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46. Riccardo

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

Unknown

Riccardo, smarrito

Uscì di casa che non aveva ancora 30 anni, disse che doveva andare a trovare un amico, non tornò più. Sei mesi più tardi dopo, rovistando fra le sue cose, trovai una frase scritta sopra uno scontrino.

L A  C R U D E L T A’  D E L L ‘ E S I S T E R E

E’  I N  Q U E L L ‘ E S E R C I Z I O  U N I V E R S A L E

D E L  C O N T I N U A R E  A  S O P R A V V I V E R E

S E N Z A  P O T E R S E L O  S P I E G A R E

 

 

Parole di Presidente

  1. Quando il Messico manda la sua gente, non sta mandando i migliori…Stanno mandando persone che hanno un sacco di problemi e li portano da noi. Portano la droga, portano il crimine. Sono stupratori. E alcuni, penso, sono brave persone; (Wall Street Journal, 16 giugno 2015)
  2. Io sono contro l’aborto; (Huffingtonpost.com, 10 settembre 2015)
  3. Non sono un politico. Non posso essere comprato. Non correrò in giro per tutto il paese chiedendo denaro per la mia campagna. Non dovrò nulla a nessuno. Non sarò obbligato nei confronti di nessuno tranne di voi, il popolo americano, se mi eleggete per servire come vostro presidente; (Annuncio della sua candidatura alla Trump Tower di New York, 16 giugno 2015)
  4. Sono membro dell’NRA (National Rifle Association) e sono orgoglioso del loro lavoro per proteggere il nostro diritto a portare delle armi (…) Ho un porto d’armi e, vivendo a New York, conosco in prima persona le sfide che i cittadini rispettosi della legge affrontano nell’esercizio dei diritti derivanti dal Secondo Emendamento (…); (Ammoland.com, 11 luglio 2015)
  5. Do da lavorare a migliaia e migliaia di persone che non avrebbero un lavoro se non fosse per le cose che ho costruito. Voglio dire che probabilmente do da lavorare a 25mila o 30mila persone e che queste sono cose che ho fatto negli ultimi quattro o cinque anni; (Newsbusters.com, 17 luglio 2015)
Donald Trump

Il 45° presidente degli Stati Uniti d’America, Donald John Trump

6. Quindi parlatemi della libertà religiosa e dei diritti. I cristiani vengono trattati in modo orribile perchè non abbiamo nessuno che li rappresenta. Credetemi, se correrò e vincerò sarò il più grande rappresentante che i cristiani abbiano avuto da molto tempo; (CBN News, 20 maggio 2015)

7. Il governo ha bisogno di essere gestito come un business. La negoziazione è un’abilità importante nel business e nelle relazioni diplomatiche e abbiamo bisogno di negoziatori capaci. Inoltre, la leadership è cruciale e io credo che non abbiamo i leader migliori. I team sono importanti, ma ci deve essere una leadership forte. Come imprenditore, comprendo questo concetto e si applica al governo altrettanto bene; (Inc.com, 22 gennaio 2014)

8. Ho un sistema incredibile per sconfiggere l’ISIS, e sarà decisivo, veloce e fantastico. Molto chirurgico… (forze di terra? droni?) Se ve lo dico ora, tutti diranno “Wow, che grande idea”. Ci saranno dieci candidati che la useranno e nessuno si ricorderà chi l’ha avuta. Che sono io; (Americablog, 2 giugno 2015)

9. Sapete ai vecchi tempi si usava giustiziare le spie. In alcuni circoli, questo tizio sta diventando un eroe. Ora direi che con il passare del tempo anche persone che in qualche modo lo apprezzavano e che tentavano di stare dalla sua parte lo stanno abbandonando… Dobbiamo riaverlo indietro e alla svelta. Ci possono volere mesi o anni, e questo sarebbe patetico. Questo tizio è una cattiva persona e sapete, c’è ancora una cosa che si chiama pena capitale… Abbiamo migliaia di persone con accesso a materiale di questo tipo non avremo più una nazione; (MrConservative.com)

10. https://youtu.be/gFeq6zEu26k

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Cronache dal vagone

Treno da Firenze Santa Maria Novella a Roma Termini, ore 18.45, un urlo frantuma il silenzio:

  • La ricotta!

Il dormiveglia in cui pensavo fossimo tutti indistintamente immersi venne bruscamente interrotto. Un urlo, tipo di chi ha ricordato qualcosa di molto importante all’improvviso o chi ha ricomposto l’ultimo pezzo di un puzzle che cercava di mettere insieme da anni o anche no. Ero confuso, stavo dormendo.

  • Ti dico la ricotta!

Stai a vedere che è tipo un mezzo gioco intellettuale, pensai. Lui le cita frasi di film celebri e lei deve indovinare il titolo, pensai anche che lei avesse azzeccato, ma lui fosse così pignolo da voler sapere il titolo del film e non del singolo episodio e finché lei non avesse detto Rogopag lui non sarebbe stato contento. Uno sleale. Ed  è per questo che immediatamente dopo mi trovai a pensare ad un ipotetico sadico.

  • La ricotta, devi metterci la ricotta – urlava dentro un telefono esausto, inondando di decibel tutto il vagone.
  • Sì la ricotta, la prendi, la metti in un fazzoletto e poi te la appoggi sulla gola tutta la notte.

No, comunque niente gioco mezzo intellettuale, niente sadico. Solo una delle tante rompicoglioni maleducate dedite all’omeopatia. Nonostante nessuno ebbe il privilegio di assistervi, il lungo silenzio che seguì, ci fece intuire che la reazione avuta dal suo interlocutore non deve esser stata tanto differente da quella che ebbero tutti quelli vicino a lei. Nel frattempo una voce registrata ricordava a tutti di mantenere basso il tono della voce per non disturbare gli altri passeggeri.

Solitamente quando viaggio in treno preferisco prenotare uno di quei posti isolati: 2A, 2B cose così, numeri piccoli e lettere iniziali dell’alfabeto sono generalmente gli ingredienti fondamentali per un viaggio tranquillo. Se riuscite a non cedere alle suppliche di chi è salito prima di voi, lo ha visto vuoto e, sperando che voi perdeste il treno, ci si è seduto sopra, se riuscite a non farvi mollare accanto una valigia ingombrante o un passeggino, siete a cavallo. Da lì si può godere dell’effetto guru, ossia quel superficiale sentimento di benessere post doccia che ti mette in pace col mondo e ti ispira un particolare sentimento di fiducia nel prossimo e nell’umanità che appartiene solitamente a chi con le persone non ci sta mai. Facile chiedere a Bill Gates o a Zuckerberg se hanno fiducia nell’umanità, chiedetelo a una impiegata delle poste o ad un pendolare e vediamo che vi risponde.

Ma queste sono divagazioni, il punto è un altro. Perché tutta questa storia non avrebbe alcun senso se all’altezza di Roma Tiburtina lui non avesse iniziato a sbuffare. Uomo, sulla cinquantina, capello corto sale e pepe con occhiale a lente gialla peperone incastrata dentro un’ improbabile montatura verde opaca, camicia bianca e jeans sabbiati.

Lo avevo già incrociato durante il giro di sguardi che era partito subito dopo il primo urlo. Succede spesso quando capita qualcosa di insolito che gli “altri”, quelli che per pura coincidenza in quel momento sono in una fase normale, si guardino per riconoscersi e farsi riconoscere nella loro temporanea normalità.

Se si escludono numerosi sbuffi non aveva ancora proferito parola, nonostante sedesse proprio accanto a quella fabbrica di decibel in tailleur.

Fino a quando, evidentemente stremato, non si girò e guardandomi dritto negli occhi con lo sguardo della disperazione iniziò ad urlare: “La porchetta signora, la porchetta ci metta quella in bocca, magari nun guarisce, ma voi mette er silenzio”.

Fiat 124 Zigulì

Ci sono storie che una volta afferrate per il ciuffo escono fuori tutte intere come carote, talmente belle che non si sente neanche il bisogno di soffiare via la terra per pulirle.

Una di queste ebbe inizio 54 anni fa, quando una delle grandi potenze mondiali si presentò in Italia per carpire i segreti di un prodotto dell’ingegneria italiana destinato a dominare il mondo. No, non era il computer dell’Olivetti o una delle ultime pistole Beretta, questa è la storia di un’auto italiana che fece innamorare la parte est del globo, un vanto non solo dell’ industria automobilistica italiana, ma del genio italico riconosciuto in tutto il mondo.

Questa è la storia della Fiat Zigulì.

1980_-_VAZ_2101

Lada Vaz Zigulì 2101

Siamo all’inizio degli anni Sessanta, in piena guerra fredda, John Fitzgerald Kennedy è il 35esimo presidente degli Stati Uniti, è in carica da un solo anno e nulla fa presagire che il suo sarà uno dei mandati più brevi della storia presidenziale americana, dall’altra parte dell’Atlantico il primo segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica è Nikita Chruscev che passerà alla storia come il destalinizzatore; celebre il “Rapporto segreto”, un discorso, di 4 ore, tenuto nell’aprile del 1956 al XX° congresso del Pcus, in cui denunciò i crimini di Stalin.

L’Unione sovietica è un paese di 243 milioni di abitanti sparsi su un sesto delle terre emerse, un popolo di popoli, dove più di cento diverse nazionalità differenti tra loro per cultura, origine e caratteristiche fisiche, vivono, seguendo undici fusi orari differenti, sotto un’unica bandiera. Il bisogno di automobili è diventato una necessità per accorciare le distanze in mancanza di servizi pubblici, uno strumento di progresso più che un simbolo di ricchezza. E allora che si fa? Si va dagli italiani a imparare come costruire automobili, si va alla Fiat, anche perché a Mosca nel 1962 durante l’esposizione italiana, era stato  presentato un modello di stabilimento automobilistico che poteva produrre 240 vetture al giorno molto apprezzato dai sovietici.

Nel 1966 l’accordo per la costruzione di un impianto automobilistico in Russia venne siglato da Vittorio Valletta, presidente Fiat, e Alexander Taravo, il ministro sovietico per la produzione industriale. Sottoscritto il protocollo di collaborazione e firmato l’accordo generale, una delegazione di tecnici russi fu inviata a Torino.

I russi scelsero la Fiat 124, quello era il modello di auto da importare, la base su cui avrebbero costruito la loro auto del popolo. Tanti i motivi che fecero innamorare i sovietici della 124, ma potremmo riassumerli nella sostanza a tre:

  • il prezzo, la macchina non sarebbe costata più di 3 mila euro;
  • la versatilità, la 124 russa aveva un telaio più alto dal terreno e sospensioni più adatte alle strade sovietiche;
  • la semplicità meccanica, un pallino dei sovietici, che non contenti semplificheranno ancor di più le componenti meccaniche della 124;

Non dimentichiamoci che i russi sono i genitori del Sojuz, la navicella spaziale più analogica che c’è, l’esempio concreto della poca fiducia che i russi ripongono nel digitale, famoso il sistema del pupazzetto con cui gli astronauti si assicuravano di essere arrivati in orbita. In pratica, mentre nello Space Shuttle era tutto affidato ad un computer che segnalava l’assenza di gravità, sulla navicella russa gli astronauti non dovevano far altro che aspettare di vedere volare il pupazzetto che l’ex Rka e l’attuale Roscosmos chiedeva all’equipaggio di portarsi a bordo. Il tempo ci ha raccontato come rispetto allo Shuttle a stelle e strisce il Sojuz si sia rivelato non solo più economico, ma di gran lunga più affidabile e duraturo. Non è un caso se la 124 russa fu denudata da ogni apparecchio elettronico e dotata del carburatore che rese le riparazioni più semplici.

Kazakhstan Russia Space Station

The Soyuz-FG rocket booster with a Soyuz TMA-04M spaceship carrying a new crew to the International Space Station, ISS, blasts off from the Russian leased Baikonur cosmodrome, in Kazakhstan, Tuesday, May 15, 2012. The Russian rocket is carrying U.S. astronaut Joseph Acaba along with Russian cosmonauts Gennady Padalka and Sergei Revin. (AP Photo/Mikhail Metzel)

I russi restarono a Torino per 6 mesi, lavorando negli uffici Fiat in Piazza San Carlo, seguendo ogni fase della lavorazione della 124, la comunicazione fra i tecnici russi e quelli italiani venne agevolata da un dizionario tecnico Italiano – Russo con più di 25 mila parole, redatto per l’occasione.

I primi tecnici italiani arrivarono in Russia a luglio e furono accolti da un clima estivo che nelle giornate più calde arrivò a registrare anche 40°, la Russia non sembrava neanche lontanamente quello che avevano immaginato. Togliattigrad si trovava a circa 1000 chilometri in linea d’aria da Mosca, uno sbarramento del fiume Volga aveva creato un lago artificiale circondato da abeti e betulle, dove in luglio il circolo nautico organizzava la ‘Festa di Nettuno’.

La fabbrica non era ancora terminata, come non era terminata la città che avrebbe dovuto ospitarla: Novigon, ex Togliattigrad, costruita accanto al fiume Volga per non avere mai problemi di approvvigionamento energetico. Così nell’attesa gli operai e i tecnici si stabilirono nel campo pionieri 35 che non fu solo la loro casa, ma fu anche un esempio di una società basata sulla fabbrica e sulla coesistenza di due società così lontane, eppure, come al solito così simili.

Al campo si giocava a calcio, Italia – Urss era una sfida che si ripeteva con cadenza settimanale, si mangiava insieme, ci si confrontava sul lavoro del giorno, ci si innamorava e alle volte ci si sposava e si facevano figli; nel 1968 si registrarono 3mila matrimoni e in 5 anni il numero degli abitanti raddoppiò.

Una delle storie più affascinanti e tremendamente italiane che si raccontano sulla convivenza in fabbrica, riguarda, manco a dirlo, il cibo. Sì, perché come in ogni spedizione italiana, che sia per un mondiale di calcio o per andare a costruire una fabbrica in Urss, ci sono due cose che non possono mancare: il cuoco e l’assistente spirituale. Il cuoco italiano costretto a lavorare le materie prime russe si chiamava Giorgio, di Trieste, e divenne ben presto il beniamino degli operai, sia russi che italiani, ma soprattutto una figura chiave nella vita della collettività, sono passate alla storia le sue lezioni sulla lavorazione della pasta alle cuoche russe. Non mancava neanche l’assistente spirituale che, insieme a due maestre, mogli di alcuni tecnici torinesi, riuscì a mettere in piedi una scuola per i figli degli operai italiani.

Nonostante l’arrivo dell’inverno con i suoi 35 gradi sotto zero, la città prima e la fabbrica poi vennero completate, l’impianto copriva 5 milioni di metri quadri, produceva 2 mila vetture al giorno e ospitava 60mila lavoratori, una rappresentanza di tutte e 15 le repubbliche sovietiche, il 30% della manodopera erano donne e l’età media era di 26 anni, il che rese Novigon una delle città più giovani di tutta la Russia, nonostante i sovietici non brillassero in quanto a longevità. La particolarità della fabbrica era l’assoluta autonomia, nell’impianto entrava ghisa e usciva la vettura finita.

Il 20 aprile del 1970 le linee iniziarono ufficialmente a produrre le 124 sovietiche, con il nome di Lada Vaz 2101, la 124 base, e la Lada Vaz 2102, la 124 familiare, più conosciute come Zigulì, dal nome delle colline che circondavano lo stabilimento. Le Zigulì esaltarono l’automobilista russo a tal punto da restare in produzione per più di un decennio: la 2101 venne prodotta dal 1970 al 1988, mentre la 2102 dal 1971 al 1985.

Non fu che l’inizio, i russi ci presero la mano e nel 1972 uscì anche la 2103, una versione potenziata sempre basata sulla 124 questa volta versione spider, l’auto rimase in produzione fino al 1984, ma c’è chi giura di averla vista in circolazione fino alla fine degli anni Novanta. La produzione della Lada superò i confini russi e vennero aperti impianti in Egitto, la Lada Egypt, e Ucraina, negli ex stabilimenti ZAZ.

La Lada Vaz ha prodotto macchine fino al 2012, con la 27175 IzAvto, ossia la versione furgone della Lada Vaz 2104. Il 17 aprile del 2012 viene fermata la produzione della 2107 dopo un calo delle vendite del 76% rispetto all’anno precedente, dopo cinque mesi esatti, il 17 settembre, vengono fermate anche le produzioni della 2104 e della IZ 27175 e gli impianti verranno riconvertiti all’assemblaggio di modelli Renault e Nissan. La fabbrica che aveva superato la caduta del muro di Berlino e lo scioglimento dell’Urss crollò di fronte al nuovo mercato che avanzava. Con la chiusura delle linee di produzione si è chiusa una storia lunga 50 anni, la storia di un tradimento all’italiana, di una convivenza singolare e costruttiva di due popoli, della nascita di un vocabolario tecnico russo italiano, di come una piccola auto italiana avesse fatto la fortuna dell’Urss in barba agli americani e al piano Marshall.

Edoardo Romagnoli

 

Ipse Brexit

Quando incontro qualcuno nato nel 1998, prima di metabolizzare il fatto che sia maggiorenne, passano alcuni minuti in cui penso a tutto quello che si è perso: dal rigore di Di Biagio agli undici premi Oscar di Titanic, dalla prima nascita, registrata a Dubai, di un Cama, un incrocio fra un dromedario maschio e la femmina del lama, fino al Giro d’Italia vinto da Pantani. Poi, dopo aver fatto pace con l’idea che nonostante abbia dieci anni meno di me non gattoni, penso spesso alla grande paura con cui i media rovinarono il capodanno dei miei undici anni, l’ultimo capodanno del Novecento: quello del 1999; inesorabilmente rovinato dalla grande minaccia del Millennium bug.

In pratica lo spauracchio diffuso da tutti i media era che “visto l’uso delle rappresentazioni sintetiche della data, con le sole ultime due cifre per indicare l’anno, i sistemi di elaborazione dati, sia personal computer che mainframe e controllori di processo dedicati embedded avrebbero potuto fraintendere “2000” con “1900”, con conseguenze difficili da immaginare”.

Le conseguenze difficili da immaginare furono: il nulla più totale, anche il più vecchio degli Windows 95 riuscì a non cadere nello scherzetto e tutti i dati del mondo furono salvi.

Una roba talmente imbarazzante da non raccontare. Una volta superata la paura ci siamo ritrovati nel XXI secolo, nell’era della comunicazione dove una mole gigantesca di informazioni avrebbero dovuto viaggiare a velocità sempre maggiori, rendendo il sapere accessibile come mai lo era stato nella storia. Non potevamo sapere che oltre ad un livello tecnologico mai raggiunto la modernità ci avrebbe benedetto con una precarietà strutturale e trasversale; una crisi che ha colpito in pieno proprio il sistema dei media. Una precarietà che ha svuotato le redazioni dei giornali, chiedendo al giornalista di diventare cameraman, montatore, autore e social media manager per riuscire a contenere i costi, producendo un prodotto mediamente scarso in tutto, senza fare completamente schifo. Quello che non sapevamo era che, molto spesso grazie a questa situazione, quelle notizie avrebbero circolato alla velocità della luce per arenarsi in mezzo a comunicati e comunicazioni di servizio sui desk di qualche sonnacchiosa redazione con cinque o sei giornalisti inglobati da una sedia a rotelle senza braccioli, che anche volendo non potrebbero fare altro oltre quello che fanno: Ctrl+C e Ctrl+V. E così i miliardi di articoli a disposizione che Google trova in meno di due secondi non sarebbero stati altro che dei copia e incolla di cui si è perso l’originale a forza di riprodurli.

Una notizia “accattivante” si riproduce, si riprende e si manipola, senza controllarla, senza alcuna verifica se non quella dell’istinto, utile quanto un termometro per misurare la planimetria di una casa.

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Una rassegna stampa schierata sul Severgnini pensiero:”Maledetti vecchi”

Ed ecco la notizia che si trasforma in titolo: Brexit? I vecchi condannano i giovani! E giù di paginate, tutti a spiegarci come questi bastardi contadini ottuagenari pieni di birra avessero condannato i giovani laureati vogliosi di Europa ad una vita isolata.

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A seguire naturalmente tutti stati su Facebook pieni di indignazione, tutti a ripostare la stessa notizia scritta in 100mila modi, sicuri che a poche ore da un evento storico, quella fosse la migliore delle analisi, la verità che i lettori dovevano sapere.

Poi nell’orgia di una visione condivisa arriva un tweet

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Enrico Letta, proprio lui l’ex enfant prodige che il 28 aprile del 2013, a 47 anni, è stato nominato Presidente del Consiglio dei Ministri nel bel mezzo di un vero e proprio caos politico, per essere poi sostituito meno di un anno dopo, il 22 febbraio del 2014, da un trentanovenne di Rignano sull’Arno. Un dato in più: la percentuale dei votanti di ogni singola fascia di età, un solo dato che però cambia tutto il risultato. 727 Retweet 531 Mi piace, quanto basta per far ripartire, questa volta in senso contrario, la macchina del Copia e Incolla.

E allora cambia tutto, cambiano i titoli, cambiano gli articoli e il vecchio Ctrl+C e Ctrl+V si orienta risettandosi sulla luce del nuovo faro. Non sono gli ultrasessantenni che hanno condannato gli under 25, ma sono proprio i giovani a essersi messi nelle mani di una generazione che, sarà pure un po’ conservatrice, rincoglionita e ignorante, ma che a votare ci va e in massa.

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Per vedere gli effetti di questa benedetta Brexit serviranno più dei due anni previsti dal regolamento U.E per le operazioni di uscita dall’Unione, ma nel frattempo questa pagina di storia ci ha rivelato una cronaca superficiale, che non ha più tempo di fare il proprio lavoro, rischiando di isolare veramente i lettori di un’intera penisola.

Edoardo Romagnoli

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Dalla polvere alla polvere

Mentre spulciavo nel mio hard disk nel vano tentativo di fare pulizia, ho trovato un file dal titolo: “Dalla polvere alla polvere”, con quell’ottimismo di sottofondo che riconosco pienamente mio. Un piccolo saggio, diciamo un saggetto che vorrebbe dimostrare come vi sia un parallelo fra la figura di Masaniello e quella di Wanna Marchi. Un compito a casa che mi avevano assegnato durante il master e che, come spesso accade per i compiti svolti, nessuno ha avuto il buon gusto di correggere. E così, anche solo per onorare lo sforzo e l’impegno, ve lo ripropongo così come l’ho ritrovato, sparso dentro un hard disk polveroso.

ESERCIZIO 2.

La fantasia permette, attraverso l’astrazione, voli pindarici, nei quali i confini dell’orizzonte possono essere delimitati dall’infinito e così possiamo trovare, nel volo, la giustificazione per un paragone fra un Boeing 747 e un pappagallo.

Oppure fra due vite di caratura e epoche diverse come quelle di Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello e Wanna Marchi.

Già, ma cosa li accomuna nel volo?

Per prima cosa il nido.

Masaniello

Tommaso nasce a Napoli, in un quartiere popolare, Vico Rotto a Mercato, nel giugno del 1620, mentre Wanna nasce a Castel Guelfo di Bologna nel settembre del 1942.

Il primo cresce nel cuore pulsante di una delle metropoli più popolose d’Europa, figlio di una massaia e di un pescatore, due fratelli minori ed una sorella.

Si mise subito a lavorare con il padre, vendendo il pesce al minuto, anche se l’attività più redditizia restava il contrabbando, attraverso cui riusciva a servire gran parte della nobiltà feudale napoletana.

La seconda cresce in una piccola casa nella campagna romagnola, nella quale vive con altre 12 persone fra genitori, zie e nonni, fino alla morte del padre.

All’età di 15 anni Wanna si trasferisce nella periferia bolognese e comincia a lavorare come estetista, con in tasca il diploma della quinta elementare.

Masaniello viene scoperto a contrabbandare e incarcerato. Grazie a Marco Vitale, conosciuto in carcere, verrà in contatto con una figura chiave per la sua ascesa a capitano generale del popolo, don Giulio Genoino.

Un prete ormai ultrasettantenne che nel 1619 venne chiamato dalla nobiltà a difendere i diritti del popolo.

Anche Wanna Marchi, nella sua vita, ha avuto un incontro di quelli che cambiano la vita, quando, a 19 anni, sposa Raimondo Nobile, un benestante imprenditore ventisettenne che le darà una vita agiata e due figli: Maurizio e Stefania.

Il matrimonio durerà 27 anni, quanto basta alla Marchi per sfruttare le conoscenze del marito, inserito in molti ambienti, anche in quello dello spettacolo.

Masaniello visse in un’Italia sconvolta da numerosi tumulti popolari, in una Napoli vessata dai dazi imposti dalla nobiltà spagnola ed è facile capire i motivi che lo spinsero, sotto la guida del suo mentore, ad organizzare la rivolta.

Una rivolta che lo porterà, acclamato dal popolo, l’11 Luglio 1647, a Palazzo Reale per incontrare il vicerè.

Da questo momento la sua vita cambierà, dopo aver smesso i panni da pescivendolo e indossati quelli da nobiluomo, inizierà il suo breve regno.

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Sono gli anni Ottanta e Wanna Marchi, stanca del ruolo di moglie e madre, entra nel mondo delle televendite, dove subito si fa notare, guadagnandosi il soprannome di “ Forrest Gump”.

Comincia con alcune trasmissioni, su reti locali, dove i suoi show per vendere miracolosi prodotti dimagranti, le fanno ottenere una prima significativa visibilità.

Tanto che a cavallo fra la fine degli anni Ottanta e Novanta il suo nome, legato alla sua immagine, entrerà a far parte della cultura popolare del paese. Prima un gruppo incide un singolo con le sue frasi cult, poi viene chiamata ad interpretare una piccola parte in una parodia dei Promessi Sposi, fino al cinema con Alfredo Arcieri che la vuole nel suo film del 1998, Dio c’è.

Rai, Fininvest, ospitate da Costanzo, da Biagi, un fenomeno che, come se non bastasse, viene preso sotto l’ala protettiva da Antonio Ricci che ne aumenterà la portata, facendola diventare un cavallo di battaglia su Striscia la Notizia.

Le viene addirittura proposto di vendere i biglietti della lotteria a Fantastico, un evento che segna una svolta, da qui Wanna Marchi capisce che si può vendere un bene ancora più etereo di una crema: si può vendere la fortuna, la speranza.

E così dopo l’arresto, nel 1990, per bancarotta fraudolenta, comincia a lavorare come dipendente del Marchese Capra de Carrè.

Nel frattempo il regno di Masaniello sta iniziando ad incrinarsi, arrivano le prime accuse di pederastia, i primi segni di uno squilibrio che lo porterà ad essere ucciso.

Qui la storia si divide, alcuni vorrebbero che la causa della follia di Masaniello fosse da attribuire ad un potente allucinogeno somministratogli durante un banchetto nella reggia. Altri indicano in una follia causata dall’improvvisa ascesa al potere e dalle conseguenze che questo repentino cambio di vita gli provocò.

Masaniello muore tradito dal suo mentore e dai suoi più cari amici, proprio coloro che lo avevano appoggiato durante i giorni della rivolta.

La figura del pescatore diventato re venne riabilitata appena i privilegi per il popolo, da lui introdotti, scomparvero il giorno dopo la sua morte.

I funerali furono solenni e celebrati dal vescovo in persona, mentre la bara venne abbracciata da tutta la città, accorsa a piangerlo.

Wanna Marchi fonda la Asciè s.r.l nel 1996, tra i soci figurano sua figlia Stefania e il Mago Mario Pacheco Do Nascimiento, inizia il periodo esoterico della teleimbonitrice.

Abbandonate le creme si concede ai tarocchi e nel tempo libero dispensa numeri da giocare al lotto; come aveva capito tanti anni prima: la gente ha bisogno di speranza e sarà lei a venderla.

Fino al 4 marzo del 2009 quando la Corte di Cassazione mette la parola fine all’impero della regina delle teleimbonitrici.

Wanna Marchi viene condannata a 9 anni e 6 mesi, la figlia Stefania Nobile a 3 anni e 1 mese, mentre Francesco Campana, convivente della Marchi, se la cava con 1 mese e 20 giorni.

Due vite parallele seppur vissute in epoche storiche differenti, l’uno nella Napoli di metà Seicento, nella società dominata dall’ancien regime, l’altra nell’Italia della lira, dominata dalla società dello spettacolo.

Due vite partite dal basso, per arrivare a ruolo di capopopolo, una veloce ascesa e una rapida discesa in picchiata verso il fango e poco importano riabilitazioni o condanne. Il fango macchia.

Traditi da chi li aveva sponsorizzati, Masaniello da Genoino, la Marchi, dallo show business con Ricci e Striscia in primis, rinchiusi in carcere, tutti e due hanno dato modo al popolo di specchiarsi in loro.

Entrambi vengono accusati di follia e le ragioni non mancano ne all’uno ne all’altra. Del pescatore diventato capo popolo si ricorda un lancio di un coltello alla cieca nella folla, della Marchi basta solo ricordare l’investimento da più di un miliardo di lire, soldi del marito, per un profumo che portava il suo nome, ma di cui nessuno ha ricordo.

In ultimo è interessante notare come le giustificazioni che i due adducono in loro difesa siano molto simili. Masaniello dal pulpito della Basilica del Carmine dà di ingrato a quel popolo che prima del suo avvento era ridotto in schiavitù e ridotto alla fame, mentre la seconda dalle aule di tribunale e dal blog, appena chiuso, si difende con le stesse argomentazioni, rappresentandosi come una vittima, lei colpevole solo di aver affrancato il popolo dalla schiavitù della cellulite, di aver provato a ridare speranza con i numeri del lotto.

Sono accomunati anche dall’eco internazionale che le vicende hanno scatenato, la fama della tele imbonitrice sconfina in Oriente fino in Giappone, dove hanno messo in scena una soap sulla sua storia, mentre sul Cromwell partenopeo si sono spesi vari scrittori, cantanti e sceneggiatori di tutto il mondo.

Insomma sembra che i due abbiano avuto molte esperienze in comune, ma in realtà non è così, o almeno non più di quanto Masaniello potrebbe averle con Craxi o Leo Messi con Mario Adinolfi.

Le vicende umane si assomigliano perché rispondono tutte ad equilibri prestabiliti, a regole non scritte che ci accomunano come specie, cicliche come cicliche sono le epoche e le vicende che si alternano e si ripresentano uguali nei secoli.

Il fatto più interessante di questo “Esercizio di stile” degno di Queneu non è da osservare sul palco, ma in platea.

Una platea divisa da secoli di storia, unita nella richiesta di un bisogno e nel desiderio ardente di vederlo realizzare, grazie a qualcuno di forte, un capopopolo che possa fungere da capro espiatorio se qualcosa va storto.

Ecco perché preferisco concludere che fra Wanna Marchi e Masaniello, l’unica vera cosa in comune è il pubblico che hanno circuito per ottenere ciò che volevano. Un pubblico che sembra anche essere peggiorato in quanto a spirito critico.

Edoardo Romagnoli

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2016. Savoir faire, si fa per dire

Questo marzo mi ha suggerito una riflessione banale: il 2016 sarà la pietra miliare sul viale della decadenza dell’umanità.

E’ indiscutibile che il 2016 è iniziato come peggio non poteva, macinando ad un ritmo forsennato personaggi di cui sentirò la mancanza e altri come Glenn Frey, Alain Rickman e Silvana Pampanini che, con tutto il rispetto, avevano già sparato i colpi migliori ormai da tempo.

Il fatto è che non capisco niente di musica, ho visto tutti gli Harry Potter e Silvana Pampanini non mi ha mai attizzato, avendola conosciuta ormai ultra settantenne, mentre sono parecchio preoccupato della facilità con la quale ci beviamo litri di cazzate che ogni giorno ci condizionano. La perdita di personaggi come Umberto Eco ci impoverisce di un bel cervello pensante, di quelli che in poco tempo sanno scindere le cose serie dalle cazzate, risparmiandoci un sacco di tempo.

Eco è stato un po’ come Max Pezzalli e Giulio Andreotti, in qualche modo tutti ci hanno avuto a che fare anche quelli che non hanno mai dovuto scrivere la tesi di laurea con il suo “Come si fa una tesi di laurea” (1977), perché Eco ha scritto su tutto e per tutto anche per la televisione. E adesso che siamo orfani di quei pensieri e della mente che li formulava sarà nella normalità delle cose rituffarsi in tutte quelle che ci eravamo lasciati alle spalle per continuare a guardare al di là del nostro naso.

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.

Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.

Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media, le affermazioni degli artisti sicuri di sé, gli apoftegmi dei politici a ruota libera, i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.

Sino alla fine dovrai resistere a questa insostenibile rivelazione, ti ostinerai a pensare che qualcuno dica cose sensate, che quel libro sia migliore di altri, che quel capopopolo voglia davvero il bene comune.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire.

Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”. “Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.”

Umberto Eco, pubblicata sull’Espresso il 12 giugno 1997

Quindi se i calcoli non mi ingannano il professore ha ritenuto che il 2016 fosse l’anno migliore per andarsene, quello con la più alta concentrazione di coglioni in relazione alla sua crescita, forse anche incoraggiato da tutti quelli che la rete ha fatto emergere dalle tastiere. Però Eco non è che fosse Eco da quest’anno e nemmeno dieci anni fa, quindi perché ha scelto proprio il 2016?

Questa specie di profezia avverata mi ha tenuto in ansia per un paio di settimane, anche perché questo non è che un fattore di tutto il quadro e il pensiero di tutti i cervelli fuggiti all’estero non facevano che aumentare l’ansia e il senso di inevitabile, tipo “Melancholia” visto in un cinema di provincia.

Cercavo di curare questo senso di accerchiamento e sfiducia verso l’umanità quando mi sono imbattuto in una pubblicità di un corso di francese e sarà per la concorrenza nel mercato del lavoro o gli ultimi colpi di quell’io romantico che sta sparendo, era da un po’ di tempo che covavo un’insana voglia di imparare il francese.

Dopo un rapido colloquio, dove mi sono fatto sfilare più di quanto avrei speso andando a fare il nullafacente in un monolocale in centro a Parigi, mi sono iscritto ad un corso base di 150 ore.

Viste le spese iniziale, ma sopratutto per non rompere una tradizione liceale, mi sono cercato tutti libri di seconda mano anche perché da quando il mondo è mondo ai miei occhi il libro di seconda mano ha i suoi discreti vantaggi: è meno costoso e già precompilato.

E così ho comprato il mio doppio volume di Savoir Faire, Savoir Dire livello A1/A2 B1/B2, alla modica cifra di 43 euro, risparmiando ben 20 euro sul prezzo di listino. Ero talmente soddisfatto che decisi di cancellare tutti gli esercizi, confidando nel fatto che l’ex proprietario non fosse andato oltre il primo capitolo e che dopo un tardivo ripensamento avesse rivenduto il libro praticamente intonso.

Non saprei dire se era un lui o una lei, ma dalla scrittura direi un lui, il fatto è che chiunque avesse avuto in mano quei libri prima di me aveva visto bene non solo di svolgere tutti gli esercizi dal primo della prima pagina del primo volume all’ultimo dell’ultima pagina del secondo volume, ma si era sentito in dovere di riempire anche le tre pagine vuote lasciate per le annotazioni con tre diverse presentazioni: una informale, una formale e una in forma di mail; un maniaco che se solo avesse potuto avrebbe scritto anche sul cd attaccato sul retro di copertina. Mi stavo ancora chiedendo se avessi realmente risparmiato o no quei venti euro dopo aver passato quasi due ore a cancellare esercizi lanciando improperi verso il popolo transalpino quando mi sono imbattuto nell’unica scritta che avevo tralasciato, in prima pagina.

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La calligrafia è quella che è, ma se lasciamo da parte la prima frase, si legge abbastanza chiaramente: “Evitare di far trovare gli immigrati meglio che nel loro paese”, un pensiero talmente ben comunicato da far diventare irrilevante l’introduzione (che potrebbe sembrare una cosa tipo: 80 parole o Io, non la i in corsivo barocco, parole; insomma l’introduzione non mi è chiarissima, ma non ci lavorerò per scoprirlo).

Anche se la voglia è smisurata non userò questa frase per iniziare un pippone sul multiculturalismo, sull’importanza del confronto con l’altro e la necessità dell’accoglienza perché non avrei nient’altro che un’opinione personale costruita senza dati tecnici e una vera conoscenza della situazione, insomma una di quei bei discorsi buoni per convincere un amico, ma che un qualunque Farage mi potrebbe smontare in due secondi, anche se la differenza fra me e il mio immaginario Nigel Farage è che se potesse provarmi che ha ragione lui mi troverebbe il giorno dopo a sgambettare profughi nei campi ungheresi.

Però due parole le vorrei dire. Mettiamo il caso che sia solo una boutade, uno che l’abbia scritto così per scrivere, mettiamo che sia l’inizio di uno scritto contro le ideologie xenofobe e l’inutilità dell’odio verso il diverso o ancora uno stralcio di un discorso ascoltato in qualche sala d’aspetto che un volontario Amref ha scritto sul suo libro di francese prima di partire in missione, insomma non importa chi lo abbia scritto con tutte le eccezioni del caso perché non esclude il fatto che siano in molti a pensarla così, anche se l’autore non fosse tra questi.

Sapere se  l’autore di questa frase la pensi o meno così è difficile, al limite dell’impossibile, ma al contrario è facile provare, la politica nostrana è piena di esempi, che sono tanti coloro che sarebbero pronti a sottoscriverla. Non è una frase nuova, si sente dire molto spesso, ma ritrovarmela scritta lì mi ha sorpreso forse per l’ironia insita nel trovarmela proprio in un libro per imparare una lingua straniera e così l’ho fotografata prima di cancellarla, per evitare il rischio che qualcuno mi scambiasse per uno xenofobo.

Me la sono guardata e riguardata nei giorni a seguire e dopo aver finito di immaginare il possibile identikit dell’autore ho iniziato a riflettere sul quell’infinito: evitare. Quasi fosse un comando generale, indefinito, per tutti, un monito non tanto agli stranieri quanto agli italiani. Il concetto più o meno suona come:

EVITIAMO DI FAR VIVERE GLI STRANIERI MEGLIO CHE NEL LORO PAESE

Uno slogan che se applicato da tutti gli italiani ariani, un concetto ancora tutto da definire, e accompagnato dalla costruzione di qualche ghetto, in pochi anni, farebbe sparire completamente il fenomeno migratorio con l’unica controindicazione di dover bombardare ogni tanto alcune città, in modo che nessuno, ma proprio nessuno da Aleppo a Mogadiscio possa dire che in Italia si sta meglio.

Visto da una certa prospettiva potrebbe anche sembrare un inno positivo al nazionalismo degno della Corea del Nord, un motto basato sulla ferma convinzione che i connazionali non si troveranno mai ad emigrare senza dover subire le conseguenze dei propri auspici.

Insomma sembra una di quelle frasi che si sentono sempre più spesso sia nei bar, sia sui palchi, sopratutto dietro l’anonimato della tastiera, un nonsenso che fa più proseliti della chiesa di Scientology.

Esattamente quei messaggi coglioni, scritti da coglioni contro cui la Pampanini non ci avrebbe potuto fare niente, ma che Umbertone avrebbe smascherato subito evitandoci magari di trovarcelo scritto sul libro di francese, nel bel mezzo di un periodo di sfiducia verso il genere umano.

Edoardo Romagnoli

 

 

 

2016

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Che non sia l’ennesimo inizio,

che non sia tutto da rifare

popolato dagli stessi errori

sarà, certamente, quello che è sempre stato

perché in fondo le cose funzionano così, da sempre

che sia invece il lieve accenno della curva ascendente

il germogliare di un primo seme,

evoluzione di ciò che era.

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Il chiassoso tempo del silenzio

Il mondo corre e la realtà deve tenere lo stesso passo frenetico e così il racconto dei fatti e i commenti a seguire.

Basta riflessioni

Non credo che le parole oggi si siano moltiplicati rispetto a uno ieri indefinito, penso che oggi a moltiplicarsi siano le vetrine e gli spazi bianchi che ci circondano e ci fanno sentire in dovere di riempirli. Siamo diventati un popolo di scrittori, ma non c’è più un lettore, ripete spesso un mio amico e ha ragione anzi aggiungo: siamo anche un popolo di oratori, ma non c’è più chi ascolta e il comunicare senza dialogo non è che un gioco di stile. L’imponente mole di informazioni a cui abbiamo accesso ci illude di poter parlare di tutto con cognizione di causa, con gli elementi necessari, in qualsiasi momento, ma la realtà è talmente complessa che a forza di ridurla finiremo con il fallire l’analisi.

Le persone sono complesse, la realtà è complessa e per capire prima le persone e poi la realtà in continuo mutamento dobbiamo prenderci tempo, il tempo di una riflessione che ci permetta di analizzare ogni singola sfaccettatura, che ci permetta di riempire le falle inevitabili del nostro sapere, rendendoci così elementi utili ad una discussione collettiva.

Non possiamo affannarci nel rispondere colpo su colpo a ogni singola vicenda, siamo umani non possiamo portare il peso di tutto il dolore del mondo come John Coffey nel “Miglio Verde”, eppure siamo chiamati a farlo, siamo a chiamati a sintonizzarci col mondo anche se esprimiamo parole di odio e desiderio di pareti divisorie. Mentre Facebook non ha perso tempo per proporre la bandiera francese da mettere sull’immagine del profilo così come aveva fatto per la battaglia sui diritti lgbt in America nella speranza che una foto copertina dopo l’altra i suoi utenti continueranno a combattere battaglie immaginarie scrivendosi l’uno addosso all’altro senza ascoltarsi.

Eppure so che siamo in guerra anche se i sistemi della rappresentanza hanno creato una distanza così profonda tra le nostre azioni e le loro conseguenze che ci siamo illusi di non esserlo tanto da premiarci con il premio Nobel per la pace, so che nonostante tutto non ci sono giustificazioni a ciò che è successo e nessuno le cerca, dovremmo piuttosto interessarci delle ragioni che animano questo odio, che armano questi ragazzi, so che è troppo facile etichettarli come “pazzi”, so che l’Islam non c’entra e nella bulimia comunicativa di cui anche io soffro lo scrissi a suo tempo, so che il cosiddetto Stato Islamico non è che il figlio di una politica estera occidentale cieca, so che la storia si ripete, so che funziona spesso così: si preferisce armare i nemici di un mostro nel tentativo di rovesciarlo trovandosi poi con un mostro ancora più feroce da combattere, so che i terroristi di matrice islamica sono il frutto di una distorsione ideologica che afferma di trovare le sue radici nel salafismo, ma che è solo un pretesto, una giustificazione alle azioni che compiono. So che l’isis non è Al Qaida, non è un nemico impalpabile che si nasconde nelle montagne, ma che ha città, reti televisive e giacimenti da cui estrae il petrolio che vende ai suoi “nemici” per sostenersi. So che la Russia insieme alla Cina, la Turchia e agli Stati Uniti armano il califfato, Toyota incluse, so che quei regimi che siamo andati a rovesciare in nome della libertà li abbiamo prima riempiti dei nostri soldi in cambio del loro petrolio e poi spodestati per ottenere il possesso dei pozzi non considerando il caos che si sarebbe andato a creare e che inevitabilmente si è creato a seguito di quel vuoto di potere. So che ci manca una parte della realtà. So che l’Islam non è un monolite immanente, ma che si snoda in tanti rami, spesso in lotta fra loro, ed è anche per questo che un intervento militare non basta se non si estirpano le ragioni del male. So che è stato scritto un articolo dove si sosteneva che nessun italiano farebbe mai un hashtag #nonnelmionome per una strage di mafia, lo condivido ed è per questo che qualcuno dovrebbe fermare la campagna su twitter #notinmyname, dove milioni di musulmani si stanno dissociando dai fatti di Parigi, anche se immagino lo spirito che la anima. So quello che scriveva la Fallaci, ma so anche cosa rispose Terzani ed è per questo che non c’è bisogno di tornare sull’argomento. So che la risposta di pancia è la prima reazione, come so che soffiare sull’odio razziale nel tentativo di creare una guerra di religione facilita il compito ai terroristi oltre ad essere un atto criminale. So cosa c’è scritto in alcune delle sure del Corano, ma so, come chi conosce il Dio biblico, che le scritture senza interpretazione non sono che una testimonianza del tempo in cui vennero scritte. So che le cose sono più complicate eppure credo di saperle, le scrivo, anche io, ma senza perderci troppo tempo, perchè il tempo è poco, i lettori sono ancora meno e non hanno tempo per leggere, mentre i mostri cavalcano gli incubi con facili soluzioni.

Edoardo Romagnoli

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Il sabato del コスプレ

Di tutte le religioni la più lungimirante nella scelta del giorno di riposo è stata sicuramente l’ebraismo che, prevedendo prima la nascita poi la repentina ascesa del calcio domenicale, ha optato per il sabato.

Secondo la tradizione ebraica fu Dio a riposare per primo il Sabato ed anche per questo che lo Shabbat è la festività più importante dell’ebraismo e la pena biblica prevista per la sua violazione è la più severa nel suo genere. Talmente importante da non essere scritto solo una volta, ma ribadito più e più volte sia nella Torah, sia nei Dieci comandamenti, nell’Esodo, nel Levitico e se non bastasse viene anche ripetuto dal profeta Isaia.

Non sono ebreo, ma sulla questione sabato sono totalmente d’accordo con quanto è scritto nella Torah, dovrebbe essere la giornata del nulla, dovrebbe passare lungo e noioso come un funerale di domenica mattina, una questione su cui non transigere, sopratutto se il tuo contratto di lavoro non prevede gli straordinari pagati.
Ed è proprio grazie alla mia intransigenza che sabato a mezzogiorno mi sono ritrovato immerso in una fila infinita davanti all’ingresso Nord della Fiera di Roma, immerso fra Cosplay, magliette di Star Wars in versione Lego e adolescenti sudaticci di 2 metri e mezzo, sventolando un accredito stampa nella vana speranza di guadagnare l’entrata.
Sarà perchè faccio parte di quella generazione che ha avuto il sonno rovinato per colpa del Batman di Tim Burton e di Danny De Vito versione Pinguino, ma devo ammettere che è dal 1992 che le maschere horror mi mettono a disagio.
Per fortuna in quel film non c’era solo Danny De Vito, ma anche Michelle Pfeiffer in versione latex nei panni di Catwoman e anche lei ha lasciato dei segni simili a solchi di aratro nel mio subconscio. Graffi che bruciano come candeggina sugli occhi ogni volta che vedo una donna mascherata, condizione che fortunatamente non si presenta così spesso.
E’ stato con questo ossimoro emotivo che ho affrontato il Romics fra spade samurai e stand di acqua calda dove sciogliere brodi in polvere giapponesi. E non è stato facile.

Sabato 3 Ottobre – Fiera di Roma

L’asfalto è bollente e mi pervade la netta sensazione che questo sarà uno degli ultimi sabati così caldi e mi rode ancora di più sapere che le ultime ore di un’estate ormai morta le dovrò passare qua dentro, ma non ho ancora finito di rosicare quando incrocio due Iron Man sulla quarantina che sistemano gli ultimi dettagli usando la bauliera di una Opel Corsa come guardaroba e capisco che sarà un pomeriggio lungo, molto lungo.

Superata la fila da esodo mi accolgono due zombie seduti l’uno di fronte all’altro intenti a trangugiarsi un panino prosciutto e fontina, l’uno imbocca l’altro facendo attenzione a non rovinargli il trucco, non faccio in tempo a girarmi e un incrocio fra una tarantola e una drag queen mi passa accanto lasciando una scia di vaniglia ed è un attimo che Catwoman torna a graffiare.

Giro per i padiglioni con la curiosità della zia indigente che guarda tutto e non compra niente, tentenno solo davanti allo stand dei droni, ma vogliono 20 euro per la misura microscopica e 80 per quelli grandi con la telecamera e il telecomando che funziona fino a 150 metri di distanza, nessuno dei due mi convince fino in fondo e non avendo una buona risposta da dare alla domanda:”Cosa te ne farai?”, decido di desistere.

Scopro con meraviglia che evidentemente si devono fare i soldi anche vendendo lentine colorate, utili per tutte quelle occasioni in cui è richiesto avere la pupilla bianca o a forma di pericolo radioattività, avanzo fra stand di cibo giapponese liofilizzato, stampanti 3d e katane giapponesi, mi guardo intorno come se fossi a Dismaland il parco giochi di Bansky e scopro che in fondo non è per niente male. L’unica pecca è che i cosplayer sono in minoranza rispetto alle migliaia di curiosi in borghese o a quelli totalmente fuori tema come il tizio che continuava a fare su e giù per il padiglione numero 3 vestito da Austin Powers, ma a quanto mi dicono sono in netta crescita rispetto all’anno scorso e ciò fa ben sperare per l’anno prossimo. Sono sicuro che sarebbe tutta un altro ambiente se in questi tre giorni alla Fiera di Roma vigesse un rigido code dress che obblighi i visitatori a presentarsi vestiti da anime all’ingresso.

Tento di rompere gli ultimi mattoni della mia diffidenza avvicinando un centauro con ascia annessa e in cuor mio sono convinto che tutti i miei timori si riveleranno realtà e che finirò a parlare con un esaltato che nitrisce e scalcia proprio come l’eroe del suo videogioco preferito, ma scopro con sommo stupore di aver sbagliato ancora una volta, il tipo mi risponde, è un ragazzo, un semplice ragazzo e mi parla con la voce pacata di certe conversazioni cordiali che si fanno aspettando il bus su una banchina isolata. Mi dice che ha speso 250 euro, che ha lavorato per mesi, nei ritagli di tempo, sopratutto nei week end, per essere pronto oggi, mi fa un breve riassunto della giornata precedente allegandoci qualche considerazione sulla pioggia che stava per rovinare la giornata, sono curioso, vorrei saperne di più, ma di colpo, come un conato, mi risale su tutto il bigottismo e cado nella paranoia che qualcuno possa vedermi parlare con un tizio metà guerriero, metà cavallo e mi allontano.

Mi fermo solo per guardare negli occhi un cecchino in mimetica appostato dentro un cespuglio nel giardino della fiera, voglio solo fargli capire che l’ho visto e se l’ho visto io lo possono vedere tutti, ma lui mi ignora fingendo che non sia successo niente e allora proseguo a passo svelto verso l’ignoto. C’è un sacco di gente fuori dai padiglioni, ma a rapirmi l’attenzione è un signore, avrà sessant’anni e si aggira per la fiera vestito da Heihachi Mishima di Tekken 3 assieme a Paul Phoenix, fuori dai padiglioni c’è anche tanta gente che aspetta e fra loro trovo un ragazzone di due metri con una pelliccia addosso, mi spiega che è vestito come un personaggio dei Vikings, una serie televisiva canadese, e che conciato in quel modo gli è impossibile entrare a vedere gli stand. Stessa storia anche per YMIR “scritto ipsilon MIR”, personaggio di SMITE, videogioco multiplayer per pc, che dopo essere stato mesi a incollare e verniciare cartoni da imbianchino adesso è bloccato nel giardino antistante perchè non riesce ad entrare vestito in quel modo e si consola lasciandosi fotografare dai visitatori.

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I cosplay sono come gli scout: in linea di principio nessuno è contro gli scout, chi non vorrebbe ritrovarsi immerso nella natura con i suoi amici ad imparare il nome di tutti gli organismi animali e vegetali che popolano il bosco, suonando la chitarra attorno al fuoco. Nessuno. Il fatto è che spesso le associazioni scout sono gruppi parrocchiali ed è un attimo che tutto il romanticismo e lo spirito d’avventura scompaiono e ti ritrovi a cantare “Apostoli di gioia” sfruttando i quattro accordi che hai imparato fra una preghiera e l’altra.

Ecco il cosplay è molto simile, ma al contrario degli scout da un’immagine molto peggiore di sé, quando in realtà avrebbe pure degli elementi interessanti al suo interno. Quale madre negherebbe ai suoi figli un’attività che si fa in compagnia, che richiede una certa manualità per la creazione di costumi e gadget, che stimola la fantasia e insegna a milioni di futuri miopi come mettere le lenti a contatto, un’attività senza alcuna controindicazione se non quella di essere beccati dal vicino mentre uscite di casa truccati da Ranma. Eppure c’è sempre quel dettaglio, quel momento in cui il cosplayer è chiamato ad indossare la maschera, prendere lo spadone di cartapesta e infilarsi un paio di geta per dare vita al suo anime, un dettaglio che pesa più di “Benedici o signore” e supera di gran lunga il disagio della promessa scout.

Ammiro tutta quella creatività, tutto quell’impegno, il tempo speso e i soldi investiti, invidio la manifesta capacità di sfidare la morale comune salendo sul 105 vestiti da centauri come dei moderni Renato Zero o imboccare il raccordo in motorino con un’enorme mitraglia di cartapesta che fa da spinnaker. Quello che non capisco è la necessità di vestirsi, di immedesimarsi in un personaggio della fantasia di un altro, eppure sento che ci potrebbe anche essere un cosplayer dentro di me e che in fondo se solo ne avessi il coraggio mi vestirei anche io da Holly di Holly e Benji per cercare di far colpo su una Wonder Woman di Pomezia. Ma è sabato e il sabato è giorno di riposo.

Edoardo Romagnoli

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