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Amsterdam, 2012. Parte 2: Red Light District.

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Camminavamo per il “die Wallen” con una montura da talebani, un po’ per il freddo un po’ per un immaturo senso del pudore.

Erano circa le 5 del pomeriggio e dibattevamo sulle probabilità di vedere qualche libera professionista già all’opera in quell’orario da thè, quando nel girarmi, seguendo un movimento naturale del collo, i miei occhi finirono su due tette siliconate nascoste da un reggiseno di qualche taglia più piccolo.

Restammo basiti, lo shock fu così fulmineo e inaspettato che la battezzammo immediatamente “Misshocki”.

Scoprii ben presto due cose, non sulla città, su di me:

1. Sono un bigotto;

2. La goliardia mi ha permesso di superare, almeno in parte, il punto1;

1. Amsterdam mi ha fatto scoprire un bigottismo ancora più acuto di quello che credevo di avere, con qualche eccesso da timorato di Dio.

Pensavo che il mio essere ateo-mai battezzato, mi potesse fungere da vaccino, ma neanche il peccato originale di cui sono ancora macchiato mi ha permesso di vivere serenamente il quartiere più trasgressivo della città.

Mi ci vollero un paio di giorni per adattarmi a tutta quella figa sotto vetro, passavo veloce davanti alle vetrine, percorrendo quei viottoli col cappuccio in testa, il volto travisato da uno scalda collo nero tirato su fin sopra il mento e il passo svelto.

2. La goliardia con cui ci siamo difesi dai continui shock ha partorito esseri quasi mitologici: da Misshocki alla Professora, una seducente milfona occhialuta, oserei dire una delle più apprezzate nel circuito vista la folla che ogni giorno si assiepava davanti alla sua vetrina, passando per Ice, la ragazza della penombra, fino alla Minetti, che se non era lei ci somigliava tantissimo.

Il Red Light District è una delle poche zone rumorose in una città che cammina silenziosa come le biciclette che la attraversano.

Qui si sentono apprezzamenti in tutte le lingue, si sente incitare, il tifo delle curve, lo strusciare metallico dei cappotti impermiabili, il contrattare rapido e sibilante, il tutto ritmato dal bussare.

Più brutte sono, più busseranno per attirare le tua attenzione, perciò in alcuni vicoli è tutto un bussare, un bussare disperato quasi a fracassarsi le nocche al vetro, le meno aggraziate arrivano ad aprire direttamente la porta, sperando che la differenza di temperatura fra l’alcova d’amore e la strada, crei una corrente abbastanza forte da risucchiare dentro l’avventore casuale.

Perché il gioco non si rompa deve avere una durata breve, ma per cominciare a capire il gioco lo si deve smontare.

Ricordo che da bambino avevo un debole per Pamela Anderson, era un sogno ricorrente, quella bagnina poppona incarnava la donna nei suoi eccessi, era la sua semplificazione negli aspetti più carnali, i soli che in realtà mi interessavano di quell’universo femminile, ancora sconosciuto.

La scelsi così perché non c’è niente di meglio della semplificazione in un tema tanto complesso come la sessualità.

Fu un amore platonico che cominciò ad incrinarsi quando la appesi in camera in formato poster, se ne stava tutto il giorno, tutti i giorni appesa al muro a guardarmi con la stessa espressione, il solito capello finto biondo, le stesse due tette grosse, finte quanto ritte, fino a quando non mi stancai, la accartocciai e la buttai nel cestino.

E’ la regola di Orfeo ed Euridice, anche lo sguardo ha un suo valore, anche il guardarsi è un gesto prezioso, intimo e quindi comprensivo del pudore.

La quotidianità, la ripetitività del gesto può portarci al superamento della sindrome di Stendhal, può portarci ad odiare il sublime.

Continuavo a camminare, mi perdevo nei viottoli senza badare più alle targhe attaccate ai muri, tanto i nomi erano impronunciabili e il non avere i guanti rendeva sempre più difficoltoso tirare fuori la mappa, dalla tasca del giubbotto, per orientarsi.

Guardo un’anziana signora che esce da un portone, incastonato fra due vetrine, gira alla sua destra, punta un cassonetto, non si gira, non guarda nessuna delle ragazze, non sembra neanche infastidita, poi sento un breve scambio di battute. Dietro di me.

– How much?

– 50… suck and fuck!

Mi giro e faccio in tempo a vedere un pullover viola entrare in una delle tante porte illuminate dal rosso del neon messo a guardia della stanzetta.

Vedo anche lei, in piedi mentre apre la porta, è un giunonico donnone di colore. Dio mio, ma la paghi!

Eccomi arrivato nella massa.

In quel preciso istante avevo fatto un incosciente passo in avanti, nella mia personale battaglia, ero lì in piedi fra centinaia di arrapati venuti da tutta Europa, nel ventoso inverno olandese mentre fissavo una ex lottatrice di Sumo africana strizzata in due reggicalze blu elettrico, un paio di mutandine e un reggiseno in tinta.

Quando scomparve dietro la tendina color ciliegia, rimasero solo lo sgabello davanti allo specchio, un pacchetto di sigarette sul tavolino e i tre amici del pullover evidentemente sbalorditi dall’ardire mostrato dal loro compare.

Intanto mentre la folla si disperdeva, le altre, appollaiate sulle vetrine più in alto, cercavano di ammaliare i rimasti, ma il marketing strategico ha la sua logica e loro ne scontavano un’amara pena, un po’ come quei biscotti che abitano i piani alti degli scaffali, nei supermercati di tutto il mondo.

Ma cosa sono?

Schiave del sesso? No, forse alcune.

Sono libere professioniste? Può essere una scelta personale? Se sì, questo è il posto e il modo migliore.

Forse è davvero possibile fare la prostituta con la naturalezza della dignità oppure è un grande Truman Show del sesso a tempo?

Merce umana?

Un grande zoo con animali tristi in gabbie-vetrine alla mercè di tutti gli occhi di passaggio?

Ho visitato lo zoo di Amsterdam, non chiedetemi il perché, e ho visto gli occhi di un elefante africano per niente contento di stare lì nel bel mezzo del Nord Europa a 0°, ma negli occhi di quelle ragazze cosa si legge?

Non lo so. Ho cercato di scorgere un momento di verità, nell’attimo in cui era possibile gettare un’eventuale maschera, ma niente, non ho mai incrociato un loro sguardo, uno vero.

Sorridono, fanno le ammalianti, invitano ad entrare, ma un po’ come la colpa anche il valore della lusinghe si va annacquando in maniera direttamente proporzionale al numero dei lusingati.

Nella mia visione da giovane anziano, ancora non pienamente “secolarizzata”, non riuscivo a configurarmi quella scelta come una scelta possibile, non forzata, non costretta, non riuscivo a vederlo come un lavoro che si può esercitare con la dose necessaria di entusiasmo, unico vaccino alla noia.

Cos’è che ti concede di stare esposto dietro ad una vetrina affittando il tuo corpo, per 20 minuti a 50 euro, a chiunque sia disposto a pagare?

E’ una messinscena che cerca di nobilitare un lugubre dietro le quinte?

O è la naturalezza data da una forma di dignità consapevole?

Non lo so. Le uniche cose che so è che: questo è un mestiere, qui è possibile farlo, la domanda è molta e una volta soddisfatta tarda poco a proporsi nuovamente, il guadagno è buono e allora gli unici vincoli che potrebbero ancora fermarci sono solo di natura morale oltre che imprecisata.

Davvero non è uno scontro fra vittime e carnefici?

Sembra di no, al massimo un incontro fra domanda e offerta.

Osservavo questo ristretto circo all’aperto e mi appariva come un’illusione colorata, come tante altre cose, l’illusione che sia tutto lì per te, disconoscendo il fatto che non esiste un te, ma un voi, il voi della massa turistica, dei polli da spennare, di chi da lì passa, ma non resta.

E allora cosa rappresenta tutto ciò?

Cosa c’è oltre al parco divertimento mordi e fuggi per i turisti, oltre al rapporto quotidiano fra l’anziana signora e le donne in vetrina?

E’ una grande pièce teatrale, un’allegoria in carne che svela, nel particolare, una condizione generale e quotidiana che parla di noi, in cui sussistono elementi di verità, profonda, ed esiste persino un confine per il pudore, tracciato dallo sguardo.

Edoardo Romagnoli

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Amsterdam, 2012. Parte 1: L’arrivo.

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Amsterdam è stata l’unica nozione geografica certa, in possesso della mia generazione, per tutta l’adolescenza.

Eravamo ignoranti come capre, ma sapevamo che Amsterdam era la capitale dell’Olanda, i più colti si spingevano fino a Londra, ma poi facevano sempre confusione fra Inghilterra e Regno Unito e alla fine rimaneva sempre una capitale senza Stato.

La nostra conoscenza cominciò, ben presto, ad arricchirsi dei racconti dei primi pionieri tornati, ammirati più per la capacità di aver convinto i genitori sui perché di quel viaggio, che per altro.

Arrivata l’età del motorino, per alcuni, e delle prime patenti, per gli anziani, i racconti si moltiplicarono, si intrecciarono, e si vennero a creare vere e proprie leggende metropolitane di coffe-shop fantasmi, di “viaggi” in camere d’albergo deformi, di fumi ed erbe psichedeliche oltre ad un imprecisato numero di cuori lasciati dietro qualche vetrina del Red Light District.

Come tutte le cose belle, o che tali appaiono, la idealizzammo tutti, ognuno partiva con la sua personale Amsterdam in testa, ma a differenza di quel che solitamente accade, a chi carica di aspettative un evento, in pochi tornavano delusi. La regola leopardiana del “Sabato del villaggio” crollava inesorabilmente di fronte alla Mecca del Vizio.

Mi cullavo del fatto che al mondo potesse esistere un posto del genere, ma non mi feci prendere mai dalla frenesia, nemmeno di fronte alle voci insistenti che prevedevano l’imminente chiusura dei coffe-shop.

Non ho mai capito se fosse una manovra turistica o l’ennesima leggenda metropolitana, il fatto è che per un bel po’, di Amsterdam, non ne sentii parlare né ne sentii il richiamo.

Fino agli inizi del Dicembre 2012 quando ricevetti una telefonata da due amici:

–       Il 19 è il nostro compleanno.

–       Avete fatto bene a ricordarmelo. Cicciata?

–       No. Amsterdam dal 19 al 24.

–       …

–       Dimmi un Sì o No.

–       Quanto costa?

–       380… compreso: biglietto andata-ritorno ed un fantastico alloggio in una camera tripla per una settimana a due passi da Piazza Dam.

–       O l’aereo è di cartone o ci fanno dormire in un cartone.

Sarà stata la paura del rimpianto, qualche reminiscenza adolescenziale, ma Amsterdam mi si ripresentò davanti, la loro capacità di sintesi fece il resto e così accettai.

Mercoledì 19 Dicembre,2012

Aeroporto “Schiphol” di Amsterdam

Nell’era del low cost mi aspettavo che la fregatura fosse nel viaggio in aereo, invece viaggiavamo con un A320 della Lufthansa e lo scalo a Monaco fu breve, poco meno di un’ora, e quando anche i bagagli arrivarono puntuali sul nastro trasportatore dell’aeroporto di Amsterdam, fu lì, nell’atrio dello “Schiphol”, circondato da bulbi di tulipano, che cominciai a temere per l’alloggio.

Ci volle mezz’ora di treno e un quarto d’ora di cammino su un pavè degno della Parigi-Roubaix, per dar tempo ai miei timori di materializzarsi.

Torno a ripetere: la fotografia è l’arte mendace per eccellenza e questo gli albergatori lo sanno benissimo.

Oudezijds Achterburgwald Straße, 118-120.

Cominciavo a rimpiangere il sistema alfanumerico adottato dagli inglesi.

Ci trovammo, nel bel mezzo del “Red Light District”, davanti ad una scaletta che si arrampicava fino ad un misero pianerottolo color verde muschio, in tinta con tutto l’edificio, sormontati da una scritta in stile pub medioevale, nel bel mezzo di un viottolo che si affaccia su uno dei tanti canali che attraversano il “Die Wallen”.

“HEART OF AMSTERDAM”

Se quello rappresentava il cuore di Amsterdam voleva dire solo una cosa, a questa città serviva un bypass aorto coronarico, un cuore così avrebbe rincuorato anche Julian Ross, il Cruijff dei manga giapponesi.

Immaginate una casona di cemento incastonata a forza fra i viottoli affollati del distretto, tutta coperta di vegetazione da scoglio, esposta ai naturali quanto incontrollati bisogni del fiume e dei suoi abitanti, dal topo al cigno, passando per il germano e il turista italiano.

Parliamo di ciò che avrebbe voluto essere, poi passiamo a ciò che era.

Immaginate di avere uno spazio ristretto, pochi soldi per arredarlo ed una pessima idea su come impiegarli ed ecco che pezzo per pezzo vi apparirà il “Cuore di Amsterdam”, un elegante ostello da 30 euro al giorno, tv, bagno e doccia, ogni camera arredata a tema di un film e la possibilità di fare una frugale colazione nella hall, in piedi, davanti al front desk.

L’elegante ostello era, in realtà, una topaia dipinta di nero, un atrio con due tavolini, una scala in legno da rifugio montano che si arrampicava per quelli che sembravano tre piani, invisibili da fuori, un bancone rinchiuso in un angolo sommerso dai depliant e un corridoio tanto corto, quanto pieno di porte.

Non feci in tempo a finire la frase di rito, adatta ad ogni arrivo in un albergo, quando venni, bruscamente, interrotto dalla signorina del desk che, dopo avermi messo sotto il naso tre fogli, cominciò a battere nervosamente l’indice sopra quell’universale linea nera che, in tutto il mondo, vuol dire una cosa sola: firma.

Quella donna era la regina del tempismo, non feci in tempo a posare gli occhi sul papello che subito mi precedeva, con un sunto rapido ed efficace del contenuto.

Regole, semplici regole dell’ostello con minuziosa descrizione delle pene conseguenti ad un eventuale infrangimento di queste.

Due le principali: chi rompe paga, nulla di nuovo, chi fuma in camera paga, 100 euro di pena amministrativa.

Ci indicò la via e ci liquidò. Di solito un certo tipo di freddezza nelle donne, mi stuzzica la fantasia, ma in lei mi faceva lo stesso effetto di un paio di mutande d’azoto liquido.

Intendiamoci non sono un architetto né tantomeno un esperto in materia, ma ve lo potrebbe dire anche un bambino che le case di Amsterdam sono storte.

Sul motivo le teorie più quotate sono due:

1-    Visto la frequenza con la quale i canali, esondando, allagavano i primi piani delle abitazioni circostanti, il mercante olandese trovò ingegnoso stipare le preziosi merci tutte all’ultimo piano. Il problema è che tale disposizione rendeva difficoltoso il trasporto e il carico sui mezzi, fu allora che si decise di inclinare le abitazioni per calar giù, sulle barche o sui carri, tutte le merci destinate al commercio;

2-    E’ l’ennesima leggenda metropolitana, è che tutti le guardano dopo aver fumato.

Quel posto non era regolare sotto un profilo strutturale, non riuscivo a immaginare dove potevano essere le stanze, come potessero aprirsi degli ambienti dietro quella selva di porte, in piedi, l’una accanto all’altra.

Finimmo il corridoio con qualche passo, aprimmo la porta e ci trovammo dentro un quadrato di cemento, di quelli che si vedono nei carceri affollati durante l’ora d’aria, con una macchinetta delle merendine, due turisti che fumavano e calcinacci, ovunque.

Attraversammo in fretta e aprimmo la porta, per la cronaca, si apriva con la scheda magnetica, una topaia sì, ma attenta ai dettagli, pensai.

La camera a tema non era altro che una stanza con tre letti IKEA neri, due a castello, uno singolo, un poster di “Taxi Driver” appiccicato alla parete nera, l’unica libera, fra i letti, un bagno e una doccia per mini-pony, una tv nera che dava l’aria di non aver mai funzionato e tre asciugamani bianchi.

Edoardo Romagnoli

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