Archivio mensile:marzo 2014

R.I.P in Maserati

In un tempo saturo di informazione, alcune notizie riescono ancora a sconvolgermi.
Pochi giorni fa, come spesso accade, stavo rimbalzando fra l’Huffington Post e le immancabili videonews sulla colonna destra de laRepubblica.it, quando mi imbatto in una notizia sconvolgente.
Intendiamoci, Repubblica, almeno in quel particolare spazio, regala sempre perle di gossip e informazioni utili quanto un costume da bagno a Verchojansk; il fatto è che stavolta non si parlava nè di Icardi e Wanda Nara nè del chihuahua di Paris Hilton.
La notizia era: “Bergamo, il carro funebre Maserati con motore Ferrari.”

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Maserati Q500

E’ stato uno shock. Ho avvertito una sensazione molto simile a quando scoprii che Steven Seagal era cintura nera 7° dan di Aikido e primo straniero ad aprire un dojo ad Osaka; e io che lo pensavo un attore pacco da film di serie B.
Un carro funebre Maserati, lo posso anche comprendere. Può avere un buon mercato, si sa che il lusso non va mai in crisi e che i ricchi sono per lo più eccentrici esibizionisti, ma del motore Ferrari che cosa ne fate?
Neanche al funerale di Bolt servirà una macchina con un motore da 4200 cm cubici che supera i 300km/h.
Cercavo una spiegazione sociologica. In questa società condannata a vivere la propria vita come un’affannosa rincorsa alla felicità, senza sapere bene dove stia, anche l’ultimo passo inconsapevole va calcato in velocità. Anche il trapasso, forse specialmente il trapasso, deve avvenire con una certa fretta; cerchiamo di non soffermarci troppo sulle inevitabili scomparse, messa in chiesa e poi via a 300 all’ora verso il camposanto, sperando che i parenti siano ben automuniti. Ma non regge.

Ho pensato che fosse un’esigenza di alcuni parenti. Perchè si sa che la morte è una livella che ci rende tutti uguali e allora, almeno per il tragitto fino al cimitero cerchiamo di distinguere fra morto e morto. Il mio defunto, al cimitero ci va in Maserati e il tuo?

Eppure anche questa spiegazione non regge, c’è sempre quel dettaglio del motore. Perchè non lasciare il motore Maserati? Era troppo lento? E dove cavolo dovete andare di corsa? Ma perchè non fate le ambulanze con il motore Ferrari!?Immagine

Alla fine sono arrivato alla conclusione che non c’è nessuna spiegazione plausibile se non quella, da parte della Maserati, di ampliare la sua presenza sul mercato, facendosi un pò di pubblicità. Questo è il consumismo spinto ai suoi confini più estremi.
Eppure c’è, anzi ce ne sono, visto che la casa modenese ne ha prodotti 50 esemplari; uno di questi è a disposizione a Bergamo, per tutti coloro che ci tengono ad arrivare al camposanto il più in fretta possibile.

Edoardo Romagnoli

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Il mercato delle fiction

Ieri pomeriggio sono andato in via della dogaia vecchia per una conferenza, organizzata dal Centro degli studi sociali, per la presentazione di un’indagine statistica sull’uso di stupefacenti da parte degli adolescenti europei; obiettivi dello studio: capire l’efficacia delle politiche di prevenzione.

Ad un certo punto la relatrice dice una frase lapidaria: “Non sono i consumatori a modificare il mercato della droga, è il contrario.” In pratica il mercato varia e così il consumo, a seconda della disponibilità di materia prima da parte dei pusher. Vi sembrerà strano, ma appena ebbe finito di pronunciare l’ultima parola, non ho potuto fare a meno di pensare:”Ecco perchè la Rai ci propina la solita merda!”.

Mi spiego.

Qualche tempo fa, per una buffa casualità, mi è capitato di ritrovarmi sul set di una nota serie televisiva ed è stata un’esperienza illuminante, anche solo per il fatto che ho potuto capire com’è che le fiction italiane facciano così schifo.

Era una giornata fredda, ero arrivato in motorino verso le nove e mezza, e il piazzale della sede dei fratelli Cartocci, era già pieno di camion che strabordavano d’attrezzatura.99_vSBUBx-suYIVdEGADNPySQOrk7odyTW90C0biJ6k

La scena da girare era apparentemente semplice: un dialogo a due sul tetto di casa di uno dei protagonisti. Per esigenze televisive la scena doveva essere girata con la tecnica del green screen. In pratica utilizzando un tetto finto e un telone verde dietro, sul quale, in sede di post production, sarebbe stato inserito il cielo e gli altri elementi della scena, per riprodurre l’ambiente intorno alla casa.

Fino alle undici e mezza non si vide nessuno e così, in attesa degli attori, del regista e del suo direttore della fotografia, la mattinata passò indenne fra sigarette e caffè, in mezzo ad un esercito di persone indaffarate a spippolare allo smartphone o intente a guardare il set semivuoto.

Poi finalmente arrivarono le macchine con la troupè al completo, la marmaglia gozzovigliante iniziò a scrostarsi dai giacigli, ma era solo un falso allarme, prima andavano truccati gli attori.

Nel frattempo il direttore della fotografia seduto da una seggiolina in plastica inizia a dare disposizioni agli elettricisti per la messa a punto delle luci. Il dialogo è serrato: “Alzatemi quella da 1000, voglio più luce più luce… pannellatemi quella da 200, voglio una luce tagliata su di lui”, indicando un macchinista appollaiato sul tetto finto, rassegnato al suo ruolo provvisorio di sostituto dell’attore. “COSI’ DOTTO?”, replica l’elettricista barcollando su una scala a quota 15 metri.

Finalmente arrivano le star, un lui, tenebroso e barbuto, e una lei, ragazzetta acqua sapone con due occhioni azzurri, mai visti. Si mettono in posa, ma giusto il tempo di fare due totali della scena che una voce interrompe l’incanto annunciando l’arrivo dei “cestini”. Ecco sui cestini vorrei aprire una parentesi dovuta: quello che ho preso, spacciandomi per uno della troupe, era il mio primo cestino cinematografico, ma non pensavo fosse così diverso dagli altri, e mi sbagliavo. Notai da subito che sopra vi era stampata l’immagine di un piatto, ma che al posto della pasta spadroneggiava al centro del piatto delle pellicole da cinema. La cosa mi ha colpito e non poco, così chiesi in giro.

“Scusate, ma lo fanno apposta per il cinema?  C’è una ditta specializzata in cestini da set cinematografico?”

“Sì e lo paghiamo anche caro”

Ancora scioccato mi trovai un posto ad un tavolo per consumare i gustosi spinaci ripassati del cestino e lì arrivò l’illuminazione. A parlare erano la regista e il direttore della fotografia.

DF: Anche a sto giro stamo a fa na bella merdata.

R:Eh sì, ma speriamo ne parta un’altra a breve perchè qui c’è da campà.

DF: Eh sì, ma ora mi sa che ce sta un progetto in cantiere che parte a settembre.

Parliamoci chiaro, non ho mai pensato che le fiction Rai godessero di buona reputazione, ma che nel progetto, finanziato dal canone Rai (ergo: soldi pubblici e quanti!) non ci credano neanche gli addetti ai lavori, questo da l’idea di quello che sono diventate queste serie televisive. Sono delle macchine mangiasoldi, baracconi costosissimi tenuti in piedi per far lavorare gli amici degli amici senza neanche l’obiettivo di creare un prodotto, non dico culturale, ma almeno di qualità. Noodles pronti all’uso, di quelli ai quali basta aggiungere un pò d’acqua calda e sono pronti per essere trangugiati, ecco cosa sono, ma ancora mi sfuggiva una cosa.

Continuavo a chiedermi:” Visto che soldi e la professionalità ci sono, perchè non fare un prodotto di qualità?”, magari ottimizzando la spesa del budget che, generalmente, viene più che dimezzato una volta pagato il Lino Banfi della situazione.

La risposta più comune è stata:” Perchè la gente vuole questo.” Una risposta che lì per lì mi aveva convinto, permettendomi di guardare le ultime due ore di lavoro con un altro occhio, più sprezzante verso il pubblico e maggiormente indulgente verso quell’infinità di persone indaffarate a trovarsi un’occupazione su quel set affollato.

Poi ieri sono stato a quella conferenza e finalmente ho capito che era una menzogna. Ho capito che: “Non sono i consumatori a modificare il mercato, è la disponibilità degli spacciatori.”

Edoardo Romagnoli

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