Archivio mensile:settembre 2015

Una storia sbagliata

Ci sono notizie che hanno il potere di fermare il tempo, di mettere un segno fra il prima e il poi in questo continuo presente senza passato nè memoria, sono merce preziosa perchè offrono oasi comuni di pausa dove poter riflettere e magari riuscire a invertire la rotta di questo transatlantico alla deriva.

Sono occasioni da non perdere eppure, sempre più spesso, i media preferiscono sfruttare queste occasioni per dare sfogo a tutta la retorica repressa durante l’anno, preferendo le opinioni ai fatti, lasciandoci senza gli strumenti per formare un’opinione pubblica, si parla con la pancia alle pance, ma questo è un vizio comune ad altri mestieri.

E’ successo con Aylan, il bambino siriano morto sulla spiaggia di Bodrum, immortalato a faccia in giù nella sabbia e subito divenuto un simbolo di tutti quei bambini colpevoli solo di esser nati nella parte sbagliata del mondo.

E’ successo quando Stephan Richter, giornalista freelance tedesco, ha pubblicato un video nel quale si vede Petra Lazlo, giornalista per l’emittente ungherese N1tv, che sgambetta Osama Abdul Mohsen mentre fugge dalla polizia portando in braccio suo figlio Zaid.

Petra Lazlo mentre sgambetta Osama e Zaid

Petra Lazlo mentre sgambetta Osama e Zaid

Tutto si ferma per un attimo, il coro è unanime e si esprime con le stesse parole.

Eppure Aylan non è il primo bambino a morire annegato e purtroppo non sarà l’ultimo, Osama non è stato sicuramente il primo padre in fuga con suo figlio ad essere umiliato e maltrattato e non sarà l’ultimo. Eppure sarà il tempismo, sarà il coincidere di più elementi, sarà il pacchetto con il quale sono stati confezionati, ma in un secondo le loro storie fanno il giro del mondo, toccano tutti i cuori e diventano storie eccezionali. Facendo così un torto a tutte le altre storie tragicamente identiche tra loro, di fuga dalla miseria e dalla guerra che sono la normalità di tutti i giorni e che niente traggono di positivo da questa epica narrazione che porta all’assunzione in cielo di Osama e di Aylan.

Sarà perchè è vecchio, ma questo continente quando si commuove non pone limiti alle sue reazioni e così scatta il solito meccanismo della “solidarietà” che ogni volta rivela non tanto la smodata voglia di lavarsi la coscienza attraverso azioni simboliche, quanto un’evidente vuoto lasciato da una classe politica europea incapace di trovare soluzioni strutturali ad un problema non è nuovo e non è prossimo alla sua conclusione.

Se non si danno gli strumenti per formare un’opinione pubblica in quel caso vale tutto e in assenza di fatti, tutti possono esprimere la loro opinione e non ci possiamo stupire se poi 100 mila profughi sembrano un’invasione, se impazza la fobia della scabbia portata dagli immigrati o se persiste ancora una percezione differente fra l’immigrato che scappa da una guerra e quello che scappa dalla povertà e della fame, per cui si accolgono i siriani, ma i somali se ne restino a casa loro e via discorrendo.

L’oasi di riflessione è diventata un deserto fra chi si commuove e chi si scaglia contro la giornalista ungherese, iniziano parallele a muoversi la macchina della solidarietà e quella dell’odio, l’intellighenzia tuona dagli editoriali, si esalta la figura di un padre che diventa l’eroe di giornata, nei salotti televisivi, sui giornali e in rete infuria il dibattito destinato a morire per lasciare il passo al nuovo caso di cronaca da risolvere, non prima di aver partorito milioni di domande e una sofferta autocritica. Contemporaneamente su Twitter impazza la caccia all’account della Lazlo, una caccia che non si ferma neanche di fronte al fatto che la giornalista non abbia un account su Twitter perchè ne viene prontamente creato uno finto con il suo nome e la sua foto, uno sfogatoio per il pubblico, con la buona pace di tutti. Si esalta la figura di un padre che diventa l’eroe di giornata, nei salotti televisivi, sui giornali e in rete infuria il dibattito destinato a morire per lasciare il passo al nuovo caso di cronaca da risolvere, non prima di aver partorito milioni di domande e una sofferta autocritica.

Una volta passato alla gogna il colpevole deve essere punito in maniera esemplare e così la Lazlo viene licenziata pochi giorni dopo lo sgambetto, con buona pace del pubblico, non ancora appagato, e dei figli che si ritrovano con una madre disoccupata, con la sola colpa di essere figli di una sgambettatrice. Dopo la punizione per il colpevole si passa al gran finale: il risarcimento, come ultimo segno di grazia l’Europa del bene si fa carico delle colpe dell’Europa cattiva e trova un giusto finale a questa storia.

Si potrebbe dire che abbiamo una vera e propria passione per i finali da fiaba e infatti dopo poche settimane la cronaca riporta che Cenafe Miguel Galan, dirigente del Getafe, dopo aver visto il video dello sgambetto, rintraccia Osama e Zaid per invitarli a trasferirsi a nord di Madrid. Qui Osama riceve una proposta per allenare a squadra scuola baby di Getafe mentre il figlio Zaid viene invitato dal Real Madrid a passare un pomeriggio a fianco del suo idolo Cristiano Ronaldo al Bernabeu. Giustizia è fatta, in barba a tutti gli altri. Già tutti gli altri, tutti quelli che sono passati un attimo prima, un attimo dopo o nello stesso attimo, ma fuori fuoco, fuori obiettivo, insomma fuori da quella porzione di palcoscenico che in quel momento tagliava a fette la realtà per rifornire la macelleria dell’informazione.

Zaid con Cristiano Ronaldo

Zaid con Cristiano Ronaldo

Tutto è bene quel che finisce bene, l’ingiustizia dello sgambetto è stata risanata, la vittima punita e le vittime risarcite o no?

Forse la vera ingiustizia non è che Lazlo abbia fatto quella sgambetto, ma che non si sia resa invisibile come il suo ruolo le richiedeva, con la conseguenza che il suo sgambetto, ripreso da Richter, sia stato assunto a simbolo e che abbia messo in luce Osama, cancellando di colpo tutte le storie di quei compagni di viaggio che correvano assieme a loro in quel campo in Ungheria.

La vera ingiustizia è che una volta trascorso quel pomeriggio felice al Bernabeu nella testa di molti aleggerà una sensazione di leggerezza, perchè ancora una volta la buona e civile Europa ha trovato il suo bel finale ad una brutta storia, dimenticando le altri centinaia di migliaia di brutte storie che rimarranno orfani di una fine da favola.

La vera ingiustizia è che uomini, donne e bambini siano costretti a fuggire da un mondo in guerra pagando i trafficando per un viaggio che li porta ad attraversare i deserti a piedi e i mari su barche fatiscenti, con la speranza di passare il confine nascosti dentro le celle frigorifere dei tir o sotto i camion, per ritrovarsi in Europa trattati come numeri, incarcerati nei CIE, centri di identificazione e espulsione, e relegati ai margini della società.

La vera ingiustizia è questa logica da talent dove può ricevere un futuro in premio chi si dimostra più sciagurato, niente meriti solo concessioni, la vera ingiustizia è che si è creata una narrazione circolare dove dal misfatto si arriva al gran finale con tanto di chiarine, in cui sembra che tutto si sia risolto.

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Intendiamoci la storia era affascinante. Perchè ci parla di due europe ben diverse l’una dall’altra, una che respinge, dove una cittadina europea ungherese carica di paura per la propaganda di Orban reagisce d’istinto e sgambetta un padre con suo figlio in braccio e un’Europa che accoglie, dove un cittadino europeo spagnolo si commuove e offre ciò che può per risanare lo sgarro. Il punto è che questa narrazione non basta, oltre ad essere fuorviante, perchè non rende nessun servizio a tutti gli altri, tutti coloro che sono rimasti fuori dall’obiettivo, che c’erano, ma sono riusciti a fuggire sia dalla polizia, sia dalla Lazlo, che non sono stati fotografati, intervistati, ma che c’erano intrappolati nello stesso presente.

L’Europa può essere una terra di opportunità da cogliere come spiccioli della carità, l’Europa, quella buona, ti cura un giorno per le ingiustizie che subisci da anni basta solo sperare che ci sia qualcuno intorno a riprendere altrimenti restano normali botte, come se ne prendono tante.

Edoardo Romangoli

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Diario di una spedizione al mare

Alghero, Mugoni 1

Spiaggia Mugoni, Alghero, Sardegna nord occidentale – 20 agosto ore 10.30

Le dormite in spiaggia sono lunghi viaggi temporali interrotti da continue sveglie utili per riaggiustare la posizione del corpo, scavare una buca per la testa sotto l’asciugamano e riposizionare le braccia nella speranza di bloccare il processo avanzato di informicolamento.
Ho appena finito di sistemare il braccio destro e sono pronto a riaddormentarmi quando un ciabattare insolito mi assale alle spalle, mi giro. Dalla collinetta dietro alla spiaggia sta scendendo un tronco di legno antropomorfo sui 30 anni con addosso un paio di RayBan a goccia, un Sundek nero di cui ancora non riesco a vedere il colore dell’arcobaleno e, per l’appunto, un paio di infradito. Mi dico che è presto, troppo presto ancora per l’arrivo dei “conquistadores”, perché in genere questa speciale categoria di bagnante fa la sua comparsa in spiaggia nelle ore più calde, sicuro di non perdersi nemmeno uno dei raggi ultravioletti più cancerogeni della giornata.
Eppure quel capello ingellato a crestina nonostante l’incipiente calvizia, quel costume, l’occhiale, ma sopratutto quel modo di camminare basculando da destra verso sinistra come a doversi trascinare un peso sulle spalle che non c’è, mi porta a pensare che sono davanti a un esemplare mattutino della specie.

Qualcosa non mi torna: dove sono le borse frigo? E l’ombrellone? Un “conquistadores” da spiaggia non si presenta così minimalista, loro cercano di stare comodi e visto che come a casa non si trovano comodi da nessun’altra parte sono soliti trasportarsi casa sulla spiaggia. E così spero di sbagliarmi.
Intanto lui si sta avvicinando, è un maestro del ciabattare, lui non struscia come una bacchetta a spazzola da jazz sul selciato, lui batte l’infradito sul tallone come grancassa e tiene un ritmo forsennato, alzando geyser di sabbia che si innalzano dietro la schiena fino a superargli le spalle.
Mi è arrivato quasi davanti quando si ferma di colpo e immobile sulle gambe, girando solo il tronco, si guarda alle spalle, si porta una mano sul lato della bocca e inizia a gridare:”Amòòòò! Amòòò!”. Tutti i dubbi vengono spazzati via come aghi di pino dal vento.
Eccola lì il suo amore, una ricrescita bionda legata in un bikini nero che sarebbe stretto a Emily Ratajkowski, dietro di lei due bambini, un signore sulla cinquantina e altri due ragazzi con un’abbronzatura da olio di mallo.
Quattro borse frigo, tre ombrelloni, due materassini gonfiabili, sei sdraio e una quantità indefinibile di sacchetti. Perchè al “Cortes” piace la natura e non è un superficiale quando si tratta di scegliere la spiaggia, è informato e non è un caso che questa truppa sia qua oggi e non in uno dei lidi attrezzati vicino al porto.
Questo tipo di villeggiatori non vuole i posti affollati, li vogliono affollare loro, e non vogliono la spiaggia attrezzata, la vogliono attrezzare loro e mentre mi sto perdendo in mille rivoli di pensieri hanno già piantato gli ombrelloni, creando un’ombra da 150 metri quadri, stappato cinque birre, mentre uno dei ragazzi sta cercando di infilare tre etti di prosciutto crudo in una rosetta troppo piccola per accoglierli.

Proprio quando spero che sia finito tutto, il tutto comincia. L’allegra combriccola, forse gasata dalla birra e dai trecento tipi di affettati, aumenta i giri al motore mentre a qualche metro di distanza inizia una spola fra la postazione appena eretta e il bagagliaio che, vedendo la mole d’attrezzatura che trasportano, immagino sia quello di un tir.
E’ un continuo andirivieni, una volta con i palloni, poi con i racchettoni, poi con un telo, poi il libro da colorare per i bambini, la pompa a pedale per i materassini, un’altra borsa frigo, il nono telo, un frisbee e così via.

Mentre lo guardo mi torna alla mente il racconto di una spedizione che ho letto da poco in un bellissimo libro di Bill Bryson, avvenuta nel 1735 in Perù venne organizzata dai membri dell’Académie Royale des Sciences, fu guidata da Pierre Bouguer e Charles Marine De La Condamine e puntava a stabilire la circonferenza della terra misurando la lunghezza di un grado meridiano. Passò alla storia forse come la spedizione scientifica meno riuscita di tutti i secoli.
Decisero di seguire una linea di 320 chilometri che andava da Yarouqui fino a poco dopo Cuenca in Ecuador, ma le cose si misero male quasi da subito: vicino a Quito la spedizione dovette scappare da una folla di indigeni inferociti che li prese a pietrate, poco dopo il botanico impazzì, il medico venne ucciso per un malinteso sorto a causa di una donna, un anziano del gruppo scappò con una tredicenne del luogo, mentre altri morirono o si ferirono in modo grave a causa di cadute e febbri.
Il nostro uomo invece è ancora lì ad assicurarsi che fra il campo base e la battigia non manchi niente, quel suo andirivieni incessante ha scavato una pista nella pineta, poi d’un tratto la truppa decide per il bagno e che bagno sia, nonostante le birre, le parmigiane e tutte quelle rosette che assomigliano a bombe a mano ricolme di prosciutto.

Tutti in acqua! La transumanza verso il mare è rumorosa, arruffata, come la corsa dei bisonti assetati verso il fiume, la nuvola che si forma ricopre tutto come nebbia di sabbia poi, finalmente, l’acqua. Non li vedo entrare, la rena sta ancora volteggiando a mezz’aria, ma si sente lo scroscio, le grida di giubilo: sì, sono arrivati in acqua.
E con loro si sono portati i due materassini più un’orca gonfiabile che devono aver comprato quando mi sono distratto a pensare alla spedizione, una palla da calcio e una da pallavolo, di quelle a strisce blu e gialle, tre maschere, due pinne, un boccaglio che si passano il bambino e uno dei ragazzi, un frisbee e gli immancabili racchettoni.
Forse hanno anche una borsa frigo, magari la tengono sott’acqua e non la vedo.
La mia mente torna a quella spedizione, a Bouguer ‘il padre dell’architettura navale’ e La Condamine il matematico, me li immaginavo a guadare un fiume con i muli carichi di tutta la loro attrezzatura, mi domandavo che effetto dovevano fare agli indigeni del posto quegli stravaganti occidentali a mollo con quei loro colletti in pizzo e i pantaloni a sbuffo.
Chissà che spedizione deve essere stata, chissà se avanzavano in silenzio perchè troppo stanchi, sfiancati dal terreno accidentato delle Ande o invece cantando baldanzosi, eccitati dall’avventura intrapresa? Di certo c’è solo che i miei vicini stanno colonizzando anche l’acqua fra grida da capodogli, schizzi e scenette di ogni sorta, tutti vicini l’uno all’altro continuano a chiamarsi, senza dirsi niente, si gridano in faccia come a volersi ricordare l’uno il nome dell’altro.

Sto entrando nelle ore più calde della giornata, lo sento dal sole che mi sta arrostendo i nei e così in linea con i classici consigli da telegiornale, pur non rientrando né nella categoria anziani né in quella dei bambini, prendo il telo e decido di lasciare campo libero ai conquistatori prima di ritrovarmi confinato in una riserva.

Una ritirata, come quella che avrebbero dovuto compiere anche Bouguer e La Condamine se quella missione non si fosse ben presto trasformata in un incubo.

Quando arrivarono alla fine delle loro rilevazioni ebbero due sorprese: la prima fu che avevano lavorato per quasi dieci anni in mezzo alle Ande per trovare un risultato contrario alla loro tesi e la seconda fu che non ci arrivarono neppure per primi, visto che poco prima un gruppo francese aveva fatto delle misurazioni molto simili alla loro a nord della Scandinavia, senza scordare che nel 240 a.c Eratostene da Cirene arrivò alla medesima conclusione, attraverso il metodo della triangolazione, senza muovere un passo fuori dal suo studio.

E rido, rido di quei soloni francesi che scalarono le Ande sudati nei loro colli di pizzo, rido di quei conquistadores da spiaggia e delle loro borse frigo e sono sempre più sicuro della mia tesi, questi sono degli zotici perché non è questo l’approccio che si dovrebbe avere con la spiaggia, con la natura in generale, troppo invasivo, troppo comodo, ma poi questa logica del “devo avere tutto a disposizione”. NO! io dico che sulla spiaggia si va con un telo e basta, se proprio devi un libro, ma niente ombrelloni, bisogna prendere il sole mica scansarlo e quando inizia a scottare è il segnale che si deve tornare a casa a mangiare, che così ci si risparmia anche la borsa frigo.

Cullato dal pensiero di essere un buon cittadino e un bell’essere umano mi avvio verso la bicicletta cercando un accendino che non ho, ma il panico mi assale solo quando effettivamente scopro di non averlo; è lì, in quel preciso istante che mi cambia tutta la mia prospettiva.

Inizio a vagare sulla spiaggia come un pilota della Parigi-Dakar rimasto con la moto in panne nel deserto, nessuno ha un accendino, in questa folla seminuda di lettori accaniti di gialli a 6 euro non ce n’è uno che abbia un accendino, in cuor mio so chi lo potrebbe avere e so anche di non poter cedere, ma il solo pensiero di dovermi fare tutta quella strada in bicicletta senza inondarmi i polmoni di fumo mi fa cedere di schianto.

I conquistadores stanno sorseggiando limoncello e sopra il tavolino che regge la bottiglia fanno capolino almeno tre accendini, mi avvicino deciso e ad ogni passo capisco che non sempre ci si può fidare degli Eratostene da Cirene, ma che a volte ci si debba forzatamente sporcare gli scarponi con l’empirismo e allora ben vengano Bouguer e La Condomine, ben vengano inutili, faticose e vane spedizioni sulle Ande per conoscere la circonferenza della terra, ben vengano gli ombrelloni, le sdraio e le borse frigo, ben vengano i conquistadores che esplorano e uccidono, che preparano il campo e abbelliscono il passaggio per garantire tutte le comodità ai nostri sofismi.

Edoardo Romagnoli

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