Archivio mensile:marzo 2017

13. Felice

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Felice, Ferrarista per una notte

Quando aprii gli occhi mi ritrovai a terra, guancia a guancia con il finto cotto di quel lurido appartamento, la corda ancora attaccata al collo e la televisione accesa che trasmetteva un’intervista di Maurizio Costanzo a Francesco Totti.

– Costanzo più invecchia e più assomiglia a Jabba the Hutt di Guerre Stellari – fu la prima cosa che pensai, poi nel goffo tentativo di rialzarmi scoprii che nella caduta mi ero slogato la caviglia destra.

Il dolore era troppo forte e decisi di rimandare il mio suicidio al giorno successivo. Mi tolsi la corda dal collo, rimisi a posto la sedia e cercai di riattaccare la lampada al soffitto prima di infilarmi sotto la doccia.

La mattina avevo ricevuto un invito a cena da un’amica d’infanzia con la quale ogni tanto ci divertivamo a sfogare vecchi istinti in qualche hotel del centro. Invito a cui non avevo ancora risposto e a cui credevo di non dover più rispondere, prima che cedesse quella lampada da quattro soldi comprata dalla mia ex.

Erano quasi le sette, ma decisi di provarci comunque. Le scrissi un sms, in barba a tutte quelle stramaledette app di messaggistica istantanea criptata dove ti fanno anche l’esame del colon. L’sms parte nel niente, come un piccione viaggiatore in cerca del destinatario.

Non mi dice se visualizzi, ma non rispondi o se non visualizzi pur essendo online, no lui porta il suo messaggio senza romperti i coglioni, senza chiederti niente in cambio.

“Alle 8 solito posto?”

“Sei in ritardo” – dopo neanche un minuto.

“Di quanto?”

“Di poco, ma che importa, sempre in ritardo sei.”

“Lo sai che non si mette il punto alla fine di un messaggio?”

“Perché?”

“Perché trasmettono la sensazione che tu voglia tagliar corto la comunicazione”

“Allora era perfetto. PUNTO”

“Sei arrabbiata?”

“Beh potevi degnarti di rispondermi”

“Ho avuto una pessima giornata”

“Tutti le abbiamo”

“Come posso farmi perdonare?”

“Alle 9 da me. Mi vieni a prendere con un macchina sportiva, mi porti a cena in un ristorante di lusso e mi porti a ballare”

Non seppi come risponderle, feci due calcoli degli ultimi soldi rimasti, mi dissi che poteva essere l’ultima grande chanche che mi sarei dato, un’inaspettata rinascita che mi avrebbe fatto tardare all’appuntamento che mi ero dato per il giorno dopo.

Affittai un Ferrari 458 DCT Speciale rossa come il sangue con una carta di credito che in caso di incidente non avrebbe coperto nemmeno il costo di uno specchietto, prenotai un tavolo all’unico stellato presente in zona e andai a prenderla.

Lo spettacolo che andò in scena fu perfetto nella sua finzione, a fine serata ci trovammo sudati in mezzo ad una pista affollatissima, dove più che ballare ci si strusciava l’un l’altro come maiali d’allevamento intensivo.

Sarà stata quella serata condita di un vento caldo d’inizio estate, sarà stato il rombo del motore o la sua leggerezza quasi infantile che spazzava via ogni problema, ma ebbi la netta sensazione di essere rinato. E così spinto dal momento, lasciai l’acceleratore, abbassai la musica della radio, la guardai negli occhi non perdendo di vista la strada e le dissi:

“Smettiamo di giocare, vieni a salvarmi”

Non ci pensò un secondo, non sembrò minimamente spiazzata, come certi cultori di gialli che per quanto puoi ingegnarti a confondere, capiranno sempre in anticipo chi è l’assassino.

Mi sbattè in faccia un sorriso e disse: “Ma tu sei matto! No grazie a me piace così, a piccoli sorsi” disse con tutta la superficialità che custodiva in corpo.

Ero un cioccolatino, anzi ero la ciliegia alcolica dentro il cioccolatino, il vizietto da concedersi ogni tanto per non rischiare la canonizzazione. Spinsi forte sull’acceleratore, scalai una per una tutte e sette le marce del cambio elettroidraulico a doppia frizione, la strada si stringeva metro dopo metro, iniziò ad urlare che non avevamo ancora superato i 180 chilometri all’ora.

Eravamo due anime spente su un motore V8 da 4497 cm cubici di cilindrata con 605 cavalli che puntavano ai 300 chilometri all’ora su una declassata di provincia.

Non saprei dire a che ora avvenne lo schianto, la notte sembrava spengersi, ma il turno del mattino non era ancora arrivato, poi quella curva e il volo, quando atterrammo eravamo già carne e lamiere.

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12. Leo

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Leo, il perfezionista spaesato

“Ma voi ci capite qualcosa? Siete ancora in grado di prendere certe curve così importanti a questa velocità? Ma a voi sembra normale che tutto continui a peggiorare? Secondo voi qual è la causa? La mancanza di soluzioni? No, perché le soluzioni ci sono e le sappiamo tutti. Quindi? Cos’è che ci siamo persi? Dov’è il nostro tempo?

Io voglio avere il tempo. Il tempo di crescere, di formarmi, di capire dove indirizzare la mia vita per poi cambiare idea e strada, il tempo per conoscere qualcuno con cui costruire una famiglia, avere il tempo per decidere e non dover tornare indietro, ma visto che le cose cambiano e le persone pure, avere il tempo in caso decidessi di farlo.

Qui no, non è possibile. Qui devi costruirti una vita magnifica al primo colpo, arrivare in fondo a mille all’ora senza neanche un graffio sulla carrozzeria, ma chi ci riesce? ”

Cosa vi ha lasciato? Ci ha lasciato un biglietto scritto a mano, una finestra aperta e il suo corpo schiantato nel cortile interno del nostro condominio, davanti a tutti; questo ci ha lasciato.

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11. Claire

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Claire, Daredevil selfiewoman

Era il punto più alto della città, almeno quando sono salita io era il punto più alto della città, magari adesso non lo è più. Ormai in città alzano grattacieli seguendo un avveniristico piano regolatore segreto che vorrebbe creare spettacolari giochi di luce col sole.

Ero arrivata in cima con qualche nube, ma il meteo mi aveva rassicurato sul fatto che ci sarebbe stata una schiarita nel primo pomeriggio, questione di minuti, e così iniziai a prepararmi.

Tirai fuori la pedana in legno e la fissai alla base in cemento per ombrelloni che avevo rubato fuori da un pub chiuso per lutto, poi passai al binario. Era una struttura leggera composta da due parti: una base spessa 5 cm per fissare la rotaia all’asse di legno e due braccetti di 60 cm l’uno che sostenevano la parte finale di un selfie stick.

L’ho costruita per scattare l’ultima foto del mio primo album di fotografia I’ve an angel, una serie di autoscatti sospesa nel vuoto. Stavolta però volevo che si vedessero le mie mani libere, volevo che guardando l’ultima foto ci si chiedesse chi fosse il vero fotografo, se fosse davvero un selfie, volevo che fecesse nascere il dubbio su chi l’avesse scattata, il dubbio che tutto il lavoro fosse in realtà un fotomontaggio.

Un’idea è niente se non la porti a compimento. E’ bello pensare di unire un paese alla montagna, ma poi devi avere la pazienza e la forza di volontà di Maria Lai per farlo.

Volevo dare una nuova visione delle cose, anche se non sapevo bene ancora quale.

Ve lo ricordate come inizia Underground di Kusturica? E la composizione simmetrica di Kubrick? Avete mai fatto caso alla carrellata di Scorsese alla fine della sparatoria in Taxi Driver?

Ci hanno regalato prospettive magnifiche, luoghi privilegiati per osservare una storia, occhi nuovi per guardare quella porzione di mondo che la camera ha selezionato per noi. Anche io, volevo farlo anche io.

Era tutto pronto. Mi distesi sull’asse di legno e scivolai lungo il binario posizionandomi esattamente sotto l’obiettivo frontale del cellulare. Sentivo il vuoto sotto di me, non mi aveva mai fatto quell’effetto ghiaccio lungo la spina dorsale. Invece stavolta li sentivo uno per uno quegli 80 piani riempiti a correnti ascensionali e moquette polverose, ma tanto le foto sono vere solo quando sono rubate. Quelle che scattiamo noi mentono come bambini.

Impostai la fotocamera e mi slanciai in avanti in preda ad un entusiasmo fabbricato sul momento, forse troppo, infatti l’asse si inclinò e mi sentii scivolare senza avere neanche il tempo per cercare qualcosa da afferrare. Iniziai la mia discesa, un salto a testa in giù lungo, talmente lungo che prima di schiantarmi sul marciapiede come un uovo fresco ebbi il tempo di smaltire la paura iniziale e maledirmi per non essere riuscita nemmeno a scattare l’ultima foto.

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10. Carlo

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Carlo, giocatore occasionale

Odio le frasi fatte, eppure, quando mi sono trovato a dover definire la mia esistenza, sono sempre ricorso al più classico dei: “Una vita di sacrifici”. Forse, anche per questo, ho iniziato a sopportare mal volentieri anche i sacrifici, nonostante mancasse ancora molto per la pensione.

La mia vita è stata un treno in corsa che non ha mai cambiato binario e tutte le volte che ho provato ad azionare lo scambio l’ho sempre fatto in ritardo, quando anche l’ultimo vagone era già passato.

Ma la mia vecchiaia no. Non volevo morire in un appartamento in periferia contandomi i soldi in tasca, volevo scialare, volevo godermi questa esistenza senza gioventù, volevo far star bene i miei cari, far studiare mia figlia, curare mia moglie, far morire dignitosamente i miei.

E’ così che decisi di prendere tutti i nostri risparmi, lasciando un biglietto. O torno vincitore o non torno, anche perché non saprei con quale faccia tornare.

Casinò di Campione, Campione d’Italia ore 22 e 35

Ho vinto all’ultima mano di un Paroli semplice giocato sull’onda del terzo Manhattan, quando una voce muta mi suggerisce lo straight della vita: tutto sul 26. Vincita potenziale: 35 volte la posta. Percentuale di vittoria: 2,70%.

Se mi alzassi da questo tavolo farei una delle cose più intelligenti che abbia mai fatto nell’ultimo anno e mezzo, ma le mani si sono incollate al velluto.

–  Messieurs faites vos jeux!

Sposto le fiches come fossero fanti di un’armata, li faccio puntare sul 26 e lì si accampano fino al:

– Rien ne va plus!

Si gioca. La pallina inizia la sua corsa in senso contrario, ma è una traiettoria strana, un satellite sbilenco che infatti sbatte contro i bordi del 3, rimbalza contro l’asta prima di prendere il volo fuori dal tavolo, finendo tra la folla appoggiata coi gomiti al bancone del bar.

– Calma signori, puntata annullata, scusate non è mai successo. Si riaprono i giochi, potete riprendere le fiches o lasciarle sul tavolo per una nuova puntata.

E’ un segno. Non succede mai. Ho paura. Sposto le mie truppe sul rosso. La vincita si abbassa: 2 volte la posta, ma la percentuale di vittoria si impenna: 48, 64%. Alla fine è l’azzardo figlio dell’ingordigia che uccide il giocatore, non la prudenza.

– Rien ne va plus

La pallina torna a girare, questa volta con un movimento fluido all’interno del suo binario, poi la giostra inizia a rallentare e quella sfera d’avorio lucido sembra proprio che stia puntando sul 9 rosso, ma forse viaggia troppo spedita.

Due giri, tre, così veloci e fluidi che rimango con lo sguardo fisso al centro e un quarto lento, lentissimo che mi riporta l’attenzione su quella piccola luna bianca che ha in mano tutto il mio destino. La roulette è ciclica, come la vita, come la moda, e rieccoci sul nove, fermati dove vuoi, basta che lo fai in una di quelle tane rosse: 18, 7, 12, 3, fai quello che ti pare, ma sarebbe brutto se con tutta questa scelta ti fermassi altrove.

– 26

Ventisei. Forse alla fine non è l’ingordigia che uccide un giocatore, non è la prudenza a salvarlo, è la costanza, ma lo dovevo capire. Nessuno però dica che era prevedibile, che ci si poteva aspettare, perché se avessi avuto fede in me e in quella vocina, adesso ero ricco e voi ve ne stavate zitti sul vostro divano Ikea a leggere la mia storia su Forbes.

Però mi sta bene, in fondo la roulette è come la vita, non la puoi scegliere, ma puoi cambiarla se riesci ad azionare con tempismo i deviatoi, è come la moda, figlia di un caso fortuito, un’intuizione che devi saper ascoltare e a cui devi rimanere fedele a tutti i costi.

Mi sento in colpa solo per i miei, per mia moglie e mia figlia e per quel tizio con la Mercedes che ho trasformato in un assassino, sfasciandogli la macchina con un disperato guizzo di testa all’uscita dal Casinò.

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