Quanto è buona la CocaCola!

Avete presente la Coca Cola?

Bene, pochi giorni fa mi ha regalato un’altra perla oltre a Babbo Natale e tutti i gadget natalizi annessi. L’ennesimo spot, d’altronde sono famosi per tre cose: l’ingrediente segreto, gli slogan e gli spot. Non ultimo dei quali la compilation sulle buoni azioni nel mondo, montato utilizzando “solo” immagini da varie telecamere di sicurezza. Una crasi perfetta dell’emozione alla quale vorrebbe essere associata l’azienda. L’amore di un cuore grande che ingurgita litri di coca cola senza pensarci troppo su.

Una delle prime pubblicità Coca Cola

Una delle prime pubblicità Coca Cola

La Coca Cola fa parte di quelle grandi multinazionali che all’inizio degli anni Novanta, seguirono l’intuizione di Philip Hampson Knight: “Marchi, non prodotti”, una mission che portò molte grandi companies a smantellare le fabbriche di proprietà, appaltare tutto a terzisti per potersi concentrare a pieno sul marketing del prodotto. Si smetteva di produrre e si iniziava a vendere. Un cambio di rotta che si è rivelato decisivo e che ha contribuito alla nascita della moderna società dei consumi e di molte delle sue contraddizioni, ma questa è un’altra storia.

”La differenza fra prodotti e marchi è fondamentale. Il prodotto nasce in fabbrica, ma ciò che il cliente compra è il marchio” (Peter Schweitzer, presidente del gigante pubblicitario J. Walter Thompson)

Miguel Benasayang è un filosofo e psicoanalista francese di origini argentini, che, nel 2005, allarmato dal niente che dominava sulla cultura contemporanea, decise di scrivere un piccolo pamphlet dal titolo “Contro il niente -abc dell’impegno”. Un piccolo dizionario in cui fare il punto, definire con chiarezza certe parole chiave come Capitalismo Violenza Diritti Utopia e tutte quelle parole di cui si è fatto abuso, quelle il cui significato è stato torto secondo interesse in questo “caos banalizzato” dove dominano le opinioni in libertà. Perchè, “nell’epoca delle passioni tristi”, coloro che vogliono impegnarsi possano sapere su cosa contare e su cosa no.

Ci sono due definizioni che ho trovato molto utili. La prima è quella di contropotere: “(…)in cui gli uomini sono sempre impegnati nel divenire, all’interno della loro situazione. Quando lo ignorano, passano il tempo a chiedersi che fare? (…)Pensiamo che l’obiettivo entri in gioco in ogni divenire rivoluzionario, ma che non esista di per sè.”, la seconda è quella di azione ristretta:”Non si può mai lottare globalmente contro il capitalismo poichè la sua forza sta proprio nel fatto di non occupare una posizione centrale ma di essere in ogni situazione.(…)L’azione ristretta pretende di occuparsi dell’universale ma solo dell’universale che non sia un’illusione distruttrice, l’universale concreto.”

Werner Boote è un regista tedesco, nipote di un alto dirigente di una multinazionale della plastica, nel 2009 ha girato un documentario dal titolo Plastic Planet. Un film documento che mostra i danni causati dalla plastica in giro per il mondo, dalla spiagge del Libano ai deserti del Marocco, passando per le grandi isole di plastica, di cui una nell’Oceano Pacifico, dove una melma di piccoli pezzettini di plastica, talmente fini da legarsi al plancton, si estende per 20 milioni di chilometri quadrati.

I 5 grandi vortici che creano le isole di plastica

I 5 grandi vortici che creano le isole di plastica

Un focus che ha portato a galla non solo i danni ambientali che la plastica ha prodotto e continua a produrre nel mondo, ma anche agli elementi dannosi che i liquidi e gli alimenti contenuti nella plastica possono rilasciare nel nostro organismo. Stiamo scoprendo, e non da oggi, che la plastica non è un elemento inerte, ma che al contrario interagisce con i corpi circostanti; una scoperta che non ci dovrebbe lasciare tranquilli.

Bene adesso potete vedere il video.

 

 

Una volta superata la prima fase di profonda ammirazione, legata ad un sentimento inconscio dovuto al bombardamento di pubblicità a cui siamo stati sottoposti nella nostra infanzia alla Truman Show e dopo il secondo step, dominato dallo sconforto, riesco solo a vedere un annuncio di chi cerca uno spazzino a gratis per pulirgli casa dopo che ha fatto baldoria. Prima sei stato cliente, poi testimonial non pagato e ora ripulisci.

Dobbiamo cercare di analizzare com’è possibile tutto questo.

Il fatto è: ” Ma davvero tocca a noi trovare soluzioni alternative allo smaltimento delle bottigliette di Coca che non trovano più posto nelle discariche oramai esauste del mondo? “.

Sembra come quei tipi che vengono in casa, ti spaccano un bicchiere, poi girandosi tirano giù un quadro e prima di sporcarti il divano con il vino rosso non ti hanno ancora detto niente del bicchiere. Di quelli che una volta sgamati iniziano a proporre soluzioni del tipo:”Li possiamo rincollare” o “Vado a ricomprarli. Mi dai i soldi?”, in cui loro appaiono come gentili benefattori, fingendo di dimenticare totalmente il fatto che sono stati proprio loro a produrre il danno.

Ecco la Coca Cola ha fatto un pò così. E’ entrata in casa, nel 1886, spacciandosi per un medicinale in vetro, poi abbiamo scoperto che non era un medicinale, che Coca stava proprio per cocaina, fino al 1980 quando fecero sapere che  avrebbero iniziato a imbottigliare in plastica. Scelta che ha abbassato i costi e che ha contribuito a riempire la casa di plastica e adesso invece di prendersi le responsabilità, ci dice che dobbiamo trovare un modo noi per riutilizzare tutte le bottigliette che abbiamo in casa.

Evoluzione delle bottigliette

Evoluzione delle bottigliette

Badate bene, sono conscio delle responsabilità, in primis le mie, chi ha comprato, di chi compra e comprerà la Coca Cola e qualunque altra bevanda in plastica, ma qui si parla di una totale mancanza di contropoteri. Perchè il problema non è comprare bottiglie di Coca Cola, ma bottiglie in plastica. Il problema è riuscire a contrastare l’immenso potere economico-politico di queste compagnie che agiscono, da tempo, in un mare d’impunità.

La Coca Cola, venduta per 2.300 dollari dal suo inventore John Stith Pemberton, conta oggi un fatturato annuo di 46,542 miliardi di dollari ed è una delle multinazionali più potenti al mondo, secondo l’annuale Rapporto aziendale del 2005 delle 50 miliardi di bottigliette che giornalmente vengono consumate nel mondo, 1,3 miliardi appartengono alla grande famiglia Coca Cola.

Un’azienda ricca, potente e discussa.

UNO STRALCIO DALLA VOCE “CRITICHE” DELLA PAGINA WIKIPEDIA DELLA THE COCA COLA COMPANY (Aggiornato al 27 luglio 2014)

“La Coca-Cola venne coinvolta in numerose controversie e cause giudiziarie relative alle sue presunte violazioni ai diritti umane altre pratiche non etiche. Per esempio in relazione alle sue presumibili pratiche discriminatorie e di monopolio, alcune delle quali archiviate, mentre su altre la Coca-Cola si dichiarò d’accordo a modificare le sue pratiche commerciali. Altre cause invece si risolsero al di fuori dei tribunali. L’azienda venne anche coinvolta in un caso di discriminazione.

In India nacque una controversia sui residui di fitofarmaci individuati nella bibita, come pure all’uso frequente da parte dell’azienda di acqua locale, che causava forti carenze idriche agli agricoltori locali. Gli involucri usati nei prodotti Coca-Cola avevano un significativo impatto ambientale, ma la compagnia si oppose con durezza ai tentativi di introdurre limitazioni, come la legislazione che regolava il deposito dei contenitori.”

 

Difficile pensare che torni alla produzione delle bottigliette in vetro, magari riuscendo a creare un meccanismo di riciclo delle sue bottigliette o ad una diversa distribuzione. Mirando ad una sorta di rifiuto zero. La realtà è che non sappiamo niente e quel poco che sappiamo è taciuto, miliardi di dollari sono indirizzati ogni anno a far sì che l’immagine dell’azienda non venga oscurata, la reputazione prima di tutto e chi se ne frega se la plastica più conveniente per l’azienda possa essere dannosa per i consumatori.trash_vortex

E allora che fare? Non possiamo mica continuare a stare fermi a chiedersi: Che fare?

Benasayang risponderebbe “trovare un’alternativa, individuare un’azione ristretta, una volta coscienti dell’impossibilità di combattere contro la Coca Cola. E allora? Non buttare le bottigliette, fatene un altro uso. Riciclate. E cosa cambierebbe?

Già, ma cosa cambierebbe? La Coca Cola continuerebbe a produrre miliardi di bottiglie di plastica smaltibili solo in tempi biblici e il problema non si risolverebbe.

La soluzione non può essere continuare a comprare bottiglie di plastica Coca Cola placando la coscienza sul fatto che non andranno buttate. Non possiamo aggrapparci al fatto che l’anziana cinese possa continuare a fare le bolle in eterno con la sua bottiglia di Coca, nemmeno ignorare il fatto che quel bambino crescerà, accorgendosi di quanto sia farlocca la sua pistolina ad acqua tutta in plastica targata Coca Cola. Troppo semplice. Quelli sono semplicemente rifiuti a cui è stata prolungata la data di scadenza, in maniera fottutamente geniale.

E allora, come mettere in pratica una sorta di contropotere, passando dalla contestazione all’azione?coca_cola

Dobbiamo prendere una barca e andare a ripulire quell’isola di poltiglia di plastica mista acqua e plancton in giro per il Pacifico? No, almeno non per forza. Prima di tutto iniziamo a evitare di dare un porto a quel quotidiano scempio. Non dimentichiamoci “azione ristretta”, ognuno faccia quel che può, secondo le proprie possibilità nel suo universo concreto. D’altronde, come spesso accade per queste cose, è la solita storia che in ogni cultura trova una diversa declinazione.

” Se ognuno spazzasse davanti alla sua casa, il mondo sarebbe pulito.” (vecchio proverbio cinese)

Qui ci viene in soccorso Boote e tutto il suo pragmatismo austriaco che suggerirebbe “Basterebbe non comprare più bottiglie di plastica, sapendo che oltre al danno ambientale, danneggiano anche il nostro organismo.” Essere radicali, crearsi delle alternative, riuscendo a portare il livello di interazione dalla discussione infruttuosa ad un’azione concreta che vada a incidere nella bilancia della contrattazione. Che succederebbe se le vendite sulle bottigliette di plastica calassero drasticamente? Se le aziende fossero costrette a ripensare ancor di più al fattore ambientale, senza incentivi statali per farlo, senza l’utilizzo di sanzioni, ma per convenienza, per continuare a vendere il loro prodotto potrebbe essere la chiave di volta per creare delle alternative, per allargare le nostre possibilità d’azione e con quelle la nostra libertà.

Cercare di non contribuire incoscientemente a una logica perdente in partenza, per tutti.

“Stappa la felicità” (slogan CocaCola)                                          “Life Begins Here” (slogan 2011 CocaCola)

Già anche questa sembra facile, ma lo è veramente? E’ fattibile non comprare più bottiglie di plastica o hanno definitivamente circoscritto la nostra libertà, in termini di alternative possibili? Si può trovare lo stesso la felicità anche senza stappare?

Quando l’ho sentito dire a Boote il concetto era espresso fra una sorsata e l’altra da una bottiglietta di una limpida plastica trasparente.

 

Edoardo Romagnoli

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