Archivio mensile:giugno 2014

Cronache dal concerto dei Rolling Stones

Ho saputo del concerto dei Rolling Stones per caso, mentre leggevo le notizie di Roma su uno di quei siti dalle grafiche orribili, di quelli dove ancora scrivono gli articoli grazie alla nobile arte del copia e incolla.

“Grande attesa per il concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo di Roma”.

Non ho un grande pedigree come frequentatore di concerti, anzi a dir la verità penso di aver visto al massimo 7 concerti, di cui uno di Elio e sei di Guccini, non ho neanche una passione viscerale per le pietre rotolanti.

Eppure per tutto il pomeriggio non ho fatto altro che pensare al concerto che si sarebbe tenuto da lì a pochi giorni, proprio a due passi da casa mia, in una location storica, in una data unica, ma soprattutto di una band che volente o nolente ha segnato la storia della musica e che da quarant’anni calca i palcoscenici di tutto il mondo.

Non mi era mai successo, ma stavolta sì, lo ammetto avrei voluto poter dire il fatidico: C’ero anche io.

Poi mentre stavo elaborando il lutto e maledicendo la proverbiale apaticità che mi contraddistingue un amico di mio cugino mi contatta su Facebook:

“ Sto venendo a Roma per il concerto dei Rolling Stones. Ho un biglietto in più, è di tuo cugino che ha ringambato.”

14 on fire tour

14 on fire tour

Se avessi chiesto aiuto a Padre Pio avrei ringraziato lui, ma non avendo chiesto aiuto a nessuno, non ringraziai proprio nessuno, se non l’inimitabile tendenza di mio cugino nel dare i pacchi all’ultimo minuto.

Ore 16:30. Domenica pomeriggio. Circo Massimo è impacchettato come un enorme uovo di Pasqua. Appuntamento davanti all’ingresso, lato Bocca della verità. Da profano ho optato per una tenuta da turista tedesco, eliminando il sandalo col calzino bianco e l’occhiale da sole, sostituti da un paio di scarpe da tennis e le chiavi di casa attaccate al passante dei pantaloncini Quecha color cachi.

La fila è poca e scorre veloce, il tipo all’entrata tranquillizza tutti sul fatto che strapperà i biglietti con delicatezza, conscio che all’indomani diventeranno un cimelio da appendere al muro, tranne poi strappare tutto con la grazia di un unno.

L’area vip è già piena, sotto al palco pure, le collinette tracimano, i Sebach pure e neanche i prezzi dei baracchini riescono a consolarmi (11 euro=birra+panino Viva la Mamma con prosciutto di Praga e carciofini).

17:00. Proviamo a guadagnarci un posto nell’arena, ma appena scendiamo da una delle scalinate mi accorgo che il circo è già pieno fino all’orlo, secondo un’idea di orlo tutta mia, che, dopo poche ore, si rivelerà completamente dissonante da quella degli organizzatori. Gli addetti alla sicurezza e quelli dello staff si sgolano ripetendo una frase che diventerà uno dei mantra della serata: “Solo transito, signori. Sulla scala solo transito”. Più che giusto, la scala è stretta e instabile, la gente è tantissima, ma siamo nell’era dei social o no? Certo che sì e nessuno vuole fare a meno della panoramica che si gode da lassù, così mentre la maggioranza transita con lo smartphone in mano, scommettendo tutto sullo stabilizzatore della fotocamera, i più sfrontati non disdegnano la sosta con selfie.

Visuale dalla calca

Visuale dalla calca

Siamo nel mezzo, proviamo a muoverci, ma fra il terreno accidentato e la totale mancanza di spazi, finiamo a pochi metri dai piedi della scala, fermi e ritti come guardie reali inglesi. Torno in me, ma sopratutto mi ritornano alla mente tutte le buone ragioni con cui per anni ho giustificato la mia cronica assenza a qualunque tipo di manifestazione di massa.

La prima è che la gente suda e alcuni molto più di altri. Se a questo aggiungete la ressa, ma sopratutto il fatto che sudare senza maglietta sia rock, come risultato avrete un continuo struscio di schiene e pance che si scambiano sali minerali sottoforma di sudore.

Ore 18:00. Nel frattempo la scelta di indossare una maglietta bianca Decathlon era stata una pessima idea, il sudore la stava rendendo, a poco a poco, sempre più trasparente, tanto che per un lunghissimo momento sono stato incerto se togliermi la maglia e buttarmi inerme in quel fiume di sudore straniero o essere scambiato per un improbabile concorrente di una gara inesistente per mister maglietta sudata.

Se avevo ancora un dubbio, l’ennesimo contatto sudaticcio con un panzone tutto peli e gilet, me lo toglie definitivamente. Maglietta, tutta la vita.

Ore 19:00. Non abbiamo ancora trovato un posto a sedere, nel frattempo giochiamo a guardia e ladri con la security, noi proviamo a prendere un posto sulle scale, ci riusciamo per una decina di minuti e poi arrivano loro, megafono alla bocca e ci spostano. Poi vanno via e noi ci rimettiamo. La birra è l’unico mezzo di sostentamento, ma dopo quasi tre ore in piedi sotto al sole, la fame mi spinge a lasciare il posto per andare in cerca di uno di quei panini Viva la mamma al prosciutto di Praga e carciofini.

Ore 20:00. L’ennesima birra in bottiglia di plastica si porta via gli ultimi cinque euro e quel poco di sole rimasto, mentre in lontananza, alla destra del palco, l’altare della patria fa da sagoma bianca in un cielo arancione.

Entra John Mayer, ma a nessuno sembra fregare qualcosa. Siamo sulla scala, il palco si vede molto bene, c’è solo da resistere per un’altra ora, mentre portano via a braccio l’ennesima svenuta che, bianca cadaverica, sibila un debolissimo “nooo” prima di essere portata via. Non deve essere bello quando, dopo un’intera giornata a resistere sotto il sole come un beduino, solo per un piccolo mancamento, vieni trascinato via a forza, costretto ad abbandonare il presidio che tanto avevi difeso; digerisco a fatica il panino ai carciofini preso da un sincero sentimento di compassione per la sventurata.

Ore 21:00. La domanda inizia inevitabilmente a serpeggiare fra la folla: ”Ma quando iniziano? Alle nove e mezza? Alle dieci?”, come se ci fosse qualche alternativa ad un eventuale ritardo dopo che hai sganciato 90 euro di biglietto.

Se non sono mai andato ai concerti e le poche volte in cui ci sono andato, sono andato a vedere Guccini ci sarà un motivo, anche uno inconscio. Eppure non capivo com’è che mi ritrovavo lì da più di quattro ore, in piedi pressato come uno schiavo egizio costretto a vegliare il faraone al buio di una piramide.

Qualche tempo fa mi avevano mandato, per lavoro, a seguire la canonizzazione dei due papi a San Pietro, un’esperienza terrificante che oltre ad un pessimo ricordo mi lasciò una sequenza infinita di domande: ma cos’è che spinge le persone a sopportare tutto questo nell’era della tv in hd?

Il fatto di esserci giustifica veramente tutto lo sbattimento che generalmente precede un evento simile? Cos’è che ha in più l’esserci fisicamente rispetto al non esserci?

Partiamo da un presupposto: se vado ad un evento è perché voglio assistere a quell’evento, voglio riuscire a vederlo ed è questo il motivo per cui si muove con largo anticipo, con tutti gli sbattimenti che comporta.

Eppure una buona visuale sul palco non è cosa per tutti, nonostante si sia pagato anche il biglietto, è una cosa fisiologica dei grandi eventi, ma almeno al primo maggio uno non paga l’ingresso. E allora che gusto ha esserci per esserci, costretto in un angolo dove ti è impedita la visuale o emarginato in fondo, dove il palco è la luce di un aereo?

E’ un problema di organizzazione? E’ un’operazione infattibile quella di mettere a sedere 70 mila persone, stile stadio? Non lo so, d’altronde sono un profano.

Ore 21:55. Ormai il cielo è nero, di un nero lucido che sembra seta. La stanchezza è tanta, ma si mitiga con la convinzione che tutto possa partire in un momento, che lo spettacolo tanto atteso possa finalmente avere inizio.

Poi d’un tratto si abbassano le luci, la gente urla, le luci del palco si spengono e una voce annuncia: “Ladies and gentlemen, the Rolling Stones” e le urla si amalgamano in un’unica voce che fa vibrare il circo massimo. La storia incontra la storia e cancella tutto: la lunga attesa, il caldo, la ressa, le polemiche sul canone d’affitto (circa 8000 euro), quelle sull’organizzazione, lasciando posto alla musica.10481337_559865694123708_2948254116007980775_n

 

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Entra Richards che, Fender al collo, intona il riff di Jumping Jack Flash, un boato accoglie l’ingresso di Mick Jagger, giacca d’oro e pantaloni neri, che intonando:” I was born in a cross-fire hurricane (…)” apre ufficialmente le danze.

Il più classico dei “Ciao Roma, ciao Italia” e subito Let’s spend the night together , la gente balla, una distesa di smartphone luminosi saltella cercando di immortalare brandelli di concerto.

It’s only rock’n’roll (but i like it), Jagger abbandona la giacca d’oro e si muove come un serpente vestito di nero, dimostrando, ancora una volta, come l’età sia un fattore anagrafico e che a tutto c’è rimedio, anche ad un’intera vita vissuta da sbandato.

Tumbling Dice e Street of love, prima del pronostico:”l’Italia vincerà i Mondiali”, aveva portato bene nel 2006, intanto nella mia fila scomposta fanno gli scongiuri, ma stasera Mick è in vena e azzarda il risultato esatto della partita di martedì: “Italia 2 – Uruguay 1”. Noi prendiamo nota. Arriva l’ora della canzone scelta dal popolo dei social: Respectable e sul palco, non sale l’annunciato Bruce Springsteen, ma il buon vecchio John Mayer che, chitarra alla mano, accompagna Richards, Wood e compagni, concedendosi il contro canto nel ritornello. Out of control, ho perso il conteggio del numero di camicie indossate da Jagger, davanti a me uno spilungone biondo sdraiato in una divisa da basket ha tirato fuori un ditone enorme e me lo sventola davanti alla faccia, mentre i due davanti hanno deciso di limonare.

Cioè limoni su Out of control? Non ti dico di aspettare Street of love, ma almeno Honky Tonk woman.

E infatti arriva Honky Tonk woman, ma non limonano e subito dopo una piccola pausa, dove Jagger introduce, un po’ in inglese un po’ in italiano, tutti i componenti del gruppo, sottolineando, proprio in italiano, come Wood dovrebbe “mangiare un po’ più di pastasciutta”, per poi aggiungere un sussurrato:”Me too”.

A riprendere il concerto è Keith Richards che sigaretta in bocca e bandana giamaicana in testa, prende il palco intonando You got the Silver, accompagnato da Wood, la schiena mi fa male e non riesco a smettere di pensare al letto della suite da 14 mila euro su cui si è riposato Richards per essere così maledettamente scatenato. Dialisi o no, questi sembrano non perdere un colpo.

Can’t be seen e Jagger continua a chiedere se va tutto bene, ma le lamentele di un giorno intero sembrano essere scomparse, va tutto dannatamente bene, nonostante il sudore, il male alla schiena e alla gambe, le otto ore in piedi e la giornata di lavoro di domani, va tutto dannatamente bene.

L’omaggio al rientro nel gruppo di Mick Taylor, che ricambia l’affetto con l’assolo di Midnight Rambler, a seguire Miss you, Gimme Shelter e Start me up, prima della trasformazione di Jagger in diavolo.

Mantello nero con piume rosse per Simpathy for the devil, il palco si tinge di rosso e sui tre maxi schermi passano le immagini di un bosco in fiamme, mentre la mezzanotte si avvicina.

Brown Sugar è il pretesto per la solita finta del “grazie mille, ora andiamo. Buonanotte”, per poi rientrare acclamati dalla folla che già chiede un bis impossibile.

D’altronde You can’t always get what you want ammoniscono le pietre rotolanti dal palco prima di chiudere definitivamente con Satisfaction.

I fuochi d’artificio e gli ultimi ringraziamenti segnano l’epilogo, quello vero, e dimenticare sarà impossibile.

 Edoardo Romagnoli

 

 

 

 

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Cicli mondiali

Stavo guardando la partita della Spagna e non riuscivo a smettere di pensare a Roberto Baggio, ma non c’entrano nè il mondiale nè il Brasile, è un fatto di casualità e di cicli.

Roberto Baggio

Roberto Baggio

Se sei un calciatore da nazionale e hai avuto la fortuna di nascere in un paese dove il pallone non è un oggetto sconosciuto, allora devi fare i conti con i cicli, perchè ci sono cicli perdenti e cicli vincenti. Ci sono squadre che sulla carta hanno alte probabilità di vincere e altre che sembrano sconfitte in partenza. Perchè è innegabile, ma è solo con il caso che te la devi prendere se ti trovi come partner d’attacco Ciccio Graziani e non Gigi Riva, ed è sempre lui che devi ringraziare se con l’uno vinci un mondiale che con l’altro non avresti vinto.

Baggio fece parte, con ruoli diversi, di tre ottime spedizioni, formazioni che: in Italia, negli Stati Uniti e in Francia, giocarono un buon calcio, pur non vincendo. In principio un’uscita a vuoto, rigori prima, rigori poi e tutti gli sforzi vengono ingurgitati da un silenzio roboante. Fino al momento in cui arriva Grosso che gioca il primo mondiale e vince da protagonista. E’ questo che fa del calcio uno sport ingiusto.

Perchè non basta far parte di una buona nazionale o avere buoni compagni, bisogna far parte di un ciclo vincente, sapendo che prima o poi finirà anche quello.

Ho smesso di pensare a Baggio e la Spagna perdeva due a zero.

22.51 ora italiana, finisce il ciclo più vincente che la Spagna del calcio aveva mai avuto;

00.00 Re Juan Carlos I abdica lasciando la corona al Principe delle Asturie, incoronato Felipe VI;

Felipe VI

Felipe VI

La Spagna volta due pagine dello stesso libro lasciandosi alle spalle un sovrano e, forse, una delle migliori squadre nella storia del calcio, sicuramente la migliore Seleccion scesa in campo con quei colori. Una questione di casualità e cicli.

E’ il caso che ha voluto la Spagna fuori dai mondiali a poche ore dall’abdicazione di Juan Carlos, mentre è la logica dei cicli che ne suggeriva il passaggio di testimone.

Mentre Juan Carlos I nasce a Roma nel 1938, la Roja della prima stella nasce il 22 giugno 2008 agli europei in Austria.

Euro 2008

Euro 2008

SINTESI DELLA PARTITA La Spagna, uscita prima dal girone, sfida l’Italia campione del mondo ai quarti di finale. I novanta minuti non bastano a schiodare la partita dallo 0 a 0 iniziale, l’Italia di Donadoni gioca a sprazzi, mentre la Spagna domina il campo con un possesso palla infinito. La partita termina ai rigori, la Spagna andrà a vincere quell’Europeo in finale contro la Germania con un gol del Niño Torres.

Quella squadra vincerà due Europei (2008 e 2012) e un Mondiale(2010), collezionando un secondo posto alla Confederations Cup del 2013 e un possesso palla incalcolabile.

Ieri quel ciclo è finito. Juan Carlos I lascia il trono in mani adulte ad un erede 45enne.

Ieri quel ciclo è finito e la Spagna non deve lasciar invecchiare i suoi ex canterani.

Cesc Fabregas

Cesc Fabregas

Alcuni indicano la causa nel cambio di preparatore atletico e a quel discusso dottor Fuentes che ha lasciato il posto in squadra dopo essere stato investito dall’ennesima bufera doping nel ciclismo.

La realtà è che quella scesa in campo contro l’Olanda non era la Spagna e quella contro il Cile è l’ultima partita della Spagna dei Campeones.

I giocatori pilastro di questa squadra, da Casillas a Iniesta, passando per Sergio Ramos e Xabi Alonso sono ottimi giocatori, non sono arrivati nè cotti, hanno giocato in media 40 partite come tutti i giocatori delle nazionali europee, nè appagati. Sono semplicemente arrivati alla fine di un ciclo, uno dei più vincenti che la storia del calcio abbia mai ammirato e che ha dimostrato al mondo come la palla in campo potesse scorrere per novanta minuti dai soliti piedi.

Edoardo Romagnoli

 

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Lavarsi le mani prima dell’Expo

“Lavarsi le mani prima di sedersi a tavola.” (cit)

Nell’era della crisi esiste un’azienda tutta italiana che gode di ottima salute.

E’ una catena di ristorazione con circa 16 mila addetti e più di 5 mila locali solo in Italia, con un range che può variare dal piccolo bar di periferia al ristorante di lusso in pieno centro storico; un’azienda che investe 130 miliardi all’anno, circa il 7% del pil italiano, con riserve di contanti che ammontano a 65 miliardi di euro e un unico problema: come investire questa immensa mole di denaro.

I dirigenti, ormai da anni, hanno deciso di mantenere la sede principale in Italia, nazione unificatasi anni dopo la fondazione dell’azienda e, adattandosi alla geografia della neonata nazione, pensarono di dislocare la sede operativa al Nord e quella organizzativa al Sud.

La filosofia aziendale non ha mai trascurato il settore estero, dove operano da anni con grandi investimenti e ottimi ricavi, solo in Germania sono presenti con 300 pizzerie e un fatturato di circa 123 milioni di euro nell’ultimo decennio.

La differenziazione è uno dei punti chiavi, anche all’estero, dove oltre ai soliti ristoranti sono stati aperti anche: locali notturni, alberghi, distribuzioni di benzina, negozi di abbigliamento e gioiellerie, oltre ai cospicui investimenti nelle energie rinnovabili e in numerose proprietà immobiliari.

L’estero rappresenta alcune difficoltà, soprattutto d’integrazione, ma una volta superato il primo periodo di adattamento, i rapporti con il burocrate sono molto più snelli e amichevoli rispetto a quello che accade in Italia; nonostante ciò, la direzione aziendale è sempre stata quella di difendere i tanti posti di lavoro a tempo indeterminato che, negli anni, è riuscita a creare nel nostro paese.

La mission è segreta, ma, almeno nel settore della ristorazione, sembra poter essere riassunta nella formula: “Diamo da mangiare a tutta Italia e poi chiediamo il conto. Niente carte. Niente assegni. Solo cash.”

Un’azienda all’avanguardia anche nelle strategie di comunicazione, dove  si distingue per un apparente mutismo generale, niente pubblicità, nessuno slogan, nessuna conferenza stampa; una scelta radicale, soprattutto nell’era dei social, ma che, visto i numeri, sembra vincente sopra ogni ragionevole dubbio.

Voci riportano che perfino il presidente in persona non abbia mai rilasciato una dichiarazione ad alcun organo d’informazione e che, in più di 30 anni di onorata attività, siano pochissimi i fortunati che possono dire di averlo visto di persona, almeno una volta.

Expo2015

Expo2015

Gli economisti non potranno permettersi ancora a lungo il lusso di escludere dai manuali universitari, i rivoluzionari metodi d’acquisizione con cui l’azienda, ricordiamo tutta made in Italy, ha da sempre operato sul mercato.

Prendiamo ad esempio un bar: normalmente quando un locale cambia gestione, cambiano molte cose, dal proprietario fino all’arredo e questo crea un certo senso di disorientamento nei clienti, soprattutto quelli abituali.

Questo accade principalmente nei bar, perché il bar è più di un esercizio commerciale, è il luogo di ritrovo che riunisce più generazioni nonché uno degli ultimi luoghi di aggregazione rimasti.

Per questo motivo la dirigenza, oramai da molti anni, opta per una linea più soft che prevede l’acquisizione senza il cambio del proprietario, ma lasciando il vecchio gestore in partecipazione; una specie di presidenza onoraria.

Esiste anche la possibilità di acquisizione con il cambio del vecchio proprietario, al quale subentra un terzo proprietario, estraneo anche all’azienda stessa, chiamato testa di legno, per le sue riconosciute doti manageriali.

In questa logica non invasiva rientra anche la scelta di non cambiare il nome, ma rinnovare l’insegna, ammodernare gli arredi conservando lo stile del locale e, naturalmente, mantenere i soliti prodotti, spesso cambiando i fornitori.

A questo vanto nazionale della ristorazione non importa il fatturato di ogni singolo punto vendita e nemmeno di quello totale, l’obiettivo è riuscire ad aprire più luoghi possibili, in cui poter dar da mangiare ad un numero sempre maggiore di clienti; a costo di farlo in perdita.

Non a caso l’EXPO 2015, che si propone di “NUTRIRE IL PIANETA”, per farlo ha scelto di adagiarsi fra le solide braccia dell’azienda leader nella ristorazione made in Italy, forse per tutte le eccellenze qui elencate e quelle che sono rimaste fuori oppure per la mancanza di concorrenti all’altezza.

Con i loro metodi innovativi e l’esperienza secolare questi capitani d’impresa hanno fatto sì che le concorrenti, una volta trovatesi di fronte a tale gioiellino, rinunciassero spontaneamente al ruolo loro assegnato.

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Foody, Mascotte Expo 2015

Questa ditta esiste e la potremmo chiamare “Mafie riunite a tavola s.p.a”, infatti questi sono i numeri che evidenziano la portata colossale del business mafioso nel settore della ristorazione.

Un’infiltrazione che rischia di far marcire l’intero settore, perché le mafie non hanno interesse nella qualità, non si curano del fatturato, le mafie hanno bisogno solo di continue insospettabili lavatrici in cui ripulire una mole enorme di denaro sporco che per contarlo ci vorrebbe una bilancia.

Se abbiamo inquinato, solo in Campania, quasi 3 milioni di metri quadri di territorio, se la terra dei fuochi si estende per più di 1000 km quadrati, se intere navi cariche di rifiuti tossici sono state fatte affondare al largo delle nostre coste, la colpa non è da attribuirsi per intero alle mafie e a tutta quella parte di società civile corrotta e connivente, ma a tutti. Perché la disinformazione è un lusso che non ci possiamo più permettere, l’informazione è uno degli strumenti primari di sopravvivenza, soprattutto nella moderna società liquida; informarsi cercando soluzioni individuali, ossia che partono dall’individuo, tutto entro i confini delle possibilità di intervento che possediamo.

Il fatto è che i rifiuti “trattati” dalla mafia sono i nostri, alzando il livello dei rifiuti riciclabili, si abbasserebbero di conseguenza i numeri del traffico dei rifiuti, sempre che le organizzazioni criminali non amplino il business delle riciclabili.

Il fatto è che se conosco le lavatrici delle mafie, le evito.

Nella campagna elettorale per le europee non si è fatto alcun cenno a questo che dovrebbe essere la prima delle urgenze, in un paese che avanza per emergenze; se non fossimo in Italia, sarebbe strano questo silenzio.

E così assistiamo a due fenomeni che sembrano slegati fra di loro, ma non lo sono.

Da una parte si è rifiutato un modello di EXPO sostenibile, per abbracciare la solita, logorante logica della speculazione edilizia, cemento su cemento e chi se ne frega se si parla di nutrire il pianeta e di energie rinnovabili; d’altronde gli orti non portano bustarelle.

Dall’altra c’è un tentativo di associare alla cucina, un immaginario patinato, impastato con le paillettes della televisione, mentre nel mondo reale, soffocati da una concorrenza sleale, continueranno a chiudere tutti quei luoghi nei quali si è tramandato per anni la cultura del cucinare e del mangiare; rischiando di perdere una cultura del cibo, già fortemente indebolita nelle nuove generazione.

Il tutto in un silenzio rotto sempre dalle solite voci, dietro le quali si accoda il solito coro.

Nel mezzo un paese che mangia mozzarelle blu, fa colazione con il latte pieno di escherichia coli, condisce le sue insalate avvelenate con olio deodorato e beve vino al metanolo, mentre Cracco ci vende le patatine fritte all’uovo e zenzero.

 

Edoardo Romagnoli

 

 

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