Archivio mensile:novembre 2014

Liter of light – Intervista a Lorenzo Giorgi

Intervista a Lorenzo Giorgi, Project Manager Liter of Light Italia

Lorenzo Giorgi (a sinistra) e Illac Diaz, fondatore di Liter of Light

Lorenzo Giorgi (a sinistra) e Illac Diaz, fondatore di Liter of Light

1 – COME E’ NATO IL PROGETTO?

Nell’Aprile 2011, la ONG filippina My Shelter Foundation, guidata dall’architetto Illac Diaz, decise di utilizzare la tecnologia ideata dal brasiliano Alfredo Moser per fornire illuminazione alle slums delle Filippine, denominando il progetto Isang Litrong Liwanag (Liter of Light).

In seguito, grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Università di Santo Tomas, il prototipo bottle bulb“ viene potenziato: alle bottiglie riciclate, viene installato un pannello solare da 1W collegato ad un Led con la potenza di 1W ed un voltaggio di 3,2 V.

Nasce così il progetto Liter Of Light At Night, che in seguito si é diffuso in maniera quasi informale in 18 Paesi nel Mondo, soprattutto nel Sud, in quei paesi off-grid dove principalmente viene installato.

2 – QUANDO INVECE E’ NATO LITER OF LIGHT ITALIA?

Abbiamo cominciato a parlare di Liter of Light quasi un anno fa, il progetto ci piaceva, era interessante, ma tutti eravamo presi dai nostri lavori. Così piano piano abbiamo iniziato ad appassionarci a questa innovazione, e insieme allo studio di Architettura M3O di Firenze siamo stati selezionati all’interno degli eventi “collateral” della Biennale di Architettura di Venezia.
E’ arrivata l’estate e da lì ho cominciato a tessere rapporti sempre più stretti con il fondatore Illac Diaz, abbiamo trovato un gran feeling, una sintonia perfetta, l’energia che riesce a sprigionare quando lavora su questo progetto è incredibile, è contagiosa.
Erano i primi di Luglio quando mi ha detto, “Lorenzo sarebbe grandioso se tu portassi Liter of Light in Italia”, da quel momento abbiamo iniziato a studiare come promuovere questa stupenda tecnologia ed a settembre è nato ufficialmente LITER OF LIGHT ITALIA.

3 – QUAL’E’ L’OBIETTIVO E IN QUANTO TEMPO PENSATE DI RAGGIUNGERLO?

Liter of Light Italia é uno studio di progettazione e sviluppo – il primo, e al momento anche l’unico, in Europa – che ha come obiettivo particolare quello di implementare le installazioni di questa tecnologia in Africa. In Italia stiamo organizzando un tour che attraverserà le piazze delle maggiori città italiane e programmando una campagna nazionale con i nostri testimonial. Mentre, a livello globale, fino ad oggi sono state installate circa 400.000 luci, in diversi villaggi e paesi del mondo, questo grazie agli interventi di tutti i distretti di Liter of Light presenti nel mondo, l’obiettivo per il 2015 (Anno internazionale della Luce e delle tecnologie basate sulla Luce -IYL 2015) è di raggiungere 1 milione di lampade.

4 – COME SI PUO’ ADERIRE/CONTRIBUIRE ALL’ASSOCIAZIONE E DI CHE TIPO DI FIGURE AVETE BISOGNO?

Si può aderire e contribuire in molti modi, per prima cosa riflettendo sul fatto che quello che facciamo non é rivolto soltanto ai Paesi “lontani” ma a tutti noi. Il cielo, la terra e i mari sono spazi comuni, anche nostri, e dovremmo averne cura.
Stiamo cercando volontari che ci accompagnino e che vogliano aprire un gruppo di lavoro LITER OF LIGHT nella loro città.
Inoltre cerchiamo ingegneri elettronici e periti elettronici e delle telecomunicazioni per studiare e sviluppare una tecnologia sempre migliore, che possano anche seguirci quando facciamo la formazione, che sia in italia o in ambito internazionale.

5 – COME VIENE PERCEPITA L’IDEA DALLE AZIENDE ITALIANE?

Le aziende apprezzano questa idea sia perchè ha insite dentro di se le caratteristiche per essere davvero sostenibile nei paesi in via di sviluppo sia perchè anche in Italia le aziende stanno iniziando a sviluppare le loro politiche di social responsability, sono molto più attente alla tutela del territorio e alle tematiche sociali che riguardano l’inquinamento. In Italia siamo ancora lontani dalle strategie comunicative aziendali delle società estere, soprattutto americane, ma qualcosa si sta muovendo obiettivamente.

Uno studio dell’Università della California a Los Angeles (UCLA) ha rilevato che le imprese che adottano e sposano la Green Economy hanno un incremento della produttività del 16% rispetto alla media.

Non importa quanto grande o piccolo sia il business; ci sono modi per bilanciare le iniziative di sostenibilità e social responsability senza frenare né dissestare i piani aziendali. Possiamo strutturare e pianificare un progetto ad hoc per ogni tipo di azienda, grande o piccola, sviluppando la sua immagine sociale e facendo sì che riesca a dare un contributo reale all’ambiente e alla nascita di nuove piccole imprese nei paesi del sud del mondo.
Ah dimenticavo, le aziende italiane spalancano sempre gli occhi quando scoprono che un’innovazione così importante è stata creata nel sud del mondo!

Edoardo Romagnoli

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Gli affari degli altri

In quel condominio nessuno si conosceva e le poche informazioni che circolavano erano per lo più false o frutto di sommarie ricerche, l’unica cosa certa erano i cognomi, almeno di quelli che avevano avuto il buon cuore di mettere la targhetta sul campanello, estranei al punto che soltanto quando morì venni a sapere come si chiamava il mio vicino.

A Roma era stato un agosto caldissimo e i san pietrini seccati al sole di mezzogiorno continuavano a cuocere le suole in gomme dei giapponesi, ben oltre l’ora del tramonto. Quando mi suonarono alla porta, la signorina del telegiornale stava aggiornando la conta dei caduti in quella che sembrava essere l’estate più calda del secolo, nella quale, per l’ennesimo anno, erano stati superati tutti i record di caldo finora registrati.

Un paramedico vestito con una sgargiante tuta color verde acqua marina, corredata da strisce catarifrangenti, se ne stava ritto come una bandierina del calcio d’angolo con i piedi sullo zerbino.

Enrico Pardini, il mio vicino, era morto, aveva avuto un malore mentre era in casa, aveva chiamato l’ambulanza e aperto la porta, prima di farsi trovare rigido su quel divano a sconto, come una di quelle fodere elastiche che non calzano mai.

Volevano sapere se conoscessi un parente, se avessi magari il numero di qualcuno vicino alla famiglia, ma pur non avendo nulla che potesse essere utile alla causa, non mi feci scappare l’occasione di frugare nella casa del vecchio. Inventai una scusa e sarà stata il tono convinto, la pigrizia del mio interlocutore o le due cose insieme, ma la tattica funzionò e a pochi minuti dalla triste notizia, ero sul parquet di legno grezzo di casa Pardini.

Un ampio salone con un angolo cottura ritagliato alla sinistra della porta d’ingresso, un corridoio stretto che portava ad un’anticamera da cui si accedeva a tre stanze: una camera da letto, un bagno e uno sgabuzzino.

Un odore di polvere si levava dall’enorme tappeto del soggiorno, con una forte nota d’anice esalata da una tazza d’orzo allungato, sopra ad una settimana enigmistica di due mesi prima.

Attesi che lo portassero giù per le scale, fingendo di scartabellare la rubrica accanto al telefono, poi mi infilai nella camera da letto.

Una distesa di scatoloni copriva il pavimento per intero se non fosse stato per una piccola viuzza aperta fra i cartoni per arrivare al letto, anch’esso occupato dagli scatoloni per una buona metà.

Ne toccai un paio per qualche secondo prima di leggere “Goti” sulla scatola più vicina. Goti, come sulla targa appesa alla porta dell’inquilino del terzo piano. Poi vidi “Chiarelli” scritto in stampatello maiuscolo con un pennarello nero, poi “Lanfranchi”, “Guardini” e “Strelli”, tutti scritti con la stessa calligrafia e lo stesso bluastro, tutti inquilini di quel condominio. Iniziai a scartare la prima scatola che trovai a tiro, ma riuscii a fermarmi in tempo, guardai l’etichetta: “Paolesi”, decisi di cercare la mia e iniziai a spostare con cura tutte le altre.

“Villani”, stessa calligrafia, solito bluastro, ero preso dalla smania della curiosità, da una foga talmente accecante che mi dimenticai totalmente di dov’ero e del perché ero lì. Aprii la scatola.

Edoardo Romagnoli

 

 

 

Il proprio posto

In queste settimane di Leopolde, piazze e manganellate, di sinistre divise, sassate, false dimissioni, nuovi annunci e probabili alleanze, di gente che cerca un posto e di chi il posto ha paura di perderlo, mi sono occupato del parcheggio sotto casa.

Immaginatevi tre palazzi, una scuola e una ditta di allarmi chiusa. Il tutto contenuto in una strada privata di una trentina di metri sulla Casilina.

La scuola è di recente costruzione, ma il resto fa parte di quella corrente edilizia tutta italiana, molto in voga negli anni Settanta, che prese il nome di “abbuffinaggio”, che consisteva nella ricerca di soluzioni sempre più grossolane per incastrare fra loro il maggior numero di casermoni in cemento armato possibile, senza dare troppo nell’occhio, almeno fino al termine dei lavori.

Uno stile che ha permesso la costruzione di opere memorabili, lasciando qualche traccia anche qui, sulla Casilina, per la precisione più di una traccia: due palazzi, di un rosastro sporco, che si guardano l’uno di fronte all’altro, offrendo alla strada solo un fianco. A lato di uno dei due Moloch di calcestruzzo si appoggia una scuola, una struttura nuova appena restaurata e ridipinta di un bianco ospedaliero, guardata a vista da un altro palazzo, una struttura semifuturistica degli anni Novanta, di un materiale ignoto che se solo fosse ipotizzabile usarlo nell’edilizia, avrei giurato si trattasse della glassa dei Raffaello.

A dividere il tutto, una lingua di cemento di una trentina di metri senza sfondo, adibita ormai da tempo a parcheggio condominiale.

I palazzi contano sei piani ciascuno, ogni piano ha quattro interni, fatta eccezione per il primo piano che ne ha solo uno, per ogni interno si calcoli una media di due persone con una macchina a disposizione.

63 macchine, un numero che va ben oltre la disponibilità di posti auto, anche nel caso in cui escludessimo le 21 auto del terzo palazzo che hanno il parcheggio sotterraneo ad uso esclusivo, visto che alle 42 vetture rimanenti sarebbero da aggiungere un numero indefinito di studenti automuniti che frequentano la scuola dalle otto del mattino alle sei del pomeriggio. In realtà l’impatto degli studenti sul parcheggio è quasi nullo, visto che il flusso si incastra alla perfezione con quello degli abitanti dei tre palazzi che partono la mattina, quando i ragazzi arrivano a scuola e tornano la sera quando i ragazzi se ne sono già andati. Quindi rimaniamo sulle originarie 42 auto.

Ora, si capisce bene che, sebbene siano la creatività di ogni pilota e la grandezza delle macchine parcheggiate a fare il numero di posti disponibili, in trenta metri 42 macchine non entrano, considerando anche lo spazio necessario alla manovra per uscire, perchè a meno che non sia l’ultimo parcheggio della vita o non siano tutti in possesso di altre macchine, prima o poi dovranno anche uscire.

Il numero di macchine, sebbene in maniera approssimativa lo sappiamo, adesso c’è da capire quanti posti auto sono disponibili.

Percentuale delle auto non parcheggiate sul totale delle auto da parcheggiare.

Percentuale delle auto non parcheggiate sul totale delle auto da parcheggiare.

Diciamo che, mettendoci un paio di Smart e un parcheggio creativo, i posti condominiali possono spingersi fino a 14. Pochi, pochissimi, il rapporto è di 1 a 3, un posto ogni tre auto, due guidatori che a fine giornata saranno costretti a litigare, a parcheggiare altrove o entrambe le cose, in questo preciso ordine.

Se ancora la gravità della situazione non fosse stata ancora percepita per intero, pensiamola in termini percentuali che a me non mi dice niente, ma a qualcuno potrebbe anche chiarire il concetto: il numero delle auto supera del 250% il numero dei posti disponibili, il che vuol dire che ogni giorno il 71,5% delle auto totali rimane senza parcheggio, inutile dire che di fronte a questi numeri, la guerra quotidiana che ne segue è la naturale conseguenza.

E’ una guerra sui minuti, sperando che al tuo vicino sia toccato un impegno improvviso, gli straordinari, la figlia da accompagnare a cena da un’amica, è una guerra fatta di appostamenti alla finestra, in macchina parcheggiati in doppia fila, di infinite attese appolaiati ai balconi, di roboanti corse per le scale, in pigiama e con le chiavi della macchina in mano.

D’altronde dell’inevitabile conflitto, giocato in maniera più o meno sporca, con soluzioni più o meno efficaci, ma comunque regolato dalla legge del “chi primo arriva, meglio alloggia”, c’è poco da lamentarsi, rimane da adeguarsi.

Il fatto è che dei 14 posti auto disponibili, 2 sono occupati in maniera definitiva da delle auto abbandonate. E non è un dettaglio, vista la situazione che certo non permette certi sciali, ma se non bastasse le percentuali tornano in aiuto: le auto abbandonate e di conseguenza i parcheggi occupati incidono più del 14% sul numero totale di posti auto disponibili. Un vero e proprio salasso.

Quanto incidono le auto abbandonate sul numero totale dei parcheggi.

Quanto incidono le auto abbandonate sul numero totale dei parcheggi.

Andiamo nel concreto. La prima è un Fiat Punto, senza proprietario, senza tagliando dell’assicurazione e con le gomme decorate a ciuffi d’erba spuntati come premio fedeltà dal cemento, l’altra, una vecchia Fiat 500 blu, tutta ruggine e con le gomme oramai imparentate con l’asfalto, stavolta però targata e con proprietario noto a tutti, un inquilino del terzo palazzo, cioè uno di quelli con il parcheggio custodito, che non ne vuole sapere nulla di spostarla.

Le due auto sono lì da più di dieci anni, ma non si possono togliere.

Quella striscia di cemento lunga una trentina di metri non è suolo pubblico, quindi la Polizia Municipale non può venire e portarsi via le macchine, nè subissarle di multe per mancata esposizione del tagliando assicurativo o di un tagliando scaduto, ma essendo proprietà privata, la Polizia Municipale può solo sollecitare i proprietari a disfarsene, ma essendo irrintracciabile il primo proprietario e irremovibile il secondo, le macchine rimangono la.

L’amministratore del condominio,dopo otto gloriosi anni di dispute, a nome dei condomini di tutti e tre i palazzi, fatta eccezione per i diretti interessati, ha desistito, come mi ha spiegato con tono provato quando ci siamo sentiti sulla questione, accettando l’idea che quelle due carcasse occupino per sempre il 14% dei posti disponibili del parcheggio condominiale.

Tutte le soluzioni che vi possono saltare alla mente, sono già saltate alla mente di almeno uno dei condomini dei tre palazzi, ma cose come staccare la targa, bruciare le macchine sono illegali e non risolverebbe la cosa, la colletta condominiale per chiamare un carroattrezzi di per sè non sarebbe illegale, ma è contro la legge far portar via un’auto di proprietà di un’altra persona, anche se abbandonata, se non ha la targa e quant’altro.

In queste settimane di Leopolde, piazze e manganellate, di sinistre divise, sassate, false dimissioni, nuovi annunci e probabili alleanze,di gente che cerca un posto e di chi il posto ha paura di perderlo, mi sono occupato di un parcheggio in una strada privata a Roma.

Un parcheggio dove ogni giorno c’è una guerra fra vicini alimentata quotidianamente dalla mancanza di risorse per tutti, dove gli errori del passato si sono trasformati in privilegi del presente che nessuno ha il potere di estirpare, dove c’è chi non ha niente e lotta per qualcosa, fosse anche provvisorio, su un marciapiede o in doppia fila e dove chi ha tutto il parcheggio che vuole non si accontenta, cerca di più e quando non può ottenere, non disdegna il sabotaggio, dove ci sono i furbi di sempre, dove i cavilli burocratici diventano realtà, dove anche l’approccio più oggettivo possibile non porta a nessuna soluzione, dove le uniche strade possibili corrono tutte al di fuori della legge e dove chi dovrebbe vigilare se ne  frega ampiamente, dove comunque si continua a cercare ogni giorno il proprio posto.

N.B. Ogni calcolo matematico presente nell’articolo è frutto della fantasia e non si riferisce a calcoli o percentuali reali.

Edoardo Romagnoli

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