Oltre la memoria

Era il marzo del 1944 quando Roberto Castellani, allora diciassettenne, venne arrestato a Prato, durante uno sciopero generale, per essere trasportato al campo di concentramento di Mauthausen, dove gli venne assegnata il triangolo rosso dei prigionieri politici e la matricola numero 57027.

Dopo 15 giorni viene trasferito nel campo di Ebensee a scavare in miniera quei tunnel che avrebbero dovuto ospitare la produzione sotterranea dei V2, l’arma “micidiale” solo annunciata dai nazisti.

Lì i prigionieri erano malnutriti, coperti con vestiti inadatti al rigido inverno austriaco, picchiati e costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno in condizioni di schiavitù. Lì vide morire Danilo, compagno di prigionia, fatto sbranare dai cani per aver tentato di rubare delle mele.

Sarà un medico, conosciuto proprio in quelle gallerie, a salvargli la vita con un piccolo stratagemma: un cucchiaino di catrame da far sciogliere sotto la lingua, l’unica cosa reperibile in quelle condizioni in grado di sopperire a tutte le calorie mancanti.

Roberto Castellani uscirà il 6 maggio del 1945, pesava 28 chili, di quel giorno ricorderà per sempre la faccia di una bambina, Theresia Jung, e il sapore della caramella che gli offrì.

Sentii questa storia nel 2000, facevo la seconda media e fino ad allora avevo associato i campi di concentramento alla Shoah, agli ebrei.

Per me la giornata della memoria erano: Anna Frank, Hannah Arendt, la poesia di Martin Niemoller sull’indifferenza degli intellettuali tedeschi di fronte ai massacri perpetrati, erano le visite ai campi e l’indignazione verso i fenomeni di negazionismo.

Castellani non era ebreo e non era nemmeno comunista, anzi era un giovane fascista e ad arrestarlo fu un suo capo manipolo; non rientrava affatto nello stereotipo della vittima che mi ero creato, ecco perché fu così importante.

treno_della_memoria

Nutro dei forti dubbi sull’espressione: celebrazione della memoria.

La memoria non deve essere celebrata, deve essere un esercizio attivo, teso ad individuare i passaggi, sempre uguali, che hanno portato, portano e porteranno a simili aberrazioni.

Perché quando mi raccontavano della Shoah, non mi hanno raccontato del Castellani? E perché il Castellani non mi ha raccontato del genocidio di Sebrenica, di cinque anni prima? E perché nessuno mi ha accennato dei bombardamenti italiani, sotto l’egida dell’Onu, in Jugoslavia di un anno prima?

Perché nonostante tutto quello che si dice: la memoria, un po’ come la conoscenza, funziona a cassettini, da aprire e chiudere nei giorni buoni.

L’esercizio della memoria non deve rimanere incagliato nella feticistica descrizione dei campi, dei metodi, della scala della morte, delle divise dei nazisti e di quelle dei prigionieri, non può adagiarsi sulle parole di sempre.

In giorni come questo ho sentito spesso ripetere una frase: ricordare perché non riaccada. Bene, se questo era l’intento, abbiamo fallito. E’ già successo, è già accaduto di nuovo.

E’ successo in Siria dove i carnefici non avevano i teschi sui cappelli, ma utilizzavano gas e armi chimiche, è successo in Bosnia, a Sebrenica, dove non avevano costruito campi di concentramento, ma hanno sterminato con metodi simili, è successo in Cambogia dove Pol Pot non aveva né baffi né Kapo, ma i suoi khmer rossi, in quanto a ferocia, nulla avevano da invidiare al Terzo Reich ed ai suoi aguzzini. Accade ogni giorno sulle coste italiane.

Il nazismo, almeno nelle forme che abbiamo conosciuto, probabilmente non tornerà, ecco perché dobbiamo impegnarci per rendere individuabili i meccanismi che lo hanno reso possibile e non preparare orde di ragazzini a riconoscere svastiche e nazisti.

Andiamo oltre la memoria, arricchiamola.

Lo sforzo deve essere quello di non celebrare, ma di trovare la forza per portare avanti una riflessione mai terminata, per poter rispondere alle solite domande: quali sono le cause, i perché, il ruolo di vittime e carnefici, quali sono i passaggi, quali i campanelli d’allarme, a cosa dobbiamo prestare attenzione, dobbiamo essere tolleranti con gli intolleranti?

Dobbiamo dare alle nuove generazioni strumenti universali, dobbiamo fornire le conoscenze di ieri per poter decifrare la cronaca dell’oggi e riuscire ad agire in tempo e chissà, magari riuscendo ad evitare la ricerca di un’altra data per l’ennesima giornata della memoria.

Altrimenti la giornata della memoria vissuta così, come l’ora di religione, non servirà ad evitarci proprio un bel niente.

Edoardo Romagnoli

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