Archivio mensile:dicembre 2014

La salsa verde

Di questo Natale ricordo il freddo, il freddo e la salsa verde, il resto dei ricordi me li ha portati via il cibo. Non ho ricordi nitidi dei parenti a tavola per il pranzo di Natale, anche se potrei scommettere sul fatto che ci fossero i miei genitori, mia sorella e la zia, perché quelli non mancano mai. Potrei azzardare che ci fosse anche qualche amico dei miei e solo l’intuito mi suggerisce che la cerchia si potrebbe circoscrivere agli amici del sud, perché sono soliti fare la cena della vigilia in famiglia per poi presenziare ai pranzi degli altri.

Non mi ricordo neanche quello che mi hanno regalato, forse perché non mi hanno regalato niente o una sciarpa uguale a quella dell’anno scorso, eppure mi sembra di ricordare precisamente quello che ho regalato io a loro, sarà per gli scontrini nel portafogli o per averli trascinati di stazione in stazione dentro quei sacchetti rumorosi.

La stella di Natale non c’era, né sulla porta, né come centro tavola e non perché ne abbia qualche ricordo, ma perché a mia madre non piace, preferisce mettere una composizione di sole pigne, cioè un assolo di pigne, evitando di bombolettarle d’argento.

Penso che la tovaglia fosse rossa, perché in genere mettiamo quella, ma su quale delle due tavole di casa abbia apparecchiato non potrei scommettere un euro sicuro di non perderlo.

Stessa storia vale per il servito, di solito usa il Ginori con le decorazioni floreali blu, e in altri Natali non ci sarebbe stato nemmeno il più lontano dubbio sul fatto che avesse utilizzato quello, ma quest’anno mi era sembrato di sentire che non lo avrebbe messo, per paura di rompere qualche altro pezzo del servito, dopo il piatto fondo di due anni fa e la zuppiera scheggiata l’anno scorso. Quindi sul servito, buio totale.

L’albero c’era, quello sì, quello c’è sempre, nel vero senso della parola, quell’albero non è mai stato smontato al massimo spolverato. In casa nostra era tradizione fare l’albero, prima che nascesse mia sorella, lo facevano i miei, poi quando è stata abbastanza grande lo ha fatto lei con il babbo e quando nacqui, il babbo lasciò il testimone.

Quando mia sorella si sposò, continuai a farlo da solo, ma quando la mamma seppe che a gennaio sarei partito, forse per la paura di trovarsi senza albero i Natali successi o per evitarsi la fatica di doverlo fare da sola, decise di lasciarlo così. Quindi l’albero c’era, ma solo perché c’è sempre stato.

Sul menù potrei solo tirare a indovinare e con molta probabilità qualche portata la indovinerei pure, sicuramente c’era la salsa verde, perché ha continuato a ripropormisi ogni volta che l’aria dallo stomaco cercava un’uscita risalendo l’esofago quindi, presumo, vi sia stato del lesso, magari della lingua. E se è stato fatto del lesso, ci sarà stato anche un brodo, magari dei tortellini, ma solo perché è tradizione e non perché ricordi qualcosa, sul cotechino sono sicuro: non c’era, mio padre non lo digerisce e in nessun Natale ho visto servire cotechino e non credo che questo abbia fatto eccezione, altrimenti me lo sarei ricordato.

I dolci ci sono stati, ne sono quasi sicuro, e visto che a mia zia, mia sorella e mia madre piace il pandoro, mentre al babbo opta, giustamente, per il panettone presumo che sulla tavola vi fossero entrambi e se c’era il pandro, mia madre non avrà fatto mancare la crema di mascarpone a mia sorella. Sono talmente sicuro della crema di mascarpone che, di conseguenza, non posso che dirmi sicuro anche del pandoro sul quale dev’esser stata versata a lava. E se non ci dovesse esser stato il pandoro, la crema è stata fatta di sicuro, anche all’ultimo momento, fatta da mia madre lì per lì, ma quella c’era di sicuro, per mia sorella è una di quelle poche cose irrinunciabili a Natale.

A tavola avremmo parlato di Renzi, dell’ebola, dei marò, della Cristoforetti, della Concordia portata a Genova, di quant’era bella Virna Lisi, della mafia a Roma e dei soliti scandali sparsi a giro per lo stivale e non perché è successo solo questo, ma perché solo di questo si è scritto e parlato, e lo so perché l’edicola qua di fronte ogni giorno espone un titolo e anche se non ricordo nulla, oggi, c’è ne è uno che li riassume tutti.

Adesso mi preparo per il cenone di Capodanno e spero vivamente di non ricordare niente di quest’anno, perché il primo voglio che sia il primo giorno di un anno tutto nuovo, libero da ogni scoria del passato.

– Ei, mi posso sedere qui accanto?

– Certo, la panchina è di tutti.

– Scusa le posso chiedere una cosa.

– Dica!

– Ma con chi stava parlando?

– Da solo.

– E di cosa?

– Del Natale, del Capodanno, del tempo che passa come l’acqua e di come proviamo a scandirlo.

– Grazie.

– Non c’è di che.

Perché a star qua su questa panchina a scolarmi Peroni e vino in scatola, almeno il tempo si rivela per quel che è, una scia continua, senza date, né feste, scandito solo dai ricordi.

 Edoardo Romagnoli

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Mafia Capitale, niente di nuovo

“Sapete quando è finita Mani Pulite? Quando abbiamo iniziato ad interessarci della corruzione dei cittadini comuni.” (Gherardo Colombo)

La mafia Capitale era sconosciuta solo ai ciechi, gli stessi che adesso minimizzano nel tentativo di derubricare i mafiosi in cravattari. La mafia a Roma è mafia e l’aggettivazione “capitale” è una necessità tutta giornalistica.

Massimo Carminati, er cecato.

Massimo Carminati, detto er cecato.

Matteo Calvio, detto lo spezzapollici.

Matteo Calvio, lo spezzapollici di Carminati.

E’ mafia perchè utilizza metodi mafiosi, perchè fa affari con altri clan presenti sul territorio, ma sopratutto perchè ha due facce a disposizione per ogni evenienza, quella da usare per insinuarsi negli uffici che contano, per rilevare attività economiche e riciclare i soldi sporchi e quella che per trafficare la droga, estorcere il pizzo e sparare.

Ciò che emerso e quello che potrebbe continuare ad emergere dall’operazione “Mondo di mezzo” è un sistema di malaffare che colpisce trasversalmente tanti, tantissimi interpreti della pubblica amministrazione, delle sue partecipate e di quella che chiamiamo società civile, oltre a qualche personaggio riciclato da epoche passate.

Ci sono due registri, due libri neri nei quali si trovano gli elenchi completi di anni di mazzette a politici, funzionari, burocrati e imprenditori, che svelano solo una piccola parte di un tessuto criminale che, non da adesso, ma in anni, ha talmente avvolto in fasce la capitale da non riuscire più a distinguerlo dal resto.

Non c’è niente di nuovo. Non sono nuovi gli interpreti, Massimo Carminati in primis, come non è nuovo che personaggi scomodi del passato riprendano forma, pensiamo alla ricomparsa del compagno G nello scandalo Expo Mose.

« Massimo Carminati nasce nell’ambiente dell’estremismo di destra come amico e compagno di scuola di Valerio Fioravanti, al quale si lega in modo forte, e di Franco Anselmi. In breve diviene un personaggio carismatico di uno dei gruppi fondanti dei Nar: quello cosiddetto dell’Eur. Pur partecipando solo marginalmente a scontri, sparatorie ed episodi della miniguerra che ha insanguinato la capitale intorno al 1977 fra estremisti di destra e di sinistra, Carminati gode di grandissimo prestigio. Probabilmente perché è la persona dell’ambiente di destra maggiormente legata già allora alla malavita romana, alla nascente Banda della Magliana. »
(Un attimo…vent’anni di Daniele Biacchessi)

Non sono nuove le dinamiche, come non è nuovo che la politica si faccia trovare per metà impreparata e per metà connivente. I legami tra mafia e politica sono storia antica di questo paese, ben prima della Trattativa.

Il primo caso risale ai primi del secolo, allo scandalo di Pietro Rosano e Peppuccio Romano. Il primo vince le elezioni del 1900 nel collegio di Aversa, appoggiato dal secondo, diventa deputato e sottosegretario all’Interno nel primo ministero di Giolitti, prima di suicidarsi dopo uno scandalo che lo coinvolse. Mentre il secondo dopo aver appoggiato Rosano, stravince le elezioni del 1904, nei collegi di Sessa Aurunca, salvo poi vedersi accusato di essere il boss della camorra dell’Aversano, nonchè la vera causa della morte di Rosano che non avrebbe sopportato il peso delle accuse che lo volevano espressione della camorra in Parlamento. Più o meno quello che racconta in un’audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta che il 7 ottobre 1997 lo interroga sul business dei rifiuti in Campania, quando riferisce che tutti e 106 i comuni del casertano sono in mano al clan dei Casalesi. Niente è cambiato, è sempre stato così.

Il sistema mafioso ha sempre cercato il ventre molle del sistema, cerca la mela marcia e una volta dentro cerca di farne marcire il più possibile. Una volta individuato il soggetto corruttibile lo si corrompe sempre allo stesso modo: con una percentuale sul singolo appalto, con qualche “regalino”, altrimenti si decide di metterlo a libro paga, in modo che possa essere totalmente a servizio, senza bisogno di intavolare nuove trattative, o meglio ancora, se preso ancora vergine, lo si sponsorizza, finanziando la campagna elettorale e rastrellando migliaia di voti per lui, tanto da farlo eleggere e una volta eletto disporne di come meglio si crede.

Non è nuovo neanche il quadro che ne esce, quello di una classe politica destinata ancora a lungo a fare affidamento su personaggi come Buzzi se continua ad essere così scollata dal territorio, perchè per quanti incontri elettorali, cene e dibattiti si possono organizzare non è possibile conoscere un territorio nell’arco di una campagna elettorale, e allora sono questi i personaggi che portano voti e i voti ti servono sempre, ma ti servono ancor di più in un momento in cui la politica gode di un livello di gradimento ai minimi storici e i partiti sono incapaci di esprimere una classe dirigente di qualità formata al loro interno.

Da questa vicenda la politica ne esce ancor più debole di quanto già non fosse, incapace di fare da contraltare a certi poteri, di operare un minimo di vigilanza al suo interno, di mettere in piedi un sistema che permetta alle istituzioni di autotutelarsi di fronte a profili individuali come quelli di Luca Odevaine, al quale non è permesso entrare negli Usa per una condanna per droga, ma in Italia era a capo della polizia provinciale. La risposta messa in campo da Renzi è di per sè un segnale di distensione verso gli indagati, prima un tweet, poi un video dove si annunciava un disegno di legge, niente decreto d’urgenza, niente modifiche urgenti alla legge sulla corruzione che l’Ue già a Febbraio di quest’anno aveva giudicato insufficiente, niente di niente, solo buoni intenti.

In questo quadro desolante pieno zeppo di affaristi una volta che si alza il tappeto e vengono smascherati i ladri, l’ebete che non si era accorto di nulla ci fa un figurone, ma continua pur sempre a non capirci nulla. Eppure neanche questa è una novità.

Non è nuovo che Roma abbia una sua mafia autoctona che intesse relazioni con le altre organizzazioni criminali presenti su un territorio che è una zona franca, dove non ci sono padroni assoluti o soci di maggioranza, sebbene in molti ci abbiano provato, Banda della Magliana in primis.

Come non è nuovo che a Roma non ci sia solo un’ organizzazione criminale, ma decine dai gestori di caldarroste ai padroni della piazza di spaccio di Ostia, passando per ndrangheta, cosanostra e camorra. E’ una convivenza basata sul rispetto delle zone di competenza e delle specificità di ogni clan.

E la società civile? La società civile non vede niente, non sa niente, lo viene sempre a sapere male, in ritardo e si indigna, almeno per un pò. Nonostante siano tante le figure professionali che favoriscono le trasmissioni fra il mondo di mezzo e quello di sopra, sono tanti gli avvocati, i notai, i periti, gli imprenditori che si mettono a servizio, inconsapevoli e non.

La mafia a ROMA esiste e convive con altre organizzazioni criminali. Era difficile credere il contrario, e non tanto per gli scandali Atac/Ama del Dicembre del 2010 o le inchieste di Lirio Abbate, che già facevano più che intuire qualcosa, ma per un fatto di logica: possibile che nella capitale politica del paese non ci fossero infiltrazioni mafiose? Possibile credere che la foce del fiume di denaro pubblico non fosse presa di mira dai cercatori d’oro? Non era possibile crederlo nemmeno per il più inguaribile degli ottimisti. Ecco perchè non ci si può dire sorpresi di fronte a tutto questo e a tutto il resto che speriamo continui a venire fuori, nè si può tentare di minimizzare perchè è chiaro che questa sia solo la punta di un iceberg che si è espanso nel tempo come una montagna nell’acqua e che in tanti, in maniera trasversale hanno contribuito ad alimentare, anche grazie ad un’onesta e disinteressata ignoranza.

Edoardo Romagnoli

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