Archivio mensile:agosto 2019

L’eco del Kashmir

E’ un’estate calda in India e non solo per l’emergenza climatica che la attanaglia. Con la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione, a inizio mese, il Parlamento indiano ha revocato lo ‘status speciale’ del Jammu e Kashmir, regione nord occidentale che perde la possibilità di legiferare autonomamente. A chiudere per primo è l’aeroporto di Srinagar, l’ordine è quello di far uscire i turisti presenti e non di farne arrivare di altri, soprattutto se sono giornalisti; gli unici autorizzati a entrare sono i militari inviati dal Governo indiano. Decidiamo di cambiare i piani e ci dirigiamo verso Dharamsala per poi salire a Mc Leod Ganji, un piccolo paese nell’Himachal Pradesh a 1.750 metri sul livello del mare, sede del quattordicesimo Dalai Lama e meta di centinaia di monaci tibetani in fuga dalle repressioni dell’esercito cinese. L’eco delle tensioni arriva fin qui.

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Mc Leod Ganji

 

“Non vedo e non sento i miei parenti e i miei amici da una settimana. Non so se sono stati arrestati, se stanno bene, non so niente!”.

Javed, che ha poco più di 30 anni. E’ nato in Kashmir, ma vive e lavora a Mc Leod Ganji dove ha aperto un negozio di pashmine. La revoca dell’indipendenza ha scatenato delle reazioni prevedibili, a Srinagar i cittadini sono scesi a manifestare per le strade e il Governo di tutta risposta ha deciso prima di arrestare i leader locali e poi di sospendere i servizi telefonici e Internet. La preoccupazione di Javed riporta le notizie di geopolitica a una dimensione soggettiva che rende plasticamente l’idea di ciò che sta succedendo. Come spesso accade i drammi dei singoli rappresentano l’altra faccia degli interessi nazionali con tutte le conseguenze del caso. Negli ultimi giorni la tensione è salita ancora nel Kashmir, e a livelli così preoccupanti che il governo locale ha deciso di evacuare 20mila persone dalla zona del monte Amarnath per paura di possibili attacchi terroristici.

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“Il Governo ha inviato altri 40 mila soldati nel Kashmir e questo non è mai un buon segno- continua Javed- anche perché già c’erano quasi 700 mila soldati che rendono questa zona una delle più militarizzate al mondo. Con tutto l’oro, i rubini e l’argento che abbiamo potremmo essere uno degli Stati più ricchi dell’India, invece tutta questa ricchezza è la nostra condanna”.

Javed insiste, vuole testare se noi europei abbiamo realmente compreso la realtà che ci descrive: “A voi è mai successo? Riuscite anche solo a immaginare?”, la risposta non può che essere un no, “no Javed non c’è mai capitato”, e forse per questo non riusciremo davvero mai a capire realmente la portata e la drammaticità di ciò che sta accadendo. Lui capisce, ma rilancia portando la discussione su un altro piano, forse con la consapevolezza che possa renderci meglio l’idea ci spiazza con un emblematico:

“Sei mai stato a Ibiza?” mi chiede, rispondo fiero “no”.

“Io sì- continua lui-, una volta, poi con il riacutizzarsi delle tensioni non sono più potuto partire, diciamo che essere musulmano del Kashmir mi complica le cose, specialmente in aeroporto”.

“Dai, Javed, non ti sei perso niente” dico io. Ibiza mi riporta solo l’idea del turista “coatto e discotecaro” in canotta e su questa immagine continuo a ribattere surfando l’onda della mia stupida indignazione per quell’archetipo di vacanziero.

“La mia ragazza abita lì” mi risponde Javed, ignorando, per fortuna, tutte le mie sovrastrutture inutili. “Lei è inglese, ma vive a Ibiza. Per rendere le cose più semplici dovremmo sposarci, ma come sapete queste sono cose che si fanno in due”.

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No, non solo fatico a capire fino in fondo, ma probabilmente non riesco neanche a immaginarlo. Forse come cronisti l’unica cosa che ci rimane è tirare le fila di ciò che è successo, almeno nelle ultime settimane. La motivazione ufficiale fornita dal Governo per spiegare la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione è quella di “favorire l’integrazione forzata nell’area in questione”, in realtà, secondo molti analisti, ci sarebbe la volontà di colpire la maggioranza musulmana della regione. Non è un caso, infatti, se le prima disposizioni siano state rivolte proprio verso i residenti: caduto infatti il divieto per i non residenti di acquistare immobili sul territorio, cancellate le tutele per i locali nell’amministrazione pubblica e nell’istruzione universitaria. Sono finiti poi agli arresti domiciliari preventivi tre importanti esponenti politici locali come Mehbooba Mufti, Omar Abdullah e il leader del partito regionale Sajad Lone. Senza contare che con l’arrivo dell’esercito e il riacutizzarsi delle tensioni, il Kashmir dovrà fare a meno dei turisti, una delle fonti di ricchezza della zona. In realtà nulla di nuovo, quest’area è al centro di una disputa fra India, Cina e Pakistan, intenzionate a mettere mano sulle ricchezze del suo sottosuolo, che ha avuto inizio con la fine della dominazione britannica nel subcontinente indiano nel 1947 e da allora i momenti di tensione si sono susseguiti con una certa regolarità. Lo spiega bene padre Carlo Torriani, sacerdote missionario in India dal 1969, in una recente intervista a ‘Vatican news’: “Il Kashmir era uno Stato a statuto speciale: avevano la loro bandiera, la loro Costituzione e il loro inno. Questa è una delle conseguenze della nascita dell’India. Al momento dell’indipendenza dal Regno Unito il vecchio territorio coloniale è stato diviso in due in base alla religione: da una parte gli indù in India, dall’altra i musulmani in Pakistan (diviso successivamente dal Bangladesh, ndr) – padre Torriani individua il nodo gordiano della questione – Il problema era che il Kashmir era governato da un maharaja che poteva decidere a quale delle due entità appartenere. Anche se la maggioranza della popolazione della regione era musulmana, il maharaja era indù e scelse l’India, però con uno statuto speciale. Questa situazione è andata avanti fino a che l’attuale governo indiano di Narendra Modi non ha deciso di annullare l’autonomia riconosciuta alla regione e assimilarla a resto dei territori indiani”. I numeri parlano di quasi 2.300 arresti in seguito agli scontri che sono seguiti alla decisione del Parlamento indiano, di questi quasi 100 sono finiti in manette anche in base alla legge sulla sicurezza pubblica che prevede la possibilità di essere trattenuti fino a due anni senza processo.

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