Archivio mensile:settembre 2017

39. Giancarlo

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Giancarlo, condomino modello

Le tue virtù saranno sempre in relazione all’ambiente in cui vivi che le saprà esaltare o fartele dimenticare.

Giancarlo era un condomino modello. 47 anni, single, abitava al primo piano di una palazzina sgarrupata in un posto di passaggio fuori Milano, con un gatto rosso senza un nome. A differenza di altri la sua condizione di uomo solo non l’aveva portato all’abbrutimento. Sempre puntuale nel pagamento delle tasse condominiali, presenza fissa nelle riunioni di condominio, attento e rispettoso delle aree comuni, gentile verso tutti. Giancarlo si era costruito nel tempo una sua condotta in cui ogni giorno trovava una sua pace.

Una quotidianità fatta di differenziata, di sabati all’isola ecologica, di raccolte di pile esauste, di buon giorni e buone sere augurati durante i rari incontri sulle scale, mai ricambiati. Sembrava muoversi come un gattino in una landa desolata di bufali.

Tutto il resto del palazzo viveva come se non ci fossero state altre persone lì dentro, come se quelle porte che decoravano i pianerottoli interrompendo la sequela di scale non custodissero altri mondi, altre famiglie, ma fossero lì per bellezza. Come se tutto il condominio fosse una di quelle case giganti comprate per soddisfare le singole necessità di una famiglia numerosa e che ora accolgono solo l’anziana madre rimasta vedova, costretta a chiudere gran parte delle stanze, relegandosi in salotto.

Nel tempo quel condominio si era trasformato prendendo la forma di tutti gli egoismi che lo abitavano. Una marea di biciclette rugginose invadevano l’androne, il parcheggio condominiale era diventato un cimitero di macchine abbandonate,  i due cassonetti dell’immondizia che facevano la guardia al portone d’ingresso erano sempre ricolmi di qualunque porcheria, talmente schifosa da far dubitare che qualcuno la potesse aver tenuta in casa fino a qualche ora prima. Lavatrici, frigoriferi, televisioni, materassi. Nel raccoglitore dell’umido traboccavano i sacchi di plastica per l’imballaggio delle merci marchiate con il nome del negozio dell’inquilino del terzo piano. Il maresciallo dei carabinieri in pensione, di stanza al quinto piano, amava invece tappezzare il marciapiede con la merda del suo cane corso a cui voleva un gran bene, ma evidentemente non abbastanza per raccogliergli le feci. La vecchia pazza dell’ultimo piano non apriva a nessuno da anni, prima usciva solo per fare la spesa, poi quando ha scoperto la spesa a domicilio si è definitivamente sepolta in casa. Il problema è che nel suo bagno c’è una perdita che negli anni ha provocato un’infiltrazione talmente estesa che adesso la parte di intonaco sano sembra stonare con il resto.

In 8 anni potete capire come non sia stato facile continuare a essere virtuosi in quel contesto, ma Giancarlo non si era mai fatto scoraggiare, con la forza di chi sa di stare nel giusto. Poi è arrivato un mercoledì di fine agosto, con il pulviscolo che sospeso a mezz’aria esaltava gli ultimi raggi del sole, regalando a quella periferia incrostata una cielo arancione lampada di sale. Tornato in casa l’aveva accolto la puzza di una merda fresca con cui il suo gatto senza nome aveva deciso di adornargli il piccolo tappeto kilim dell’ingresso. Sarà stata la stanchezza, la desolazione che gli affollava gli occhi, il sentimento di sconfitta che non riusciva a scrollarsi di dosso o più semplicemente la voglia di una doccia, il fatto è che crollò. Prese il tappeto, ci mise dentro il sacchetto dell’indifferenziata, insieme alla plastica, all’umido e a tutte le pile esauste, creando un bolo di merda, rifiuti e frustrazione. Poi tenendolo fra le mani lo portò giù per le scale, aprì il portone dell’ingresso con il gomito e si fiondò in strada, verso i cassonetti sul marciapiede che lo attendevano già satolli di scarti. Nonostante fosse evidente la mancanza di spazio Giancarlo decise di comunque di provarci tirando da 3 il suo bolo.

  • Ei lei? Ma che diamine fa?

Giancarlo si girò d’istinto, come risvegliato da quella voce autorevole.

  • Ora ho capito chi fa tutto questo schifo
  • No, no, no, non ha capito – iniziò a farfugliare
  • Sì, sì invece mi sembra di aver capito proprio bene
  • No guardi è la…
  • La prima volta, come no! Immagino. Si vergogni, ma a lei piace vivere in questo schifo?
  • No
  • E allora perché diavolo butta la spazzatura in quel modo, ma poi senza neanche un sacchetto, ma cosa ha buttato?

Un vigile urbano. Giancarlo ci mise un bel pò a riconoscere quella divisa, da quelle parti non ne passavano molti.

  • Cosa ha buttato…mi faccia vedere.
  • No, aspetti… – balbettò impotente Giancarlo

Il vigile con una solerzia inusuale prese il tappeto dal mucchio per srotolarlo a terra sul  marciapiede, nel frattempo tutto il palazzo sembrava essersi affacciato, tutti in piedi su quei 2 metri quadri di terrazzo a disposizione. L’ufficiale in bianco iniziò la perquisizione:

  • Pile, plastica, umido…ma…ma..ma questa è MERDA?!
  • MERDA? – urlò Giancarlo sempre più nel panico.
  • Merda – fecero eco i condomini ancora appollaiati sui balconi

Poi secondo sospesi nel silenzio e la sentenza:

  • Beh sono costretto a farle la multa.
  • Va bene, pago io. Per tutti.
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38. Ynes

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

 

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Ynes, la piu’ bella del villaggio

Le avevano disposte in fila lungo le mura della moschea. Il vento caldo alzava la sabbia e il sole sembrava riflesso in ogni roccia e quegli uomini erano spuntati all’improvviso dal deserto cavalcando rumorose Toyota bianche. Le donne si guardavano fra di loro e guardavano Ynes.

Ynes era bella, bella a tutti gli occhi, bella per ogni canone. Ynes era bella fin da piccola, tanto che in molti quando la videro per la prima volta si chiesero se quel dono fosse di buon auspicio, fosse un indizio di una vita felice o un risarcimento anticipato per sopportare meglio le difficolta’ lungo il cammino.

Lì, in fila su quel muro, quella domanda silenziosa che nessuno ebbe mai il coraggio di formulare ebbe la sua risposta. Presero Ynes e nessuno la rivide più.

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37. Aurelia

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Aurelia, romana d’adozione

Avevo una bella casetta in provincia con un bel giardino, tre bagni e un garage. L’ho venduta e ho preso un mutuo trentennale per comprarmi 70 metri quadri nella periferia di Roma.

 

 

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36. Andrea

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Andrea, il deluso

Un bel testo affronta il suo tempo senza paura, una bella canzone affronta il tempo senza paure. Eravamo in una piccola casa di un piccolo paese di provincia nascosto fra le montagne. Lui era il mio mito, conoscevo ogni aspetto della sua vita e tutte le parole di ogni sua canzone, anche di quelle brutte. Lo osservavo in silenzio mentre si preparava del thè bofonchiando sui tempi andati e su tutto ciò che era e adesso non è più.

– L’ Internet, l’internet è la rovina

– Maestro, ma Internet non è niente, è un baule, un sacco vuoto.

– Se non c’era l’internet ci saremmo risparmiati tante cazzate

– Si potrebbe dire lo stesso dei bar di provincia

– Già, ma almeno da lì non uscivano

– E lei dice che era meglio così? Che le gente tornasse a casa convinta che la verità fossero quelle belle parole dopo il sesto bianchino? Adesso almeno se scrivono una cazzata sanno di doversi prendere le responsabilità di ciò che dicono.

– Rimarrano lo stesso convinti che la verità sia la loro, alla stessa maniera di quelli del bar, ma facendo molto più rumore.

Mi dispiaceva, ma non perché la pensasse in modo così diverso da me, ma perché si rivelava un uomo chiuso. Il mio mito si stava rivelando per ciò che era, un uomo in carne ed ossa con i suoi pregi, i suoi difetti e le sue piccole fissazioni. Era colpa mia? Non lo so, ma se non si idealizzano i miti chi si deve idealizzare? Pensavo semplicemente volasse più alto di tutte le piccolezze umane e che da lassù, a quelle quote riuscisse a partorire quelle parole, quelle belle parole in musica.

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