Archivio mensile:marzo 2015

Sette brevi lezioni di fisica

Non ricordo molto della mia adolescenza, ma quando penso all’età delle eruzioni cutanee incontrollate mi appaiono due immagini davanti agli occhi.

La prima. Ricordate l’ora di musica? Quei sessanta minuti in cui cerchi di non sbavarti addosso con il flauto Yamaha? Nonostante nella mia personale scala gerarchica si trovasse un gradino sotto l’ora di educazione fisica e un gradino sopra l’ora di religione, il mio professore di musica è stata una delle poche figure educative per cui ho provato un certo affetto.
Era un uomo buono e appassionato e appena poteva ci portava in giro per le chiese di provincia a suonare un repertorio che svariava da “New York, New York” a “O surdato nnamurato”, sfidando la nostra indisciplina, le mille e una stonature e l’orchite che colpiva con regolarità il nostro pubblico. Una volta si mise in testa che ci avrebbe portato al teatro ‘La Pergola’ di Firenze per assistere al “Barbiere di Siviglia”, passò interi mesi a prepararci, fra la lettura del libretto e il racconto della trama, poi quando arrivò il giorno x ci montò tutti sul treno e ci portò a teatro. Lo ricordo lì, pochi minuti prima dell’inizio, seduto su una poltrona di velluto rosso, noncurante di ciò che avremmo potuto fare, ma sicuro che non lo avremmo fatto. Poi, poco prima che spengessero la luce, mise una mano in tasca e ne emerse con un paio di occhiali da sole che si infilò per toglierli solo alla fine dell’opera. Non dormiva, semplicemente si godeva lo spettacolo, sperando che anche noi avessimo fatto altrettanto, cullato dalla certezza di averci dato tutti gli strumenti adatti per farlo.

La seconda. Ricordo perfettamente il giorno in cui la mia professoressa d’italiano delle medie mi consigliò di iscrivermi al classico. Era uno degli ultimi giorni di scuola, in classe l’aria era calda e umida, intrisa di tutti gli ormoni che trasudavamo senza eccezioni, dalla prima all’ultima fila.
Dopo un lungo discorso consegnò, banco per banco, dei bigliettini dove con molta nonchalance, in qualche ritaglio di tempo, aveva indicato la via più consona lungo la quale ognuno di noi avrebbe dovuto continuare il proprio cammino scolastico.
Quando aprii il mio trovai scritto in un’elegante grafia: “Studi umanistici, liceo classico”. Mi iscrissi allo scientifico poco tempo dopo.
Non è che impazzisi particolarmente per la matematica, anzi, fin dalle elementari, avevo mostrato una scarsa inclinazione all’algebra in tutte le sue declinazioni, ma all’epoca ero più interessato a contrappormi a qualunque cosa mi apparisse come un’istituzione, che pensare seriamente al mio futuro.
Fu così che per sei lunghi anni mi ritrovai a contemplare un 6 rosso accanto alla voce matematica, ma nonostante questo sono sempre stato affascinato dalla materia, non riuscendo comunque a trovare mai la chiave per comprenderne i meccanismi di causa-effetto.
Ecco perché quando ho sentito parlare delle “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli mi sono fiondato nella prima Feltrinelli che ho trovato aperta a Roma, sperando non finisse nella già folta collezione incompiuta delle prime uscite ad un euro comprate in edicola.

"Sette brevi lezioni di fisica"

“Sette brevi lezioni di fisica”

Il primo impatto è stato subito positivo, soprattutto perché il libro si presenta come un piccolo pamphlet e questo aumenta esponenzialmente le possibilità di finirlo, poi ho iniziato a leggerlo e ho capito che poteva essere veramente la volta buona.

La prima volta in cui avrei avuto la possibilità di guardare il mondo con gli occhi della matematica, non gli unici possibili, ma sicuramente i più adatti per indagarne gli aspetti fondanti.
Rovelli ci prende per mano e in bilico “(…) sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo”, ci porta alla scoperta della bellezza del mondo, ripercorrendo le principali tappe della rivoluzione che ha scosso la fisica nel secolo XX, dalla teoria della relatività generale fino ai buchi neri, passando per la meccanica quantistica e l’architettura del cosmo.

Ad ogni pagina sorprende non tanto il leggere qualcosa sulla teoria della relatività,  ma che in qualche modo si riesca a capirci qualcosa su quella che Lev Landau definì: “La più bella delle teorie”.

La scienza, come la musica ha un suo linguaggio specifico, talvolta ostico da decifrare e gli strumenti adatti per farlo sono il risultato di un duro percorso di apprendistato, ed è forse questo il regalo più grande di Rovelli, offrirci un Bignami sul tutto, dove la parte più faticosa è già stata fatta dall’autore, per lasciare a noi solo la bellezza e l’incanto.

La storia della scienza assomiglia a una maratona dove l’uomo continua a passarsi un testimone, non perchè sia l’assoluta validità, ma perché, almeno momentaneamente, è ciò che meglio riesce a descrivere e spiegare la fenomenologia di ciò che ci circonda.

Le sette lezioni trattano argomenti immensi, ma scorrono come una passeggiata spaziale.

La scienza: una passeggiata spaziale.

Leonov durante la sua passeggiata spaziale

Leonov durante la sua passeggiata spaziale

Il 18 marzo del 1965 Alexei Leonov, durante la missione spaziale Voskhod 2, passò dodici minuti sospeso nel bel mezzo dello spazio prima di fare rientro nella navicella, concludendo con successo quella che verrà ricordata come la prima passeggiata spaziale nella storia dell’uomo. Durante la sua permanenza fuori dalla navicella la tuta di Alexei si gonfió in maniera anomala, complicando le operazioni di rientro, tanto da costringere l’astronauta russo a svitare una valvola della tuta per sgonfiarla, potendo così rientrare.
Oggi le passeggiate spaziali sono all’ordine del giorno, gli austronauti passano ore a penzoloni nello spazio a riparare le stazioni spaziali o gironzolando con i jet pack all’azoto stile Clooney in Gravity, ma quella prima volta doveva essere diversa.

L’eccitazione mista alla paura che deve aver provato Leonov prima di uscire dallo shuttle, la gioia primordiale mentre guardava la terra da quel raro punto di vista e il panico finale per l’imprevisto. Un esempio mirabile di ciò che rappresenta la storia della scienza che “è una storia di tentativi, intuizioni e inciampi, di clamorosi balzi in avanti e plateali dietrofront.”

So (ancora e mai come adesso) di non sapere.

Un selfie 3d di Socrate

Un selfie 3d di Socrate

Durante la lettura delle lezioni emerge con veemenza un altro dato: la coscienza di quanto ignoriamo, roba che la doctae ignorantia di Socrate sbiancherebbe a confronto.

Talmente ignoranti che siamo stati costretti a denominare materia oscura, quel 90% di materia che compone l’Universo e che non riusciamo a osservare.

E non solo siamo all’oscuro di così tante cose da non saperle nemmeno contare, ma abbiamo anche la sfortuna di essere i primi nella storia dell’umanità ad esserne così coscienti.

Coscienti che ciò che sappiamo potrebbe non essere del tutto vero, che un concetto come il tempo, su cui basiamo una buona parte dei nostri metodi di misura, è un concetto relativo, e che se andiamo veramente a misurarlo, scopriamo che scorre più veloce in alto e più lento in basso, ma anche il concetto di alto e basso non è un concetto assoluto, ma solo terrestre.

Non sappiamo, ma la scienza invece di inventare racconti, prova a seguire le tracce per trovare qualcosa, “(…)nella consapevolezza che possiamo sempre sbagliarci, e quindi pronti ogni istante a cambiare idea se appare una nuova traccia”.
Sappiamo che: elettroni, quarks, fotoni, gluoni, neutrini e bosone di Higgs sono le particelle elementari che compongono tutto ciò che ci circonda, ma non sappiamo se sono solo queste o se ve ne siano delle altre.

Sappiamo che la relatività generale e la meccanica quantistica sono “le gemme del Novecento” del sapere scientifico, sappiamo che funzionano, descrivono perfettamente la realtà circostante e che hanno anticipato molti fenomeni, ma sappiamo anche che sono in piena contraddizione tra di loro e ignoriamo come sostituirle.

Sappiamo che un buco nero si forma quando una stella finisce di bruciare idrogeno e inizia a collassare al suo interno, schiacciata dal suo stesso peso.

Un buco nero

Un buco nero

Sappiamo che così facendo la materia deve essere diventata sempre più densa fino a diventare una stella di Planck, uno stadio nel quale l’intera materia del sole è concentrata in un atomo, sappiamo che, “(…)per reazione, la meccanica quantistica deve aver generato una pressione contraria, capace di controbilanciarne il peso”, ma sappiamo anche che una stella di Plank non è stabile e che, una volta compressa al massimo, rimbalza, fino a riespandersi di nuovo.

Però non abbiamo mai visto l’esplosione di un buco nero, non sappiamo guardarci dentro e allora ipotizziamo.

Ipotizziamo che nell’Universo potrebbero non essersi formati abbastanza buchi neri per poterne vedere qualcuno esplodere, ipotizziamo che l’ultima esplosione in questo senso sia stata il Big Bang e ipotizziamo che, con buone probabilità, la prossima esplosione potrebbe spazzare via tutto ciò che conosciamo.

Ipotizziamo che la vita sulla Terra non sarebbe che un intervallo di tempo tra un Big Bang e un altro e che questo universo sia nato dal “rimbalzo di una fase precedente, passando attraverso una fase intermedia senza spazio e senza tempo.”

Ipotizziamo perchè il cammino del sapere è lungo e si ignora se esista o meno un traguardo e tanto meno dove sia, ma sappiamo con certezza che solo stando fermi non lo scopriremo mai.

Da questo libro se ne esce felicemente dubbiosi, dopo aver visto che quaggiù, stretti in un angolo, aggrappati ad uno dei tanti pianeti che popolano un universo in espansione, elastico e costellato di galassie, l’uomo appare ancora più piccolo di quanto si possa immaginare e la razza umana sembra solo una delle tante forme che la vita può assumere nelle sue infinite possibilità di combinazioni.

Di fronte a tutto questo l’unica cosa saggia da fare sembra quella di prepararsi, studiare, acquisire gli strumenti per riuscire così ad apprezzare tutto ciò che fin qui abbiamo scoperto, continuare a farsi guidare dalla curiosità, guardando sereni al futuro con un bel paio di occhiali da sole sul naso.

Edoardo Romagnoli

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Expo. I’m lovin it

L’Expo doveva essere tante cose, ancor prima che si decidessero i terreni agricoli da espropriare per colare un pò di cemento e rendere così omaggio alla terra, generatrice di quel cibo con cui l’Esposizione Universale di Milano si propone di nutrire il mondo. Poi sono iniziati gli appalti e i lavori e con quelli si è iniziato davvero a mangiare.IMG_5518

Cracco e le patatine gourmet

Cracco e le patatine gourmet

Qualche giorno fa l’ultima notizia: “Coca Cola sarà l’Official Soft Drink Partner di Expo Milano 2015″, che detta così può sembrare pure una figata, ma in realtà significa che una delle bevande più zuccherate mai prodotte dall’uomo prima di John Pemberton (la bottiglia da 1,5L contiene l’equivalente di 44 bustine di zucchero) sponsorizzerà l’evento dedicato alle “eccellenze agroalimentari”. Non lo so cosa sia successo, ma lo shock è lo stesso che provi quando vedi dietro i furgoni la faccia di Cracco che mangia le patatine.

Un controsenso talmente lampante da segnare un punto di non ritorno, da qui in poi vale tutto. E infatti, avendo trovato i cancelli oramai spalancati, un’altra major del junk food ha deciso di buttarsi dentro e così anche McDonald’s è diventato sponsor Expo 2015.
Si è finalmente compreso perchè non ci sarà bisogno della terra per l’Expo: questo pianeta lo nutriremo a Cheeseburger, Chicken McNuggets e Coca Cola.

Fattore futuro

McDonald’s, come Coca Cola, entra con un accordo di sponsorship, ma non solo. Insieme alla sponsorizzazione dell’evento la multinazionale nata a San Bernardino in California ha presentato ‘Fattore Futuro’; lo hanno chiamato così, anche questo sembra una figata e anche questo è, nonostante la dicitura, un bidone.

Venti agricoltori under 40, con un progetto di innovazione e sostenibilità per la loro azienda, avranno la possibilità di entrare a far parte dei fornitori italiani di McDonald’s per 3 anni. Uno scambio commerciale degno degli specchietti che Colombo regalava agli indigeni d’America. Un’iniziativa così simbolica che, forse, sarebbe stato meglio presentarsi a mani vuote.

In realtà le mani McDonald’s e Coca Cola le avevano piene ed è solo per questo che nonostante il controsenso sia così lampante, nessuno ha avuto niente da obiettare o forse qualcuno ha obiettato pure, ma evidentemente non devono essere stati in maggioranza.

Il 7 febbraio a Milano, dentro l’hangar Bicocca, Carlo Petrini parlando dal palco ha ricordato ai presenti che in questo Expo, nonostante la mission, a mancare saranno coloro che avrebbero dovuto essere i protagonisti: i contadini.

Sarebbe ingenuo pensare che tutto questo non sia pianificato, sarebbe ingenuo pensare che questo Expo fosse partito con buoni intenti, che il titolo valga qualcosa: questo Expo, come la maggior parte delle grandi opere e dei lavori pubblici è stata, è e sarà, ancora per qualche mese, l’ennesima ghiotta occasione d’arricchirsi per le solite cricche di potere, organizzazioni criminali in primis.

Perchè se non c’erano altri sponsor egualmente facoltosi fra le aziende “green”, bastava evitare di cementificare 1,1 milioni di metri quadri solo per l’area espositiva, giusto per evitare di andare fuori tema e, magari, fare qualcosa più a misura di “contadino”, una di quelle cose alla Pepe Mujica, che tanto vengono apprezzate nel vecchio continente.

Fare un Expo dove ogni padiglione poteva essere una serra, dove ogni nazione portava le proprie ricchezze gastronomiche, un’esposizione ad impatto zero, dove si sarebbe potuto discutere di redistribuzione del cibo, di sostenibilità, dove anche quando si fosse deciso di costruire, lo avremmo potuto fare guardando al futuro, lasciando qualcosa in più di metri cubi di cemento e prefabbricati. In questo l’Expo assomiglia alle Olimpiadi, che spesso lasciano dietro sè mostri abbandonati, penso a quelle greche o al mitico campo di Manaus nel bel mezzo dell’Amazzonia.

Questo Expo sarà solo un’occasione persa ed è un peccato, ma almeno sarà divertente vederli ingegnarsi a spiegare come la Coca Cola si abbini a meraviglia al Puzzone di Moena.

Edoardo Romagnoli

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