17. Francesca

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Francesca, scrittrice senza musa

Ho deciso di diventare una scrittrice perché mi piaceva l’idea. Qualche anno dopo non avevo ancora combinato niente che valesse la pena di far uscire dallo schermo del mio pc. Poi mi innamorai di un tizio del circolo dei citazionisti e scoprii che la letteratura di genere si può sempre millantare. Così iniziai a scrivere un giallo, ma dopo pochi giorni venni messa in crisi da una frase di Baricco pronunciata durante una delle sue serate da egoico in teatro. “Chi non sa cosa scrivere, scrive gialli”. Però il mio giallo era già a metà e all’amore per Baricco preferii i gialli.

Scrivevo di atmosfere color pastello che facevano da sfondo ad una pazza sanguinaria che ancora nessuno, in quattro libri, era riuscita a scoprire. Il mio idolo? Non ne ho più.

Un tempo la mia Virginia Woolf era Carlo Lucarelli ed era perfetto, meglio perfino della Woolf. Perché? Perché è un fine giallista e perché i miti che alloggiano nel mio pantheon li preferisco scegliere vivi. Era perfetto, poi tutto si è rovinato per colpa sua.

Erano mesi che cercavo di trovare un rituale per trovare ispirazione, arrivando perfino ad imitare quelli di altri colleghi illustri. Iniziai dal metodo Capote, ma dopo alcune settimane passate in orizzontale nel tentativo di scrivere, bevendo caffè e fumando quanto non ero abituata a fare, mi ammalai di una tosse invalidante che mi tenne ferma a lungo.

Mi ripresi in tempo per la Fiera del libro dove era atteso Carlo Lucarelli ad un incontro dal titolo ‘Come scrivere un romanzo giallo’ e, appena misero in vendita i biglietti, riuscii ad aggiudicarmi un posto in prima fila. Però sentivo che non mi bastava, volevo andare oltre un banale incontro pubblico dove avrebbe ripetuto segreti già detti ad altre platee. E iniziai ad escogitare un piano per riuscire ad avvicinarlo.

Grazie ad un amico fotografo scoprii dove albergava il maestro, un hotel di lusso degli anni Settanta che, non essendo mai stato ristrutturato da allora, adesso cadeva a pezzi. Decisi di appostarmi in macchina, armata di un cuscino da aereo, in attesa che uscisse per andare a cena, ma dopo quasi 4 ore trascorse a guardare le porte girevoli della hall, intuii che il maestro aveva preferito saltare la cena o cenare nel ristorante dell’albergo.

Uscì la mattina successiva, verso le 7 e 30, nonostante il suo discorso fosse atteso alle 14. Lo seguii fin dentro ad un bar dove venne affiancato da un signore basso, con gli occhiali tondi e una chierica spettinata di un bianco nuvola. Non mi feci intimidire e mi misi dietro di loro, in fila alla cassa, sperando di carpire qualche sana abitudine per la creatività o un segreto intimo per richiamare la musa ispiratrice.

“Allora Carlo? Ti vedo in fortissima!”

“Non me ne parlare sono mesi che non mangio come si deve”

“Che dieta fai?”

“Una dieta ferrea tutta basata sulle verdure, ma non è tanto quella. E’ la cyclette! La cyclette fa la differenza”

“E quanto fai”

“Un’ora”

“Un’ora? Ma è tanto. Dove lo trovi il tempo”

“L’ho messa in salotto così la sera quando torno a casa mi metto in tuta e pedalo in salita mentre guardo una puntata di qualche serie tv. Un’ora mi sembra che voli”

Uscii di corsa dal bar e forse qualcuno mi vide, ma non ressi allo shock. La sua immagine in tuta mentre sudava davanti a Modern Family fu troppo forte e mi resi subito conto che non aveva più i requisiti per stare dentro il mio pantheon.

Adesso non scrivo più, mi faccio tante domande inutili e cerco fra i vivi qualche eroe.

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