L’Unità:cronaca di una morte annunciata

Primo anno del liceo, aula magna, assemblea studentesca per decidere l’occupazione della scuola.
I primi “impegnati a sinistra” della mia generazione si riconoscevano subito da pochi, ma chiari, elementi distintivi: la kefiah, l’eskimo e l’Unità, infilata nella tasca del cappotto in modo che a rimanere fuori fosse solo la scritta rossa, ben in vista.

Il primo numero dell'Unità

Il primo numero dell’Unità

Penso di averla vista lì per la prima volta, in una di quelle tasche, e se devo dir la verità, almeno per quei primi anni, penso di averla vista solo lì, accartocciata in quei cappotti, al massimo appoggiata su di un tavolo.
Era come se la seconda pagina dell’Unità fosse un mistero, anche per chi la comprava.
Poi iniziai a comprarla anche io. Abitavo già a Roma da un paio di anni e nel frattempo l’Unità era cambiata, aveva una donna come direttore, Concita De Gregorio, ed era diventata tascabile, stavolta per davvero, senza che il titolo potesse strabordare in alcun modo, neanche volendolo. La compravo, ma non la leggevo.
Finivo sempre per leggere “la Repubblica” e i settimanali o i mensili che trovavo di volta in volta in edicola, ma l’Unità non la leggevo, la compravo, la conservavo, ma non la leggevo.
Ne ho conservate a decine, copie su copie polverose che ho stipato, fino a riempire tutto lo spazio, nell’ultima mensola della libreria, come si fa con i numeri speciali della Gazzetta o di qualche altro giornale quando si vuole ricordare un fatto di cronaca. Il fatto è che non volevo ricordare nulla, li ho conservati così, per affezione, senza mai usarli, né per qualche ricerca specifica, né per proteggere pavimenti e battiscopa dalla ritinteggiatura del corridoio.
Quando ho visto per la prima volta il video appello della redazione dell’Unità, ho subito pensato a quella pila polverosa, stipata nell’ultimo spazio in basso della libreria in camera, a quella copia che faceva capolino dalla tasca di quell’ eschimo, a quel sentimento di affezione che la storia dell’Unità si porta dietro, nonostante tutto.
E’ morto un giornale, un giornale di partito, un giornale del Novecento che ha scommesso sulla propria storia invece che sul futuro, un giornale che non ha saputo interpretare i cambiamenti che stavano stravolgendo il mondo dei media, in particolare la carta stampata.
images“L’ultima copia del New York Times” di Vittorio Sabadin, una bibbia in questo senso, è del 2007, ma il fenomeno risale a molti anni prima, quando molti giornali europei andavano in pellegrinaggio a Barcellona per rifarsi il look, mentre gli altri studiavano una maniera per campare in rete.
E allora forse questo lutto non è inaspettato, non è un infarto, ma l’epilogo di una lunga malattia, di un giornale che aveva smesso, da tempo, di giocare la sua partita nel campo dell’ informazione perché sicuro di rappresentare una storia e che questo potesse bastare.
Questa è l’epilogo non di un giornale, ma di un simbolo, di un oggetto di culto che non veniva letto, ma portato con orgoglio come si fa con certi orologi di famiglia, ma persino quelli, ogni tanto, vanno portati a riaggiustare, magari cambiando il vetro del quadrante e il cinturino.

 

Edoardo Romagnoli

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