Archivio mensile:maggio 2015

La rivolta del semolino

Visto il concerto in piazza San Giovanni è certo che nella memoria di questo primo maggio 2015 rimarrà solo la protesta di Milano dei No Expo e degli imbrattatori incappucciati in cerca di Suv da incendiare.

La storia è sempre la stessa e sempre gli stessi i commenti a latere dei mass media, pezzi sempre pronti come “coccodrilli“, riciclati nel tempo senza il timore di apparire anacronistici. Uno di questi adagi è stato prontamente riutilizzato in occasione delle proteste di Milano e Bologna e suonava più o meno così: la violenza è esecrabile, non porta a niente e pone subito in secondo piano i motivi di una protesta civile. Vero, come sempre, ma c’è di più.

La violenza

Davvero la violenza non è funzionale alla protesta e non porta mai a niente? Facciamo qualche esempio:

Ned Ludd

Ned Ludd

Nel 1779 Ned Ludd spacca un telaio meccanico in segno di protesta, diventando a sua insaputa il capostipite di un intero movimento operaio che si sentiva oppresso e sfruttato in quella che era l’alba della prima rivoluzione industriale, che viveva nella paura che l’innovazione tecnologica e la progressiva meccanizzazione del lavoro, incidessero negativamente sui salari e sulle loro condizioni di lavoro.

Dieci anni più tardi la Rivoluzione francese.

Nel 1900 un anarchico pratese si allenava al Tiro a segno di Galceti spaccando i colli di damigiane. Gaetano Bresci era partito un anno prima dall’America e aveva deciso di attraversare tutto l’oceano Atlantico con la nave per uccidere il re, colpevole di aver nominato

Gaetano Bresci

Gaetano Bresci

senatore il generale Bava Beccaris, lo stesso che dette l’ordine di sparare sulla folla durante la protesta dello stomaco, uccidendo 300 manifestanti. E così, dopo l’allenamento a Prato si spostò a Milano e poi a Monza dove il 29 luglio 1900, poco dopo le dieci di sera, portò a termine la sua missione. Avesse visto gli avanzamenti di carriera dopo la Diaz e Bolzaneto che sarebbero venuti dopo, probabilmente, avrebbe desistito.

La Rivoluzione francese, i luddisti, gli anarchici, la rivoluzione d’ottobre fino alle proteste No Global sono tutti moti nati in maniera violenta e portati avanti con la violenza, ma era una violenza figlia di un’analisi e di un pensiero, la violenza come accessorio alla fase finale, l’azione.

Ad un pensiero “violento” come quello di sovvertire la monarchia assoluta o di uccidere il re non può che seguire un’azione violenta, ma si tratta di una violenza politica figlia di un’analisi e di una sintesi, dopo un confronto che deve essere il più ampio possibile a costo di rallentare il processo.

E’ l’azione la fase finale che unisce i luddisti e l’anarchico Bresci, Il fatto di aver pensato che solo con la violenza si potessero raggiungere gli scopi prefissati, a costo di fallire, i luddisti, o di morire, come Bresci.

In alcuni casi la violenza ha interrotto tutto, distruggendo tutto, ad esempio furono proprio le pistole, gli spari in piazza e la violenta contrapposizione fra destra e sinistra extraparlamentare che contribuirono a fermare un grande momento di riflessione collettiva come il movimento del 1968, la lotta armata fece il resto.

La presa della Bastiglia

La presa della Bastiglia

E allora il problema della manifestazione No Expo non è stato l’uso della violenza, nè la mancanza di un pensiero figlio dell’analisi, ma è stato lo scollamento fra l’una e l’altro. Perchè una volta che si decide per l’azione che azione sia, quello a cui abbiamo assistito a Milano è stata una rappresentazione in scala, un’azione vandalica, degna di qualche tifoso del Feyenoord in trasferta, più che un’azione politica. Una rivolta del semolino, per l’appunto.

Imbrattare due muri, spaccare qualche vetrina e incendiare auto di lusso è un’azione da vandali, ma non perchè cozza con la morale corrente, ma perchè danneggia, alla cieca, beni di privati cittadini, ma sopratutto non ha niente di politico.

Assaltare la sede della Manpower e gli sportelli del bancomat sono azioni simboliche che non solo poco o nulla smuovono e aggiungono alla protesta, ma offrono alla politica il pretesto per forzare la mano, legittima e convince anche i moderati sulla necessità di una repressione violenta da parte delle forze dell’ordine.

Manifestazione a Bologna, pochi giorni dopo quella di Milano

Manifestazione a Bologna, pochi giorni dopo quella di Milano

Optare politicamente per la violenza è una decisione che deve essere presa da una collettività e non può essere demandata alla decisione di pochi, ecco perché, ancor di più, la violenza usata a Milano non ha connotati politici, non è da intendere come un’azione politica e semmai qualcuno volesse fare un’analisi, questa dovrebbe essere di tipo sociologico.

E comunque a scanso di equivoci: hanno fatto bene coloro che sono andati a ripulire la città il giorno dopo, perché cancellando le tracce di quel timido passaggio hanno concesso a noi tutti una seconda possibilità.

Mattia, lo studente di Padova “preso a bene”

Erano così tanti quelli che profetizzavano la fine della carta stampata che si sarebbe fatto fatica a contarli ed erano gli stessi che prevedevano la digitalizzazione dei quotidiani come unica via per la sopravvivenza, molti di meno erano invece quelli che ipotizzavano un modo, per i giornali, di monetizzare sul web. Lo switch è ancora in corso e ancora oggi sono in pochi quelli che hanno saputo rispondere alla domanda.

Un Bansky concettuale

Un Bansky concettuale

Chi lo ha fatto, spesso, si è avvalso di tutta la storia che aveva la spalle, una storia fatta di molta, moltissima carta. Mentre tutti gli altri, un oceano in continua espansione, brancolano nel buio seguendo il suono di un mantra: sii sintetico e veloce, visualizzazioni e click ti porteranno alla pubblicità. Un’equazione con molti se e un risultato incerto.

Sintetico e veloce, magari con una bel titolo che abbia poca attinenza con l’articolo, ma che attiri e incuriosisca e il gioco è fatto, tutto titolo e nel testo sempre meno spazio all’analisi, mentre i giornali smarriscono ogni giorno di più quel ruolo di analisi che hanno sempre avuto.guerriglia-al-corteo-no-expo-di-milano_46ac5ca4-f0bc-11e4-99d8-2193ce3b711d_700_455_big_story_linked_ima

E in questo panorama cosa c’è di meglio di Mattia. I click sono assicurati come dimostrano i meme che vengono condivisi velocemente sui social e le parodie che spopolano su YouTube, in più prendendo Mattia come simbolo della protesta, la riflessione si fa da sè: chi era lì a spaccare non sapeva neanche quello che stava facendo, proprio come lui.

Semplice, diretto e cliccato. Ma davvero Mattia può essere assurto a simbolo di quei giovani in piazza o di una generazione intera? Dire di no, ed è ingiusto e deprecabile il trattamento che sta subendo, non tanto sul web che è il regno dello sfottò, ma su quei mass media, giornali e telegiornali deputati alla creazione di un’opinione pubblica.

Mattia è utile per fare i click riposando le parodie caricate su YouTube, non per fare un altro tipo di riflessione.

In quel suo sproloquio dettato dall’eccitazione del momento c’è una frase che colpisce: “Io non ho fatto niente. Non ho imbrattato niente e non ho spaccato niente”. Nonostante l’eccitazione, nonostante la piena sintonia con ciò che lo circondava, non c’era azione. Non si vantava di epiche gesta vandaliche come qualunque guitto avrebbe fatto, anche a costo di inventarsele, ma ne prendeva le distanze. Ecco allora che Mattia non può esser preso a simbolo di una generazione, ma certo può interrogarci sulla fruizione passiva alla quale più generazioni sono state e sono tuttora sottoposte fin da tenera età.

La televisione, i videogiochi, perfino Internet, molto spesso, hanno una fruizione passiva più che attiva. Perché ci relegano al ruolo di spettatori, coloro che guardano, è questo che si fa davanti ad uno schermo: gli si sta davanti e lo si guarda, assimilando o rigettando passivamente contenuti creati da altri, senza neanche la possibilità di essere sentiti se fischiamo o di colpire qualcuno se lanciamo ortaggi.

Conclusioni

E allora se il vandalismo non porta a niente e la violenza politica sembra essere un’utopia vista la latitudine nella quale ci troviamo e la partecipazione politica ai minimi storici, qual è l’altra via? In che modo i cittadini possono esprimere il proprio dissenso con la speranza di essere ascoltati?

Expo2015

Facciamo un caso concreto: la sponsorizzazione di Expo da parte di Coca Cole e McDonald’s. Quali sarebbero state le mosse opportune per contrapporvisi? Un boicottaggio della McDonald’s? Uno sciopero della Coca Cola e derivati a oltranza? Una class action? Un movimento del sano e buon mangiare? Un piano per trovare le stesse risorse dei due colossi del junk food da altre aziende più etiche? O l’ennesima civile manifestazione che finisce in pullman sulla via di casa?

Anche nella migliore delle ipotesi, una volta costruita l’alternativa possibile, quali armi hanno i cittadini per costringere chi dovrà decidere a sedere intorno ad un tavolo e una volta riusciti quante speranze di essere ascoltati, quanto sarà ampia la disponibilità a trattare? Temo nessuna.

L’unica arma che ha il cittadino è quella della delega col voto, quindi in realtà l’unica possibilità che c’era e ancora sussiste è quella di non votare Pisapia alle prossime amministrative di Milano o Renzi e quindi il PD per non essersi opposti o chiunque si ritenga responsabile a patto che abbia un mandato elettorale da rinnovare. Siamo d’accordo che la vendetta è un piatto da servire freddo, ma non sembra così efficace seppur appaia dannatamente filocostituzionale.

Ecco perché la rabbia ignorante di quei ragazzi è comprensibile, ma optare politicamente per la violenza è un atto talmente forte da essere rivoluzionario, un’estrema ratio da prendere solo se consci delle conseguenze e dei probabili fallimenti, pronti a mettere in gioco tutto, rischiando di perderlo, altrimenti si rischia di fare solo una rivolta del semolino.

Edoardo Romagnoli 

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