11. Claire

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Claire, Daredevil selfiewoman

Era il punto più alto della città, almeno quando sono salita io era il punto più alto della città, magari adesso non lo è più. Ormai in città alzano grattacieli seguendo un avveniristico piano regolatore segreto che vorrebbe creare spettacolari giochi di luce col sole.

Ero arrivata in cima con qualche nube, ma il meteo mi aveva rassicurato sul fatto che ci sarebbe stata una schiarita nel primo pomeriggio, questione di minuti, e così iniziai a prepararmi.

Tirai fuori la pedana in legno e la fissai alla base in cemento per ombrelloni che avevo rubato fuori da un pub chiuso per lutto, poi passai al binario. Era una struttura leggera composta da due parti: una base spessa 5 cm per fissare la rotaia all’asse di legno e due braccetti di 60 cm l’uno che sostenevano la parte finale di un selfie stick.

L’ho costruita per scattare l’ultima foto del mio primo album di fotografia I’ve an angel, una serie di autoscatti sospesa nel vuoto. Stavolta però volevo che si vedessero le mie mani libere, volevo che guardando l’ultima foto ci si chiedesse chi fosse il vero fotografo, se fosse davvero un selfie, volevo che fecesse nascere il dubbio su chi l’avesse scattata, il dubbio che tutto il lavoro fosse in realtà un fotomontaggio.

Un’idea è niente se non la porti a compimento. E’ bello pensare di unire un paese alla montagna, ma poi devi avere la pazienza e la forza di volontà di Maria Lai per farlo.

Volevo dare una nuova visione delle cose, anche se non sapevo bene ancora quale.

Ve lo ricordate come inizia Underground di Kusturica? E la composizione simmetrica di Kubrick? Avete mai fatto caso alla carrellata di Scorsese alla fine della sparatoria in Taxi Driver?

Ci hanno regalato prospettive magnifiche, luoghi privilegiati per osservare una storia, occhi nuovi per guardare quella porzione di mondo che la camera ha selezionato per noi. Anche io, volevo farlo anche io.

Era tutto pronto. Mi distesi sull’asse di legno e scivolai lungo il binario posizionandomi esattamente sotto l’obiettivo frontale del cellulare. Sentivo il vuoto sotto di me, non mi aveva mai fatto quell’effetto ghiaccio lungo la spina dorsale. Invece stavolta li sentivo uno per uno quegli 80 piani riempiti a correnti ascensionali e moquette polverose, ma tanto le foto sono vere solo quando sono rubate. Quelle che scattiamo noi mentono come bambini.

Impostai la fotocamera e mi slanciai in avanti in preda ad un entusiasmo fabbricato sul momento, forse troppo, infatti l’asse si inclinò e mi sentii scivolare senza avere neanche il tempo per cercare qualcosa da afferrare. Iniziai la mia discesa, un salto a testa in giù lungo, talmente lungo che prima di schiantarmi sul marciapiede come un uovo fresco ebbi il tempo di smaltire la paura iniziale e maledirmi per non essere riuscita nemmeno a scattare l’ultima foto.

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