Una storia sbagliata

Ci sono notizie che hanno il potere di fermare il tempo, di mettere un segno fra il prima e il poi in questo continuo presente senza passato nè memoria, sono merce preziosa perchè offrono oasi comuni di pausa dove poter riflettere e magari riuscire a invertire la rotta di questo transatlantico alla deriva.

Sono occasioni da non perdere eppure, sempre più spesso, i media preferiscono sfruttare queste occasioni per dare sfogo a tutta la retorica repressa durante l’anno, preferendo le opinioni ai fatti, lasciandoci senza gli strumenti per formare un’opinione pubblica, si parla con la pancia alle pance, ma questo è un vizio comune ad altri mestieri.

E’ successo con Aylan, il bambino siriano morto sulla spiaggia di Bodrum, immortalato a faccia in giù nella sabbia e subito divenuto un simbolo di tutti quei bambini colpevoli solo di esser nati nella parte sbagliata del mondo.

E’ successo quando Stephan Richter, giornalista freelance tedesco, ha pubblicato un video nel quale si vede Petra Lazlo, giornalista per l’emittente ungherese N1tv, che sgambetta Osama Abdul Mohsen mentre fugge dalla polizia portando in braccio suo figlio Zaid.

Petra Lazlo mentre sgambetta Osama e Zaid

Petra Lazlo mentre sgambetta Osama e Zaid

Tutto si ferma per un attimo, il coro è unanime e si esprime con le stesse parole.

Eppure Aylan non è il primo bambino a morire annegato e purtroppo non sarà l’ultimo, Osama non è stato sicuramente il primo padre in fuga con suo figlio ad essere umiliato e maltrattato e non sarà l’ultimo. Eppure sarà il tempismo, sarà il coincidere di più elementi, sarà il pacchetto con il quale sono stati confezionati, ma in un secondo le loro storie fanno il giro del mondo, toccano tutti i cuori e diventano storie eccezionali. Facendo così un torto a tutte le altre storie tragicamente identiche tra loro, di fuga dalla miseria e dalla guerra che sono la normalità di tutti i giorni e che niente traggono di positivo da questa epica narrazione che porta all’assunzione in cielo di Osama e di Aylan.

Sarà perchè è vecchio, ma questo continente quando si commuove non pone limiti alle sue reazioni e così scatta il solito meccanismo della “solidarietà” che ogni volta rivela non tanto la smodata voglia di lavarsi la coscienza attraverso azioni simboliche, quanto un’evidente vuoto lasciato da una classe politica europea incapace di trovare soluzioni strutturali ad un problema non è nuovo e non è prossimo alla sua conclusione.

Se non si danno gli strumenti per formare un’opinione pubblica in quel caso vale tutto e in assenza di fatti, tutti possono esprimere la loro opinione e non ci possiamo stupire se poi 100 mila profughi sembrano un’invasione, se impazza la fobia della scabbia portata dagli immigrati o se persiste ancora una percezione differente fra l’immigrato che scappa da una guerra e quello che scappa dalla povertà e della fame, per cui si accolgono i siriani, ma i somali se ne restino a casa loro e via discorrendo.

L’oasi di riflessione è diventata un deserto fra chi si commuove e chi si scaglia contro la giornalista ungherese, iniziano parallele a muoversi la macchina della solidarietà e quella dell’odio, l’intellighenzia tuona dagli editoriali, si esalta la figura di un padre che diventa l’eroe di giornata, nei salotti televisivi, sui giornali e in rete infuria il dibattito destinato a morire per lasciare il passo al nuovo caso di cronaca da risolvere, non prima di aver partorito milioni di domande e una sofferta autocritica. Contemporaneamente su Twitter impazza la caccia all’account della Lazlo, una caccia che non si ferma neanche di fronte al fatto che la giornalista non abbia un account su Twitter perchè ne viene prontamente creato uno finto con il suo nome e la sua foto, uno sfogatoio per il pubblico, con la buona pace di tutti. Si esalta la figura di un padre che diventa l’eroe di giornata, nei salotti televisivi, sui giornali e in rete infuria il dibattito destinato a morire per lasciare il passo al nuovo caso di cronaca da risolvere, non prima di aver partorito milioni di domande e una sofferta autocritica.

Una volta passato alla gogna il colpevole deve essere punito in maniera esemplare e così la Lazlo viene licenziata pochi giorni dopo lo sgambetto, con buona pace del pubblico, non ancora appagato, e dei figli che si ritrovano con una madre disoccupata, con la sola colpa di essere figli di una sgambettatrice. Dopo la punizione per il colpevole si passa al gran finale: il risarcimento, come ultimo segno di grazia l’Europa del bene si fa carico delle colpe dell’Europa cattiva e trova un giusto finale a questa storia.

Si potrebbe dire che abbiamo una vera e propria passione per i finali da fiaba e infatti dopo poche settimane la cronaca riporta che Cenafe Miguel Galan, dirigente del Getafe, dopo aver visto il video dello sgambetto, rintraccia Osama e Zaid per invitarli a trasferirsi a nord di Madrid. Qui Osama riceve una proposta per allenare a squadra scuola baby di Getafe mentre il figlio Zaid viene invitato dal Real Madrid a passare un pomeriggio a fianco del suo idolo Cristiano Ronaldo al Bernabeu. Giustizia è fatta, in barba a tutti gli altri. Già tutti gli altri, tutti quelli che sono passati un attimo prima, un attimo dopo o nello stesso attimo, ma fuori fuoco, fuori obiettivo, insomma fuori da quella porzione di palcoscenico che in quel momento tagliava a fette la realtà per rifornire la macelleria dell’informazione.

Zaid con Cristiano Ronaldo

Zaid con Cristiano Ronaldo

Tutto è bene quel che finisce bene, l’ingiustizia dello sgambetto è stata risanata, la vittima punita e le vittime risarcite o no?

Forse la vera ingiustizia non è che Lazlo abbia fatto quella sgambetto, ma che non si sia resa invisibile come il suo ruolo le richiedeva, con la conseguenza che il suo sgambetto, ripreso da Richter, sia stato assunto a simbolo e che abbia messo in luce Osama, cancellando di colpo tutte le storie di quei compagni di viaggio che correvano assieme a loro in quel campo in Ungheria.

La vera ingiustizia è che una volta trascorso quel pomeriggio felice al Bernabeu nella testa di molti aleggerà una sensazione di leggerezza, perchè ancora una volta la buona e civile Europa ha trovato il suo bel finale ad una brutta storia, dimenticando le altri centinaia di migliaia di brutte storie che rimarranno orfani di una fine da favola.

La vera ingiustizia è che uomini, donne e bambini siano costretti a fuggire da un mondo in guerra pagando i trafficando per un viaggio che li porta ad attraversare i deserti a piedi e i mari su barche fatiscenti, con la speranza di passare il confine nascosti dentro le celle frigorifere dei tir o sotto i camion, per ritrovarsi in Europa trattati come numeri, incarcerati nei CIE, centri di identificazione e espulsione, e relegati ai margini della società.

La vera ingiustizia è questa logica da talent dove può ricevere un futuro in premio chi si dimostra più sciagurato, niente meriti solo concessioni, la vera ingiustizia è che si è creata una narrazione circolare dove dal misfatto si arriva al gran finale con tanto di chiarine, in cui sembra che tutto si sia risolto.

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Intendiamoci la storia era affascinante. Perchè ci parla di due europe ben diverse l’una dall’altra, una che respinge, dove una cittadina europea ungherese carica di paura per la propaganda di Orban reagisce d’istinto e sgambetta un padre con suo figlio in braccio e un’Europa che accoglie, dove un cittadino europeo spagnolo si commuove e offre ciò che può per risanare lo sgarro. Il punto è che questa narrazione non basta, oltre ad essere fuorviante, perchè non rende nessun servizio a tutti gli altri, tutti coloro che sono rimasti fuori dall’obiettivo, che c’erano, ma sono riusciti a fuggire sia dalla polizia, sia dalla Lazlo, che non sono stati fotografati, intervistati, ma che c’erano intrappolati nello stesso presente.

L’Europa può essere una terra di opportunità da cogliere come spiccioli della carità, l’Europa, quella buona, ti cura un giorno per le ingiustizie che subisci da anni basta solo sperare che ci sia qualcuno intorno a riprendere altrimenti restano normali botte, come se ne prendono tante.

Edoardo Romangoli

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