Archivio mensile:giugno 2017

26. Federico

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Federico, vittima di una lattuga

– Federico senti che lattuga fresca del nostro orto che ti ho portato, questa si mangia cruda!

Federico si era costruito negli anni un suo mondo, dove non c’era mai stato spazio per la verdura. Alcuni potrebbero imputare quest’assenza ad una fase infantile mai superata, altri ad un’allergia acuta, ma la realtà era che la verdura non gli piaceva e quindi non la mangiava. Conosceva bene tutte le controindicazioni di una vita senza verdura e le aveva accettate serenamente, il fatto è che ci sono alcune situazioni in cui dire un sì risulta molto più semplice rispetto a spiegare i motivi di un gentile rifiuto.

– Lattuga?

– Sì

– Ah grazie mille, ma questa la metto da parte, troppo preziosa, la userò con parsimonia

– Ma quale parsimonia questa la devi mangiare subito se no si perde la croccantezza..senti, senti – insisteva l’anziana brandendo una foglia fra l’indice e il pollice.

Avrebbe dovuto accettarla, facendo finta di mangiarla come si fa con i bambini, poi, dopo averne tessuto le lodi, l’avrebbe dovuta ringraziare calorosamente prima di sbatterla fuori dal suo giardino. Avrebbe dovuto, ma non lo fece e perseguì, ma gli anziani hanno tempo, troppo più tempo a disposizione.

– Mi fido signora Adelina è che ora proprio la lattuga non mi va

– Ma se è tutta acqua

– Appunto!

– Guarda che la verdura fa bene

– Sì l’ho sentita qualche volta sta cosa

– Guarda che questa non è una di quelle verdure schifose piene di pesticidi eh? Questa l’ho fatta io!

– Adelina guardi non è il fattore pesticidi che mi blocca… è che proprio non mi v…

Non riuscì a finire la frase. La vecchia si era prodigata in un balzo felino, l’ultimo che le sue ginocchia avevano tenuto in serbo per delle eventuali situazioni di emergenza, schiacciandogli in bocca una palla di insalata, fresca, freschissima, del suo orto.

Federico venne preso alla sprovvista, mentre stava riprendendo fiato per concludere il suo ringraziamento, quando quella palletta di lattuga prima dribblò l’epiglottide, poi superata la laringe prese posto nella trachea, bloccandogli la respirazione.

– Allora com’è? – chiese l’anziana non riuscendo a distinguere le figure appannate che si muovevano dentro i suoi occhiali.

Federico era ancora vivo, ma non rispose, impegnato com’era in una disperata lotta contro un nemico invisibile che lo stava uccidendo da dentro, carezzandogli la gola. Morì poco dopo, in un lago di saliva.

 

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25. Claudia

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Che cos’ è in fondo l’homo, per quanto evoluto, se non un punto di vista, una prospettiva su ciò che lo circonda? Certo, poi come tutto, non è mai una cosa sola, sicuramente sarà anche il risultato di una serie di interazioni con l’ambiente in cui vive, il prodotto dell’educazione tramandata dalla sua cerchia sociale, fortemente condizionato dal tipo di esperienze vissute. Ma se avesse dovuto descriverlo in poche parole avrebbe detto che l’uomo in fondo non è che una prospettiva sul mondo che lo circonda.

– Mi dica qualcosa di questa medicina. Dicono sia amara.

– Sì è molto amara, ma le daremo un antivomito e poi le ho portato la cioccolata, come mi aveva chiesto.

– Al latte?

– Al latte.

– E come si chiama?

– La cioccolata?

– No, la medicina.

– Pentobarbital

– Pento…barbital

– Sì, esatto.

– E quanto ce ne vuole

– Dovremo diluirne circa 12 grammi.

– E me lo farà bere lei?

– No, io non posso.

– Bene, farò da me

– Perché non ha voluto nessuno con lei?

– Avrei corso il rischio di farmi ricordare solo per questo.

Non era vero e Claudia lo sapeva, ma sapeva anche che se avesse detto il vero motivo sarebbe potuto saltare tutto. In queste cliniche le regole sono chiare e gli svizzeri alle regole non concedono deroghe.

Non l’aveva voluto lì per paura di potersi pentire. Magari sei lì che hai appena fatto il tuo shottino mortale, incroci quegli occhi scuri d’inchiostro e ti penti, mentre stai morendo. No, non avrebbe mai rischiato di farsi rovinare un momento atteso per anni.

Voleva essere libera, libera di vivere un’altra vita o di non viverla, libera di abbandonare quell’unico punto di vista immobile in cui il suo corpo l’aveva imprigionata.

Bevve d’un fiato guardando dritta dentro un quadro anonimo appeso sulla parente di fronte al suo letto, senza alcuna ritualità, come se quel gesto non comportasse niente, neanche la realizzazione di un sogno covato per anni.

Fuori dalla finestra un vento irascibile staccava le foglie dagli alberi e il neon rifletteva una strana luce ovattata in quella stanza ordinata, con una bella vista su un angolo remoto della Svizzera italiana.

– Speriamo di poter volare. Sarebbe bello se prima di salire in cielo o di sprofondare sotto terra ci concedessero un bel volo.

Claudia si liberò del suo corpo alle 17 e 05, chiudendo gli occhi senza alcun rimpianto.

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24. Mattia

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Mattia, il vento dei treni

Le difficoltà, come gli impegni, vanno affrontate una alla volta, altrimenti rischiano di sommergerci. Però a 15 anni le priorità sono sballate e tutto assume un peso specifico diverso e così Mattia aveva preso l’abitudine di andare a vedere passare i treni, seduto sulla banchina della stazione, dietro casa sua. Non quei lenti e goffi mufloni da rotaia dei regionali, guardava passare i levrieri dell’alta velocità, che passano senza fermarsi, puntando dritti verso Milano o Napoli. Gli piaceva stare fermo sentendo come trasformavano l’aria in vento e in quel passaggio, a 250 chilometri orari, gli sembrava che volassero via anche tanti dei suoi pensieri inutili.

“A volte vorrei che i cattivi pensieri fossero post it. Potremmo attaccarli al finestrino di un treno e vederli partire” aveva scritto con un Uniposca bianco sulla panchina vicino al distributore.

Come spesso accade, la validità del rimedio è inversamente proporzionale alla frequenza del suo utilizzo e così giorno dopo giorno si avvicinava sempre di più alle rotaie.

Era stanco, era una sera di giugno colorata d’arancione, quando decise di tuffarsi oltre la linea gialla, sperando che un treno in corsa potesse portarlo lontano.

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23. Jennifer

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

 

Jennifer, figlia della pubblicità degli anni Novanta

Faccio parte di quelle generazione di cavie da marketing. Noi siamo stati i primi ad essere colpiti in maniera scientifica, nell’ignoranza più totale di chi operava. Ci hanno somministrato pubblicità a dosi massicce prima di affinare le tecniche, ci hanno fatto comprare milioni di cazzate, ci hanno fatto spendere un sacco di soldi per scarpe orrende che i testimonial accettavano di indossare solo dietro lauto pagamento, ci hanno reso schiavi dei gadget, delle ansie di un modello di vita insostenibile di cui siamo i primi complici. Ci hanno bombardato di jingle stravolgendo i nostri orizzonti di conoscenza.

Per me, per anni, “Take five” di Dave Brubeck è stata solo la musica degli spot di Banca Mediolanum e lo stesso vale per “Here comes the Sun”, conosciuta prima come il tappeto musicale delle pubblicità dell’ “Allianz” poi come pezzo dei Beatles e ricordo ancora quando sentendo Chuk Berry cantare “You Never Can Tell” da un’autoradio in mezzo al traffico gridai:

– PAVESINI!

Adesso è diverso, è più subdolo, più ingegnoso, ma meno invasivo, meno ipnotico e crudele degli esperimenti che abbiamo subito noi. Ora ti spiano, non hanno bisogno di aggredirti, ora sanno tutto e sulla base di ciò che gli hai detto, consapevolmente o no, ti propongono loro cosa comprare. A noi tenevano gli occhi aperti a forza, ci bisbigliavano notte e giorno nelle orecchie, ci tendevano agguati nei supermercati. E noi li lasciavamo fare, inseguendo un altro vuoto da riempire.

Almeno io, io che non ho avuto un punto di riferimento educativo che mi potesse offrire un’opportunità a tutto quel mondo inesistente pieno di cose indispensabili. Almeno io che dissi basta, in un giovedì afoso, sgolandomi un intero flacone di candeggina in offerta.

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