Paziente due

Lunedì 6 Ottobre.

– Ma porca troia adesso doveva venire fuori?
– Guarda che c’è da un bel po’.
– Ma dove?
– In Africa.
– E perché adesso c’è sto casino? Che hanno fatto sono evasi i malati dall’Africa?
– Boh.
– No, ma te ne rendi conto che sfiga? Cioè dico almeno fosse venuto fuori dopo, non dico tra una settimana, mi bastava un giorno.
– Lo dovresti vedere come un segno del destino.
– Almeno sarei morto felice, adesso rischio di morire lo stesso senza neanche averci scopato.
– Ei ei ei che intendi per “adesso rischio di morire lo stesso”? L’hai baciata?
– No.
– L’hai toccata?
– Cosa intendi per toccata?
– Toccata, cosa intendo… le hai toccato le mani, le braccia, le gambe, la testa, insomma siete venuti in contatto diretto?
– Sì.
– E cosa cazzo aspettavi a dircelo. Porca troia. Loreeee, Loreeee…. tu stai fermo qua.

Era andata più o meno così e questa era stata anche l’ultima conversazione che Diego e Fabio ebbero prima che l’uno decidesse di internare l’altro nel salotto di casa.
Le cose erano iniziate qualche giorno prima, quando Fabio aveva incontrato per caso una bionda da paura.

Venerdì, 3 Ottobre. Roma

L’effetto serra dominava incontrastato su Roma e nonostante l’orologio della farmacia segnasse le 8.13, c’era un caldo agostano e Fabio stava già pezzando la camicia azzurra che nascondeva sotto un completo nero di almeno una taglia superiore. Le scarpe eleganti gliele aveva prestate Diego e nonostante portassero il solito numero avanzava a fatica, con ampie falcate orizzontali, con un passo simile a quello dell’oca che a qualcuno sarà sembrato persino provocatorio.

– Fabio!

Fece finta di non sentire. Stava ancora pensando a quei 13 minuti di ritardo, ormai impossibili da recuperare e sperava con tutto il cuore che non chiamassero lui, chiunque fosse.
Aveva deciso da un po’ di liberarsi della sua fama di ritardatario e quella poteva rivelarsi una buona occasione.

– Fabio!

Chiamavano lui e si decise a girarsi.

– Ehm ciao.

Vuoto. Nessun collegamento faccia nome presente nel cervello, almeno non rintracciabile sul momento.

– Non mi riconosci?

Il panico. Non solo incontro fortuito per strada, ma incontro fortuito per strada con estranea che ti conosce o finge di farlo, il tutto mentre era in ritardo alla laurea di Andrea; occasione unica per sfatare, almeno in parte, la nomea di ritardatario.

– Ehm, no. Mi dispiace… che figura, guarda mi succede un sacco di volte, è che non ho proprio memoria, deve essere genetico o tutte le canne che mi sono fatto, ma proprio non mi ricordo.

Il dispiacere era sincero, soprattutto dopo che l’ebbe squadrata da cima a fondo non potendo fare a meno di pensare alla fortuna spacciata che aveva voluto che una figa pazzesca lo fermasse per strada.
Sempre sperando che non si rivelasse la cugina o qualunque altra sorte di parente.

– Sono Carol!

Carol? Chi cazzo è Carol? Non ebbe neanche il tempo di pensare che, se avesse incontrato prima una figa del genere, se lo sarebbe ricordato, Carol fugò ogni dubbio.

– Dai Carol Mainoli. Il campeggio al Parco Nazionale dell’Uccellina? Trecce bionde! – disse gonfiandosi le guance.

Treccenere! Incredibile! Avrebbe voluto dirle di come si cambia nella vita, di come era cambiata lei in particolare. Di come non avrebbe mai potuto riconoscere quell’ammasso di carne che odorava di ascella in quel cigno, fasciato in quella salopette che avrebbe stonato su qualsiasi altro corpo, in qualsiasi altro luogo terrestre in quel momento, ma riuscì solo a pronunciare un sonoro:

– NO.- carico di sgomento, seguito da un immancabile e quanto mai banale – come stai?

– Bene. Anche tu stai bene, ti ho riconosciuto perché sei uguale spiccicato ad allora.

– Beh un po’ più alto e muscoloso. – ammiccò subito Fabio.

– Un po’ più alto. – glossò lei – Dov’è che stavi andando?

L’uomo è cacciatore e il cacciatore può cacciare secondo le regole o di frodo, utilizzando armi improprie e, talvolta, giustificandosi con la presunzione di sapere
le abitudini e i desideri della preda. E così, sebbene la risposta sarebbe stata semplice, Fabio optò per la cazzata.

– Sto andando a lavoro!

– Wow e dove lavori di bello? In banca scommetto, guarda che eleganza.

Fabio cercò di pomparsi per calzare al meglio tutti i centimetri di stoffa eccedenti e poi non fece altro che accodarsi, senza fare neanche la fatica di inventare.

– Sì.- sorrise – In banca, ma precario eh – sembrava concludere abbassando un po’ il tiro, per poi cedere ad un tronfio – ma ben remunerato. – concludendo con un ammiccante e inconcludente – Sai in banca.
Lei rise, fiera dei suoi denti bianchi scuotendo la chioma. Fabio non poté fare a meno di immergersi dentro con tutti gli occhi, sospeso in un attimo.

– Io sono tornata ieri dalla Spagna. Sono stata in Erasmus. Mi mancano ancora due esami.

Fabio continuava a fissarla.

– Ei.

Si sveglio, sparando un sempreverde:

– E adesso che fai? – correggendo il tiro con un più appropriato – Di cosa ti occupi?

– Lavoro per una Ong. Facciamo progetti in Africa.

La gente intanto continuava a ingolfare l’incrocio con le macchine e i marciapiedi con la loro presenza, ricordata ad intervalli regolari ai due con continui colpetti alle spalle e ai fianchi.
Sembravano volerli punire per aver deciso di socializzare così, in mezzo alla gente alienata che deve correre, che deve andare a lavoro, che ha degli appuntamenti, che non ha tempo, che è in ritardo.
Poi si ricordò anche Fabio di essere in ritardo. Voleva chiederle che ore erano, poi pensò che sarebbe suonato strano uno che lavora in banca senza un cellulare o un orologio, allora si sporse dietro di lei per vedere l’orologio della farmacia. 8:25. Il tempo vola cazzo.

– Scusa devo andare, ma ci dobbiamo vedere assolutamente. Dammi la tua e-mail.

– Dammi il tuo numero ti faccio uno squillo.

Un giorno o l’altro avrebbe dovuto cedere al telefonino. Anche solo ad un Nokia mattoncino. Un 3210 o qualcosa del genere, anche solo per non trovarsi mai più in situazioni tipo questa.

– Ehm in questo momento diciamo che non ho un numero. Ma ti posso chiamare.

– Ok. Dove lo scrivi?

Tirò fuori dalla tasca la penna che si era portato per firmare il biglietto d’auguri, poi dopo aver sfilato un fazzoletto dal pacchetto rispose: Qua.
Lei rise e a coppie di due gli lasciò il suo numero.

Martedì, 7 Ottobre.

– Dai ragazzi fatemi uscire. Pensateci bene ci sono pochissime probabilità che fosse stata infetta.
– Diego sentilo come sragiona.
– Dev’essere l’ebola. Quella ti manda il sangue al cervello. Impazzisci e poi muori.
– Rispondi a queste semplici domande. Di cosa di occupa?
– Te l’ho già detto di una Ong.
– E che fa questa Ong?
– Progetti in Africa.
– Bene. E che c’è ora in Africa?
– Ma mica in tutta l’Africa!
– Non sappiamo né dov’è bene questa ebola né dove è stata lei, quindi dobbiamo prendere tutte le precauzioni del caso. E tu dovrai collaborare.
– Ma lei non c’è stata in Africa.
– Già, ma dov’è che è stata?
– In Spagna.
– In Spagna, esattamente da dove proviene Teresa Romero.
– E chi cazzo è Teresa Romero?
– Un’infermiera che si è ammalata di ebola e che ora è tornata in Spagna, dove probabilmente ha incontrato la tua Carol.
– Sempre che non l’abbia incontrata direttamente in Africa – volle precisare Diego – dove magari era a concludere qualche progetto.
– Dai ragazzi non scherzate fatemi uscire. Giuro che non la voglio più vedere.
– Ormai è troppo tardi. Sei infetto.
– Cosa facciamo? – chiese Diego.
– Lo teniamo recluso in salotto.
– Sì ma come facciamo. Dovrà pur mangiare, pisciare, vomitare. Non può farlo in salotto.
– Beh il mangiare glielo passiamo di sotto alla porta.
– Sì e cosa mangio sottilette – polemizzò Fabio da dietro la porta.
– Zitto te a questo ci penseremo dopo. Lurido infetto e tieniti lontano dalla porta.
– E per pisciare può pisciare dalla finestra.
– Lore ma che cazzo dici, non siamo mica nel Medioevo. Qui ci arrestano tutti. Poi che facciamo quando ci trovano con un malato d’ebola in casa?
– Secondo me dovrebbero nominarci eroi della patria per aver isolato il caso due italiano.
– Ma stai zitto.

Edoardo Romagnoli

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