti di film. Fra tutti gli stakanovisti spiccano il filosofo danese Kierkegaard, un instancabile camminatore, e Van Gogh, fra i perdigiorno dal gusto epico l’eroe tragico è senza dubbio Henri de Toulouse – Lautrec, che per dipingere la vita notturna della Parigi fin de siècle morì a 36 anni sfinito dall’insonnia e dall’alcol.

Un libro da leggere anche solo per scoprire l’arrendevolezza di Le Corbusier, l’immunità all’alcol di Hemingway o semplicemente per sapere come ha fatto Marina Abramovich a trattenere la pipì fino a dieci ore al giorno durante la performance “The Artist is present”.

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La famiglia Belier

Mentre nelle sale imperversa il settimo episodio di un film che aveva già esaurito tutto i contenuti nel primo “Fast and Furious”, mi sento di consigliarvi vivamente, avendo visto entrambi i film, di lasciar perdere le auto volanti di Vin Diesel, i fratelli di Paul Walker e quei dialoghi da comparsa gangster di serie D, per andare a vedere ‘La famiglia Belier’ di Eric Lartigau.

La famiglia Belier non ha un genere, ma ne attraversa più di uno, è una storia familiare sul distacco, sull’abbandono del nido da parte dei figli, una tappa necessaria, una conquista agrodolce da parte di tutti i genitori del mondo, ma non solo è un film sul sordomutismo e il rapporto con gli altri, è un film sui pregiudizi, un film che ne contiene in sè altri cento.

Paula è la figlia, l’interprete della sua famiglia composta da: padre, madre e figlio sordomuti. La voce come tramite con il mondo, la voce come dono che la obbliga a sognare un futuro da cantante a Parigi, una voce che da elemento necessario per la sopravvivenza dell’intera famiglia si rivela indispensabile per i sogni di Paula.

La famiglia Belier è un film commovente, un microcosmo e dei personaggi ben costruiti, come l’insegnate di musica appassionato di Michel Sardou, il sindaco, i venditori del mercato o gli alleati di Rodolphe nella campagna elettorale, episodio esemplare per comprendere come i sordomuti non amino i giri di parole, anche in politica.

La famiglia Belier

La famiglia Belier

Un film da vedere e se non vi avessi convinto io, spero che questa piccola intervista che ho avuto la possibilità di fare con Eric Lartigau vi convinca definitivamente.

Edoardo Romagnoli

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Sette brevi lezioni di fisica

Non ricordo molto della mia adolescenza, ma quando penso all’età delle eruzioni cutanee incontrollate mi appaiono due immagini davanti agli occhi.

La prima. Ricordate l’ora di musica? Quei sessanta minuti in cui cerchi di non sbavarti addosso con il flauto Yamaha? Nonostante nella mia personale scala gerarchica si trovasse un gradino sotto l’ora di educazione fisica e un gradino sopra l’ora di religione, il mio professore di musica è stata una delle poche figure educative per cui ho provato un certo affetto.
Era un uomo buono e appassionato e appena poteva ci portava in giro per le chiese di provincia a suonare un repertorio che svariava da “New York, New York” a “O surdato nnamurato”, sfidando la nostra indisciplina, le mille e una stonature e l’orchite che colpiva con regolarità il nostro pubblico. Una volta si mise in testa che ci avrebbe portato al teatro ‘La Pergola’ di Firenze per assistere al “Barbiere di Siviglia”, passò interi mesi a prepararci, fra la lettura del libretto e il racconto della trama, poi quando arrivò il giorno x ci montò tutti sul treno e ci portò a teatro. Lo ricordo lì, pochi minuti prima dell’inizio, seduto su una poltrona di velluto rosso, noncurante di ciò che avremmo potuto fare, ma sicuro che non lo avremmo fatto. Poi, poco prima che spengessero la luce, mise una mano in tasca e ne emerse con un paio di occhiali da sole che si infilò per toglierli solo alla fine dell’opera. Non dormiva, semplicemente si godeva lo spettacolo, sperando che anche noi avessimo fatto altrettanto, cullato dalla certezza di averci dato tutti gli strumenti adatti per farlo.

La seconda. Ricordo perfettamente il giorno in cui la mia professoressa d’italiano delle medie mi consigliò di iscrivermi al classico. Era uno degli ultimi giorni di scuola, in classe l’aria era calda e umida, intrisa di tutti gli ormoni che trasudavamo senza eccezioni, dalla prima all’ultima fila.
Dopo un lungo discorso consegnò, banco per banco, dei bigliettini dove con molta nonchalance, in qualche ritaglio di tempo, aveva indicato la via più consona lungo la quale ognuno di noi avrebbe dovuto continuare il proprio cammino scolastico.
Quando aprii il mio trovai scritto in un’elegante grafia: “Studi umanistici, liceo classico”. Mi iscrissi allo scientifico poco tempo dopo.
Non è che impazzisi particolarmente per la matematica, anzi, fin dalle elementari, avevo mostrato una scarsa inclinazione all’algebra in tutte le sue declinazioni, ma all’epoca ero più interessato a contrappormi a qualunque cosa mi apparisse come un’istituzione, che pensare seriamente al mio futuro.
Fu così che per sei lunghi anni mi ritrovai a contemplare un 6 rosso accanto alla voce matematica, ma nonostante questo sono sempre stato affascinato dalla materia, non riuscendo comunque a trovare mai la chiave per comprenderne i meccanismi di causa-effetto.
Ecco perché quando ho sentito parlare delle “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli mi sono fiondato nella prima Feltrinelli che ho trovato aperta a Roma, sperando non finisse nella già folta collezione incompiuta delle prime uscite ad un euro comprate in edicola.

"Sette brevi lezioni di fisica"

“Sette brevi lezioni di fisica”

Il primo impatto è stato subito positivo, soprattutto perché il libro si presenta come un piccolo pamphlet e questo aumenta esponenzialmente le possibilità di finirlo, poi ho iniziato a leggerlo e ho capito che poteva essere veramente la volta buona.

La prima volta in cui avrei avuto la possibilità di guardare il mondo con gli occhi della matematica, non gli unici possibili, ma sicuramente i più adatti per indagarne gli aspetti fondanti.
Rovelli ci prende per mano e in bilico “(…) sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo”, ci porta alla scoperta della bellezza del mondo, ripercorrendo le principali tappe della rivoluzione che ha scosso la fisica nel secolo XX, dalla teoria della relatività generale fino ai buchi neri, passando per la meccanica quantistica e l’architettura del cosmo.

Ad ogni pagina sorprende non tanto il leggere qualcosa sulla teoria della relatività,  ma che in qualche modo si riesca a capirci qualcosa su quella che Lev Landau definì: “La più bella delle teorie”.

La scienza, come la musica ha un suo linguaggio specifico, talvolta ostico da decifrare e gli strumenti adatti per farlo sono il risultato di un duro percorso di apprendistato, ed è forse questo il regalo più grande di Rovelli, offrirci un Bignami sul tutto, dove la parte più faticosa è già stata fatta dall’autore, per lasciare a noi solo la bellezza e l’incanto.

La storia della scienza assomiglia a una maratona dove l’uomo continua a passarsi un testimone, non perchè sia l’assoluta validità, ma perché, almeno momentaneamente, è ciò che meglio riesce a descrivere e spiegare la fenomenologia di ciò che ci circonda.

Le sette lezioni trattano argomenti immensi, ma scorrono come una passeggiata spaziale.

La scienza: una passeggiata spaziale.

Leonov durante la sua passeggiata spaziale

Leonov durante la sua passeggiata spaziale

Il 18 marzo del 1965 Alexei Leonov, durante la missione spaziale Voskhod 2, passò dodici minuti sospeso nel bel mezzo dello spazio prima di fare rientro nella navicella, concludendo con successo quella che verrà ricordata come la prima passeggiata spaziale nella storia dell’uomo. Durante la sua permanenza fuori dalla navicella la tuta di Alexei si gonfió in maniera anomala, complicando le operazioni di rientro, tanto da costringere l’astronauta russo a svitare una valvola della tuta per sgonfiarla, potendo così rientrare.
Oggi le passeggiate spaziali sono all’ordine del giorno, gli austronauti passano ore a penzoloni nello spazio a riparare le stazioni spaziali o gironzolando con i jet pack all’azoto stile Clooney in Gravity, ma quella prima volta doveva essere diversa.

L’eccitazione mista alla paura che deve aver provato Leonov prima di uscire dallo shuttle, la gioia primordiale mentre guardava la terra da quel raro punto di vista e il panico finale per l’imprevisto. Un esempio mirabile di ciò che rappresenta la storia della scienza che “è una storia di tentativi, intuizioni e inciampi, di clamorosi balzi in avanti e plateali dietrofront.”

So (ancora e mai come adesso) di non sapere.

Un selfie 3d di Socrate

Un selfie 3d di Socrate

Durante la lettura delle lezioni emerge con veemenza un altro dato: la coscienza di quanto ignoriamo, roba che la doctae ignorantia di Socrate sbiancherebbe a confronto.

Talmente ignoranti che siamo stati costretti a denominare materia oscura, quel 90% di materia che compone l’Universo e che non riusciamo a osservare.

E non solo siamo all’oscuro di così tante cose da non saperle nemmeno contare, ma abbiamo anche la sfortuna di essere i primi nella storia dell’umanità ad esserne così coscienti.

Coscienti che ciò che sappiamo potrebbe non essere del tutto vero, che un concetto come il tempo, su cui basiamo una buona parte dei nostri metodi di misura, è un concetto relativo, e che se andiamo veramente a misurarlo, scopriamo che scorre più veloce in alto e più lento in basso, ma anche il concetto di alto e basso non è un concetto assoluto, ma solo terrestre.

Non sappiamo, ma la scienza invece di inventare racconti, prova a seguire le tracce per trovare qualcosa, “(…)nella consapevolezza che possiamo sempre sbagliarci, e quindi pronti ogni istante a cambiare idea se appare una nuova traccia”.
Sappiamo che: elettroni, quarks, fotoni, gluoni, neutrini e bosone di Higgs sono le particelle elementari che compongono tutto ciò che ci circonda, ma non sappiamo se sono solo queste o se ve ne siano delle altre.

Sappiamo che la relatività generale e la meccanica quantistica sono “le gemme del Novecento” del sapere scientifico, sappiamo che funzionano, descrivono perfettamente la realtà circostante e che hanno anticipato molti fenomeni, ma sappiamo anche che sono in piena contraddizione tra di loro e ignoriamo come sostituirle.

Sappiamo che un buco nero si forma quando una stella finisce di bruciare idrogeno e inizia a collassare al suo interno, schiacciata dal suo stesso peso.

Un buco nero

Un buco nero

Sappiamo che così facendo la materia deve essere diventata sempre più densa fino a diventare una stella di Planck, uno stadio nel quale l’intera materia del sole è concentrata in un atomo, sappiamo che, “(…)per reazione, la meccanica quantistica deve aver generato una pressione contraria, capace di controbilanciarne il peso”, ma sappiamo anche che una stella di Plank non è stabile e che, una volta compressa al massimo, rimbalza, fino a riespandersi di nuovo.

Però non abbiamo mai visto l’esplosione di un buco nero, non sappiamo guardarci dentro e allora ipotizziamo.

Ipotizziamo che nell’Universo potrebbero non essersi formati abbastanza buchi neri per poterne vedere qualcuno esplodere, ipotizziamo che l’ultima esplosione in questo senso sia stata il Big Bang e ipotizziamo che, con buone probabilità, la prossima esplosione potrebbe spazzare via tutto ciò che conosciamo.

Ipotizziamo che la vita sulla Terra non sarebbe che un intervallo di tempo tra un Big Bang e un altro e che questo universo sia nato dal “rimbalzo di una fase precedente, passando attraverso una fase intermedia senza spazio e senza tempo.”

Ipotizziamo perchè il cammino del sapere è lungo e si ignora se esista o meno un traguardo e tanto meno dove sia, ma sappiamo con certezza che solo stando fermi non lo scopriremo mai.

Da questo libro se ne esce felicemente dubbiosi, dopo aver visto che quaggiù, stretti in un angolo, aggrappati ad uno dei tanti pianeti che popolano un universo in espansione, elastico e costellato di galassie, l’uomo appare ancora più piccolo di quanto si possa immaginare e la razza umana sembra solo una delle tante forme che la vita può assumere nelle sue infinite possibilità di combinazioni.

Di fronte a tutto questo l’unica cosa saggia da fare sembra quella di prepararsi, studiare, acquisire gli strumenti per riuscire così ad apprezzare tutto ciò che fin qui abbiamo scoperto, continuare a farsi guidare dalla curiosità, guardando sereni al futuro con un bel paio di occhiali da sole sul naso.

Edoardo Romagnoli

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A proposito di Davis

“Se non è mai stata nuova e non invecchia mai, allora è una canzone folk.”

(Llewin Davis)

Una scena tratta da "Inside Llewin Davis"

Una scena tratta da “Inside Llewyn Davis”

Un film che non mi ha esaltato, per fortuna.

Siamo nella New York del 1961, nell’America conservatrice e anticomunista di Eisenhower, dove Elvis è già al suo sesto 45 giri e nelle sale è appena uscito “Colazione da Tiffany”.

Seguiamo le vicissitudine di Davis Llewyn, un cantante folk squattrinato del Greenwich Village che quando non si esibisce al Gas Light Cafè, vagabonda in cerca di un posto per la notte.

I giorni della sua vita si avvicendano come le pagine di un quaderno vuoto, fino al giorno in cui accetta un passaggio per Chicago per fare un provino con Al Grossman, noto produttore della scena folk.

Questa è la trama del film dei fratelli Cohen senza alcuna censura per preservarne il finale e se ci rimanete male ne avete tutto il diritto.

La storia, a dispetto della fama dei registi, presenta una struttura circolare, iniziamo dall’ultimo giorno per tornare lì dove avevamo iniziato, ripercorrendo tutta la settimana dal primo giorno. Un salto rovesciato, semplice, senza carpiati o avvitamenti, una scelta azzeccata che esalta ancor di più le “sensazioni” che il film trasmette.

Direi che è il film americano meno “americano” che abbia visto, nonostante tutta l’America che fa da sfondo; si esce dalla sala come da un lungo giro a vuoto in macchina, senza l’ansia di aver perso tempo.

Il film parla del folk prima che il folk facesse il boom, parla di una New York ancora incosciente del ruolo che svolgerà negli anni a seguire, parla di una vita che, come tante altre, si alimenta di un sogno e che sembra dover fare i conti, col passare del tempo, con l’idea che quel sogno rimarrà tale.

Il Greenwich non è altro che un laboratorio in cui si conserva la tradizione e si allevano in vitro i primi deboli germi della protesta, quei germi che diventeranno fiori negli anni a seguire, fiori colti da altri.

I registi smentiscono che Davis sia l’alter ego di Dave van Ronk, anche se col cantante di Brooklyn ha in comune almeno due episodi: la perdita della patente nautica e un pessimo provino con Bud Grossman, personaggio ispirato ad Al Grossman, noto produttore musicale folk di quegli anni.

Il titolo del film: Inside Davis Llewyn, malamente tradotto in italiano, è invece un omaggio esplicito al suo album “Inside Dave van Ronk” del 1963.

Non è neppure l’alter ego di Phil Ochs nonostante Davis, come il cantante di El Paso, dorma spesso sul divano di una coppia: Jim e Jean, un duo folk realmente esistito in quegli anni.

Una storia semplice, come la struttura che la racconta, un film che proprio quando sembra avere inizio finisce, dove finalmente non ci sono eroi, quelli arrivano per ultimi e non gli viene neanche dato tanto spazio con un finale chiamato, senza alcuna sorpresa.

Una settimana qualunque, l’ennesimo sogno infranto, il rientro, nemmeno poi così complicato, nella normalità di sempre, sono questi gli elementi narrativi del film.

Un film talmente lineare, seppur meticoloso nella ricerca di ricreare quell’America di inizio anni Sessanta, che solo a due grandi registi come i Cohen sarebbe stato finanziato. Intendiamoci, se qualcuno mi avesse raccontato la trama e i registi fossero stati una coppia di finlandesi alla loro opera prima, senza offese per gli islandesi, non sarei mai andato a vederlo.

Per render l’idea è come andare a vedere un film sul mondo dei cellulari prima dell’avvento di Steve Jobs, o sei un appassionato, o sei un curioso o non devi avere un cacchio da fare; però questo film parla anche di altro.

Llewyn  è un pioniere, e in quanto tale sogna l’oro, sogna la gloria, ma è un purista e non è disposto a nessuna scorciatoia per ottenerla, come sarà sempre fedele alla scelta di non ricostituire un duo dopo il suicidio del suo partner anche a costo di dover rifiutare delle ottime offerte.

E forse sta anche in questo purismo il motivo per il quale, sebbene siano i pionieri a tracciare la rotta, saranno sempre i nipoti a godersi l’oro; e non sarà un caso se il nipote più celebre proprio quest’anno ha prestato il volto alla Chryisler per lo spot della finale del Superbowl.

Davis non è un personaggio facile da abitare per lo spettatore, non lo adula, non lo vuole vicino a sé, ma lo allontana fino a quando non raggiunge la giusta distanza per poter osservare la sua storia, uguale a quella di altri in quel tempo e non solo.

La musica è centrale in questo film, lo dimostra la colonna sonora, a cura di T. Bone Burnett, la volontà precisa dei registi di non usufruire del playback e la conseguente travagliata scelta dell’attore protagonista che doveva essere al contempo attore e cantante.

Una musica salvifica che lenisce ogni ferita, ogni notte passata su un divano, ogni inverno passato senza cappotto, con le solite scarpe, ogni vita che scorre uguale a se stessa, come la musica di un carillon, destinata a finire, lì dove era iniziata, nel buio totale, senza picchi e con tanti bassi.

Un film circolare, con un tema di nicchia, una storia che racconta di tante altre già passate, che passano e passeranno nel silenzio.

E se è vero quello che Bud Grossman dice a Devis:“Con questa roba non si fanno soldi”, allora vuol dire che i Cohen stavolta si sono davvero superati.

Edoardo Romagnoli

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La grande bellezza

“La Grande bellezza” ha vinto il Golden globe, non succedeva dal 1999 che un film italiano venisse premiato come migliore film straniero era “Il nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore.

Ha vinto perché è un gran film, anche se non ho visto gli altri in gara, ha vinto perché se è vero che “Flaubert non è riuscito a scrivere un romanzo sul nulla”, Sorrentino, del nulla, è riuscito a farne un film.

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Jep Gambardella

Ricordo di averlo visto, appena poco dopo l’uscita, in un cinema romano all’aperto, allestito dentro il chiostro del Bramante. Sarà stata la stanchezza accumulata nei giorni precedenti o la location conciliante, il fatto è che mi addormentai in un sonno profondo, pochi minuti dopo l’inizio. Quando mi svegliai erano tutti molto entusiasti, per prima l’amica con cui ero andato a vedere il film, che sarà stato per il buio o per la mia tecnica di dormita discreta, affinata negli anni del liceo, sembrava non essersi accorta del mio colpevole sonnellino.

Così per molto tempo sono rimasto con l’amaro rimorso di quella dormita al cinema, fino a quando decisi di rivedere il film, in streaming, sentendomi addosso la sensazione di chi ruba un cellulare, una borsetta o un cd da uno degli ultimi negozi di dischi aperto in città.

ImageDevo dire che non rimasi molto colpito, mi ricordò un film che vidi qualche anno fa: The Tree of Life, senza quelle belle immagini che avevo reputato l’unica cosa decente di quel film.

Senza alcuna ragione mi aspettavo un film diverso e quella sensazione da spettatore abbacinato che mi aveva lasciato, non mi soddisfaceva, mi sembrava di essere stato in discoteca, di aver perso del tempo. Mi sembrava che il film fosse vuoto, retto solo da una geniale regia e dalla faccia magnetica di un Toni Servillo in versione fenomeno.

Eppure era come se non avessi colto qualcosa, che la falla fosse nella mia barca.

Poi ho letto le parole di Sorrentino: “Ho voluto fare un film sul nulla.”

Ecco la mia falla, ecco dove sbagliavo, allora se era un film sul nulla, è stato un lavoro riuscito e se non mi era piaciuto era perché in quel momento non avevo voglia di quel film, mi aspettavo qualcosa e mi è arrivato il nulla, ma più che ad una ventata assomigliava a un mattone.

Il vuoto che il regista cerca di rappresentare è la ricerca del barocco, di una vita speciale, il goffo tentativo di quei personaggi che per fuggire alla monotonia, se ne creano una nuova in cui fingere che tutto sia più bello ed esclusivo. L’enorme spreco di tempo in quella città che “ti distrae”.

Quella di Jep Gambardella è la storia di una parte di questo paese, è la biografia di alcuni personaggi che sul nulla hanno edificato le fondamenta delle proprie posizioni e che nel nulla si ritrovano sorseggiando cocktail fortemente alcolici.

Il nulla diventa uno spazio vuoto, un liquido amniotico in cui i personaggi si trovano immersi, che necessita di essere colmato per non doverne ascoltare l’assordante silenzio.

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Paolo Sorrentino con parte del cast

Ed ecco allora le feste dove immergersi nella musica ad alto volume, le albe dove far morire la notte, una vita che scorre senza tempi morti, senza silenzi dove si corre il rischio di partorire amari bilanci.

E’ un film che trova il suo set naturale a Roma, fra i suoi bellissimi palazzi stanchi e le lucenti rovine. Sorrentino sceglie la città eterna per un film che parla di una bellezza piccola perchè ferma, statica, che non crea niente di nuovo, se non opere e azioni interessate, di personaggi poco interessanti.

In questa melma rumorosa di facce e brindisi inizia il tardivo bilancio di Jep, inizia la ricerca di una bellezza più grande che non esclude alcun tempo e nessun luogo, ma che spazia dalla speranza per il futuro agli irreparabili eventi della memoria; una ricerca che spiana tutti i dubbi sul tentativo di celebrazione di quel nulla.

Dove la Santa non fa che da contraltare francescano a quella vita piena di posati eccessi.

Dove la mostra delle foto che l’artista si è scattato quotidianamente, non fa che mostrare a Gambardella e allo spettatore come il tempo abbia un ritmo e scorra inesorabile, sia da fermi che in movimento, sia che lo si fermi in un’istantanea sia che lo si confonda nel nulla.

 Edoardo Romagnoli

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Vena – Sui muri di Milano

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Il desiderio di essere come tutti

“Un’epoca – quella in cui si vive – non si respinge, si può soltanto accoglierla.”

(Francesco Piccolo)

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Titolo dell’Unità, 14 giugno 1984, il giorno dei funerali di Enrico Berlinguer

Sarà stata la scarsa fantasia dei gentili donatori o un’idea sbagliata che si erano creati di me, il fatto è che fin da piccolo nel periodo che va dal 29 Novembre, data del mio compleanno, al 25 di Dicembre, sono stato sommerso dai libri. Così tanti che penso di aver iniziato a leggere per costrizione, non sapendo che farne di tutto quel “pensare” stampato.

Non ho particolari caratteristiche come lettore, ho prediletto alcuni generi su altri, ma ciò non mi ha impedito di leggere anche gli altri, non ho pregiudizi di alcun tipo né verso alcuno, non appartengo a nessuna categoria, fun club di scrittori o generi, non ho mai seguito nessuna saga e spero che, ancora per molto, siano l’istinto e la curiosità le mie bussole in libreria.

C’è solo una costante che mi porto dietro da sempre: il buon giudizio su un libro è sempre stato  legato con un rapporto direttamente proporzionale al mio grado di consenso con ciò che vi era scritto.

Più ero d’accordo con ciò che veniva scritto, sostenuto o raccontato e maggiori erano le possibilità che il giudizio finale sul libro fosse positivo.

E’ sempre accaduto così fino a un mese fa, quando un mio caro amico mi ha regalato un libro che non conoscevo “Il desiderio di essere come tutti”, di un autore conosciuto: Francesco Piccolo.

Ho fatto una fatica enorme a leggerlo, ho dovuto compiere uno sforzo, con l’ostinazione paranoica di chi non vuole lasciare niente a metà, volevo finirlo e archiviarlo nella mia libreria.

E così l’ho letto in treno, sul divano di casa dopo il pranzo di Natale, ho continuato a leggere sfruttando ogni spazio libero, ogni piccola pausa, fino a finirlo, fino a scoprire che, nonostante tutto, mi era piaciuto.

“Il libro è un romanzo di formazione individuale e collettiva” come da definizione, è la storia del nostro paese, percorsa a grandi tappe, che si è svolta e si svolge in parallelo alla storia dello scrittore.

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Copertina del libro

Due storie contigue, dove non si capisce, quale fa da sfondo all’altra, due storie percorse a grandi salti, fermandosi solo ad alcune pietre miliari, senza neanche toccarle tutte.

Il desiderio di essere come tutti è un libro che ti costringe a fare i conti con le parole che contiene, per consenso o per antitesi è un libro che prende parte e si spiega. Un libro che è, prima di tutto, un percorso cognitivo che ci urla in faccia l’impossibilità di sentirsi parte di tutto il bello che è stato, se prima non ci sentiamo responsabili di tutto il “marcio” che c’è stato e continua ad essere; che va oltre dicendoci che quel marcio fa parte di tutti noi. Ci dice che nel marcio si può anche essere felici, felici come non lo eravamo quando pensavamo di essere nel “giusto”, custodi della parte sana, di quel bene che partoriva la nostra diversità.

Se non ci sentiamo corresponsabili del degrado che gli ultimi trent’anni di politica hanno prodotto, se non sentiamo di esser stati anche noi parte di tutto questo, non potremmo mai far pace con noi stessi, ci sentiremo sempre diversi, la parte sana, a sé stante, isolandoci fino alla marginalità. Se non ci sentivamo italiani al cucù berlusconiano alla Merkel non avremo il diritto di sentirci italiani davanti alle immagini di un Pertini festante, che sventola la mano sinistra come un fazzoletto, di ritorno dai Mondiali ’82.

Un libro che ci obbliga a sentirci come tutti, nonostante tutto.

Edoardo Romagnoli

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Sbazzing project #3

Lo sbazzo è fine a se stesso, al massimo può essere un divertimento per chi lo compie e allora non ha motivo chiedersi quale sia il senso delle incursioni in metropolitana, come non lo ha il tentativo di trovare un perché all’ultimo travestimento.

Lo sbazzo è una piece teatrale senza locandine da attaccare, senza annunci preventivi, senza appuntamenti fissi, perché lo sbazzo non può prendere impegni.

E se, durante l’ultima incursione, una donna scambia una pezza di una coperta rossa per una pozza di sangue e decide di tirare la leva del freno non fa altro che vivere realmente un attimo di finzione.

E non ci sono tranelli in cui cadere, perché non c’è trucco e non c’è inganno c’è solo una rappresentazione del reale che di per sé è già finzione.

Lo sbazzo non si traveste, non vuole ingannare, lo sbazzo prevede sempre un finale in cui si denuda, il sipario si alza svelando le quinte a tutto il pubblico.

E allora l’unico pensiero che rimane è il dubbio che qualcuno possa non essere così onesto e tagliare la sua recita ben prima del finale.

Edoardo Romagnoli

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