Archivio mensile:febbraio 2015

I conti con il Festival

Quest’anno ho guardato il festival di Sanremo 2015 e da subito, almeno dall’esatto momento in cui Carlo Conti ha chiesto il bacio ad Al Bano e Romina, ho capito che non sarebbe stato semplice, poi, per non farmi mancare nulla, nonostante i problemi di streaming, ho seguito anche il DopoFestival e visto che mi sembrava brutto buttare nell’oblio tutte quelle ore di sano rincoglionimento televisivo, ho deciso di appuntarmi un paio di cose, ma prima di affrontarle sono necessarie alcune precisazioni. Sanremo: 64/mo Festival della canzone, il Teatro Ariston

Cos’è Sanremo? Cosa dovrebbe essere Sanremo?

Una kermesse musicale a cui possono partecipare solo canzoni con testo in italiano? Il meglio del panorama musicale italiano in gara, con qualche giovane da mettere in vetrina? Un’annuale botta di notorietà, a suon di dirette in prima serata, per qualche giovane sconosciuto e qualche vecchia gloria? Un incubatore di pubblicità? Uno degli ultimi prodotti nazionalpopolari rimasti a RaiUno, dopo la nazionale di calcio e il Benigni versione Vaticano? Deve fare solo intrattenimento o non deve aver paura a seguire, sottolineare i macro temi che ogni anno si presentano all’opinione pubblica nazionale? E se sì come inserirli nello “spettacolo”?

Sanremo non è Sanremo

San Yu Ching-nyul, San Fintan, San Mesrop d’Armenia, San Bonoso e Sant’Evermondo sono solo alcuni dei nomi disponibili per chi volesse chiamare il figlio in modo estroso senza privare il piccolo dell’onomastico, eppure nonostante la lista dei santi ecceda i giorni disponibili da assegnare, San Remo manca all’appello e, beffa delle beffe, ricorre a San Romolo come santo protettore, roba che a Roma si sarebbero accoltellati per meno, anche fra santi. Sanremo non esiste, non solo per mancanza di santi, ma perché la città era quella di San Remo, prima che alcune delibere consiliari fra il 1991 e il 2002 non cambiassero il nome in Sanremo e Alessandro Gazoia, sanremese doc, scriveva su Internazionale che non esiste nemmeno l’Italo Calvino sanremese, nonostante continuino a spacciarlo per tale. Esiste solo quella città invisibile piena di fiori, fuori dal Casinò prima, dal teatro poi, una macchina da spettacolo che si è trascinata avanti fino a qui. Una città dove i sindaci si susseguono mentre la statua di Mike Buongiorno accoglie i turisti in centro e Pippo Baudo detta ancora legge. Uno spazio che non c’è, ma continua ad esistere, più o meno da 64 anni.

Il primo festival

L’edizione contiana del festival si è chiusa fra molte lodi e qualche inevitabile critica, perché la critica è il sale di Sanremo, talmente onnicomprensiva da unire Raf e Nilla Pizzi. A Sanremo si è fatta polemica su tutto, da sempre. Sulle votazioni, sui premi, sugli abiti, sulle musiche, i testi, i cantanti, i comici, il pubblico in platea e quello alla tv, su quello che ci doveva essere e non c’è stato, su quello che c’era e non ci sarebbe dovuto essere. Era il 1951 e il primo Festival di Sanremo era trasmesso in diretta radiofonica dal salone delle feste del Casinò Municipale di San Remo, condotto da Nunzio Filogamo, con i tavolini in platea stile ‘Blue Note’, venti canzoni e tre cantanti in gara: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Neanche quella prima edizione fu risparmiata dalle polemiche: tre cantanti una polemica, un rapporto direttamente proporzionale che si è mantenuto stabile negli anni. In barba ai televoti, alla giuria popolare e a quella scelta, il vincitore veniva decretato sommando le preferenze scritte dal pubblico su dei bigliettini di carta raccolti dai camerieri sparsi fra i tavoli. La prima polemica si scatenò a causa dell’esclusione di una delle nove canzoni che Nilla Pizzi presentava al festival: “Ho pianto una volta sola” scritta Dino Olivieri e Giuseppe Perotti, in arte Pinchi, polemiche che sono state stroncate sul nascere con la vittoria proprio di Nilla Pizzi con la canzone “Grazie dei fiori” che totalizzò 50 punti, battendo “La luna si veste d’argento” interpretata da un’ubiqua Nilla Pizzi in coppia con Achille Togliani che raccolse solo 30 voti.

Il Palafiori

Il Palafiori

I luoghi del festival

Dal 1951 al 1977 il festival si svolgeva nel salone delle feste del Casinò Municipale di San Remo, poi tutto il carrozzone traslocò al teatro Ariston, inaugurato nel 1963, dove si è tenuto fino ad oggi, con una sola eccezione: l’edizione del 1990, condotta da Johnny Dorelli e Gabriella Carlucci, che si tenne al Palafiori, che altro non era che un enorme mercato floritico non ancora finito di costruire, con un’acustica pessima e infestato dai pipistrelli.

I festival e lo share

La prima di Carlo Conti ha fatto registrare buoni ascolti: in media nelle 5 serate, si è passati dal 41% di share della seconda serata con 10 milioni di spettatori al 54% della finale con 11,843,000 spettatori, la metà dei quali twittatori sfiancati, l’altra metà pensionati ormai assopiti dalla seconda pausa pubblicitaria. Intendiamoci Carlo Conti è bravo, un genio della normalità, perfetto per il pubblico di Raiuno e, nonostante qualche inciampo, questo Sanremo l’ha condotto in porto con grandi numeri e in tv non importa perchè guardi, l’importante è che continui a guardare. E’ stato bravo anche per un secondo motivo: il festival è il niente, tempi morti fra una canzone brutta e un’altra da ascoltare e un buon presentatore non deve farli pesare, poi se sei Pippo Baudo ti puoi permettere anche di salvare folli suicidi che minacciano di saltare dalla piccionaia. In un tweet Giancarlo Leone, direttore di Raiuno, ha scritto che quest’edizione è stata la più seguita degli ultimi 10 anni, a partire dall’edizione di Giorgio Panariello del 2006 che fece registrare una media di ascolti del 48,23%. In realtà se si guarda alla classifica generale non sembra essere così, anche escludendo le due edizioni capolavoro di Baudo del 1987 (77,50% di share), e del 1995 (75,26% di share) e prendendo solo gli ultimi 15 anni:

1.Sanremo 2000(14.643.000 – 65,47%) – Fabio Fazio

2. Sanremo 2002 (13.397.000 – 62,66%) – Pippo Baudo

3. Sanremo 2012 (13.287.000 – 57,43%) – Gianni Morandi

4. Sanremo 2001 (12.998.000 – 57,25%) – Raffaella Carrà

5. Sanremo 2007 (12.309.000 – 55,32%) – Pippo Baudo

6. Sanremo 2005 (13.606.000 – 55,08%) – Paolo Bonolis

7. Sanremo 2009 (12.309.000 – 54,25%) – Paolo Bonolis

8. Sanremo 2003 (9.828.000) – 54,12%) – Pippo Baudo

9. Sanremo 2013 (13.012.000 – 53,80%) – Fabio Fazio

10. Sanremo 2010 (12.462.000 – 53,21%) – Antonella Clerici

11. Sanremo 2011 (12.136.000 – 52,12%) – Gianni Morandi

12. Sanremo 2004 (9.527.000 – 48,57%) – Simona Ventura

13. Sanremo 2006 (9.523.000 – 48,23%) – Giorgio Panariello

14. Sanremo 2008 (9.600.000 – 44,90%) – Pippo Baudo

15. Sanremo 2014 (9.348.000 – 43,51%) – Fabio Fazio

Se il festival è ciò che è, lo deve soprattutto a ciò che è stato. Mi spiego. La costanza nel tempo e una certa regolarità hanno il potere di sacralizzare qualunque cosa, pensiamo a quante manifestazioni quantomeno bizzarre si consumano, solo in Italia, nel nome della “tradizione”, dagli ultimi battienti fino ai serpari abruzzesi nella festa di San Domenico Abate. Il festival di Sanremo c’è sempre stato: crisi o non crisi, guerra o non guerra, terrorismo o non terrorismo, Casinò, Ariston o Palafiori, dal 1951, in un periodo compreso tra febbraio e marzo, accendendo Raiuno si può assistere al festival della canzone italiana. Sanremo va avanti a testa bassa come un toro di Pamplona ed è risaputo come la fedeltà, la fidelizzazione, mischiate ad una cieca ostinazione, nel mondo dello spettacolo, paghino sempre.

I conduttori

Baudo in versione 'Eroe per caso'

Baudo in versione ‘Eroe per caso’

L’età e la natura da carovana che da sempre ha contraddistinto la kermesse canora, ha contribuito, negli anni, a far salire tutti a bordo, chi più, chi meno e chi una sola volta. Dalla Carrà a Rosita Celentano, da Dulbecco a Cecchetto passando per Ceccherini, Chiambretti e la Marini, Fazio e Panariello, un festival non si nega a nessuno. Nonostante si sia succeduta una serie infinita di ottimi presentatori e curiose meteore, i sovrani assoluti del festival di Sanremo sono Mike Bongiorno che lo ha condotto per ben 11 volte e il recordman Pippo Baudo con 13 edizioni. Con Arisa ed Emma, salgono ad otto gli artisti che nella storia di Sanremo hanno sia partecipato alla gara sia condotto almeno un’edizione del festival. Per Carlo Conti e tutti i fan della ghigliottina la nota positiva è che generalmente quando un festival riesce bene, si replica fino a quando non stufa.

Il carrozzone alla deriva

Senza scadere in inutili sentimentalismi nostalgici non mi dilungherò sul fatto che un tempo le canzoni di Sanremo rappresentavano un bel pezzo del panorama musicale italiano, né che un tempo si scontravano fra di loro tutti i big della musica nostrana, semplicemente perchè “un tempo” non c’ero e perché credo non sia del tutto vero. Il fatto è che scorrendo i nomi dei partecipanti e dei vincitori nelle varie edizioni non si può che notare una certa decadenza, tanto da interrogarsi se tutto questo è il risultato di una crisi del panorama musicale italiano o una crisi del festival che tiene lontani dalla gara i veri talenti, limitandosi a far gareggiare un mix di cantanti finiti in un cono d’ombra, giovani big freschi di talent, qualche vecchia gloria e cantanti della domenica.

Baudo premia Laura Pausini

Baudo premia Laura Pausini

Solo per fare qualche nome delle edizioni predigitale terrestre: Nel 1970 presentano Nuccio Costa con Enrico Salerno, vincono Celentano e la Mori con “Chi non lavora non fa l’amore”; Nel 1981 presentano Claudio Cecchetto e Nilla Pizzi, vince Alice con “Per Elisa”; Nel 1984 fra le giovani proposte vince Eros Ramazzotti e così nel 1987 Michele Zarrillo, nel ’90 Marco Masini e Laura Pausini nel 1993; Nel 1993 presentano Pippo Baudo e Lorella Cuccarini, vince Enrico Ruggeri con “Mistero”; Nel 1997 presentano Mike Buongiorno e Piero Chiambretti, vincono i Jalisse con “Fiumi di parole”; Restando ai nomi vorrei solo citare che dalla vittoria di Elisa nel 2001 con “Luce”, si sono aperte le porte del recinto e in fila vincono: 2003 Alexia, 2006 Povia, 2008 Giò Di Tonno, fino ad arrivare al 2009, edizione presentata da Paolo Bonolis con Luca Laurenti e altre venti persone fra le quali spicca Maria de Filippi che all’epoca faceva le prove generali, usata dalla tv commerciale come cavallo di troia per capire se c’era la possibilità di parcheggiare i concorrenti dei propri talent a Sanremo.

Maria De Filippi in una delle sue pose classiche

Maria De Filippi in una delle sue pose classiche

I prestiti di Maria e i talenti già pronti

La possibilità si concretizza e la vittoria di Marco Carta sancisce che con un po’ d’impegno gli “Amici di Maria” possono puntare più in alto della mera partecipazione e così fanno anche Valerio Scanu che vince nel 2010 il Sanremo della Antonella navescuola Clerici, Emma che trionfa nel Sanremo targato Morandi-Papaleo nel 2012, seguiti dagli amici di “Xfactor” capitanati da Marco Mengoni che vince l’edizione del 2013, condotta da Fabio Fazio e la Littizzetto, e di “Ti lascio una canzone”, talent di Raiuno dove sono nati e cresciuti i ragazzi de Il volo, vincitori di quest’anno. Brevi conclusioni L’immagine che ne esce è quello di una macchina pesante, in riserva piena, che sbanda in salita come fanno i ciclisti per addolcire la pendenza, in perenne affanno nell’inseguire l’utopia di ciò che fu, un’enorme rotativa che non riesce a partorire nient’altro che l’immagine di se stessa in serie, una scommessa che può fare solo chi non ha niente da perdere, chi deve emergere dall’apnea.

Edoardo Romagnoli

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I giorni della Mattarella

Nei giorni più freddi dell’anno è stato eletto il dodicesimo presidente della Repubblica.

Metodi di riconoscimento per la votazione

Metodi di riconoscimento per la votazione

Sergio Mattarella è stato eletto il 31 gennaio alla quarta votazione con il 65,9%, superando Vittorio Feltri (46 voti) e Ferdinando Imposimato (127 voti), ma anche Ezio Greggio, Santo Versace, Valeria Marini, Antonio Razzi e Francesco Guccini. Con  le 665 preferenze, si piazza di diritto al quinto posto assoluto nella All Star dei presidenti, fra Giovanni Gronchi, eletto alla quarta votazione con 658 voti su 843 (78,1%) e Luigi Einaudi, eletto sempre alla quarta votazione con 518 voti su 900 (57,6%), lontano dagli 832 voti su 995 di Pertini (83,6%), ma anche dai 25 giorni che ci vollero nel 1971 per eleggere Giovanni Leone col 52% dei consensi.

E’ il primo presidente siciliano e sarà il primo presidente, causa italicum, “depotenziato” di quei pochi poteri che storicamente sono attribuiti alla carica più alta dello Stato e forse anche questo ha reso l’elezione più liscia di quanto potesse prospettarsi, perchè se è vero che la partita l’ha vinta Renzi, è anche vero che fra tutte le sconfitte che questo centrodestra ridotto ai minimi storici poteva incassare, quella sul Quirinale era la più digeribile. Renzi è un animale politico molto agile, Berlusconi non è la prima volta che sbaglia i calcoli, nonostante Verdini sia un ottimo contabile, lo ha battuto proprio in velocità facendo sua la candidatura di Mattarella, nello stretto giro di boa Berlusconi non è riuscito a trovare una contromossa ed è stato costretto alla scheda bianca.

Sergio Mattarella

Sergio Mattarella

Quello dell’ex sindaco di Firenze è stato un gioco pericoloso, ma non troppo. Una volta scelto il cavallo fra pochi intimi e averci puntato tutto, il rischio era quello di rimanere isolato con solo i voti del suo partito dove ancora “bazzicano” parecchi franchi tiratori in incognito, in realtà la situazione era propizia per quattro motivi semiseri:

1- Eleggere un ex democristiano dopo aver eletto un ex comunista è un gioco da ragazzi;

2- Alfano è ricattabile, perchè ha un partito che a fatica raggiunge l’1% e sa che se dovesse cadere il governo Renzi lui deve sbaraccare l’ufficio al ministero degli Interni;

3- Il centrodestra è spaccato, non è un caso se vi sono stati anche dei casi di franchi soccorritori in questa elezione;

4- Le minoranze di opposizioni si sono autoescluse a vicenda. Erano e sono lontane le une dalle altre e barricate dietro posizioni irremovibili; (la Lega con Feltri e il M5S con Imposimato)

Il risultato è stato che la maggioranza di governo: PD, AP, SC e PSI, nonostante le dimissioni del capogruppo di Area Popolare al Senato Maurizio Sacconi, vota compatta Mattarella, raggiungendo e superando il quorum, mentre Forza Italia, non in toto, continua e votare scheda bianca, la Lega Feltri e il M5S Imposimato.

Oath_of_Mattarella_1Le prime poche critiche che sono state mosse da subito sono state quella di:

1- Essere un rettiliano;

2- Essere una figura da prima Repubblica, ex Dc taciturno;

Sulla prima mi avvalgo della facoltà di non rispondere, anche se non avrei niente in contrario ad un presidente lucertola, mentre sulla seconda non c’è niente da eccepire, Mattarella è indiscutibilmente uno dei tanti figli della prima Repubblica, come lo sono stati la maggioranza dei presidenti eletti, ma direi che l’anzianità non sia uno svantaggio nel curriculum di un presidente della Repubblica. Mentre sul versante Dc mi sento di scrivere solo una cosa: Pari e patta. Dopo un presidente ex comunista, non potevano che tornare alla normalità ed eleggere il sesto democristiano al Quirinale. Anche se Wikipedia ha “catalogato” Mattarella nella categoria dei Presidenti indipendenti assieme a Ciampi.

Sergio Mattarella è un buon nome e la sua storia personale ci suggerisce che sarà perfettamente in grado di assolvere ai compiti che lo aspettano nelle sue nuove vesti di arbitro notaio, ma ciò che resterà di questa elezione è la capacità di non stravolgere antichi equilibri, messa agilmente in mostra proprio dall’uomo del cambiamento.

Edoardo Romagnoli

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