Archivio mensile:agosto 2014

Ice Buckett all’italiana

Ho provato a resistere, a dirmi che sarebbe passato in fretta, a leggere le ragioni di chi elogiava il fenomeno, ma le secchiate d’acqua gelate continuano a invadere la Home di Facebook e, ancor più grave, quella dei maggiori quotidiani italiani e allora ho deciso di scrivere.
L’ice buckett challenge è nata negli Stati Uniti,  dove tutto, da anni, quando non è spettacolo, viene spettacolarizzato. Un’idea “virale” che avrebbe contribuito a sensibilizzare il grande pubblico su una malattia dannatamente silenziosa che colpisce il corpo fino a renderlo una prigione per l’anima, un’idea che, col senno di poi, ha funzionato, informando chi non sapeva e raccogliendo più di 35 milioni di dollari per la ricerca.
Poi come spesso succede, dagli Usa, la nuova “moda” si è sparsa per il mondo con una velocità che solo Internet può raggiungere con il suo tam tam social, arrivando anche qui, nel bel paese, dove tutto è stato tranne che un bello spettacolo.
Abbiamo assistito a tante docce, una miriade di gridolini e risate a crepapelle, ma di versamenti poco o nulla, tanto che l’AISLA (l’associazione italiana malati di sla) è dovuta intervenire per ricordare ai nuovi eroi del secchio il motivo di tutto quel ghiaccio versato. Uno spettacolo di così basso livello da dover mettersi a fare in conti in tasca ai vari vip che si sono avvicendati, trovandoci poi costretti a elogiare i 500 euro di Rocco Hunt e i 1000 di Gerry Calà, a indignarci dei miseri 100 euro della Littizzetto e della performance inutile della Madia. Siamo riusciti a trasformare quella che poteva essere una buona idea, in un triste show di autopromozione, guidato dalla solita “irresponsabilità” intrinseca in ogni manifestazione social, in quel tipo di impegno a portata di click.
Non fraintendetemi, non è un fatto di soldi o quanto meno non è solo un fatto di soldi. Lo spettacolo non è stato indegno solo per la mancanza dei versamenti,  ma per quel senso di irresponsabilità che queste manifestazioni in genere rischiano di portarsi dietro. Ci ricordiamo tutti l’hashtag #bringbackourgirl,  ma quanti di noi sanno che fine hanno fatto le 200 ragazze nigeriane sequestrate?
Con questo nuovo modello di sensibilizzazione rischiamo di arrivare a tutti, ma di arrivare con un messaggio edulcorato, talmente carico di vezzeggiativi da renderlo inutile, da scaricarlo di ogni senso, si rischia di trattare certe realtà in modalità usa e getta. Cosa faremo tra dieci anni? Tireranno fuori vecchi hashtag? Ne faranno di nuovi? E se non dovessero attecchire? Se le persone li trovassero vecchi, non più divertenti che succederebbe?
È proprio questo il rischio che, certe manifestazioni, nel giusto tentativo di cercare una maggiore condivisione si possano perdere lungo i mille e più sentieri del web, arrivando alla fine completamente sfigurate e lontane dallo spirito iniziale, come nel migliore dei telefoni senza filo. Il rischio è quello che, dopo un like, una condivisione e una secchiata, ci si possa sentire appagati, addirittura fieri del nostro contributo e chi se ne frega se una volta passata la moda ci siano ancora duecento ragazze ostaggio del gruppo terrorista Boko Haram, io l’hashtag l’ho condiviso.

Contrassegnato da tag

L’Unità:cronaca di una morte annunciata

Primo anno del liceo, aula magna, assemblea studentesca per decidere l’occupazione della scuola.
I primi “impegnati a sinistra” della mia generazione si riconoscevano subito da pochi, ma chiari, elementi distintivi: la kefiah, l’eskimo e l’Unità, infilata nella tasca del cappotto in modo che a rimanere fuori fosse solo la scritta rossa, ben in vista.

Il primo numero dell'Unità

Il primo numero dell’Unità

Penso di averla vista lì per la prima volta, in una di quelle tasche, e se devo dir la verità, almeno per quei primi anni, penso di averla vista solo lì, accartocciata in quei cappotti, al massimo appoggiata su di un tavolo.
Era come se la seconda pagina dell’Unità fosse un mistero, anche per chi la comprava.
Poi iniziai a comprarla anche io. Abitavo già a Roma da un paio di anni e nel frattempo l’Unità era cambiata, aveva una donna come direttore, Concita De Gregorio, ed era diventata tascabile, stavolta per davvero, senza che il titolo potesse strabordare in alcun modo, neanche volendolo. La compravo, ma non la leggevo.
Finivo sempre per leggere “la Repubblica” e i settimanali o i mensili che trovavo di volta in volta in edicola, ma l’Unità non la leggevo, la compravo, la conservavo, ma non la leggevo.
Ne ho conservate a decine, copie su copie polverose che ho stipato, fino a riempire tutto lo spazio, nell’ultima mensola della libreria, come si fa con i numeri speciali della Gazzetta o di qualche altro giornale quando si vuole ricordare un fatto di cronaca. Il fatto è che non volevo ricordare nulla, li ho conservati così, per affezione, senza mai usarli, né per qualche ricerca specifica, né per proteggere pavimenti e battiscopa dalla ritinteggiatura del corridoio.
Quando ho visto per la prima volta il video appello della redazione dell’Unità, ho subito pensato a quella pila polverosa, stipata nell’ultimo spazio in basso della libreria in camera, a quella copia che faceva capolino dalla tasca di quell’ eschimo, a quel sentimento di affezione che la storia dell’Unità si porta dietro, nonostante tutto.
E’ morto un giornale, un giornale di partito, un giornale del Novecento che ha scommesso sulla propria storia invece che sul futuro, un giornale che non ha saputo interpretare i cambiamenti che stavano stravolgendo il mondo dei media, in particolare la carta stampata.
images“L’ultima copia del New York Times” di Vittorio Sabadin, una bibbia in questo senso, è del 2007, ma il fenomeno risale a molti anni prima, quando molti giornali europei andavano in pellegrinaggio a Barcellona per rifarsi il look, mentre gli altri studiavano una maniera per campare in rete.
E allora forse questo lutto non è inaspettato, non è un infarto, ma l’epilogo di una lunga malattia, di un giornale che aveva smesso, da tempo, di giocare la sua partita nel campo dell’ informazione perché sicuro di rappresentare una storia e che questo potesse bastare.
Questa è l’epilogo non di un giornale, ma di un simbolo, di un oggetto di culto che non veniva letto, ma portato con orgoglio come si fa con certi orologi di famiglia, ma persino quelli, ogni tanto, vanno portati a riaggiustare, magari cambiando il vetro del quadrante e il cinturino.

 

Edoardo Romagnoli

Contrassegnato da tag ,