Archivio mensile:settembre 2013

Paul Karason: l’uomo blu

“ Come è essere blu? ”

“Dopo un po’ il blu ti annoia, non vedo l’ora di provare il verde.”

(Paul Karason, Today, Nbc)

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Paul Karason

E’ morto a Washington Paul Karason, l’uomo dalla pelle blu.

Era 1997 quando il signor Karason, per curare una brutta forma di dermatite da stress, aveva deciso di sottoporsi ad una cura artigianale a base di argento colloidale, un vecchio medicinale usato prima della scoperta della penicillina, vietato negli Usa dal 1999.

Passano gli anni, dieci per l’esattezza, la cura funziona, ma la pelle di Paul comincia a scurire fino a diventare blu, prima sulla testa, poi su tutto il corpo.

La malattia ha un nome: argiria dal greco: argento, proprio quello che Karason si è spalmato addosso per anni.

Siamo nel 2008, ma soprattutto siamo in America dove un uomo blu è un’occasione troppo ghiotta da lasciarsi scappare per lo show biz.

Così Karason rompe gli indugi e decide di mostrarsi, lo fa per la prima volta a Today un programma della Nbc, diventa ben presto un fenomeno, numerose sono le testate e le trasmissioni che vogliono intervistarlo, eppure in coincidenza con il successo arrivano una serie di sciagure.

In breve perde il lavoro, la casa e come se non bastasse dovette combattere con un tumore alla prostata fino al 26 settembre 2013 quando un infarto fissa a 62 anni il termine della sua vita.

La vita di Paul Karason è stata una vita abitata da pochi affetti, tanta solitudine e facce curiose, forse non è stata quella che sognava, ma non è stata inutile.

Nell’immaginario collettivo la diversità prende vita da quel concetto astratto che ci ostiniamo a definire normalità ed è per questo che non è mai così differente.

La morfologia aliena che abbiamo immaginato, che abbiamo messo in scena nei cinema, che abbiamo letto nei libri non è così lontana da ciò che siamo, se non fosse per quella pelle verde. Ecco perchè Paul non era un fenomeno da baraccone, ma era l’incarnazione delle nostre astrazioni, l’icona della diversità che abbiamo sempre immaginato e che adesso ci veniva sbattuta in tv.

La vita di Karason ci ha insegnato, riassumendola in sé e semplificandola per noi, cos’è la diversità, ci ha insegnato che non siamo solo bianchi, rosa, rossi, gialli e neri, ci ha insegnato che si può essere anche blu.

Una lezione più che attuale.

Edoardo Romagnoli

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Breve manuale di sopravvivenza per Bangkok

«Città degli angeli, la grande città, la città della gioia eterna, la città impenetrabile del dio Indra, la magnifica capitale del mondo dotata di gemme preziose, la città felice, che abbonda nel colossale Palazzo Reale, il quale è simile alla casa divina dove regnano gli dei reincarnati, una città benedetta da Indra e costruita per Vishnukam» o se preferite, più semplicemente, Bangkok.

Bangkok street view

Bangkok

Bangkok è come il suo nome da cerimonia, melliflua, ingorgata e ipnotica a tratti, brevissimi tratti sospesi.

Bangkok è una metropoli, al pari di New York, Londra o Pechino, ma assomiglia più a un immenso villaggio, allargatosi in maniera irregolare, a dismisura per servire le necessità di un’economia drogata, inseguendo un progresso che qui non sembra essere mai arrivato veramente.

Più di 1500 km quadrati nati per lo più a caso, senza un minimo piano urbanistico, i grandi grattacieli delle multinazionali, rannicchiati al centro, pionieri di uno skyline che si farà, e intorno deserti di baracche, simbolo di una moderna povertà figlia di un’antica arretratezza e di una mancata redistribuzione.

Il centro nevralgico della Thailandia vive degli scarti della cultura occidentale, anche di quella commerciale, digeriti a forza, mandati giù accompagnandoli con noodles e salsa di soia.

Da qui, dalla capitale di questo paese da 70 milioni di abitanti, partono i soldi per le strade in costruzione, in mezzo alla foresta di Koh Samui, da qui si comincia a mangiarli, il resto lo prendono per strada e quello che arriva, basta giusto per comprare il francobollo per una nuova richiesta di soldi, in un calcolato circolo vizioso comune a molti paesi.

E allora i soldi degli stranieri servono, sia quelli delle multinazionali che quelli dei turisti, ma se le isole hanno una contropartita, rappresentata dal territorio, la città è costretta a vendere se stessa.

Bangkok è disseminata di mega store, esercizi commerciali e le cosiddette thai factory, niente altro che negozi d’abbigliamento, che vendono la merce prodotta nelle fabbriche nate come funghi fuori città.

Le stesse  fabbriche costruite per accontentare l’esigenza delle multinazionali straniere, impegnate in una perenne ricerca di manodopera a basso costo. Quelle stesse riempite di una marea umana, fatta di lavoratori sfruttati, chini 16 ore al giorno per confezionare completi che non si potranno mai permettere. Ecco da qui escono gli abiti, almeno quelli che non prendono la via dell’Occidente, venduti nelle thai factory.

Vuoi un vestito da 1500 euro di Armani, ma non te lo puoi permettere? Tranquillo in una thai factory in 48 ore te lo confezionano per soli 150 euro, prezzo variabile, ma soprattutto trattabile, come tutto in Thailandia.

Per scoprire puntualmente che l’unico ad aver fatto un affare è solo il tipo del negozio.

Bangkok ti aggredisce ed io lo sapevo, mi ero preparato per questo.

Amo la Lonely Planet e scrivere il perché prenderebbe troppo spazio.

Stavolta però non l’ho trovata, o meglio l’ho trovata in ritardo, quando oramai la foga di una guida, mi aveva fatto optare per la “routard”.

Che oltre a scontare il fatto di essere francese, fa pure schifo.

La guida transalpina non sembrava conoscere un qualcosa di degno di essere visto in città, ma non si limitava a questo.

Dipingeva Bangkok come un bollente postribolo umidiccio pullulante di prostitute, Aids, epatiti di tutte le lettere dell’alfabeto, animali sacri, zanzare infette, bonzi sacri, monaci sacri, ragni velenosi, crimini di strada, truffe, rapimenti lampo, corruzione e pene severissime per reati stupidissimi.

Mi ero già prefigurato cosparso di Autan, impotente di fronte ad uno scippo operato da una scimmia sacra con la complicità di un elefante sacro, mentre correvo per Khao san road, fra la folla, attento a non urtare contro monaci o gangster, a non pestare le banconote con l’effige reale, schivando frotte di prostitute che mi rincorrono al grido “AMOLEEEE” mentre mi lanciano ragni velenosi.

Niente di tutto questo, fatta eccezione per uno smog pazzesco e il caldo umidiccio.

Bangkok è un suk immenso, trafficato da mezzi e persone, dove migliaia di vite si incrociano come la domanda e l’offerta, parlano la lingua del mercato, perché l’inglese è basico, l’italiano, per altro non richiesto, si limita ad un elegante vocabolario, chiaramente importato dai nostrani puttanieri over 60. Un vanto per lo stivale.

Bangkok e tu, portafogli con le gambe.

Bangkok, Khao San road

Bangkok, Khao San road

Ogni passo è scandito da una richiesta, la natura è sempre commerciale, si passa dal massaggio thai a quello “speciale”, dal cocco al frullato di cocomero, passando per il mango a pezzi, documenti falsi, stampati per strada, con annesso catalogo da cui scegliere,(una patente italiana si acquista per soli 300 bath, prezzo trattabile), le maschere di Bin Laden o di Spiderman, il gas esilarante, si può scegliere fra gustosi spiedini al manzo, al pollo o al maiale, oppure optare per una pannocchia, una zuppa o dei noodles, che anche se somigliano in tutto e per tutto a quelli cinesi, qui li chiamano pad thai.

A Bangkok non si mangia solamente, ma ci si sposta e non mancano le offerte. Potete decidere fra la metro, il taxi, l’autobus senza finestrini, i taxi scooter, i risciò o il più tradizionale dei mezzi thailandesi il tuk tuk. Inutile dire che si propongono loro e con una certa insistenza.

Alcuni tassisti arriveranno a suonarvi perfino se siete in possesso di un mezzo, ricordo ancora l’assoluta tranquillità con la quale, uno di loro a Koh Samui, dopo avermi affiancato, mi gridò: “Taxi?”.

Lo guardai sbigottito mentre viaggiavo sul motorino preso in affitto pochi minuti prima. Solo in seguito mi interrogai sul cosa avrebbe fatto se avessi accettato: avrei dovuto parcheggiare il motorino o avrebbe caricato anche quello e se sì, come?

Eppure dai tassisti e dai conducenti di tuk tuk non si scappa.

Il costo medio di un tuk tuk per un tailandese oscilla dai 20 ai 40 bath, a seconda della tratta, per un turista parte dai 100 e per esperienza personale non scende mai sotto ai 35.

Diciamo che per gli amanti della camminata post pranzo Bangkok non è proprio l’ideale, i marciapiedi sono stretti, affollati e invasi dai banchetti di mangiare e di vestiti, in alternativa ai più classici, quelli turistici.

Gli stessi che alla sera si spostano più in su verso Majon road, per fare spazio a quello degli insetti, perchè secondo una strana legge, che solo i thailandesi sembrano aver capito, il turista è più portato a mangiare le schifezze col favore delle tenebre, quindi il giorno è inutile accamparsi.

Bangkok è come un deserto di cui devi conoscere le oasi per sopravvivere.

A Bangkok, come in gran parte della Thailandia, l’aria condizionata è vissuta come un vero e proprio status symbol. Se hai l’aria condizionata sei un figo, se l’hai accesa sei un benestante, se la tiene a palla sei un riccone strafigo, inutile a questo punto esprimersi su chi si fa beccare con un misero ventilatore.

Ecco spiegato il perché troverete aria condizionata ovunque, dal taxy alla hall dell’albergo, passando per la farmacia e il ristorante, e ovunque un clima che va dai 16 ai 22 gradi centigradi. Fatta eccezione per il reparto surgelati nei supermercati che tocca picchi irraggiungibili per ogni altro supermercato europeo.

I baracchini e tutti gli esercizi commerciali optano per enormi ventilatori, posizionati con sapienza millenaria.

Se da una parte è pur vero che il caldo tailandese in genere è umido, afoso e a tratti insostenibile, d’altro canto il repentino e costante excursus climatico, Sahara-Groenlandia, non so quanti benefici possa portare alla cervicale.

ERGO 

C’è un modo che hanno, in alcune segreterie di uffici importanti, per catalogare le richieste di incontri, secondo una scala gerarchica che non prevede solo dei tempi di attesa differenti, ma addirittura una gamma di procedure di comportamento, specifiche per ogni richiesta di appuntamento. Una di queste procedure si chiama, “Candire”, ossia mettere la persona in attesa, trattarla garbatamente, ma senza occuparsi realmente dell’organizzazione dell’incontro. Insomma in altri termini: lasciare in sospeso, già sapendo che non se ne farà di niente.

Ecco: io in Thailandia mi sono sentito candire. Era come se girassi immerso in un’enorme palla di zucchero rosa e così per quanto cercassi di rendermi invisibile, per quanto mi sforzassi di carpire, di toccare qualcosa con mano, tutti i miei sforzi risultavano inutili. Come ci si può calare nella quotidianità di un paese, cercando di annullare ogni retaggio culturale nella speranza di carpire qualcosa di diverso, quando fai da stecco ad un enorme palla di zucchero rosa?

Come ti muovi, inquini ogni situazione. Creando la novità, rompi il quotidiano, apri fendenti nella routine e lasci segni. E’ come muoversi sul cemento a presa rapida.

Insomma fatta eccezione per il wai, il saluto tradizionale, il pad thai, qualche tempio e tre birre locali: Chang, Leo e Singha, sia a Bangkok che nelle isole di Koh Phan Gan e di Koh Samui di tradizionale sono riuscito a vedere ben poco, ma forse in questo caso la colpa è solo mia. Altri dicono che la vera Thailandia sia al nord. Ancora non lo so.

So solo che prima di partire ero pronto ad accogliere la Thailandia a scoprirne, per quello che mi concedeva il tempo a disposizione, le sue tradizione, i suoi usi e i suoi costumi.

Ho trovato, invece, un paese agghindato a festa, già pronto ad accogliermi, ed è così che siamo rimasti lì, a guardarci immobili uno di fronte all’altro, a braccia aperte.

Edoardo Romagnoli

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Le vie di B

In un paese senza memoria ha buon gioco chi mischia le carte, ad ogni mano e a suo vantaggio, senza la preoccupazione di dover seguire alcun filo logico con le mosse precedenti.

Nel ventennio berlusconiano gli slogan si sono avvicendati secondo l’esigenza del momento, concetti semplici, talvolta banali ripetuti con la frequenza di un mantra, nel tentativo di scacciare le accuse del momento, giustificando così se stesso e il suo elettorato.

Nella top ten berlusconiana degli insulti, oltre all’immancabile “comunisti” tanto duttile, da spendersi come jolly ad ogni corsa elettorale, ci sono da annoverare i puntuali attacchi alla magistratura ed ai suoi rappresentati.

Dal pacato “Giudici metastasi della democrazia” alla ormai celebre “toghe rosse”, sorella di “comunisti”, anch’essa spendibile in ogni stagione passando per “Magistratura ad orologeria” un altro evergreen scoppiettante.

Giudici, magistrati, tutti colpevoli di essersi accaniti contro l’uomo più potente d’Italia, di aver istruito un numero imprecisato, perché sempre diverso, di processi a suo carico, senza mai aver trovato niente di penalmente rilevante. Senza mai una condanna.

Una magistratura piena di preconcetti che lo ha costretto a proteggersi con le famose leggi ad personam, per poter continuare a svolgere il suo lavoro serenamente, in nome del paese e “…di quei sette milioni di italiani che mi hanno votato.”

Il primo agosto di quest’anno la condanna arriva, 4 anni, di cui tre coperti dall’indulto e un numero di anni, ancora da definire (fino ad un massimo 3 anni), nei quali non potrà accedere alle liste elettorali.

Il gioco non cambia, la magistratura era prevenuta prima, adesso che lo proclama colpevole con sentenza definitiva lo è a maggior ragione.

L’opposizione, nonostante Violante e un’ignavia universalmente riconosciuta, diventa improvvisamente un partito ostico e antidemocratico.

Intento ad utilizzare metodi extra politici per far fuori il leader dello schieramento avversario, imbattibile (eccezion fatta per Prodi) nelle urne.

Nel frattempo è piombata sul cavaliere la legge Severino che parla chiaro:

a) si applica per reati superiori a 2 anni;

b) valida anche per chi beneficia dell’indulto o della grazia, atti che cancellano la pena, ma non il reato;

c) è prevista la decadenza anche nel caso in cui i requisiti vengano a mancare durante il mandato, all’art. 3 viene specificata la procedura da mettere in atto;

d) Incandidabilità per 6 anni, anche in assenza della pena accessoria;

Legge Severino che altro non è che l’ex legge Alfano portata in Consiglio dei Ministri nel 2010.

Una vera beffa, una sua legge che adesso rischia di lasciarlo senza immunità, eventualità che farebbe rischiare seriamente il carcere a Berlusconi, vista la recente condanna e i nuovi processi all’orizzonte.

(Ruby ter e il caso De Gregorio)

Così la costosa e rodata macchina difensiva del Cavaliere si muove, con l’unico obiettivo di perdere tempo, tentando di conservare intatta l’immunità che gode da senatore della Repubblica.

Perdere tempo, ma come? Intanto diversificando l’azione.

Il piano di Berlusconi prevede più possibili fughe, alcune probabili altre meno, qualcuna sconsigliata.

1. I ricorsi in Europa sono due: uno alla Corte europea dei diritti dell’uomo e uno alla Corte di giustizia dell’Unione Europea. I tempi sono lunghi, per la corte di Strasburgo si parla di 3/4 mesi solo per sapere se verrà accolto o meno il ricorso. I motivi di questo ricorso sono tre:

a) bloccare i lavori della Giunta per le elezioni;

b) dimostrare la non retroattività della legge Severino, cercando di dimostrare che non si tratta di una legge di natura amministrativa, ma penale;

c) chiedere una tutela del diritto del cittadino Silvio Berlusconi a far parte della vita pubblica italiana, nonostante la condanna per frode fiscale;

2. Far riaprire il processo per presunte irregolarità o non completezza della documentazione. Ipotesi complessa e difficilmente realizzabile, si tratta di un processo che si è svolto durante l’arco di un decennio. Difficile dimostrare di avere trovato, adesso, elementi nuovi e convincenti per far riaprire un processo del genere;

3. Chiedere la grazia è sconsigliabile, oltre che inutile. La grazia è necessario chiederla e per chiederla si necessita prima di un’ammissione volontaria della colpa, questa cancellerebbe la pena, ma non il reato. La Severino (legge N190, 6 Novembre 2012) è valida anche per i beneficiari della grazia e questo renderebbe questa mossa inutile;

4. Ricorso alla Corte Costituzionale per incostituzionalità della legge Severino, cercando di dimostrare la sua “presunta” natura penale (secondo i legali di B. “decadenza” e “incandidabilità” sono sanzioni di tipo penale), che si scontrerebbe con la retroattività (art.25 della Cost.). Altra mossa per bloccare i lavori della Giunta per le elezioni e altra mossa contraddittoria. Nè Berlusconi, nè i suoi legali possono ricorrere alla Consulta, così dovrebbe essere la Giunta stessa a ricorrere al giudizio dei 15 giudici. In pratica il Parlamento che dopo aver votato a favore di una legge, senza sollevare alcun dubbio di costituzionalità, decide di consultare a posteriori la Corte di Cassazione per sapere se ciò che aveva votato è costituzionale o meno. Un vero paradosso;

5. Le dimissioni. Già, ma con le adeguate garanzie, leggere fra le righe: “NON MANDATEMI IN CARCERE”;

Mentre il mondo si interroga su chi deve e se ci deve essere un tutore dell’ordine mondiale, l’Europa cerca di capire come uscire da una crisi economica che sembra non passare mai e l’Italia danza nelle sue stanze spoglie, semivuote e malinconiche, il solito valzer.

Edoardo Romagnoli

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Un altro calcio(mercato) è possibile

La notizia da prima pagina è quella che deve far vendere, quella mainstream, quella più clamorosa, più digeribile, su cui il pubblico può dividersi e difatti si divide, può discutere e puntualmente discute, si indigna per un giorno o due per poi passare a quella successiva, mentre scivolano via silenziose le storie da ultime pagine.

Quest’estate le prime pagine sportive di tutti i periodici del mondo, virtuali o cartacei che fossero, hanno recitato tutte il medesimo spartito, che più o meno diceva questo: ” Bale al Real Madrid per 100 milioni. Il primo gallese nella storia dei blancos è anche l’acquisto più costoso della storia del calcio. Il calciatore avrà un ingaggio da 10 milioni di euro.”.

Molto si poteva scrivere ed infatti molto è stato scritto sui perchè e su tutte le conseguenze etico morali che questo trasferimento principesco in tempi di crisi si porta dietro.

Il fatto è che non voglio parlare di Bale, perchè sfogliando la Gazzetta ho trovato una storia che se non fosse così bella, sarebbe anche potuta entrare nella rubrica “Storie dell’altro calcio” della Domenica sportiva.

Spesso, per rendere più forte e credibile una critica, si rende necessario pensare ad un modello diverso, differente da ciò che si critica, per costruire un’alternativa possibile, utile anche solo per “fare da modello”.

Questa è una storia che meglio di mille dibattiti ci permette di avere un modello diverso a cui guardare, per “soppesare” la realtà. Una storia che ci permette di rappresentare gli estremi opposti, di confrontarli di modo che sia più facile stabilire il giusto equilibrio, la via mediana da prendere a metro.

Robert Pires

Siamo nella calda estate greca, nell’Attica orientale, più precisamente a Rafina, piccolo comune di 10 mila abitanti, derubricato a frazione dopo una riforma del 2011. Si gioca una partita valida per il campionato dilettantistico fra la squadra locale, lo Storm Rafina e l’AO Mykonos.

La Grecia non se la passa molto bene e il suo calcio non è mai stato un gran che, nemmeno ai tempi d’oro.

A tutto questo c’è da aggiungerci che non siamo alla prima giornata della Souper Ligka Ellada, ma di un campionato dilettantistico, greco.

Per onor di cronaca il campo non era “qualche ciuffo d’erba in mezzo alla polvere”, ma un discreto campetto in sintetico incastonato in un parcheggio residenziale.

Si comincia. I beniamini dello Storm non hanno ancora smaltito la delusione di una campagna acquisti inesistente che l’AO Mykonos va in vantaggio.

I ragazzi in maglia nera non ci stanno e in un rapido ribaltamento di fronte vanno a pareggiare. Storm 1 AO Mykonos 1. L’euforia del gol accende gli animi della curva, che noncuranti dell’inesistenza di una vera e propria curva si continuano a fregiare del titolo.

Per un attimo si dimentica tutto, la delusione dell’anno scorso e una magra campagna acquisti, poi arriva il sorpasso. Una doccia fredda.

Sugli spalti si leva sabbia e delusione. Storm 1 AO Mykonos 2. I dirigenti cominciano a sentire il peso dell’ignavia. Il calcio mercato sta chiudendo, la tifoseria è scontenta, il mister voleva un centrocampista a sinistra per completare un 4-4-2 alla Sacchi che ha fatto scuola in Grecia e nel mondo, ma la crisi è stata più forte di ogni richiesta. Il presidente ha chiuso i rubinetti: ” Fate con quel che avete”. Già, ma hanno ben poco in campo.

E allora mi immagino la scena. L’arbitro ha appena fischiato la fine del primo tempo e il dirigente, fino ad ora rimasto appollaiato sulla panchina, può finalmente staccare gli occhi dal campo.

E pieno di pensieri guarda i tifosi, sconsolati e arrabbiati. Loro lo avevano detto che ci voleva un giocatore, almeno uno, per rinforzare la rosa.

Vaglielo a dire che il Presidente ha chiuso il rubinetto, che ne sanno quelli di politiche aziendali, di bilanci, quelli vogliono solo venire allo stadio e vincere, battere gli avversari, specialmente in casa. Il calcio è uno spettacolo, se non c’è chi fa spettacolo che senso ha?

Questi guardano i telegiornali, leggono i giornali, solo quelli sportivi, e sognano, vedono gli sceicchi che fanno la campagna acquisti con la lungimiranza di un bambino che accumula le figurine dei nomi più forti, i blaugrana che prendono Neymar, stella del Brasile, poi vengono al campo e vorrebbero sognare. Ma se non c’è nessuno che fa sognare come si fa?

Adesso è lì con gli occhi strizzati e una mano tesa sulla fronte a pararsi dal sole, a sfruttare quella piccola fetta d’ombra per sondare gli spalti. Smarrito gira avanti e indietro come se qualcosa lo stesse attirando. Il suo non è un gesto simbolico, non sta buttando un occhio sugli spalti, quello là è talmente disperato che sta cercando qualcosa fra gli spalti. Una soluzione, la soluzione al suo problema, almeno a quello di adesso. A quell’ 1-2 che pesa come un macigno.

Queste cose finiscono sempre male, il fatto che si raccontino ne è la prova lampante, ma qualche volta l’impossibile diventa possibile anche senza pubblicità.

E allora succede che sugli spalti, in piena estate greca, in una frazione dell’Attica orientale, a vedere la partita seduto su quegli spalti c’è uno come Robert Pires. Campione del mondo con la Francia nel 1998, campione d’Europa nel 2000 e della Confederations nel 2003, insomma non uno qualunque.

Immagino la faccia, l’espressione catatonica e la corsa fulminea di un uomo di mezza età che prima dell’inizio del secondo tempo deve riuscire a convincere un ex calciatore, ritiratosi da due anni, a lasciare le infradito per mettersi la divisa dello Storm e ribaltare il risultato.

L’operazione è impossibile, ma riesce. Un contratto da un giorno, ma che dico da un tempo, quel che basta per rimontare la partita e, possibilmente vincerla, di cifre non se ne parla. Si sa il calcio greco e non solo oramai naviga a vista e il reparto finanze non fa eccezione. Pires entra in campo, non è il Santiago Bernabeu. Il pubblico applaude, non è quello dei blancos.  Non cento milioni, ma gratis, perchè il calcio è bello e chi lo ama e lo ha amato profondamente lo gioca per il gusto di farlo. In termini costi/benefici non c’è Bale che tenga. Massimo risultato con il minimo dei costi, mentre il gallese per quanto bene possa fare, dovrà risultare veramente decisivo per compensare la spesa.

Insomma una bella storia, non solo per il calcio. Il resto lo potete ammirare qui.

Storm Rafina – AO Mykonos 3-2

Edoardo Romagnoli

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