Archivio mensile:gennaio 2014

Oltre la memoria

Era il marzo del 1944 quando Roberto Castellani, allora diciassettenne, venne arrestato a Prato, durante uno sciopero generale, per essere trasportato al campo di concentramento di Mauthausen, dove gli venne assegnata il triangolo rosso dei prigionieri politici e la matricola numero 57027.

Dopo 15 giorni viene trasferito nel campo di Ebensee a scavare in miniera quei tunnel che avrebbero dovuto ospitare la produzione sotterranea dei V2, l’arma “micidiale” solo annunciata dai nazisti.

Lì i prigionieri erano malnutriti, coperti con vestiti inadatti al rigido inverno austriaco, picchiati e costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno in condizioni di schiavitù. Lì vide morire Danilo, compagno di prigionia, fatto sbranare dai cani per aver tentato di rubare delle mele.

Sarà un medico, conosciuto proprio in quelle gallerie, a salvargli la vita con un piccolo stratagemma: un cucchiaino di catrame da far sciogliere sotto la lingua, l’unica cosa reperibile in quelle condizioni in grado di sopperire a tutte le calorie mancanti.

Roberto Castellani uscirà il 6 maggio del 1945, pesava 28 chili, di quel giorno ricorderà per sempre la faccia di una bambina, Theresia Jung, e il sapore della caramella che gli offrì.

Sentii questa storia nel 2000, facevo la seconda media e fino ad allora avevo associato i campi di concentramento alla Shoah, agli ebrei.

Per me la giornata della memoria erano: Anna Frank, Hannah Arendt, la poesia di Martin Niemoller sull’indifferenza degli intellettuali tedeschi di fronte ai massacri perpetrati, erano le visite ai campi e l’indignazione verso i fenomeni di negazionismo.

Castellani non era ebreo e non era nemmeno comunista, anzi era un giovane fascista e ad arrestarlo fu un suo capo manipolo; non rientrava affatto nello stereotipo della vittima che mi ero creato, ecco perché fu così importante.

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Nutro dei forti dubbi sull’espressione: celebrazione della memoria.

La memoria non deve essere celebrata, deve essere un esercizio attivo, teso ad individuare i passaggi, sempre uguali, che hanno portato, portano e porteranno a simili aberrazioni.

Perché quando mi raccontavano della Shoah, non mi hanno raccontato del Castellani? E perché il Castellani non mi ha raccontato del genocidio di Sebrenica, di cinque anni prima? E perché nessuno mi ha accennato dei bombardamenti italiani, sotto l’egida dell’Onu, in Jugoslavia di un anno prima?

Perché nonostante tutto quello che si dice: la memoria, un po’ come la conoscenza, funziona a cassettini, da aprire e chiudere nei giorni buoni.

L’esercizio della memoria non deve rimanere incagliato nella feticistica descrizione dei campi, dei metodi, della scala della morte, delle divise dei nazisti e di quelle dei prigionieri, non può adagiarsi sulle parole di sempre.

In giorni come questo ho sentito spesso ripetere una frase: ricordare perché non riaccada. Bene, se questo era l’intento, abbiamo fallito. E’ già successo, è già accaduto di nuovo.

E’ successo in Siria dove i carnefici non avevano i teschi sui cappelli, ma utilizzavano gas e armi chimiche, è successo in Bosnia, a Sebrenica, dove non avevano costruito campi di concentramento, ma hanno sterminato con metodi simili, è successo in Cambogia dove Pol Pot non aveva né baffi né Kapo, ma i suoi khmer rossi, in quanto a ferocia, nulla avevano da invidiare al Terzo Reich ed ai suoi aguzzini. Accade ogni giorno sulle coste italiane.

Il nazismo, almeno nelle forme che abbiamo conosciuto, probabilmente non tornerà, ecco perché dobbiamo impegnarci per rendere individuabili i meccanismi che lo hanno reso possibile e non preparare orde di ragazzini a riconoscere svastiche e nazisti.

Andiamo oltre la memoria, arricchiamola.

Lo sforzo deve essere quello di non celebrare, ma di trovare la forza per portare avanti una riflessione mai terminata, per poter rispondere alle solite domande: quali sono le cause, i perché, il ruolo di vittime e carnefici, quali sono i passaggi, quali i campanelli d’allarme, a cosa dobbiamo prestare attenzione, dobbiamo essere tolleranti con gli intolleranti?

Dobbiamo dare alle nuove generazioni strumenti universali, dobbiamo fornire le conoscenze di ieri per poter decifrare la cronaca dell’oggi e riuscire ad agire in tempo e chissà, magari riuscendo ad evitare la ricerca di un’altra data per l’ennesima giornata della memoria.

Altrimenti la giornata della memoria vissuta così, come l’ora di religione, non servirà ad evitarci proprio un bel niente.

Edoardo Romagnoli

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La grande bellezza

“La Grande bellezza” ha vinto il Golden globe, non succedeva dal 1999 che un film italiano venisse premiato come migliore film straniero era “Il nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore.

Ha vinto perché è un gran film, anche se non ho visto gli altri in gara, ha vinto perché se è vero che “Flaubert non è riuscito a scrivere un romanzo sul nulla”, Sorrentino, del nulla, è riuscito a farne un film.

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Jep Gambardella

Ricordo di averlo visto, appena poco dopo l’uscita, in un cinema romano all’aperto, allestito dentro il chiostro del Bramante. Sarà stata la stanchezza accumulata nei giorni precedenti o la location conciliante, il fatto è che mi addormentai in un sonno profondo, pochi minuti dopo l’inizio. Quando mi svegliai erano tutti molto entusiasti, per prima l’amica con cui ero andato a vedere il film, che sarà stato per il buio o per la mia tecnica di dormita discreta, affinata negli anni del liceo, sembrava non essersi accorta del mio colpevole sonnellino.

Così per molto tempo sono rimasto con l’amaro rimorso di quella dormita al cinema, fino a quando decisi di rivedere il film, in streaming, sentendomi addosso la sensazione di chi ruba un cellulare, una borsetta o un cd da uno degli ultimi negozi di dischi aperto in città.

ImageDevo dire che non rimasi molto colpito, mi ricordò un film che vidi qualche anno fa: The Tree of Life, senza quelle belle immagini che avevo reputato l’unica cosa decente di quel film.

Senza alcuna ragione mi aspettavo un film diverso e quella sensazione da spettatore abbacinato che mi aveva lasciato, non mi soddisfaceva, mi sembrava di essere stato in discoteca, di aver perso del tempo. Mi sembrava che il film fosse vuoto, retto solo da una geniale regia e dalla faccia magnetica di un Toni Servillo in versione fenomeno.

Eppure era come se non avessi colto qualcosa, che la falla fosse nella mia barca.

Poi ho letto le parole di Sorrentino: “Ho voluto fare un film sul nulla.”

Ecco la mia falla, ecco dove sbagliavo, allora se era un film sul nulla, è stato un lavoro riuscito e se non mi era piaciuto era perché in quel momento non avevo voglia di quel film, mi aspettavo qualcosa e mi è arrivato il nulla, ma più che ad una ventata assomigliava a un mattone.

Il vuoto che il regista cerca di rappresentare è la ricerca del barocco, di una vita speciale, il goffo tentativo di quei personaggi che per fuggire alla monotonia, se ne creano una nuova in cui fingere che tutto sia più bello ed esclusivo. L’enorme spreco di tempo in quella città che “ti distrae”.

Quella di Jep Gambardella è la storia di una parte di questo paese, è la biografia di alcuni personaggi che sul nulla hanno edificato le fondamenta delle proprie posizioni e che nel nulla si ritrovano sorseggiando cocktail fortemente alcolici.

Il nulla diventa uno spazio vuoto, un liquido amniotico in cui i personaggi si trovano immersi, che necessita di essere colmato per non doverne ascoltare l’assordante silenzio.

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Paolo Sorrentino con parte del cast

Ed ecco allora le feste dove immergersi nella musica ad alto volume, le albe dove far morire la notte, una vita che scorre senza tempi morti, senza silenzi dove si corre il rischio di partorire amari bilanci.

E’ un film che trova il suo set naturale a Roma, fra i suoi bellissimi palazzi stanchi e le lucenti rovine. Sorrentino sceglie la città eterna per un film che parla di una bellezza piccola perchè ferma, statica, che non crea niente di nuovo, se non opere e azioni interessate, di personaggi poco interessanti.

In questa melma rumorosa di facce e brindisi inizia il tardivo bilancio di Jep, inizia la ricerca di una bellezza più grande che non esclude alcun tempo e nessun luogo, ma che spazia dalla speranza per il futuro agli irreparabili eventi della memoria; una ricerca che spiana tutti i dubbi sul tentativo di celebrazione di quel nulla.

Dove la Santa non fa che da contraltare francescano a quella vita piena di posati eccessi.

Dove la mostra delle foto che l’artista si è scattato quotidianamente, non fa che mostrare a Gambardella e allo spettatore come il tempo abbia un ritmo e scorra inesorabile, sia da fermi che in movimento, sia che lo si fermi in un’istantanea sia che lo si confonda nel nulla.

 Edoardo Romagnoli

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Vena – Sui muri di Milano

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Il desiderio di essere come tutti

“Un’epoca – quella in cui si vive – non si respinge, si può soltanto accoglierla.”

(Francesco Piccolo)

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Titolo dell’Unità, 14 giugno 1984, il giorno dei funerali di Enrico Berlinguer

Sarà stata la scarsa fantasia dei gentili donatori o un’idea sbagliata che si erano creati di me, il fatto è che fin da piccolo nel periodo che va dal 29 Novembre, data del mio compleanno, al 25 di Dicembre, sono stato sommerso dai libri. Così tanti che penso di aver iniziato a leggere per costrizione, non sapendo che farne di tutto quel “pensare” stampato.

Non ho particolari caratteristiche come lettore, ho prediletto alcuni generi su altri, ma ciò non mi ha impedito di leggere anche gli altri, non ho pregiudizi di alcun tipo né verso alcuno, non appartengo a nessuna categoria, fun club di scrittori o generi, non ho mai seguito nessuna saga e spero che, ancora per molto, siano l’istinto e la curiosità le mie bussole in libreria.

C’è solo una costante che mi porto dietro da sempre: il buon giudizio su un libro è sempre stato  legato con un rapporto direttamente proporzionale al mio grado di consenso con ciò che vi era scritto.

Più ero d’accordo con ciò che veniva scritto, sostenuto o raccontato e maggiori erano le possibilità che il giudizio finale sul libro fosse positivo.

E’ sempre accaduto così fino a un mese fa, quando un mio caro amico mi ha regalato un libro che non conoscevo “Il desiderio di essere come tutti”, di un autore conosciuto: Francesco Piccolo.

Ho fatto una fatica enorme a leggerlo, ho dovuto compiere uno sforzo, con l’ostinazione paranoica di chi non vuole lasciare niente a metà, volevo finirlo e archiviarlo nella mia libreria.

E così l’ho letto in treno, sul divano di casa dopo il pranzo di Natale, ho continuato a leggere sfruttando ogni spazio libero, ogni piccola pausa, fino a finirlo, fino a scoprire che, nonostante tutto, mi era piaciuto.

“Il libro è un romanzo di formazione individuale e collettiva” come da definizione, è la storia del nostro paese, percorsa a grandi tappe, che si è svolta e si svolge in parallelo alla storia dello scrittore.

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Copertina del libro

Due storie contigue, dove non si capisce, quale fa da sfondo all’altra, due storie percorse a grandi salti, fermandosi solo ad alcune pietre miliari, senza neanche toccarle tutte.

Il desiderio di essere come tutti è un libro che ti costringe a fare i conti con le parole che contiene, per consenso o per antitesi è un libro che prende parte e si spiega. Un libro che è, prima di tutto, un percorso cognitivo che ci urla in faccia l’impossibilità di sentirsi parte di tutto il bello che è stato, se prima non ci sentiamo responsabili di tutto il “marcio” che c’è stato e continua ad essere; che va oltre dicendoci che quel marcio fa parte di tutti noi. Ci dice che nel marcio si può anche essere felici, felici come non lo eravamo quando pensavamo di essere nel “giusto”, custodi della parte sana, di quel bene che partoriva la nostra diversità.

Se non ci sentiamo corresponsabili del degrado che gli ultimi trent’anni di politica hanno prodotto, se non sentiamo di esser stati anche noi parte di tutto questo, non potremmo mai far pace con noi stessi, ci sentiremo sempre diversi, la parte sana, a sé stante, isolandoci fino alla marginalità. Se non ci sentivamo italiani al cucù berlusconiano alla Merkel non avremo il diritto di sentirci italiani davanti alle immagini di un Pertini festante, che sventola la mano sinistra come un fazzoletto, di ritorno dai Mondiali ’82.

Un libro che ci obbliga a sentirci come tutti, nonostante tutto.

Edoardo Romagnoli

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Brevi vuoti a rendere: diffidare della sintesi online

Avrei voluto parlarvi della tristezza intrinseca nel capodanno, avrei voluto parlarvi del cenone, delle difficoltà nella digestione e dei buttafuori al locale, avrei voluto parlarvi dell’assurdità delle discoteche, ma poi ho letto un articolo troppo corto sul web.

LUNGA PREMESSA:

“(…)Sarebbe lo stesso esistita Hanna Arendt se ci fosse stata l’interattività del web 2.0, e cioè Twitter, Facebook, YouTube, i blog, il crowdsourcing, i forum, le chat, Wikipedia, Myspace, Gmail, WordPress, Tripadvisor, il data journalism? (…)”

 (Rory Cappelli, “Il giornalismo e l’informazione liquida. Da Hannah Arendt al web 2.0”)

“Il Web è più un’innovazione sociale che un’innovazione tecnica. L’ho progettato perché avesse una ricaduta sociale, perché aiutasse le persone a collaborare, e non come un giocattolo tecnologico. (…)”

 (Tim Berners Lee, “L’architettura del nuovo Web”)

 Internet è una piattaforma rivoluzionaria, un mezzo innovativo per far circolare le idee, reperire informazioni, finanziamenti per un progetto o semplicemente visibilità; uno strumento utile che, come tale, rimane vincolato alle capacità di chi lo utilizza, al suo bagaglio culturale. Ecco perché la risposta è: sì, Hannah Arendt sarebbe esistita e “La banalità del male” sarebbe rimasto un tragico capolavoro.

La tecnologia lega la macchina con il suo fruitore, anche nelle possibilità di espressione: se non so come iscrivermi e caricare le foto su Flickair non potrò mostrare le mie foto, privandomi così di un canale, di una piattaforma.

Questa è un’ignoranza che si paga: se non so come creare un’app, in caso di necessità, dovrò pagare qualcuno che lo sappia fare oppure dovrò rinunciarvi.

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Tim Berners Lee

La tecnologia ci lega in un rapporto direttamente proporzionale dove: meno sono le capacità del fruitore, meno saranno le “possibilità” sfruttabili della macchina. In breve: è inutile che compri un Macbook Pro se ci devi giocare a Solitario. Come è inutile avere tutte le focali per una Canon 5D Mark III se non sai come cambiarle.

Qui il punto è: Il web è uno strumento di comunicazione potentissimo, ma pur sempre uno strumento, un veicolo di un bagaglio di conoscenze che devono esistere comunque, aldilà del mezzo, nell’utente; sempre che al web non sia richiesto una mera funzione di intrattenimento. Chi naviga in rete deve essere già provvisto di una propria guida che sia in grado di adattarsi e ampliarsi nella fitta giungla del web.

Una volta acquisito il minimo di bagaglio di conoscenze “tecniche” richiesto dalle proprie esigenze si potrà finalmente iniziare ad usare la macchina, smettendo di dubitare che solitamente accada il contrario.

Per interagire sul web ci sono dei veri e propri codici stilistici, si pensi a come viene solitamente titolata una foto su Facebook e su Instagram; ad un vero e proprio codice linguistico, a cui ci si deve attenere obbligatoriamente se si vuole partecipare, si pensi ai 140 caratteri di Twitter. O ci si attiene o si rischia che la nostra comunicazione sia incompleta, travisabile, inefficace.

E Twitter è solo un esempio di quell’universo di codici linguistiche che il web richiede.

Ricapitolando: conoscenze della macchina e codici linguistici da apprendere. Perchè per quanto si continui a ripetere che il web è a portata di tutti, la realtà è ben differente, soprattutto se la portata va al di là dell’intrattenimento online. Internet richiede un bagaglio culturale ampio, elastico e capiente, oltre ad una grande capacità di sintesi, di “compressione” del pacchetto dati.

“ (…) Il gusto dei nostri tempi preme la rapidità e la sintesi, assai graditi ai giovani che rifuggono dalla lettura di articolesse, e punti di forza del web. Restano dominio dalla carta, si dice, l’approfondimento e l’autorevolezza: il che è vero, purchè si eviti di scambiare per approfondimento la lunghezza dei testi e per autorevolezza un rapporto più o meno organico con l’autorità. (…)”

 (Giulio Anselmi, “Le due informazioni”)

 La sintesi è ciò che domina la comunicazione via web, la filosofia del “one scroll, no more.” Una filosofia che, abbinata alla democratica universalità, del mezzo ha dato sfogo a mille tastiere delle quali sentivamo poco il bisogno, oltre che far nascere web journal ed e-zine poveri di contenuti. La sintesi è fatica perchè rappresenta un passo ulteriore nel processo comunicativo.

La sintesi, molto spesso, sul web non è altro che un paravento per una misera mancanza di contenuti; al contrario diventa una brutta bestia quando si hanno contenuti da veicolare.

Non tutti hanno le capacità di sintesi di Michele Serra e della sua “Amaca”, ecco perché il più delle volte è solo una scusante per articoli corti e poveri di sostanza, per lo più frutto di un mero copia e incolla farcito di qualche riga. Ed è uno sbaglio pensare sia un errore prettamente giovanile, potrei fare una lista enorme di siti, simil giornaletti gestiti da over 50 che scrivono piccoli articoletti di rimando o pieni di un livore personale che condividono solo con se stessi, con risultati evidenti.

Una volta riusciti a bilanciare il tutto, solo allora si può pensare di essere navigatori coscienti, che riescono ancora ad avere un dominio sul mezzo e da esso riuscire a cavarne qualcosa di buono, magari riuscendo anche a mettere in rete proprie conoscenze, condividendole sui mezzi e nei modi più efficaci.

La sintesi dovrebbe escludere dal web tantissime discussioni troppo lunghe per essere contenuti su mezzi così insofferenti all’approfondimento che, per sua natura, non me ne voglia Anselmi, necessita di tempi e spazi lunghi, sicuramente più lunghi di uno scroll o di 140 caratteri. Ecco perché Hanna Arendt avrebbe comunque scritto il suo libro testimonianza, sul web avrebbe potuto inserire uno stralcio, magari su un magazine specializzato, su un blog, ma l’opera vera e propria sarebbe comunque stata stampata su di un libro, al massimo accompagnata da una versione scaricabile su Kindle.

Perché nonostante quello che si può sentire: la carta rimane il modo più comodo e meno impegnativo, per gli occhi, per leggere una storia.

Quindi: se avete una bella storia scrivetela e se la dovete scrivere sul web, cercate di essere stretti, ma se invece una non siete forniti di una storia o  scrivete per senso di frustrazione, per piccole battaglie personali, per fare del vocio arterosclerotico, perché dovete far sentire la vostra voce, allora rinunciate perchè usereste Internet come un “giocattolo tecnologico” e soprattutto scrivereste solo brevi vuoti a rendere.

Edoardo Romagnoli

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