Ice Buckett all’italiana

Ho provato a resistere, a dirmi che sarebbe passato in fretta, a leggere le ragioni di chi elogiava il fenomeno, ma le secchiate d’acqua gelate continuano a invadere la Home di Facebook e, ancor più grave, quella dei maggiori quotidiani italiani e allora ho deciso di scrivere.
L’ice buckett challenge è nata negli Stati Uniti,  dove tutto, da anni, quando non è spettacolo, viene spettacolarizzato. Un’idea “virale” che avrebbe contribuito a sensibilizzare il grande pubblico su una malattia dannatamente silenziosa che colpisce il corpo fino a renderlo una prigione per l’anima, un’idea che, col senno di poi, ha funzionato, informando chi non sapeva e raccogliendo più di 35 milioni di dollari per la ricerca.
Poi come spesso succede, dagli Usa, la nuova “moda” si è sparsa per il mondo con una velocità che solo Internet può raggiungere con il suo tam tam social, arrivando anche qui, nel bel paese, dove tutto è stato tranne che un bello spettacolo.
Abbiamo assistito a tante docce, una miriade di gridolini e risate a crepapelle, ma di versamenti poco o nulla, tanto che l’AISLA (l’associazione italiana malati di sla) è dovuta intervenire per ricordare ai nuovi eroi del secchio il motivo di tutto quel ghiaccio versato. Uno spettacolo di così basso livello da dover mettersi a fare in conti in tasca ai vari vip che si sono avvicendati, trovandoci poi costretti a elogiare i 500 euro di Rocco Hunt e i 1000 di Gerry Calà, a indignarci dei miseri 100 euro della Littizzetto e della performance inutile della Madia. Siamo riusciti a trasformare quella che poteva essere una buona idea, in un triste show di autopromozione, guidato dalla solita “irresponsabilità” intrinseca in ogni manifestazione social, in quel tipo di impegno a portata di click.
Non fraintendetemi, non è un fatto di soldi o quanto meno non è solo un fatto di soldi. Lo spettacolo non è stato indegno solo per la mancanza dei versamenti,  ma per quel senso di irresponsabilità che queste manifestazioni in genere rischiano di portarsi dietro. Ci ricordiamo tutti l’hashtag #bringbackourgirl,  ma quanti di noi sanno che fine hanno fatto le 200 ragazze nigeriane sequestrate?
Con questo nuovo modello di sensibilizzazione rischiamo di arrivare a tutti, ma di arrivare con un messaggio edulcorato, talmente carico di vezzeggiativi da renderlo inutile, da scaricarlo di ogni senso, si rischia di trattare certe realtà in modalità usa e getta. Cosa faremo tra dieci anni? Tireranno fuori vecchi hashtag? Ne faranno di nuovi? E se non dovessero attecchire? Se le persone li trovassero vecchi, non più divertenti che succederebbe?
È proprio questo il rischio che, certe manifestazioni, nel giusto tentativo di cercare una maggiore condivisione si possano perdere lungo i mille e più sentieri del web, arrivando alla fine completamente sfigurate e lontane dallo spirito iniziale, come nel migliore dei telefoni senza filo. Il rischio è quello che, dopo un like, una condivisione e una secchiata, ci si possa sentire appagati, addirittura fieri del nostro contributo e chi se ne frega se una volta passata la moda ci siano ancora duecento ragazze ostaggio del gruppo terrorista Boko Haram, io l’hashtag l’ho condiviso.

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