Archivio mensile:dicembre 2013

Il lupo nero è morto e non di fame

SIGNOR CAPITANO,

COME CITTADINO ITALIANO, NON POSSO COMPIACERMI

CERTAMENTE DI UNA SENTENZA INSENSATA.

MA SICCOME INSENSATO ERA IL PROCESSO,

PENSO CHE ANCHE LEI SE NE POSSA CONTENTARE.

DA VECCHIO SOLDATO, E SIA PURE DI UN ESERCITO MOLTO

DIVERSO DAL SUO, SO BENISSIMO CHE LEI NON POTEVA FARE

NULLA DI DIVERSO DA CIO’ CHE HA FATTO, ANCHE SE CIO’

CHE HA FATTO E’  COSTATA LA VITA A DUE MIEI VECCHI E CARI

AMICI: MONTEZEMOLO E DE GRENET, ED ANCHE SE, NEL

MOMENTO IN CUI LEI LO FACEVA, IO MI TROVAVO

PRIGIONIERO DEI TEDESCHI NEL CARCERE DI S. VITTORE

A MILANO, DOVE POTEVO SUBIRE LA STESSA SORTE TOCCATA

AGLI OSTAGGI DELLE ARDEATINE.

NON SO COSA LEI FARA’, QUANDO SARA’ LIBERO DI FARLO.

MA QUALUNQUE COSA FACCIA E DOVUNQUE VADA,

SI RICORDI CHE ANCHE TRA NOI ITALIANI CI SONO DEGLI

UOMINI CHE PENSANO GIUSTO, CHE VEDONO GIUSTO, E CHE

NON HANNO PAURA DI DIRLO ANCHE QUANDO COLORO CHE

PENSANO E VEDONO INGIUSTO SONO I PADRONI DELLA PIAZZA.

AUGURI SIGNOR CAPITANO!

Questa lettera che Indro Montanelli scrisse nella primavera del 1996 non trovò grande spazio sui giornali, perché era e rimane una lettera scomoda, perché scritta ad una figura scomoda.

La lettera era indirizzata ad un uomo, un ex capitano delle SS, nato il 29 luglio 1913 a Hennigsdorf, una piccola città del Brandeburgo, in quella che era la Germania del Kaiser Gugliemo II, una delle nazioni più ricche di quel tempo.

Dopo essersi iscritto al Partito Nazionalsocialista, nel 1933, viene notato da Heinrich Himmler  per la sua dedizione alla causa del nazionalsocialismo, che lo fece entrare nelle SS.

Qui raggiungerà in breve il grado di comandante, Hauptsturmfuhrer, e dopo l’armistizio del 1944 viene mandato a Roma sotto il comando di Herbert Kappler, nella caserma di via Tasso.

Il 14 giugno del 1944 viene nominato ufficiale di collegamento con lo Stato maggiore della Guardia Nazionale Repubblicana, con sede a Brescia.

Quando la guerra finisce, come spesso accadeva ai gerarchi fuggitivi, trova riparo in America latina a San Carlos de Barilloche, da sempre nota con il nome di Svizzera argentina.

Qui visse perfettamente integrato nella folta comunità tedesca fino al 1994.

Poi accade l’imprevisto. Nel 1994 Sam Donaldson, giornalista dell’ABC, si mette sulle tracce di un emigrante tedesco, nominato nel libro di Esteban Buch, “El pintor de la Suiza Argentina”, come uno dei responsabili delle Fosse Ardeatine.

Lì dove non erano riusciti né i cacciatori di nazisti, né le autorità dell’Interpol riesce un giornalista americano che, dopo aver trovato Reinhardt Kops, altro ex nazista emigrato, riesce, grazie alle informazioni di quest’ultimo, a trovare e intervistare proprio il nostro uomo.

L’uomo con cui parla Sam Donaldson è lo stesso uomo a cui scriverà anni dopo Indro Montanelli, è il comandante dell’Aussenkommando Romder Sicherheitspolizei un des Sd, Erich Priebke.

Poco tempo dopo l’Italia invia una richiesta di estradizione per l’ex capitano delle SS, che verrà consegnato e rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea, in attesa del processo.

La “sentenza insensata” di cui scrive Montanelli è quella del 1° Agosto 1996, quando pur essendo stato riconosciuto colpevole, viene assolto per sopraggiunta prescrizione, ma non è per questo che il giornalista di Fucecchio sentì la necessita di quell’aggettivo: insensata.

E’ per quello che succederà dopo.

Alla lettura della sentenza i familiari delle vittime, i rappresentanti della comunità ebraica di Roma decidono di asserragliare l’aula, tenendo in ostaggio i giudici e lo stesso Priebke.

Le critiche sulla sentenza di assoluzione piovono da tutti gli angoli del mondo e così interviene la Germania che invia la richiesta di estradizione con l’accusa di favoreggiamento al regime, tale richiesta permetterà all’Italia di tenerlo in carcere, calmando così gli animi dei “padroni della piazza”.

La Corte di Cassazione annullerà la sentenza disponendo un nuovo processo.

E’ il 22 Luglio del 1997 quando il Tribunale militare di Roma lo dichiara colpevole, condannandolo a 15 anni di carcere, è il marzo del 1998 quando la Corte d’Appello lo condanna all’ergastolo. Per vedere la fine di questo travagliato caso giudiziario si deve attendere il novembre dello stesso anno, quando la Corte di Cassazione conferma la sentenza della Corte d’Appello. L’ex capitano delle SS ha 85 anni e data l’età gli vengono concessi i domiciliari.

Eric Priebke muore nella sua casa romana l’11 Ottobre 2013, alla veneranda età di 100 anni.

Si dice che la Storia la scrivano i vincitori e forse è per questo che sui libri di Storia sembra sempre emergere netta la linea di demarcazione fra il bene e il male, tra buoni e cattivi, fra vittime e carnefici.

Il problema sorge quando, mossi dalla ferma convinzione del “mai più”, si riassume, si schematizza fino a semplificare i fatti, fino a renderli vuoti, caratterizzando in maniera netta i personaggi, talvolta trasformandoli in caricature.

Dimenticando che si parla di uomini e che gli uomini sono piccoli contenitori dell’Universo.

E così accade che dei buoni si tende a mostrare solo il buono e dei cattivi tutto il male, rischiando di ottenere il risultato opposto a quello sperato, rischiando di prestare il fianco a vecchi e nuovi revisionismi che guardano alla storia con un senso di revanscimo.

Priebke si è sempre difeso sostenendo, come Eichman e tanti altri, che non si poteva che eseguire gli ordini, soprattutto quelli provenienti da Hitler in persona, pena la morte.

Poi aggiunge un elemento molto interessante attraverso una domanda:”Cosa credete che abbiano fatto i militari americani che hanno sganciato le bombe su Hiroshima e Nagasaki, se non eseguire gli ordini?”

Non c’è dubbio che Priebke dovesse essere processato per i crimini commessi, come lo sono stati Hass e il loro superiore Herbert Kappler, e il fatto che i piloti americani che hanno sganciato le atomiche non siano stati processati non toglie nulla a questa mia convinzione. Anzi, caso mai aggiunge due imputati.

E allora perché Montanelli sente il bisogno di perorare la causa di un ex capitano delle SS responsabile della morte di 335 persone?

Forse perché il processo fatto a Priebke era l’ultimo possibile contro il nazismo, contro il male, perché questo ha rappresentato il nazismo: ha rappresentato il male.

Rappresenta il punto d’incontro di un’umanità con pochi punti di riferimento e con tanta paura di rivivere certe epoche.

E allora Priebke ha rappresentato l’ultimo dei vinti,  e quello contro Priebke è stato l’ultimo processo dei vincitori.

Un proverbio indiano dice che ogni uomo ha un lupo nero e uno bianco che combattono dentro di sé e che a vincere sarà quello che nutriremo di più.

Mi sento di dire che Priebke ha preferito sfamare il lupo nero;  d’altro canto non credo che i piloti americani abbiano sfamato solo quello bianco.

Ma qual’era l’alternativa?

Le alternative sembrano essere riposte: in un esercito di martiri disobbedienti o dalla fine di ogni guerra. E non so a quale delle due credere di meno.

Edoardo Romagnoli

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Gli eroi sono tutti pendolari

Non sono mai stato tipo da treno e non è un fatto di classe, sto scomodo in prima come in seconda e sono sicuro che se ci fosse ancora la terza sarei a disagio anche lì.

Sarà per quei modellini di treni con i quali cresciamo fin da piccoli, eternamente destinati al deragliamento, sarà per i video su YouTube che immortalano i macchinisti alla guida di treni superveloci mentre cazzeggiano peggio di Schettino sulla Concordia, ma continuo a sentirmi più sicuro su un aereo.

Forse anche per questo ho imparato ad ammirare i pendolari, fin dai tempi del liceo. Quando arrivavo in classe ansimante come un cane con ancora il casco in testa e le chiavi del motore in mano, li trovavo sempre lì, a sedere, composti e ordinati.

Alcuni di loro erano in piedi dall’alba, avevano già avuto il tempo di fare colazione, comprare il giornale e accumulare un ritardo di venti minuti, abilmente aggirato con un leggero anticipo sulla sveglia e una perentoria corsa mattutina a digiuno per raggiungere il binario est. E io che riuscivo a far tardi in motorino, abitando a 10 minuti dalla scuola. Capii da subito che avevano una marcia in più.

I pendolari, incuranti dei ritardi e dei vagoni sovraffollati, nel tempo sviluppano una pazienza che va al di sopra delle innate capacità delle quali è fornito l’uomo medio. Una strana capacità di astrarsi, di farsi scorrere il tempo addosso anche in posizioni scomode e in spazi angusti, i pendolari sono persone che per autodifesa hanno dovuto sviluppare una capacità di sopportazione disumana.

Come spesso accade quando si osserva un fenomeno da fuori, non mi ero mai davvero reso conto di quante sono le insidie contro le quali un pendolare deve combattere.

Oggi non posso dirmi un pendolare, anche per rispetto alla categoria, ma da quando sono venuto a studiare a Roma, il mio rapporto con Trenitalia si è notevolmente intensificato, ma soprattutto ho capito una cosa: i pendolari sono eroi che ogni giorno viaggiano su e giù per il paese.

Trenitalia merda

Breve recensione, di un viaggiatore anonimo, dei servizi offerti da Trenitalia

In mano a macchinisti tamarri che sparano il treno a 250 km/h per poi bullarsela sullo schermo attaccato nei corridoi di ogni vagone, a ritardi che non farebbe segnare uno a piedi, a treni baracca con i tetti bucati e i bagni ingolfati, ma soprattutto a persone come lei.

– Te li sei fatti i capelli come piacciono a me?

Freccia Argento da Napoli Centrale a Milano Centrale, salgo a Roma Termini per scendere due fermate dopo a Firenze Santa Maria Novella.

Carrozza 7 posto 3B, al 3A trovo lei: mora, sui 20 anni, due occhiali ingombranti davanti a due occhi piccoli e scocciati, seduta con le ginocchia sul tavolino e i piedi sulla poltrona, era al telefono, incartata in un Woolrich nero e, a vedere l’espressione dei passeggeri intorno, quella chiamata stava durando da tanto.

Il tempo di mettere la valigia sopra la sua testa e già capisco di cosa si tratta: è una chiara stalker da treno. Poi sento gli occhi addosso e mi accorgo che il vagone insofferente sperava in me, confidava che la mia presenza ravvicinata potesse far rinascere il senso del pudore alla stalker e farle abbassare il volume della voce.

Così in un’atmosfera pesante come il piombo, alzai il tavolino, sfilai un libro dalla valigia e mi sedetti, nel movimento feci una torsione col collo e la guardai, con uno sguardo da ambasciata, come a portarle silenziosamente un messaggio da parte di tutti:” Ei guarda che qua stai rompendo le balle a tutti.” Fu inutile, mi squadrò e continuò amabilmente la sua chiamata col ragazzo, avvertii tutta la delusione dello scompartimento.

Pensavo che solo gli anziani fossero convinti che al telefono sia necessario urlare per coprire la distanza della chiamata, ma lei stava distruggendo l’ennesimo clichè a colpi di decibel.

I pendolari hanno un codice di comportamento, una serie di piccole regole utili a non rendere ancor più stressante il loro travaglio quotidiano su rotaia, una di queste è senza dubbio: non urlare al telefono.

Invece quella continuava a informare a gran voce tutto lo scompartimento sulla sua vita e i suoi gusti, era un’alternanza in cui lunghi monologhi lasciavano il passo a silenzi così brevi da non lasciare nessun margine alla speranza che quella chiamata potesse avere un termine a breve.

Poi, usciti da una galleria, iniziammo a sentire un gracchiare dagli altoparlanti messi ai quattro angoli dello scompartimento, la speranza si riaccese. “(…)Si prega i passeggeri di modulare il tono della voce per non disturbare gli altri passeggeri…”

Tutto inutile, ma che utilità pensate che possano avere questi annunci, gli stalker sono sempre a telefonare e per giunta ad alta voce e ve lo posso assicurare: quegli stupidi annunci non li sentiranno mai, li sentiamo solo noi che non stiamo telefonando.

E anche se li sentissero non li toccherebbero più di tanto perché lo stalker da treno non ammetterà mai le sue colpe, non è lui che urla siete voi che avete un udito sopra la media, arriveranno a lusingarvi pur di non darvi ragione. Lo stalker è fondamentalmente un noncurante, non vuole dar noia è che non se ne rende conto, è per colpa di gente come questa se ancora oggi dobbiamo sorbirci la storia di dove inizia e dove finisce la libertà, che poi sembra essere il solito punto.

Lei no, era della tipologia aggressiva, ne aveva fatto le spese una signora a qualche sedile di distanza che ancora si stava lamentando della maleducazione dei giovani di oggi, provai ad incrociare un suo sguardo per chiederle scusa a nome della categoria, ma ormai ero stato etichettato anche io.

– Te li sei fatti i capelli come piacciono a me?

Non voglio pensare come piacciono a te, ma soprattutto non voglio pensare a quanto lo potrai far penare quel povero ragazzo che gli tocca pure tagliarsi i capelli, come piacciono a te.

Eravamo quasi arrivati a Firenze, si prepararono in molti, tutti sollevati dall’idea di scendere da lì a poco, ancora frastornati da quella smitragliata di parole e fatti per nulla interessanti. Gli altri avevano puntato gli occhi su di lei, ma quella non fece una mossa e tutte le speranze si infransero, assieme al fischio dei freni, quando si tolse il cappotto per appenderlo al gancio alla sua sinistra.

In quel momento tutti capirono che se la sarebbero dovuta tenere almeno fino a Bologna, se non fino a Milano e in molti cercarono di prendere sonno, ma come si faceva a dormire.

Intanto ero arrivato, il treno si stava per fermare, lasciai la poltrona, quella alzò subito il bracciolo per mettersi più comoda.

Percorsi tutto il corridoio lanciando sguardi di conforto a quei pazienti compagni di viaggio, poi, proprio sulla scaletta mentre scendevo, un bercio squarciò la nebbia in cui era avvolto il binario 10:

“Scusa Mario, ma sto prendendo il treno… Sì,sì.. No, no ma dammi solo il tempo di trovare la carrozza 7 e ti richiamo, dobbiamo parlare di un sacco di cose..”

Toccai il treno, guardai dal finestrino i superstiti e pensai per l’ennesima volta che gli eroi esistono e sono tutti pendolari.

Edoardo Romagnoli

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Tutti sanno e sperano

“ROGO IN UNA FABBRICA DI PRATO: SETTE MORTI NEL CAPANNONE DORMITORIO”.

L’articolo che segue è di quelli da due righe “ (…)alle 6 e 45 del mattino un incendio è divampato nella ditta Ye Life Teresa Moda in via Toscana uccidendo sette persone”. Nessun nome delle vittime, nessun dettaglio dell’accaduto, quelli arriveranno nella mattinata del primo dicembre, ma non c’è ne è alcun bisogno, almeno per chi conosce Prato.

E’ giusto che la magistratura indaghi sulle cause dell’incendio, anche se poco importa se sia partito da una stufa elettrica o da un mozzicone di sigaretta, come è giusto che i media diano spazio a tutte le dichiarazioni dei politici locali, nazionali e aspiranti tali, anche se rischiano di valere poco più del rumore se non seguite da politiche serie e da un impegno a lungo termine, è giusto che vengano compiute tutte le riflessioni sul caso e del caso, anche se rischiano di essere fini a se stesse.

In realtà ciò che ci interessa sapere già lo sappiamo, ma sono tutte risposte di cui non ci facciamo niente, perché il fenomeno è più grande della città che lo ospita.

Perché quest’ incendio ha bruciato un velo già macero messo a sottile paravento di una realtà scomoda, di cui, a Prato e non solo, tutti erano e sono a conoscenza.

Sappiamo già rispondere a tutti quei perché che spesso sorgono nell’immediatezza di una sciagura come questa e che ancor più spesso rimangono senza una risposta.

A Prato lo sanno tutti perché in quella fabbrica dormivano delle persone e perché lavorassero fino a 19 ore al giorno, a turni per non dover mai interrompere la produzione; perché lo hanno fatto, con le dovute differenze, anche i nostri nonni.

Sappiamo che dai money transfer di Prato sono partiti fra il 2006 e il 2010 più di 4 miliardi di euro diretti in Cina.

Sappiamo che la mafia cinese è presente sul territorio, apre e gestisce ogni sorta di attività commerciale, che organizza i viaggi per chi vuole raggiungere l’Italia, soprattutto dalle campagne della provincia di Wenzhou. Che taglieggia i commercianti e schiavizza gli operai con orari di lavoro e condizioni disumane, fino a quando non hanno ripagato il costo del viaggio.

Sappiamo perfettamente che la maggioranza dei cinesi lavora così, perché è il modo in cui si fa del business in fretta e perché, se altrove non è più possibile, a Prato è ancora possibile farlo.

Sappiamo che i controlli non bastano perché la durata media di queste aziende sono 3-4 anni, ossia il tempo che impiega la nostra burocrazia per individuare le irregolarità fiscali e previdenziali, perchè quando vengono finalmente scoperte le aziende non esistono più, spesso hanno riaperto magari nello stesso stanzone, grazie ad una nuova testa di legno e un nuovo nome.

Sappiamo che le sanzioni non bastano, perché spiccioli in confronto all’evaso che queste aziende producono.

Sappiamo che questa storia conveniva e conviene ancora oggi che l’età dell’oro degli Ivo Barrocciai è al tramonto. Conveniva agli industriali pratesi che agli inizi degli anni ’90 poterono mantenersi sul mercato grazie alle committenze che affidavano loro per conto terzi e conviene oggi ai grandi brand della moda che su quei prezzi vantaggiosi continuano a lucrare, conviene a privati e immobiliari che vendono loro gli stanzoni e le case, che spesso resterebbero invenduti, conviene alle concessionarie che vendono loro macchine di lusso.

Sappiamo che il distretto dell’industria a Prato senza la presenza della comunità cinese[,] rischia di morire per sempre.

Sappiamo che la storia dei cinesi a Prato è storia recente, sebbene tante siano state le evoluzioni di questa comunità autarchica e silenziosa che [,]dalle poche centinaia di unità degli anni Novanta è arrivata a contare ad oggi più di 15 mila presenze censite ufficialmente sul territorio, il doppio secondo le stime ufficiose.

Parlare dei cinesi come un unicum è impossibile per chi non voglia scadere in facili qualunquismi e anche questo il pratese lo sa.

Perché i cinesi sono una comunità notoriamente chiusa, a Prato come nel mondo, oggi [,]come nei secoli lungo cui si svolge la loro cultura millenaria, eppure conserva al proprio interno i germogli di una rapida evoluzione e di una lenta e difficile integrazione.

E allora c’è il cinese che vive da 10 anni a Prato e ancora non parla una parola d’italiano e il ventenne nato in via Filzi che parla non solo l’italiano, ma il pratese; c’è il cinese sfruttato che lavora 19 ore al giorno e dorme in fabbrica e quello che chiede di poter lavorare a quei ritmi nella speranza di poter accumulare, in pochi anni, quei fatidici 30 mila euro per tornare in Cina e vivere una serena vecchiaia; ci sono quelli che hanno trovato un altro tipo di lavoro e decidono di restare, quelli che si comprano una casa.

I più abbienti aprono ditte e assumono cinesi e non, e la domenica si sgranchiscono le gambe al golf club “Le pavoniere”.

Molti diranno che rappresentano la minoranza, rispondo loro che questa considerazione non ci deve scoraggiare, ci deve solo suggerire che il processo d’integrazione è lungo, complesso e pieno d’ostacoli, ma possibile.

Lo scenario che si delinea è inquietante, è quello di una città in cui vige un anacronismo difficile da debellare, di una città in ostaggio di un modo di produzione ottocentesco, dove il profitto viene prima del diritto, un modo di produzione figlio della domanda viziata di quel capitalismo impegnato esclusivamente nella lotta all’abbattimento dei costi di produzione, incurante dei mezzi necessari per farlo.

Prato deve poter fare a meno di questo tipo di economia drogata, di questa spada di Damocle che invece di uccidere di colpo, uccide lentamente. Sì, ma come? E questa è forse l’unica domanda che non sembra aver risposta, neanche dai pratesi, perché il problema è complesso, sfaccettato e presenta delle dimensioni che non investono solo l’ambito locale e nazionale, ma meccanismi economici globali.

Questa disgrazia non è stata la prima e non sarà l’ultima, il problema c’era e tale rimane e allora la sensazione è che in quel lancio d’agenzia, in quei corpi senza nome, vi sia il racconto di una cronaca senza tempo, di una storia che potrebbe accadere di nuovo, domattina.

E allora tutti continuano a sapere e sperano.

Edoardo Romagnoli

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