Archivio mensile:luglio 2015

20 Luglio 2001

E’ usanza del potere nascondere in tutto o in parte la verità, per offrire al pubblico una versione dei fatti così detta “ufficiale”. I fatti di Genova non hanno rappresentato nessuna eccezione alla regola e i processi che ne sono seguiti non sono altro che il frutto di enormi sforzi intrapresi dalle forze dell’ordine e dalle forze politiche per insabbiare la verità e sviare le indagini. Dal sasso tirato in faccia a Carlo Giuliani fino alla tardiva introduzione del reato di tortura e la sparizione dei filmati dell’irruzione alla Diaz, passando per le molotov portate sempre alla scuola Diaz. Nemmeno la Diaz e Bolzaneto sono state un’eccezione, nonostante sin da subito si fosse capito cosa era accaduto dentro quella scuola e in quella caserma, nonostante la sentenza con cui il 5 marzo del 2010 i giudici d’appello di Genova condannarono 44 imputati per “gravi violazioni di diritti umani” all’interno della caserma di Bolzaneto, la sentenza della Cassazione del 5 luglio 2012 e la recente condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, nessuno ha mai fatto un giorno di carcere. Nessuno ha pagato e anche se uno di quei poliziotti fosse finito in carcere, non sarebbe finito in carcere nessun vero colpevole, ma un complice, un sicario dello Stato che sarebbe servito solo da ubbidiente capro espiatorio sacrificato senza troppi indugi o rimpianti per coprire una notte all’insegna di una nostalgica sbornia fascista. Non abbiamo bisogno di un altro Placanica, abbiamo bisogno di sapere chi ha permesso che tutto ciò potesse accadere, chi ha dato a quei poliziotti e carabinieri la sua benedizione e una promessa di impunità, chi ha organizzato quel raid punitivo, ma sopratutto perchè. A Genova si è voluto mandare un segnale, che si può riassumere in uno dei tanti giochetti con cui si dilettavano gli uomini in divisa di Bolzaneto: – Chi è lo Stato? – chiedevano, urlando ai manifestanti arrestati e malmenati – La polizia!

piazzacarlogiuliani

Già lo Stato è la Polizia, ma non solo, lo Stato è anche il Governo, il Presidente del Consiglio, il Parlamento, il Senato, lo Stato è anche il Csm, insomma lo stato è composto di tanti pezzi con diversi poteri, uno Stato di diritto questi poteri li raggruppa in tre parti: legislativo, amministrativo e giudiziario, li affida ad organi diversi e infine li separa per garantire l’equità e la giustizia del sistema e nel sistema. Se una delle parti prevale allora non si è più in uno Stato di diritto. Genova in quei giorni era la capitale di uno Stato di polizia, in cui la politica per paura di fallire consegnò le chiavi del paese in mano ai generali, gustandosi la scena dalla stanza dei bottoni. E’ di questo che si parla quando si dice che in quei giorni è stata sospesa la democrazia, perché fu uno stato di polizia e non ci può essere nessuna democrazia in uno stato di polizia. Nei momenti caldi la politica ha spesso passato la mano ad altri apparati, più o meno ufficiali, dello Stato, a Genova è stato fatto senza alcun motivo, se non con il chiaro intento di punire chi manifestava e punendo loro si voleva mandare un segnale ad una parte della società civile. Ecco perché non mi stupisce che Fabio Tortosa voglia rientrare alla Diaz, e non mi sorprenderei se con lui lo volessero in tanti di quei 346 poliziotti e 149 carabinieri che quella sera cinturarono l’edificio, perché sono una parte di quell’Italia senza memoria che ha nostalgia, perché sono il frutto di quell’amnistia del 1946 che permise all’Italia di rinascere, senza permetterle prima di espellere i residui fascisti che ancora conservava nei suoi gangli nodali. Perché quella sera per alcuni di quei poliziotti e carabinieri di trattò di un vero e proprio parco giochi, di una resa dei conti, un modo vigliacco di scaricare mille frustrazioni, una guerra in cui non solo l’avversario era disarmato, ma ero lo stesso che aveva permesso al celerino di essere armato, pensando che in uno Stato di diritto la democrazia non potesse essere messa in pausa, mai, per nessun motivo. L’uso della violenza non porta alcun messaggio e questo l’organizzazione del social forum lo aveva ben presente e anche per questo cercò da subito di organizzare il corteo assieme alle forze dell’ordine, cercando di isolare i Black Block; gli stessi che le forze dell’ordine lasceranno circolare liberamente. Carlo Giuliani e il suo estintore, i manifestanti e i loro sassi, sono ciò che non ha funzionato, il momento dove si va oltre le regole prestabilite, spesso neppure con la vana speranza di farsi sentire di più o di essere più incisivi, ma solo presi dalla pancia, dalla rabbia per le cariche, i lacrimogeni cancerogeni o i blindati lanciati alla cieca fra la folla. Un ottimo modo solo per screditare tutto un movimento di idee e proposte alternativa, ma umanamente comprensibile. Come sarebbe stato comprensibile se qualche poliziotto avesse perso la testa in un crescendo di situazioni di pericolo e stress, anche se dovrebbe essere addestrato per sopportare quel tipo di situazione, ma a Genova solo la versione ufficiale dei fatti vuole farci credere che a perdere la testa siano stati pochi,arrivando a sostenere che l’unico che perse la testa fu Placanica. A Genova venne messo in atto un sistema di repressione violenta, lì dove era possibile e dove non si poteva arrivare si cercò di sabotare in tutti i modi le operazioni, con ordini contraddittori e tattiche discutibili. Quello che non è comprensibile: è l’utilizzo di tonfa non convenzionali, usati a martello, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, gli spari, ciò che non è accettabile è che degli uomini che di lavoro dovrebbero tutelare l’ordine perdano la testa, è l’uso della forza verso chi ha dato loro il diritto di esercitarla. La storia di questo paese è una storia di omissis, di ombre, personaggi e zone oscure ed è solo per questo se i fatti del G8 ci appaiono chiari, quando chiari non sono. Rispetto a tanti altri episodi oscuri di questo paese, almeno per quanto riguarda Genova siamo a pochi passi dalla verità, pur rimanendo lontani da quello che le menti possano aver realmente ordito, abbiamo abbastanza chiaro cosa ha fatto il braccio, ma sono ancora molti gli aspetti da chiarire e purtroppo temo che neanche il tempo basterà.

Edoardo Romagnoli

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Renzi visita in Kenya

Renzi in visita in Kenya

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