Archivio mensile:aprile 2017

17. Francesca

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

Servizio-di-scrittura-a-pagamento

Francesca, scrittrice senza musa

Ho deciso di diventare una scrittrice perché mi piaceva l’idea. Qualche anno dopo non avevo ancora combinato niente che valesse la pena di far uscire dallo schermo del mio pc. Poi mi innamorai di un tizio del circolo dei citazionisti e scoprii che la letteratura di genere si può sempre millantare. Così iniziai a scrivere un giallo, ma dopo pochi giorni venni messa in crisi da una frase di Baricco pronunciata durante una delle sue serate da egoico in teatro. “Chi non sa cosa scrivere, scrive gialli”. Però il mio giallo era già a metà e all’amore per Baricco preferii i gialli.

Scrivevo di atmosfere color pastello che facevano da sfondo ad una pazza sanguinaria che ancora nessuno, in quattro libri, era riuscita a scoprire. Il mio idolo? Non ne ho più.

Un tempo la mia Virginia Woolf era Carlo Lucarelli ed era perfetto, meglio perfino della Woolf. Perché? Perché è un fine giallista e perché i miti che alloggiano nel mio pantheon li preferisco scegliere vivi. Era perfetto, poi tutto si è rovinato per colpa sua.

Erano mesi che cercavo di trovare un rituale per trovare ispirazione, arrivando perfino ad imitare quelli di altri colleghi illustri. Iniziai dal metodo Capote, ma dopo alcune settimane passate in orizzontale nel tentativo di scrivere, bevendo caffè e fumando quanto non ero abituata a fare, mi ammalai di una tosse invalidante che mi tenne ferma a lungo.

Mi ripresi in tempo per la Fiera del libro dove era atteso Carlo Lucarelli ad un incontro dal titolo ‘Come scrivere un romanzo giallo’ e, appena misero in vendita i biglietti, riuscii ad aggiudicarmi un posto in prima fila. Però sentivo che non mi bastava, volevo andare oltre un banale incontro pubblico dove avrebbe ripetuto segreti già detti ad altre platee. E iniziai ad escogitare un piano per riuscire ad avvicinarlo.

Grazie ad un amico fotografo scoprii dove albergava il maestro, un hotel di lusso degli anni Settanta che, non essendo mai stato ristrutturato da allora, adesso cadeva a pezzi. Decisi di appostarmi in macchina, armata di un cuscino da aereo, in attesa che uscisse per andare a cena, ma dopo quasi 4 ore trascorse a guardare le porte girevoli della hall, intuii che il maestro aveva preferito saltare la cena o cenare nel ristorante dell’albergo.

Uscì la mattina successiva, verso le 7 e 30, nonostante il suo discorso fosse atteso alle 14. Lo seguii fin dentro ad un bar dove venne affiancato da un signore basso, con gli occhiali tondi e una chierica spettinata di un bianco nuvola. Non mi feci intimidire e mi misi dietro di loro, in fila alla cassa, sperando di carpire qualche sana abitudine per la creatività o un segreto intimo per richiamare la musa ispiratrice.

“Allora Carlo? Ti vedo in fortissima!”

“Non me ne parlare sono mesi che non mangio come si deve”

“Che dieta fai?”

“Una dieta ferrea tutta basata sulle verdure, ma non è tanto quella. E’ la cyclette! La cyclette fa la differenza”

“E quanto fai”

“Un’ora”

“Un’ora? Ma è tanto. Dove lo trovi il tempo”

“L’ho messa in salotto così la sera quando torno a casa mi metto in tuta e pedalo in salita mentre guardo una puntata di qualche serie tv. Un’ora mi sembra che voli”

Uscii di corsa dal bar e forse qualcuno mi vide, ma non ressi allo shock. La sua immagine in tuta mentre sudava davanti a Modern Family fu troppo forte e mi resi subito conto che non aveva più i requisiti per stare dentro il mio pantheon.

Adesso non scrivo più, mi faccio tante domande inutili e cerco fra i vivi qualche eroe.

Contrassegnato da tag , , , , ,

16. Guido

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

Guido, arbitro dalla nascita

Arbitri si nasce, lo si diventa solo se si è particolarmente inclini al masochismo.

Fin da bambino mi sono accorto che far rispettare le regole del gioco mi interessava molto di più del gioco stesso e mentre gli altri si affaccendavano a scegliersi l’un l’altro per fare le squadre, io contavo i passi che dividevano i pali improvvisati delle due porte, pronto ad assumermi il ruolo più delicato.

Con il passare del tempo nulla cambiò e quando, da adolescenti, ci trovavamo per guardare le partite, gli altri si esaltavano davanti alle giocate del beniamino di turno, io guardavo l’arbitro. Non me ne capacitavo come non potesse essere affascinante anche per gli altri, con quella sua divisa diversa da tutti, destinato a inseguire la palla per 90 minuti senza poterla mai toccare.

Un uomo solo dentro al campo concentrato a controllarne altri 22, custode e garante delle regole, una figura senza epica di contorno, con l’unica speranza di rendersi invisibile per non diventare il bersaglio di tutti.

Ecco perché dopo aver fatto il corso e conseguito il patentino, ho iniziato ad arbitrare. Non mi sono mai pentito, neanche di fronte alle minacce che scoccavano da qualche gradinata scalcinata o agli sputi di un dieci improvvisato.

Non mi pento neanche adesso che sento scivolare via la vita sotto ai calci e ai pugni di un’intera squadra su questo campetto terroso senza spalti. Perché per quanto possano picchiare, quello era rigore e tale rimane, anche senza moviola. E poi arbitri si nasce.

Contrassegnato da tag

15. Sasha

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

2027741_semaforo_rosso_generica

Sasha, l’incauto

Passare con il rosso è una di quelle che non si dicono, ma si fanno. E scusate se può suonare come una giustificazione tardiva, ma il mio era scattato da così poco che si potevano ancora vedere le ultime luci dell’arancione. Sarò andato al massimo a 80 all’ora, d’altronde dovetti accelerare per non rischiare di passare con il rosso, non avevo appuntamenti, volevo solo tornare a casa. Poi un Suv grigio e un volo di 20 metri, il resto lo fece il casco allacciato alla gola, per non sciupare il gel.

 

Contrassegnato da tag ,

14. Giovanni

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

acqua_pura_alcalina_ionizzata

Giovanni, lo stufo

Ci sono certe cene che vanno fatte, almeno così hanno sempre detto nell’ambiente. Se vuoi lavorare, certe cene vanno fatte, per intessere relazioni, fare amicizie interessate, trovare nuovi agganci, insomma almeno un paio di volte al mese ci si deve sottoporre a questa fiera della falsità.

Ed io così ho fatto, con una certa costanza e diligenza senza saltarne una negli ultimi 35 anni della mia vita, diventando l’animatore discreto della gran parte di quelle serate. Officiavo le messe a tavola e indirizzavo le processioni di iban verso il cocktail bar dove fra un bicchiere e tanto ghiaccio stringevo amicizie, allargavo il giro, facilitavo e concludevo accordi; oltre ad accollarmi l’onere organizzativo del burraco di beneficienza, il mercante in Fiera natalizio e tutte le manifestazioni sportive: dal torneo di calcetto a quello di tennis.

Il fatto è che quella sera non ne potevo più, sarà stata la giornata intensa, gli acciacchi alla schiena o che più semplicemente, senza che me ne fossi accorto, si era colmata la misura della mia pazienza. Notavo tutte quelle cose che avevo sempre notato nel corso degli anni, ma stavolta le vedevo tutte assieme a formare una squallida coreografia fatta di pelle cadente truccata, di gioielli polverosi tirati fuori per l’occasione che a fine serata torneranno al buio delle loro casseforti, di abiti con le spalline e posture impostate.

E poi quelle conversazioni di chi si conosce troppo per stare in superficie e troppo poco per andare veramente a fondo. La crisi, gli extracomunitari, i figli che non facciamo più e quelli degli altri che sono sempre di più, l’ignoranza degli altri, il nostro talento non valorizzato, le stagioni che cambiano, l’importanza di mangiare sano. E quando arrivarono ai complimenti per l’eleganza dei bicchieri, presi la palla al balzo e con un salto felino ne afferrai uno e dissi:

– Io signori vi saluto e annego in questo elegante bicchier d’acqua. Ci vediamo di là! – inspirai tutta l’acqua dal naso facendola scendere nei polmoni, poi iniziai a rantolare, come un tonno appena pescato, sul marmo di quell’elegante sala da pranzo.

Contrassegnato da tag , ,