Archivio mensile:ottobre 2014

Paziente due

Lunedì 6 Ottobre.

– Ma porca troia adesso doveva venire fuori?
– Guarda che c’è da un bel po’.
– Ma dove?
– In Africa.
– E perché adesso c’è sto casino? Che hanno fatto sono evasi i malati dall’Africa?
– Boh.
– No, ma te ne rendi conto che sfiga? Cioè dico almeno fosse venuto fuori dopo, non dico tra una settimana, mi bastava un giorno.
– Lo dovresti vedere come un segno del destino.
– Almeno sarei morto felice, adesso rischio di morire lo stesso senza neanche averci scopato.
– Ei ei ei che intendi per “adesso rischio di morire lo stesso”? L’hai baciata?
– No.
– L’hai toccata?
– Cosa intendi per toccata?
– Toccata, cosa intendo… le hai toccato le mani, le braccia, le gambe, la testa, insomma siete venuti in contatto diretto?
– Sì.
– E cosa cazzo aspettavi a dircelo. Porca troia. Loreeee, Loreeee…. tu stai fermo qua.

Era andata più o meno così e questa era stata anche l’ultima conversazione che Diego e Fabio ebbero prima che l’uno decidesse di internare l’altro nel salotto di casa.
Le cose erano iniziate qualche giorno prima, quando Fabio aveva incontrato per caso una bionda da paura.

Venerdì, 3 Ottobre. Roma

L’effetto serra dominava incontrastato su Roma e nonostante l’orologio della farmacia segnasse le 8.13, c’era un caldo agostano e Fabio stava già pezzando la camicia azzurra che nascondeva sotto un completo nero di almeno una taglia superiore. Le scarpe eleganti gliele aveva prestate Diego e nonostante portassero il solito numero avanzava a fatica, con ampie falcate orizzontali, con un passo simile a quello dell’oca che a qualcuno sarà sembrato persino provocatorio.

– Fabio!

Fece finta di non sentire. Stava ancora pensando a quei 13 minuti di ritardo, ormai impossibili da recuperare e sperava con tutto il cuore che non chiamassero lui, chiunque fosse.
Aveva deciso da un po’ di liberarsi della sua fama di ritardatario e quella poteva rivelarsi una buona occasione.

– Fabio!

Chiamavano lui e si decise a girarsi.

– Ehm ciao.

Vuoto. Nessun collegamento faccia nome presente nel cervello, almeno non rintracciabile sul momento.

– Non mi riconosci?

Il panico. Non solo incontro fortuito per strada, ma incontro fortuito per strada con estranea che ti conosce o finge di farlo, il tutto mentre era in ritardo alla laurea di Andrea; occasione unica per sfatare, almeno in parte, la nomea di ritardatario.

– Ehm, no. Mi dispiace… che figura, guarda mi succede un sacco di volte, è che non ho proprio memoria, deve essere genetico o tutte le canne che mi sono fatto, ma proprio non mi ricordo.

Il dispiacere era sincero, soprattutto dopo che l’ebbe squadrata da cima a fondo non potendo fare a meno di pensare alla fortuna spacciata che aveva voluto che una figa pazzesca lo fermasse per strada.
Sempre sperando che non si rivelasse la cugina o qualunque altra sorte di parente.

– Sono Carol!

Carol? Chi cazzo è Carol? Non ebbe neanche il tempo di pensare che, se avesse incontrato prima una figa del genere, se lo sarebbe ricordato, Carol fugò ogni dubbio.

– Dai Carol Mainoli. Il campeggio al Parco Nazionale dell’Uccellina? Trecce bionde! – disse gonfiandosi le guance.

Treccenere! Incredibile! Avrebbe voluto dirle di come si cambia nella vita, di come era cambiata lei in particolare. Di come non avrebbe mai potuto riconoscere quell’ammasso di carne che odorava di ascella in quel cigno, fasciato in quella salopette che avrebbe stonato su qualsiasi altro corpo, in qualsiasi altro luogo terrestre in quel momento, ma riuscì solo a pronunciare un sonoro:

– NO.- carico di sgomento, seguito da un immancabile e quanto mai banale – come stai?

– Bene. Anche tu stai bene, ti ho riconosciuto perché sei uguale spiccicato ad allora.

– Beh un po’ più alto e muscoloso. – ammiccò subito Fabio.

– Un po’ più alto. – glossò lei – Dov’è che stavi andando?

L’uomo è cacciatore e il cacciatore può cacciare secondo le regole o di frodo, utilizzando armi improprie e, talvolta, giustificandosi con la presunzione di sapere
le abitudini e i desideri della preda. E così, sebbene la risposta sarebbe stata semplice, Fabio optò per la cazzata.

– Sto andando a lavoro!

– Wow e dove lavori di bello? In banca scommetto, guarda che eleganza.

Fabio cercò di pomparsi per calzare al meglio tutti i centimetri di stoffa eccedenti e poi non fece altro che accodarsi, senza fare neanche la fatica di inventare.

– Sì.- sorrise – In banca, ma precario eh – sembrava concludere abbassando un po’ il tiro, per poi cedere ad un tronfio – ma ben remunerato. – concludendo con un ammiccante e inconcludente – Sai in banca.
Lei rise, fiera dei suoi denti bianchi scuotendo la chioma. Fabio non poté fare a meno di immergersi dentro con tutti gli occhi, sospeso in un attimo.

– Io sono tornata ieri dalla Spagna. Sono stata in Erasmus. Mi mancano ancora due esami.

Fabio continuava a fissarla.

– Ei.

Si sveglio, sparando un sempreverde:

– E adesso che fai? – correggendo il tiro con un più appropriato – Di cosa ti occupi?

– Lavoro per una Ong. Facciamo progetti in Africa.

La gente intanto continuava a ingolfare l’incrocio con le macchine e i marciapiedi con la loro presenza, ricordata ad intervalli regolari ai due con continui colpetti alle spalle e ai fianchi.
Sembravano volerli punire per aver deciso di socializzare così, in mezzo alla gente alienata che deve correre, che deve andare a lavoro, che ha degli appuntamenti, che non ha tempo, che è in ritardo.
Poi si ricordò anche Fabio di essere in ritardo. Voleva chiederle che ore erano, poi pensò che sarebbe suonato strano uno che lavora in banca senza un cellulare o un orologio, allora si sporse dietro di lei per vedere l’orologio della farmacia. 8:25. Il tempo vola cazzo.

– Scusa devo andare, ma ci dobbiamo vedere assolutamente. Dammi la tua e-mail.

– Dammi il tuo numero ti faccio uno squillo.

Un giorno o l’altro avrebbe dovuto cedere al telefonino. Anche solo ad un Nokia mattoncino. Un 3210 o qualcosa del genere, anche solo per non trovarsi mai più in situazioni tipo questa.

– Ehm in questo momento diciamo che non ho un numero. Ma ti posso chiamare.

– Ok. Dove lo scrivi?

Tirò fuori dalla tasca la penna che si era portato per firmare il biglietto d’auguri, poi dopo aver sfilato un fazzoletto dal pacchetto rispose: Qua.
Lei rise e a coppie di due gli lasciò il suo numero.

Martedì, 7 Ottobre.

– Dai ragazzi fatemi uscire. Pensateci bene ci sono pochissime probabilità che fosse stata infetta.
– Diego sentilo come sragiona.
– Dev’essere l’ebola. Quella ti manda il sangue al cervello. Impazzisci e poi muori.
– Rispondi a queste semplici domande. Di cosa di occupa?
– Te l’ho già detto di una Ong.
– E che fa questa Ong?
– Progetti in Africa.
– Bene. E che c’è ora in Africa?
– Ma mica in tutta l’Africa!
– Non sappiamo né dov’è bene questa ebola né dove è stata lei, quindi dobbiamo prendere tutte le precauzioni del caso. E tu dovrai collaborare.
– Ma lei non c’è stata in Africa.
– Già, ma dov’è che è stata?
– In Spagna.
– In Spagna, esattamente da dove proviene Teresa Romero.
– E chi cazzo è Teresa Romero?
– Un’infermiera che si è ammalata di ebola e che ora è tornata in Spagna, dove probabilmente ha incontrato la tua Carol.
– Sempre che non l’abbia incontrata direttamente in Africa – volle precisare Diego – dove magari era a concludere qualche progetto.
– Dai ragazzi non scherzate fatemi uscire. Giuro che non la voglio più vedere.
– Ormai è troppo tardi. Sei infetto.
– Cosa facciamo? – chiese Diego.
– Lo teniamo recluso in salotto.
– Sì ma come facciamo. Dovrà pur mangiare, pisciare, vomitare. Non può farlo in salotto.
– Beh il mangiare glielo passiamo di sotto alla porta.
– Sì e cosa mangio sottilette – polemizzò Fabio da dietro la porta.
– Zitto te a questo ci penseremo dopo. Lurido infetto e tieniti lontano dalla porta.
– E per pisciare può pisciare dalla finestra.
– Lore ma che cazzo dici, non siamo mica nel Medioevo. Qui ci arrestano tutti. Poi che facciamo quando ci trovano con un malato d’ebola in casa?
– Secondo me dovrebbero nominarci eroi della patria per aver isolato il caso due italiano.
– Ma stai zitto.

Edoardo Romagnoli

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Profili da buffet

Non importa dove siate stati e cosa abbiate fatto, ma sicuramente almeno una volta avete preso parte anche voi ad un buffet e la cosa non vi fa onore. Generalmente non si va mai ad un buffet, ma ci si trova ad un buffet perchè il buffet è come la bottiglietta d’acqua ai convegni, a metterla non si sbaglia mai. E così si organizzano buffet ai convegni, alle prime, ai vernissage, alle presentazioni di libri e ad ogni manifestazione che si svolga durante l’ora di pranzo, di cena o merenda e includa un pubblico.

Il buffet è una di quelle situazione dove gli antropologi dovrebbero calarsi più spesso. Il controsenso sta già nella sua natura ibrida, perchè il buffet è come quelle macchine mezze utilitarie mezze suv, vorrebbe essere una cosa, ma anche un’altra, rischiando il più delle volte di non essere ne l’una ne l’altra. Si dovrebbe mangiare in piedi, ma poi ci sono i tavoli, dovrebbe essere una cosa chic, ma il più delle volte finisce con gente vestita in giacca e cravatta che sgomita per qualche tartina e quando è chic veramente le porzioni sono così piccole che si rischia la guerra civile. Vorrebbe essere pratico, ma non fa nulla per esserlo, vorrebbe fare a meno dei camerieri, salvo poi trovarseli dietro al tavolo a servire o in giro che danzano con i fritti sul vassoio, per non parlare di quanto sia difficile bere quando si mangia in piedi o con appoggi precari. Il buffet è un non luogo, è la porta dello Stargate che apre nuovi mondi a prescindere da dove si trova, una realtà parallela con le sue regole e i suoi personaggi: images

1- L’INCURSORE. E’ questa una delle tipologie più insidiose fra quelle dei partecipanti da buffet, perchè l’incursore non ama fare la fila, ma attende, apparentemente lontano dal tavolo, che si crei un pertugio fra la signora in tailler che si fa servire il carpaccio e il trentenne che si è attardato a scegliere fra le carote bollite a rondelle e le immancabili rape rosse, per entrare e servirsi. L’incursore non fa altro che il lavoro di un centrocampista interno nel moderno 3-5-2, neofiti del calcio compresi. Il loro è il classico “lavoro pulito” del ladro, una filosofia che preferisce il morso del black mamba alla carica del bufalo.

Filosofia: ” Ma perchè devo fare la fila se posso incunearmi?”

Frase tipo: ” Mi scusi eh, prendo solo questo al volo, grazie.”

2- L’INGORDO. Per questa tipologia la fila non è un problema, anzi, il più delle volte sono loro stessi a crearla. L’ingordo è un insospettabile, è il fallimento di tutte le teorie lombrosiane che vorrebbero scorgere nelle connotazioni fisiche la natura criminale degli uomini, e la statistica vuole che ci si debba preoccupare più della mingherlina con gli occhiali che degli uomini in cinta di un divano. Generalmente si palesano a trequarti della fila, quando ormai la maggior parte delle pietanze sono state sorpassate e presente a campione singolo o doppio nel loro piatto. Nonostante quella piramide di cibo tremolante possa far pensare che l’ingordo non mangi da mesi, lui non ne fa una questione principalmente di quantità, ma di varietà.

Filosofia: ” Un pò, ma di tutto.”

Frase tipo: ” E’ per un mio amico.”

13203920345983- L’INTENDITORE. Nonostante siano riusciti a definire gourmet anche una scatoletta per gatti, sgombriamo il campo da ogni dubbio: nei buffet il cibo non è al centro dell’attenzione, diciamo che già nell’intento di chi organizza un buffet il concetto di cibo è assente o passa in secondo piano, rispetto a concetti come la praticità. Un’altra delle tipologie causa della maggior parte degli ingorghi nelle file da buffet, anche se spesso, una volta in sosta, hanno il buoncuore di far passare gli altri avventori. L’intenditore generalmente sosta a metà fila, fra la fine delle pietanze calde e l’inizio di quelle fredde, sospeso come un cane da punta in perenne attesa. Il senso del pudore misto ad un alto tasso di timidezza li portano a non riempirsi il piatto e non tornare al tavolo più di una volta, ma a curare una dettagliata selezione che però, non può esser fatta se tutti i piatti non sono in tavola o se stanno per arrivare delle cose calde/appena sfornate.

Filosofia:” Aspetto per non perdermi niente.”

Frase tipo: ” No, no passi pure, è che sto aspettando.” (Con un gesto dell’indice verso un’ipotetica cucina.)

4- L’INDECISO. Tornando a parlare di profili dediti alla nobile arte dell’ingorgo da buffet, l’indeciso è uno di quelli che più spiccano. Lo si riconosce per il tempo medio di sosta davanti ad ogni piatto e dallo sguardo di chi si è smarrito in fila all’aeroporto fra le chicane disegnate a nastri blu e paletti. L’indeciso vorrebbe essere vegetariano come la ragazza che si porta dietro dai tempi del liceo, ma non vuole neanche rinunciare del tutto ai piaceri della carne, specialmente quando è in tavola. Va pazzo per il fritto, ma sa che poi gli rimane sullo stomaco e preferisce glissare, stessa storia per i dolci dove l’indeciso, sicuro solamente di non voler la frutta in gelatina, è dilaniato dall’eterno dualismo: crema o cioccolata. Anche l’indeciso, come l’intenditore, data l’enorme mole di energia spesa nel fare la fila, non si presenta più di una volta al tavolo e questo non fa altro che aumentare la sua indecisione.

Filosofia: ” One shot, one kill”

Frase tipo:” Scusi lei che mi consiglia?”

cena+buffet

5- LO SCHIAVIZZATO. Di questi profili ve ne sono almeno due: lo schiavizzato dagli amici e dalla ragazza, ma per comodità, oltre che per logica, lo tratteremo come un individuo unico, senza soffermarsi sulle sfumature che caratterizzano le due tipologie. Generalmente è uno di quei personaggi che credono ancora che possa esistere una forma di do ut des disinteressato, che vorrebbe uno scambio reciproco di gentilezze non richieste, salvo poi trovarsi in fila a chiedersi quando sarà il turno degli altri. Lo schiavizzato lo si riconosce per la compostezza con la quale si attiene alle regole non scritte che compongono il bon ton di una fila, forse per un’inconscio senso di colpa dell’insolito numero di piatti che si porta dietro.Un numero di piatti spropositato sia per un ingordo che per un indeciso. Prende un pò di tutto nel tentativo di intercettare le volontà del padrone oppure è intento a ricordarsi le comande ricevute, spesso, visto l’animo mite che lo contraddistingue e che lo ha portato lì con quella pila di piatti in mano, subisce le angherie dei compagni di fila, generalmente mansuete vittime di tutte le altre tipologie.

Filosofia: ” Una volta io, una volta loro.”

Frase: ” Scusi mi potrebbe aiutare a mettermelo nel piatto che ho le mani occupate. No, no in quest’altro piatto. Grazie”

Edoardo Romagnoli