Archivio mensile:ottobre 2015

Ritorno al Futuro

Il futuro è arrivato, ma ci ha trovati solo qualche passo più in la.

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Il Maker Faire e la location sbagliata

Si è chiusa domenica l’edizione 2015 del Maker Faire di Roma che ha fatto registrare più di 100mila visitatori che hanno affollato gli oltre 300 stand allestiti negli spazi dell’Università La Sapienza di Roma.

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Un’edizione iniziata con le cariche della polizia davanti all’ingresso di piazzale Aldo Moro, manganellate agli studenti che chiedevano di entrare nella propria Università senza dover pagare il biglietto, che fosse 10 euro, 4 o 2 poco importa, quello che conta è che non sono stati fatti entrare e per convincerli a non rovinare la fiera sono stati prima caricati e poi, in cinque, sono stati arrestati.

La governance della Sapienza non è stata minimamente colpita dagli arresti di cinque suoi studenti ed è rimasta in silenzio, senza che le ragioni dei movimenti venissero prese in considerazione nemmeno per un secondo:

1- l’ingresso gratuito per gli studenti e per le studentesse;

2- la possibilità di ricavare dentro la fiera uno spazio autogestito in cui esporre la loro idea di innovazione;

3- trasparenza nella gestione degli introiti;

Il rettorato ha rifiutato l’incontro, eppure tanto si è parlato in questi tre giorni di stringere i rapporti fra l’università, gli studenti e le imprese, ma evidentemente non si faceva riferimento a tutti gli studenti, ma solo alcuni, magari quelli più carini, quelli più silenziosi o semplicemente i paganti.

Intendiamoci nessuno è contro i maker, né tanto meno contro manifestazioni che offrono una vetrina a quella miriade di buone idee che hanno trovato una loro declinazione in progetti veramente innovativi, ciò che lascia più di qualche perplessità è la modalità con cui l’università ha deciso di gestire l’intero evento. Solo questo è il problema, niente altro, anche perché ai metodi spicci della forze dell’ordine oramai siamo abituati, perché mai non avrebbero dovuto cogliere l’occasione di un pretesto inesistente per arrestare un paio di personaggi a loro scomodi?

Astraiamoci. Un evento, finanziato da privati, affitta, per 300mila euro circa, gli spazi esterni di un’università pubblica, fino a qui niente di male, anzi, questo succede in migliaia di atenei in tutto il mondo e spesso rappresenta un modo per far incontrare gli studenti con il mondo del lavoro. Il fatto è che si decide di far pagare un biglietto all’ingresso, seppur ridotto, a quegli stessi studenti che pagano ogni anno la retta all’università, si decide di non avere bisogno del personale mandandolo in riposo per una giornata, che di conseguenza non verrà retribuita, e si sospendono le lezioni del venerdì. Lecito, solo un po’ curioso che tutto questo venga deciso senza consultare nessuno, senza calcolare minimamente i disagi che hanno avuto sia i lavoratori che gli studenti. Una cosa del genere sarebbe stata inattaccabile in un’università privata, ma il fatto di essersi verificata in un’università pubblica cambia il quadro.

Qualcuno potrà obiettare che anche le piazze, che sono luoghi pubblici, vengono affittate e chiuse al pubblico da privati, ma davvero è un paragone che non regge almeno che non si voglia mettere sullo stesso piano la funzione educativa dell’università pubblica con una piazza. La Sapienza non è solo uno spazio pubblico, è un’università pubblica, il luogo deputato alla formazione dei cittadini, un luogo che appartiene a tutti, dove anche chi non è iscritto può seguire le lezioni, ecco perché una decisione del genere sarebbe stata opportuna prenderla dopo una vera consultazione.

Il Maker Faire è un evento bellissimo, dove basta girare per gli stand per capire quanto la fuga dei cervelli non abbia ancor intaccato la creatività, l’ingegno e la voglia di fare in questo paese, ma se fosse stato organizzato alla Fiera di Roma avrebbe avuto una vetrina migliore, più grande e con un ingresso ridotto per gli studenti avrebbe adempiuto alla mission educativa, risparmiandosi così una location di mera immagine, tanti problemi e cinque arresti.

Edoardo Romagnoli

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Il sabato del コスプレ

Di tutte le religioni la più lungimirante nella scelta del giorno di riposo è stata sicuramente l’ebraismo che, prevedendo prima la nascita poi la repentina ascesa del calcio domenicale, ha optato per il sabato.

Secondo la tradizione ebraica fu Dio a riposare per primo il Sabato ed anche per questo che lo Shabbat è la festività più importante dell’ebraismo e la pena biblica prevista per la sua violazione è la più severa nel suo genere. Talmente importante da non essere scritto solo una volta, ma ribadito più e più volte sia nella Torah, sia nei Dieci comandamenti, nell’Esodo, nel Levitico e se non bastasse viene anche ripetuto dal profeta Isaia.

Non sono ebreo, ma sulla questione sabato sono totalmente d’accordo con quanto è scritto nella Torah, dovrebbe essere la giornata del nulla, dovrebbe passare lungo e noioso come un funerale di domenica mattina, una questione su cui non transigere, sopratutto se il tuo contratto di lavoro non prevede gli straordinari pagati.
Ed è proprio grazie alla mia intransigenza che sabato a mezzogiorno mi sono ritrovato immerso in una fila infinita davanti all’ingresso Nord della Fiera di Roma, immerso fra Cosplay, magliette di Star Wars in versione Lego e adolescenti sudaticci di 2 metri e mezzo, sventolando un accredito stampa nella vana speranza di guadagnare l’entrata.
Sarà perchè faccio parte di quella generazione che ha avuto il sonno rovinato per colpa del Batman di Tim Burton e di Danny De Vito versione Pinguino, ma devo ammettere che è dal 1992 che le maschere horror mi mettono a disagio.
Per fortuna in quel film non c’era solo Danny De Vito, ma anche Michelle Pfeiffer in versione latex nei panni di Catwoman e anche lei ha lasciato dei segni simili a solchi di aratro nel mio subconscio. Graffi che bruciano come candeggina sugli occhi ogni volta che vedo una donna mascherata, condizione che fortunatamente non si presenta così spesso.
E’ stato con questo ossimoro emotivo che ho affrontato il Romics fra spade samurai e stand di acqua calda dove sciogliere brodi in polvere giapponesi. E non è stato facile.

Sabato 3 Ottobre – Fiera di Roma

L’asfalto è bollente e mi pervade la netta sensazione che questo sarà uno degli ultimi sabati così caldi e mi rode ancora di più sapere che le ultime ore di un’estate ormai morta le dovrò passare qua dentro, ma non ho ancora finito di rosicare quando incrocio due Iron Man sulla quarantina che sistemano gli ultimi dettagli usando la bauliera di una Opel Corsa come guardaroba e capisco che sarà un pomeriggio lungo, molto lungo.

Superata la fila da esodo mi accolgono due zombie seduti l’uno di fronte all’altro intenti a trangugiarsi un panino prosciutto e fontina, l’uno imbocca l’altro facendo attenzione a non rovinargli il trucco, non faccio in tempo a girarmi e un incrocio fra una tarantola e una drag queen mi passa accanto lasciando una scia di vaniglia ed è un attimo che Catwoman torna a graffiare.

Giro per i padiglioni con la curiosità della zia indigente che guarda tutto e non compra niente, tentenno solo davanti allo stand dei droni, ma vogliono 20 euro per la misura microscopica e 80 per quelli grandi con la telecamera e il telecomando che funziona fino a 150 metri di distanza, nessuno dei due mi convince fino in fondo e non avendo una buona risposta da dare alla domanda:”Cosa te ne farai?”, decido di desistere.

Scopro con meraviglia che evidentemente si devono fare i soldi anche vendendo lentine colorate, utili per tutte quelle occasioni in cui è richiesto avere la pupilla bianca o a forma di pericolo radioattività, avanzo fra stand di cibo giapponese liofilizzato, stampanti 3d e katane giapponesi, mi guardo intorno come se fossi a Dismaland il parco giochi di Bansky e scopro che in fondo non è per niente male. L’unica pecca è che i cosplayer sono in minoranza rispetto alle migliaia di curiosi in borghese o a quelli totalmente fuori tema come il tizio che continuava a fare su e giù per il padiglione numero 3 vestito da Austin Powers, ma a quanto mi dicono sono in netta crescita rispetto all’anno scorso e ciò fa ben sperare per l’anno prossimo. Sono sicuro che sarebbe tutta un altro ambiente se in questi tre giorni alla Fiera di Roma vigesse un rigido code dress che obblighi i visitatori a presentarsi vestiti da anime all’ingresso.

Tento di rompere gli ultimi mattoni della mia diffidenza avvicinando un centauro con ascia annessa e in cuor mio sono convinto che tutti i miei timori si riveleranno realtà e che finirò a parlare con un esaltato che nitrisce e scalcia proprio come l’eroe del suo videogioco preferito, ma scopro con sommo stupore di aver sbagliato ancora una volta, il tipo mi risponde, è un ragazzo, un semplice ragazzo e mi parla con la voce pacata di certe conversazioni cordiali che si fanno aspettando il bus su una banchina isolata. Mi dice che ha speso 250 euro, che ha lavorato per mesi, nei ritagli di tempo, sopratutto nei week end, per essere pronto oggi, mi fa un breve riassunto della giornata precedente allegandoci qualche considerazione sulla pioggia che stava per rovinare la giornata, sono curioso, vorrei saperne di più, ma di colpo, come un conato, mi risale su tutto il bigottismo e cado nella paranoia che qualcuno possa vedermi parlare con un tizio metà guerriero, metà cavallo e mi allontano.

Mi fermo solo per guardare negli occhi un cecchino in mimetica appostato dentro un cespuglio nel giardino della fiera, voglio solo fargli capire che l’ho visto e se l’ho visto io lo possono vedere tutti, ma lui mi ignora fingendo che non sia successo niente e allora proseguo a passo svelto verso l’ignoto. C’è un sacco di gente fuori dai padiglioni, ma a rapirmi l’attenzione è un signore, avrà sessant’anni e si aggira per la fiera vestito da Heihachi Mishima di Tekken 3 assieme a Paul Phoenix, fuori dai padiglioni c’è anche tanta gente che aspetta e fra loro trovo un ragazzone di due metri con una pelliccia addosso, mi spiega che è vestito come un personaggio dei Vikings, una serie televisiva canadese, e che conciato in quel modo gli è impossibile entrare a vedere gli stand. Stessa storia anche per YMIR “scritto ipsilon MIR”, personaggio di SMITE, videogioco multiplayer per pc, che dopo essere stato mesi a incollare e verniciare cartoni da imbianchino adesso è bloccato nel giardino antistante perchè non riesce ad entrare vestito in quel modo e si consola lasciandosi fotografare dai visitatori.

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I cosplay sono come gli scout: in linea di principio nessuno è contro gli scout, chi non vorrebbe ritrovarsi immerso nella natura con i suoi amici ad imparare il nome di tutti gli organismi animali e vegetali che popolano il bosco, suonando la chitarra attorno al fuoco. Nessuno. Il fatto è che spesso le associazioni scout sono gruppi parrocchiali ed è un attimo che tutto il romanticismo e lo spirito d’avventura scompaiono e ti ritrovi a cantare “Apostoli di gioia” sfruttando i quattro accordi che hai imparato fra una preghiera e l’altra.

Ecco il cosplay è molto simile, ma al contrario degli scout da un’immagine molto peggiore di sé, quando in realtà avrebbe pure degli elementi interessanti al suo interno. Quale madre negherebbe ai suoi figli un’attività che si fa in compagnia, che richiede una certa manualità per la creazione di costumi e gadget, che stimola la fantasia e insegna a milioni di futuri miopi come mettere le lenti a contatto, un’attività senza alcuna controindicazione se non quella di essere beccati dal vicino mentre uscite di casa truccati da Ranma. Eppure c’è sempre quel dettaglio, quel momento in cui il cosplayer è chiamato ad indossare la maschera, prendere lo spadone di cartapesta e infilarsi un paio di geta per dare vita al suo anime, un dettaglio che pesa più di “Benedici o signore” e supera di gran lunga il disagio della promessa scout.

Ammiro tutta quella creatività, tutto quell’impegno, il tempo speso e i soldi investiti, invidio la manifesta capacità di sfidare la morale comune salendo sul 105 vestiti da centauri come dei moderni Renato Zero o imboccare il raccordo in motorino con un’enorme mitraglia di cartapesta che fa da spinnaker. Quello che non capisco è la necessità di vestirsi, di immedesimarsi in un personaggio della fantasia di un altro, eppure sento che ci potrebbe anche essere un cosplayer dentro di me e che in fondo se solo ne avessi il coraggio mi vestirei anche io da Holly di Holly e Benji per cercare di far colpo su una Wonder Woman di Pomezia. Ma è sabato e il sabato è giorno di riposo.

Edoardo Romagnoli

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