Archivio mensile:novembre 2013

Sbazzing project #3

Lo sbazzo è fine a se stesso, al massimo può essere un divertimento per chi lo compie e allora non ha motivo chiedersi quale sia il senso delle incursioni in metropolitana, come non lo ha il tentativo di trovare un perché all’ultimo travestimento.

Lo sbazzo è una piece teatrale senza locandine da attaccare, senza annunci preventivi, senza appuntamenti fissi, perché lo sbazzo non può prendere impegni.

E se, durante l’ultima incursione, una donna scambia una pezza di una coperta rossa per una pozza di sangue e decide di tirare la leva del freno non fa altro che vivere realmente un attimo di finzione.

E non ci sono tranelli in cui cadere, perché non c’è trucco e non c’è inganno c’è solo una rappresentazione del reale che di per sé è già finzione.

Lo sbazzo non si traveste, non vuole ingannare, lo sbazzo prevede sempre un finale in cui si denuda, il sipario si alza svelando le quinte a tutto il pubblico.

E allora l’unico pensiero che rimane è il dubbio che qualcuno possa non essere così onesto e tagliare la sua recita ben prima del finale.

Edoardo Romagnoli

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Vite al neon

Ascolta, o Signore la nostra preghiera.

Dacci luce e forza perché possiamo riuscire a svolgere bene il nostro difficile compito di tutelare la società nell’aiutare tutti i cittadini a ritrovare il senso morale della vita.
La Tua parola illumini la nostra vita, il Tuo amore sostenga la nostra fatica.
Benedici, o Signore, la nostra cara Patria, tutti i nostri Reparti, le nostre famiglie e i fratelli che ci sono affidati.
Dona la Tua pace a tutti coloro che sono caduti nell’adempimento del proprio dovere.
O Vergine Maria, Madre di Dio, ispiraci sentimenti di misericordia verso coloro che soffrono , per causa dei camorristi e mafiosi, in modo che siano con noi conciliati, e il sentimento fraterno e la necessità del dovere.
Prega per noi, o San Basilide, nostro Patrono, così che la Tua testimonianza di fede, passata attraverso il martirio, sia per noi tutti di fulgido esempio, di immancabile sostegno e di vero conforto.
Amen

Un giorno speciale inizia in modo normale, anche qui, anche in carcere e anche quel giorno iniziò come tutti gli altri.

Il carcere è totalizzante, rende tutti prigionieri e non importa che tu sia qui a scontare una condanna o stia lavorando, qui tutti scontiamo la nostra pena.

Il carcere è dove incolpi il tetto perché ti oscura il cielo, è un’astronave di cemento arredata con qualche sbarra, tanti cancelli e brutte facce.

Qui non ci sono albe, le albe le vedi nel braccio est, il nostro è un sole al neon e lampade a risparmio energetico, è una luce giallastra che si arrampica a fatica sulle mura crepate.

Le lampade al neon sono lucciole da corridoio e come le lucciole fanno luce a intermittenza, tracciando nella notte un tragitto che appare e scompare.

Solo che il neon è plastica, gas e un filo di corrente e molto meno romanticamente delle lucciole, ci illude di usufruire d’una luce continua, seppur debole, mentre aggira i nostri occhi con trucchi da laboratorio e uno sfarfallio troppo veloce per essere carpito.

Fabrizio l’aveva scoperto dopo due anni, pur essendone convinto da sempre.

Lo sapeva che il neon faceva una luce a intermittenza, che aveva i suoi momenti di buio, solo che lo sapeva come tutti, per sentito dire, una teoria di cui nessuno portava prova, e lui quinta elementare e vent’anni da sicario, alle parole, aveva imparato a non crederci più.

Pensò a lungo al metodo che lo avrebbe potuto portare a confermare le sue ipotesi, ma le rigide norme del carcere non permettevano ampi spazi alla manovra.

Fu allora che decise di aspettare, aspettare pazientemente fino al giorno in cui il gas, all’interno delle lampade, non iniziasse ad esaurirsi.

Così fece, aspettò per quattro anni e vigilò quel neon fino a 20 ore al giorno, per non perdersi quel momento.

Sapeva che tutto si sarebbe giocato nel giro di poco, perché doveva riuscire a fotografare l’istante preciso in cui il gas iniziava ad esaurirsi, senza essere esaurito del tutto, solo allora, in quel breve lasso di tempo avrebbe potuto scoprire se quella storia avesse avuto un fondamento o fosse una delle tante chiacchiere che si fanno in carcere, come in tanti altri posti.

Quel giorno arrivò il 4 febbraio 1984 e Fabrizio stava guardando il Festival di Sanremo in tv, c’erano Romina Power e AlBano che cantavano “ Ci sarà”, quando all’improvviso, sentì un ticchettio, sempre più intenso, provenire dal corridoio.

Si alzò di scatto, con gesto da caserma, di quelli dove l’ordine ai muscoli non passa dal cervello, per affacciarsi sul corridoio.

 E finalmente, lo vide.

Lo vide mentre sfarfallava. “Il neon non fa una luce continua. – esultò – Non vi fate più fregare ragazzi, questa merda ci lascia al buio.”

Come dargli torto era un buio impercettibile, ma sempre buio.

Nessuno gli rispose, erano abituati alle sensazionali scoperte già scoperte di Fabrizio, ma lui da quel giorno lo raccontò a tutti, almeno fino a quando non esaurì le facce confinate in quel piccolo mondo.

Fino a quando così come era giunta, quella mania passò.

Anche questa data è rimasta famosa in carcere, era il 5 Luglio dello stesso anno ed erano entrati due nuovi detenuti e a nessuno dei due Fabrizio aveva raccontato la storia dell’ingannevole neon e della sua luce a intermittenza.

Non li aveva messi in guardia, come faceva con tutti e, almeno fino alla prossima intuizione, si poteva prospettare un breve periodo di tranquillità.

Quella data è diventata storica: Fabrizio aveva superato la fissazione del neon, si era dato alla scrittura e Maradona passava al Napoli.

Il carcere è un muro che divide il bene dal male, senza conoscere dove realmente sta l’uno e dove l’altro.

 

–       Nico.. e che stai a fare, ma la smetti di scrivere ste fregnacce, famme vedè.

–       E lascia, non toccare.

–       Uh il signorino si tiene i suoi segreti, le hai le chiavi del lucchettino? Non vorrei che qualche malintenzionato volesse aprire il tuo diario per sbirciare…

–       Luciani hai rotto il cazzo, si può sapere che vuoi?

–       Voglio che vai a portare la colazione al braccio nord e anche di corsa, non vorrei che i lorsignori si spazientissero.

–       Perché tu che avresti da fare? E poi non si può fumare qua dentro!

–       Senti un po’… Sciscia dei miei coglioni…

–       Sciascia, te l’ho già detto Sciascia, non Sciscia, era pure siciliano, manco quelli che parlano la tua lingua capisci.

–       Sciascia, Sciscia è uguale… muoviti vai, se non vuoi che faccia rapporto.

–       Guarda, rimarrei solo per leggerlo il tuo rapporto.

–       Bello, ogni volta che ti viene di fare fai il simpatico guarda queste– indicando le mostrine appuntate alla giacca- così almeno ti passa.

–       Speriamo che il potere ti logori.

–       Ah, ricordati quella storia del caffè per il nuovo ospite, fatti dare il thermos da Giannulli, lui sa dov’è.

–       Se, se.

–       Nico senti un’altra cosa, lo sai chi è l’addetto alla vigilanza sulle normative contro il fumo?

–       No, sentiamo chi è?

–       Il sottoscritto, fresco di nomina l’altro ieri.

–       Strano che non l’abbia saputo, sono sempre informato sulle promozioni.

–       Fai poco lo spiritoso e adesso vai… muoviti.. smamma.. vai a guadagnarti lo stipendio.

Lo stipendio. Se Domenico Pane, detto Nico, avesse dovuto lavorare per lo stipendio avrebbe continuato a fare il calciatore, ma preferì scegliersi presto una vita comune, come tante altre, invece di farsi trovare impreparato in un tardivo bilancio, di quelli che si fanno a bordo di una macchina ancora da pagare.

Il tempo non ha solo il potere di far passare brutti ricordi e intramontabili amori, ma a volte riesce ad andare oltre donando un senso alle cose, anche il più misero, anche con la forza e così  con gli anni di servizio a quel lavoro aveva trovato un senso e con quello trovò anche il suo.

– Giannulli! Giannulliii… Giannulli! Ma dove sei?

– Signorsì signore eccomi.. ah Nico sei te? Pensavo fosse Luciani.

– E di solito gli rispondi così a Luciani?

– Eh.. sì.. dice che fa rapporto.

– Ma che rapporto e rapporto. Guardati un po’ di Lynch e impara qualcosa sul subconscio.

– Quello di cui mi parlavi l’altra volta?

– No quello era Finch, indimenticato attore australiano. Memorabile per…

– …la sua interpretazione ne “Il cargo della violenza”, anno 1955.

– Eh bravo Giannulli. No, invece questo è Lynch, il regista.

– Ah.

– Va beh lascia stare. Mettiamola così Luciani usa la minaccia del rapporto perchè in qualche modo, per lui, raffigura il rapporto sessuale che non avrà mai. Capito?

– Cosa?

– Lucià quello tromba solo a pago? Capito?

– E che c’entra con il rapporto?

– Dai…va bene così, fammi vedere dov’è questo termos, prendiamo il carrello della colazione e andiamo.

– Subito.

– Ma poi si può sapere perché questo deve bere da un altro thermos?

– E’ nel regolamento interno di sicurezza.

– Ah, allora. Se è scritto nel regolamento interno… andiamo va.

– Comandi.

Lorenzo Giannulli, 28 anni, voce minuta, modi composti e una probabile allergia verso la cioccolata, mai provata scientificamente da nessun esame medico.

Nato il dicembre del 1957 a Peschici, in provincia di Foggia, immerso nel parco del Gargano, bagnato dal mar Ionio e, in mezzo, fra le collinette basse, i feti e gli scheletri bianchi, figli della speculazione edilizia.

–       Eccolo qua.- esordì Giannulli.

–       Bene, ce ne sono due?- rispose distratto Domenico.

–       Mmm… sss..sì, ecco l’altro.

–       Allora tu riempi questo di acqua calda per il thè che io riempio questo di caffè.

–       Perfetto.

–       Dio mio, lo avessi saputo prima…

–       Cosa?

–       Che ci sarebbe toccato fare da balia a questo esercito di disperati.

–       Ahahahaha

–       Sì, sì tu ridi. Quando dovrai cambiare il pannolone a qualche ergastolano riderai meno.

–       … per me può morire nella sua merda!

–       Andiamo dai.

Il carcere assomiglia a una chiesa, se non fosse per l’arredo e l’altezza dei soffitti.

 Adotta anche un codice simile, abbiamo il nostro battesimo per i nuovi arrivati, regole ferree sul vestiario e sugli orari, anche da noi arrivano sciami di peccatori in cerca di redenzione e sono gli stessi che consumano i pavimenti della navata centrale, appesantiti dal peso delle loro colpe.

Forse per questo, o forse per rendere meno amara la realtà, quel giorno di qualche anno fa, abbiamo deciso di chiamare i vari ambienti del penitenziario con i nomi solitamente utilizzati per descrivere una chiesa.

In breve tempo il corridoio divenne la navata centrale, le celle i confessionali incastonati nelle navate laterali, e la mensa il transetto o la crociera, a piacimento, perché era nel mezzo a dividere le celle e il corridoio dalla sala colloqui, un po’ come il transetto e la crociera segnano il confine in cui deambulatorio e coro si raccolgono attorno all’abside.

Qui le distanze sono in scala e gli orizzonti si toccano con mano, chi passeggia qua deve farselo bastare.

–       A che pensi Nico?

–       Eh?

–       Ogni tanto ti incanti.

–       Tanto che abbiamo da fare? Per spingere un carrello lungo un corridoio posso permettermi anche di mettermi in stand by.

–       Va beh facciamo due chiacchiere.

–       No, oggi no.

–       Dai, apriamo l’angolo “Lo sapevate che”.

–       Sono stufo di farti da Bignami.

–       Non è vero.

–       Sì, anche perché poi lo so che riutilizzi tutto in malo modo per far colpo in quelle chat da sfigati in cui ti iscrivi.

–       E’ colpa mia se piace la cultura?

–       No, da oggi cominci a leggere autonomamente.

–       Se lo fai per il mio bene…

–       No, lo faccio perché mi sono rotto.

Era sempre così, per i primi metri si faceva corteggiare per poi cedere in tempo utile per raccontare almeno un aneddoto.

–       Hai il turno al transetto dopo?

–       No.

–       Ah.

–       Cambiamoli questi nomi.

–       Cosa?

–       Quello a cui pensavo. Cambiamoli questi nomi.

–       Ma come! Ora che li avevo imparati a fatica?

–       Meglio, ti tieni in esercizio il cervello e risparmi sulle parole crociate.

–       E come li chiamiamo?

–       Lo sai che D’Annunzio aveva rinominato ogni stanza della sua villa?

–       Come?

–       A modo suo.

–       Nooo, che figo!

–       Lo puoi dire forte Giannulli, un po’ tronfio, ma un figo.

–       Dì un po’.

–       Ad esempio la casa era la Prioria. Alla fine non ci allontaneremmo neanche troppo dal gergo clericale a cui tanto tieni.

–       Lo sai, scherza su tutto, ma non sulla religione.

–       Ah Giannulli, Giannulli- sospirava fra il cigolio delle ruote del carrello – la secolarizzazione ti fa un baffo.

–       E quindi?

–       Praticamente aveva rinominato…

–       Sì e questo l’ho capito, ma fammi qualche esempio.

–       Tipo la Zambracca.

–       Eh?!

–       Era l’anticamera alla stanza da letto vera e propria.

–       Ah perché bisognerebbe avere una camera prima della camera da letto?

–       Beh se sei un poeta vate acchiappa veline dell’epoca, direi che è d’obbligo.

–       Maledetto. In casa mia si farebbe presto a dare un nome alle stanze.

–       Ahahah, in molte case Giannulli, in molte case.

–       Zambracca… e che vuol dire?

–       Non mi ricordo… mi sembra fosse una specie di gergo dialettale per dire qualcosa.

–       E cosa?

–       Giannulli non me lo ricordo, non è che ripasso la notte prima di raccontarti qualcosa, mi vengono così… dovrei rivedere.

–       La prioria? Questa almeno la sai?

–       Prioria perché casa del priore, del poeta, ma cos’è mi stai interrogando?

–       E dai sono curioso.

–       L’officina.

–       Questa è facile.

–       No, non è quello che pensi, era lo studio, dove scriveva.

–       Lo studio lo aveva chiamato Officina? E il garage come l’aveva chiamato Studio?

–       Non saprei.

–       Dai dimmene un’altra.

–       L’ultima: Stanza del lebbroso.

–       Del lebbroso… mmm, fammi pensare… la camera per quando stava male?

–       Quasi. Era una stanza dove si rinchiudeva in momenti particolari della sua vita.

–       Quando era depresso.

–       Direi più una roba simile al mal di vivere.

–       Mal di vivere, come puoi avere il mal di vivere se sei un vip col villone e le veline?

–       Cancella la storia delle veline, era per farti capire.

–       Cioè? Niente veline?

–       Diciamo che erano veline ma con più classe e talenti diversi.

–       Dimmene una.

–       Eleonora Duse.

–       Ah, adesso me la vado a spizzare sull’Iphone e quindi?

–       Quindi potremmo cambiare.

–       Sì ho capito, ma che nomi scegliamo.

–       Scegliamone uno, uno solo.

–       Quale?

–       Quello che aveva scelto per la sua nuova dimora.

–       E qual’era?

–       Schifamondo.

Arrivarono in fondo al corridoio e il silenzio di Giannulli incorniciò il movimento sincronizzato dei due.

Girarono l’angolo ed entrarono nel lungo corridoio, dove il passo, appesantito dai cento e più sguardi, diventa per tutti un movimento meno naturale del solito.

Il bello di certi lavori, coincide anche con il brutto degli stessi.

Il bello del secondino è che non c’è da inventarsi nulla, c’è solo da applicare un regolamento standard per il quale si è stati addestrati e niente di più. E qui sta il brutto.

Cominciavano come tutte le mattine alle 8.05 dalla prima cella di sinistra, la 01 fino ad arrivare alla 21, poi passavano a destra e dalla 22 scendevano fino alle 02, per finire il giro lì dove avevano iniziato e poter così uscire senza indugiare ulteriormente o dover ripassare con il carrello vuoto davanti alle celle.

Quel giorno però, era un giorno speciale, di quelli che capitano a molti, soprattutto a chi si sa accontentare. Quel giorno avevano un ospite diverso, uno di quelli in giacca e cravatta, un distinto signore, modi garbati, voce suadente, capelli ordinati e di un bianco natalizio, un cognome di quelli che a qualcuno dice molto e ai molti dice ben poco.

Non era il primo che avevano di quel genere, certo mai così eleganti, ma ne avevano avuti di personaggi con le scarpe fatte a mano, il fatto è che con lui fu diverso.

Lui lo avevano lasciato in una delle celle lungo il corridoio, in mezzo agli altri detenuti, una prassi che prassi non era.

Sì perché certa gente, la isolavano, la mettevano nelle celle al pianterreno quelle dietro agli uffici, le così dette “celle da un giorno”.

Lui no, lui lo avevano messo lì, in mezzo agli altri, ma questo Nico cominciava a capirlo solo adesso.

–       Giannulli – sussurrò Domenico.

–       Eh.

–       Ma questo, qua sta?

–       Sì.

–       Non ti sto chiedendo se è qua, questo lo vedo anche io. Ma che ci fa qua?

–       Non saprei, dovremmo chiederlo a Luciani.

–       C’avrei scommesso, tu non dovevi fare il secondino dovevi fare il megafono.

–       Dai su passami il thermos.

–       Tiè.

–       E stai attento che mi versi tutto addosso.

Cella 1. Menchetti

Roberto Menchetti, detto “er Raddoppia”, truffatore seriale, beccato dopo l’ennesima catena di Sant’Antonio, fra le sue vittime anche un noto presentatore televisivo, da qui il soprannome. Pena rimanente 6 anni.

–       Buongiorno tesorì. M’ hai portato er caffè?

–       Sì caro, gradisce anche un po’ di thè o che vi macchi il latte?

–       No, va bene così. Che cornetto c’avete?

–       Il solito.

–       Mmm, me sa che in questo bar nun ce vengo più. Daje un po’.

–       Senti Menchetti non fare tanto lo spiritoso, ti ho sempre detto di non approfittare della nostra cortesia che ci metto poco ad applicare metodi fuori dal regolamento.

–       Ammazza oh, che c’hai stamattina?

–       Menchetti, posa la brioche.

–       E lascia.

–       Menchetti.

–       Vabbè, la poso. Ma se vi avanza la voglio io.

–       Dopo il gesto schifoso che hai fatto non ci pensare proprio. E tu Giannulli come i ragazzini, meno male che voleva la brioche che se voleva le chiavi non so che sarebbe successo. E aprili sti occhi dai, su.

–       Porca boia e che mi distrae con tutto quello smanacciare..

Cella 2. Serafini – Falchi

Marco Serafini, ancora 5 anni da scontare. Soprannominato “Lo storto”.

Era uno di quei carcerati come ve ne sono molti, di quelli che entrano in carcere e si sentono liberati, di quelli che ci nascono con la faccia da delinquente e crescendo non fanno che confermare teorie di fisiognomica lombrosiane ormai sorpassate dal tempo e dalla logica.

Orfano di nascita, quinta elementare, da piccolo delinquente di strada si era affermato nella Milano dai calibri forti, ma l’ennesimo colpo di sfortuna ha voluto che la sua Alfa Spider lo abbandonasse nel bel mezzo di una fuga dalla polizia, da lì il soprannome. Thè senza zucchero e lunghi silenzi.

Giorgio Falchi, detto “Georgie”. Col pallone non aveva nessun talento, in compenso era un bevitore senza eguali, noto in carcere per averci messo un bel po’ prima di riuscire a non buttare giù il collutorio alla menta come una tequila liscia.

L’alcool gli aveva procurato un nome e 12 anni, 6 mesi e 37 giorni ancora da scontare, tutti scanditi giorno per giorno sul calendario dell’Arma appeso in cella. Caffè scuro, senza zucchero.

Cella 3. De Rosa – Barnaldi

Calisto De Rosa, detto “Il mulo di Rosario”, 32enne argentino di nascita, colombiano per lavoro. Pena da scontare 9 anni. Beccato all’aeroporto di Fiumicino con dieci chili di cocaina nel doppio fondo di una valigia e altri due nello stomaco. Caffè macchiato, due bustine di zucchero bianco.

Aldo Barnaldi detto “il patacca”, 47enne produttore astigiano di vino, implicato nello scandalo del vino all’etanolo. Pena rimanente 4 anni e 3 mesi. Caffè doppio, amaro, senza cornetto.

Cella 4. Zafferani

Cesare Zafferani, fine pena mai. Uomo mite, corporatura esile e silenziosa, mai una parola fuori posto, mai un gesto fuori luogo. L’unico che si ricordi è anche quello che lo portò qua dentro, ormai più di 30 anni fa.

A volte la vita è così, fai di tutto per crearti una strada e seguirla, in una lotta quotidiana senza fine, cercando di evitare ogni possibile errore, calcolando tutti gli imprevisti, tenendo a bada la bestia che è in te. Seppellisci ogni rancore, fino a quando la tua stessa natura ti acceca e ti sovrasta. Fino a quando in una rovente giornata di fine agosto, dietro una delle tante finestre di un palazzo alveare nella periferia fiorentina, un postino di 34 anni si trasforma in un assassino.

Cesare ci ripensa ogni giorno, ripescando tutte le immagini che nei primi tempi aveva cercato di seppellire, ricorda la faccia viola di lei che sussurra qualcosa, ricorda gli occhi, ricorda la vita che le animava il corpo prima di lasciarla, ma non riesce a ricordare il motivo che innescò quell’ ennesimo litigio. La polizia, chiamata dai vicini impauriti dalle urla, lo aveva trovato ancora lì, con la sua Marisa fra le braccia.

Strozzata dalle stesse mani che avevano smesso di accarezzarla.

Thè amaro, senza cornetto.

Il carcere è un campionario di moniti muti, di esempi che per la loro valenza universale alla fine non valgono per nessuno.

–       Giannulli passami il thermos per il signor “Speciale”.

–       Chi?

–       Giannulli è un modo di dire, dai  passami il thermos.

–       Eccolo.

–       Buongiorno.

Cella 5. Il nuovo arrivato

Aldo Milano, 53 anni, noto professionista della capitale. Pena ancora da definire. Avvocato con uno studio avviato dai tempi del padre e ben inserito negli ambienti che contano, sposato con tre figli.

L’accusa è quella di concorso esterno in associazione di tipo mafiosa. Sembra che l’avvocato dopo esser stato eletto in consiglio regionale, grazie ad una delle più potenti ‘ndrine calabresi, abbia favorito gli stessi con la concessione di appalti, licenze e prestazioni di favore.

Il Milano era arrivato la sera prima e aveva passato tutto il tempo a fissare il soffitto color blu palestra scolastica, come spesso fanno i nuovi arrivi.

Non aveva proferito parola con nessuno, non aveva chiesto né giornali né libri e non aveva acceso la televisione.

Se ne era stato lì per tutta la notte, immerso in un presente che scivolava via lento.

–       Buongiorno.

–       Come va avvocato? Un po’ meglio?

–       E’ dura.

–       Lo sappiamo, è dura per tutti.

–       Già.

–       Mi hanno detto che preferiva il caffè. Gliel’ho portato.

–       Sì, grazie mille. Potete aprire?

–       No, avvocato mi dispiace lo deve prendere da qua.

–       Va bene. E’ che qua comincio a sentirmi stretto.

–       Immagino avvocato che era abituato a ben altri ambienti, ma questo è quello che passa il carcere. Tenga. Lo vuole il cornetto?

–       No, grazie.

–       Zucchero?

–       Sì, una bustina grazie.

–       Ecco qua.

Milano prese la bustina, la poggiò sul bordo del piattino e, tenendo la tazzina a due mani, si andò a sedere al tavolo in fondo alla cella.

Pane e Giannulli si scambiarono un’occhiata e fecero ripartire il carrello: il silenzio pervadeva il carcere.

Poi un rumore increspò quel mare silenzioso.

Fu un momento. L’avvocato si alzò e, tenendosi il collo con le mani, cominciò a sibilare qualcosa, la voce gli si era fatto fioca, sembrava sibilare come un serpente. Adesso sono tutti lì, attaccati con la faccia alle sbarre, schiacciati sul bordo come chi guarda in un precipizio: tutti con la voglia di cadere, per vedere meglio il vuoto, per godersi al meglio la novità.

Milano si contorceva come fanno i tonni finiti nel mezzo di una mattanza, boccheggiava strisciandosi per terra in cerca d’aria, in un gesto spasmodico e disperato. Le mani ora toccavano il petto, come a cercare di aprirlo e dilatarlo per prendere aria. In quella posizione fetale, con quella smania di sopravvivere addosso, assomigliava più ad un bambino e non sembrava neanche un avvocato.

–       Le chiaviii, le chiavi Giannulli dammi le chiavi.

–       ..sì..sì..e..ecc..eccole

–       Dai, dai veloce che questo muore qua.

–       …

Quando Domenico riuscì finalmente ad aprire la porta, l’avvocato finì di dimenarsi. Tutti inutili i tentativi di primo soccorso, un avvelenato non si rianima e non ha nessuna ferita da tamponare. Un avvelenato senza antidoto muore e l’avvocato non fece eccezione. Giannulli era rimasto di pietra, come ipnotizzato da quella danza di morte.

–       Ragazzi cosa sta succedendo?- gridava Luciani, ancora in fondo al corridoio.

Nessuno rispose e allora Luciani allungò il passo, fregandosene dell’andatura goffa che assumeva il suo corpo in corsa.

Quel corpo slargato dal tempo e dalla gola, affidato a due gambe storte e un ginocchio consumato, di quelli che fanno figura solo a tavola.

Dovette farsi tutto il corridoio per vedere con i suoi occhi l’ultimo frame di quella scena: Giannulli era ancora pietrificato, immobile sulla soglia della cella, sembrava un militare durante un picchetto, mentre Pane si accaniva sul corpo del Milano, in un furente tentativo di massaggio cardiaco.

–       Fermo Nico, fermo così gli spacchi tutto.

Luciani prese Domenico per le spalle, scostandolo alla sua destra, e con fare deciso mise indice e medio sul collo dell’avvocato, mentre controllava le lancette dell’orologio. Proprio mentre aveva finito di mettere in opera un comportamento da vero capo carismatico, quasi da leader, la sua testa venne annebbiata dai dubbi e, per qualche secondo, non riuscì a capire se quello che stava facendo era il retaggio di una lezione di primo soccorso o delle mille serie televisive che riempivano le sue serate.

–       Allora? E’ vivo?- chiese timidamente Giannulli, ancora un po’ intontito dall’ipnosi dalla quale era risorto.

–       No, questo qua è morto.

–       Cazzo, cazzo, cazzo…

–       Nico calmati. Cosa è successo? Si è ammazzato? Come ha fatto? Calmati e dimmi quello che è successo.

–       Luciani questo lo hanno ammazzato… lo abbiamo ammazzato.- urlava Pane così rosso in faccia che se non si fosse mosso come un invasato poteva essere tranquillamente scambiato con Milano.

–        Il caffè… il caffè… ha bevuto il caffè – farfugliò Giannulli.

–       L’hanno avvelenato Luciani, l’hanno avvelenato… porca miseria, non va bene… io non ho preso servizio per fare questo… porca miseria, porca.

–       Sshh…zitto! Nico ora basta urlare, ma che stai dicendo? Basta via da qui, Giannulli tu vai a chiamare l’ambulanza.

Poi prese Domenico per le spalle, ma stavolta lo strattonò  con forza, gli diede una sberla in faccia col dorso della mano destra, la stessa dove teneva l’anello. Gli ringhiava in faccia:

–       Allora ti vuoi calmare, zitto, devi stare zitto, cazzo ne sai di quello che è successo… eh? Vuoi che ci sentano tutti, vuoi che tutti si facciano un’idea sbagliata? Guarda che sta cosa è già complicata di suo senza che ti ci metti d’impegno pure te. Hai capito?

–       …

–       Nico? Ho detto hai capito?

Luciani lo sbatteva contro il muro, con un moto ondoso, alternava moti di rabbia e paternalismo, cercava di calmarlo, con le buone o le cattive.

–       L’ambulanza sta arrivando. – disse ansimando Giannulli.

–       Bene. Adesso rimanete, qua. Cercate di calmare la situazione fino a quando non arriva l’ambulanza. – rispose Luciani guardando Domenico.

–       Sì, signore. – ossequioso replicò Giannulli, che sembrava essersi ripreso totalmente dallo shock.

–       Capito Nico? Non facciamo cazzate, rimettiamo la situazione sotto controllo.

Nico non rispose, nemmeno con un cenno del capo e Luciani non tardò oltre per ottenerlo ma, lanciato il monito, girò le spalle e se ne andò.

–       Ei Nico. Tutto bene? – esordì Giannulli.

–       No, non va bene niente. Io lo sapevo e anche te, lo sapevamo, perché due thermos? Perché? Sapevamo che andava a finire così, lo sapevamo…

–       Non è colpa nostra.

–       E invece sì Giannulli, è colpa nostra.

–       Che potevamo fare, assaggiarlo noi quel caffè? Eh? Dobbiamo arrivare a questo?

Nico non rispose. Intanto dalle celle il brusio si era trasformato in sottofondo, tanto si era fatto regolare e assordante.

Si alzò di scatto e cominciò a gridare verso le celle:

–       Avanti su, non c’è niente da vedere. Tornate dentro e finite di fare colazione.

–       Agente lo vuole lei il mio caffè?

–       Chi ha parlato? CHI HA PARLATO? MERDE… SIETE MERDA… TORNATE SUBITO IN CELLA, LEVATE QUELLE FACCE DALLE SBARRE E TORNATE DENTRO. ANIMALI INGRATI.

Nico, calmati – gli sussurrò Giannulli – vai a sorvegliare il corpo in cella, qua ci penso io. Avanti su voialtri, basta, tornatevene dentro.

Domenico andò a sedersi sul letto della cella, si sedette il più in dentro possibile, verso il tavolo, per non farsi vedere da quelle facce curiose, da quegli occhi famelici, vogliosi di scorgere un po’ di debolezze altrui, ormai stanchi delle loro.

Non guardò mai il cadavere, almeno non quanto avrebbe potuto fare: eppure era sempre stato un curioso, un feticista del dettaglio, anche di quelli macabri, ma ora che si ritrovava lì, nel bel mezzo di una scena del crimine, non voleva guardare, pensava ad altro.

Pensò a sua moglie e al figlio, ma solo alla fine arrivò a pensare a Zafferani, a quel giorno in cui si trasformò in un assassino, a come si fosse sentito e al perché non glielo avesse mai chiesto. Rimase a lungo su questo pensiero. Quando arrivarono i paramedici non disse una parola, non si mosse, non fece nient’altro che farsi scorrere addosso il tempo, proprio come il Milano la sera prima: proprio come l’avvocato, adesso si sentiva morto anche lui.

Giannulli rispondeva alle domande dei paramedici, mentre Luciani parlava con Domenico.

–       Nico.

–       …

–       Oh mi ascolti? Nico…. Nico…Domenico.

–       …ci usano, ci usano per regolare i loro conti del cazzo.

–       NICO ora basta. Prenditi la giornata e vai a casa a tranquillizzarti. – gli sibilò Luciani d’impeto ad un orecchio, pieno di foga, accompagnando quell’ordine velato da consiglio con una vigorosa stretta al braccio.

Luciani non era un uomo premuroso, non lo era mai stato neanche in famiglia, sapeva bene come si fronteggiavano certe situazioni, pur non possedendo la pazienza richiesta per affrontarle.

La misura si colmava immediatamente e questo non faceva altro che       spazientirlo, rendendo vana ogni accortezza precedente, inutili tutti gli sforzi profusi per fare ciò che si dovrebbe fare.

Nico si alzò dal letto, non disse una parola, muto, in quel silenzio teso di chi si sta ingoiando litri di parole, guardò il pavimento e quando non riuscì

a immaginare il corpo esanime dell’avvocato steso lì fino a pochi attimi prima, cominciò a sentire un morso all’altezza del ventre.

Capì che quel mondo ovattato e stretto, tenuto lontano alla vista della civiltà, era troppo piccolo, che quel corpo era stato portato via senza che altri occhi lo potessero vedere, capì come in quel giorno da boia anche la verità rischiasse di essere persa.

Poi si girò e passò fra Luciani e Giannulli, cercando di non guardarli perché i suoi occhi non lo tradissero facendosi vetrine su quell’incendio che stava domando, e con passo anonimo si diresse verso gli uffici.

Quando passò davanti alla porta tirò a dritto, lasciando la giacca aggrappata alla sedia e i giornali sulla scrivania.

Poi aprì la porta e uscì. Del resto non so niente, dalla mia cella non riuscivo più a vedere e dell’agente Pane qui non sono arrivate più notizie, almeno non di certe: si sono dette molte cose, ma nessuno sa cosa sia successo veramente.

Alcuni dicono che sia tornato a casa, abbia discusso con la moglie prima di chiudersi in camera e in una depressione che lo ha portato a seppellirsi vivo in quelle quattro mura. Altri raccontano che sia stato trasferito, in pochi sostengono che abbia dato le dimissioni e che adesso vada in giro a tenere conferenze in cui racconta quel giorno, con qualche aggiunta teatrale in più.

Zafferani dice che, durante una libera uscita, gli sembrò di vederlo seduto sotto un gazebo che raccoglieva firme per un’associazione a tutela dei carcerati, e che quando si avvicinò per chiedergli se era Domenico, quell’uomo negò con un sorriso, invitandolo a firmare.

Barnaldi continua a sostenere la tesi del suicidio, De Rosa lo immagina su qualche campetto di provincia mentre gioca spensierato per qualche lira in prima categoria e Georgie, proprio ieri, a mensa se ne è uscito con l’ultima delle ipotesi che lo vedrebbe scrittore esordiente di un best seller che racconta quel giorno e che si guardano bene dal far arrivare qua dentro.

Per quanto mi riguarda non importa dove sia adesso, temo sia impegnato in una guerra, ancora a chiedersi se in quel giorno fu più vittima o più carnefice, a dubitare che si possa essere entrambi e che, come noi, si senta rinchiuso in una cella che non ha sbarre e non ha confini, senza una pena da scontare. In un silenzioso ergastolo quotidiano, ogni giorno illuminato da una luce sempre più fioca, a intermittenza, come quelle che fanno certi neon, perché in fondo era un buono.

Edoardo Romagnoli