Cliente ingrato

PARTE 1

Il primo è stato Pino, Pino alla Piazzetta. All’epoca abitavo immerso nel fracasso di via dei Ramni, a San Lorenzo, e il piccolo ristorante a conduzione familiare di Pino e sua moglie si trovava a 2 minuti dal mio frigo, incastrato fra via di Porta Tiburtina e via Tiburtina antica. La piazzetta in realtà non c’era, l’aveva creata lui grazie a una sagace combinazione di fioriere, tavoli e ombrelloni, togliendo metri quadri al marciapiede.

Un menù enciclopedico fatto di carne, pesce, affettati, pizza, zuppe, dolci, e, come tutti i ristoranti/trattorie di Roma: “la miglior cacio e pepe in città senza l’aggiunta di panna”; una precisazione, quella sulla panna, che mi ha sempre inquietato. Ovviamente pensava a tutto la moglie che sgobbava come un treno merci sbuffando ogni sera in cucina, mentre Pino si occupava delle ordinazioni, nel senso che ordinava lui per te. Le storie in merito non si contano, alcune di quelle sono diventate leggenda.

Pino si sentiva fondamentalmente un incompreso, anche quando le cose andavano bene. Non gli piaceva quella clientela che si era fatto grazie alle convenzioni strette con alcune guide turistiche.

  • Almeno venissero i giapponesi- ripeteva- o gli americani, invece no! Solo i tedeschi, vengono solo quelli!

Non si capacitava del fatto che non ci fossero folle oceaniche di romani, giapponesi e americani a fare la fila per la sua cacio e pepe, la sua bistecchina di vitello o per quella torta alle mele che comprava sempre con tanto amore. E allora fece una scelta coraggiosa, alzò l’asticella e forse per un malinteso lessicale: decise di aggiungere ai primi gli spaghetti all’astice. Era sicuro che quello non sarebbe stato soltanto l’ennesimo piatto di un menù con più pagine del Talmud, ma la svolta per quel suo amato ristorante nato dalle ceneri degli anni Settanta.

Questa storia dell’astice gli prese la mano in poco tempo. Il fatto è che da Pino già era difficile ordinare in condizioni normali, figuratevi dal momento in cui quel maledetto crostaceo fu inserito nel menù. La scena solitamente era questa:

  • Salve ragazzi
  • Ciao Pino, come stai?
  • Bene, bene. Allora sedetevi, intanto vi porto un’acqua, del pane e gli spaghetti all’astice.

Per rendere il tutto più glorioso o per giustificarne il prezzo Pino aveva iniziato a fare lunghe sfilate, avanti e indietro dalla cucina, con questo animale adagiato su un letto di insalata, legato per le chele con del nastro blu, a far bella mostra di sé davanti ai clienti prima di essere immolato alla causa.

Purtroppo appena le cose iniziarono ad andare bene, la macchina del fango si mise in moto. Le malelingue iniziarono a spargere la voce fra i tavoli che in realtà l’astice fosse sempre il solito, tenuto nascosto da qualche parte pronto per essere mostrato all’occasione e che quegli spaghetti fossero conditi con del gambero marino in scatola. Scelsero anche un nome per quella specie di animale domestico da esibizione: lo chiamarono Luigi.

E succedeva spesso che quando si sentiva qualche nuovo avventore ordinare gli spaghetti all’astice, la piazzetta iniziasse a rumoreggiare, in trepida attesa di vedere l’ennesimo ingresso trionfale di Luigi dalle cucine. Durante gli ultimi sabato sera di gloria in cui il locale pullulava di clienti, si poteva assistere anche ad un duplice, triplice ingresso, c’è chi giura di averne visti fino a sei. Pino dopo esser riuscito a rifilare sei astici in un tavolo da dieci iniziò la solita danza per mostrare ad ogni singolo commensale l’unicorno dei mari con cui avrebbe condito i suoi spaghetti. Solo che stavolta fu diverso, quel raro caso di parto esagemellare di crostacei non convinse nessuno. Furono in molti a chiedersi: ma perchè uno per uno? Perchè non li porta tutti insieme? Qualcuno, probabilmente un esperto, arrivò a dire che quegli astici si somigliavano troppo per essere sei animali diversi. Non saprei a me gli astici sembrano tutti uguali. Inutile dire però che per gli scettici fu l’ennesima conferma di ciò che avevano sempre sospettato: nella cucina di Pino, fatta eccezione per Luigi, di astici vivi non c’era neanche l’ombra.

Per qualche tempo continuai ad andarci con lo stesso senso del dovere con cui si va a pranzo dalla nonna. Poi però lo sapete come funzionano queste cose, uno si stufa, vuole provare altro, e poi a Roma è un attimo, ti sposti di mezzo isolato e cambia tutta la percezione e via dei Ramni tutta d’un tratto diventò terra di nessuno e con lei anche la piazzetta immaginata da Pino.

Un giorno preso dalla nostalgia decisi di tornarci, anche solo per salutare chi, a caro prezzo, mi aveva sfamato per un bel po’. Lo trovai insieme a sua moglie e una cameriera seduti ad uno dei tavoli all’esterno, in quello che sembrava un picchetto di protesta contro il niente. Gli andai incontro come un vecchio amico, ma dovetti ingoiare quarantacinque minuti di amarezza e rimostranze che sbattè in faccia come se la colpa del suo imminente fallimento fosse stata mia, il tutto condito da dei mugugni a intervalli regolari emessi dalla moglie. Fui talmente sommerso da quella valanga di rimostranze che ad un certo punto misi in discussione anche il libero arbitrio di cui gode un cliente nel mercato libero dei ristoranti. Ma come- continuava a urlarmi- ti trovavi bene da noi, perchè cambiare? Perchè mangiare altro, altrove? Di tutte le risposte che mi suggeriva il cervello non ne dissi una.

Da allora non ci sono più tornato e il mistero dell’astice nessuno lo ha mai risolto perchè Pino ha chiuso prima, adesso nella piazzetta che aveva immaginato hanno aperto un ristorante pizzeria dedicata a Pitagora, c’è chi giura che lì si mangi la migliore cacio e pepe di Roma, senza l’aggiunta di panna.

 

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