Archivio mensile:agosto 2013

L’illusione di essere treni

Ci sono cose delle quali ci illudiamo, continuamente.

Ci illudiamo che lavandoci i denti tre volte al giorno non avremo le carie,

ci illudiamo di poter rimanere giovani per sempre,

ci illudiamo che la morte non esista, che arriverà quando saremo ormai stanchi della vita o che sia possibile non pensarci,

ci illudiamo che possa esistere l’amore della nostra vita, alcuni si illudono di averlo trovato sotto casa e pure niente male,

ci illudiamo che fumare non faccia male o quanto meno non così male come si legge sui pacchetti,

ci illudiamo di poter cambiare, di poter farlo con gli altri, e che per farlo lo si dovrà fare prima con noi stessi,

ci illudiamo che una vita regolare ci preserverà sani a lungo, ci illudiamo che lassù ci sia qualcuno, che ci guardi e che se ci confessiamo ci assolverà da tutti i peccati,

ci illudiamo che casco, cintura e analcolici possano salvarci dagli incidenti,

che guardare a destra e a sinistra prima di attraversare la strada ci possa salvare la vita,

ci illudiamo che tutto possa mantenersi così come è nel momento in cui lo stiamo desiderando,

ci illudiamo di tante cose e di tante altre ci piacerebbe farlo.

Tra le tante, una ha sempre attirato la mia curiosità: ci illudiamo che sia possibile costruire un percorso logico, studiato, che vi sia la possibilità di crearsi un cammino programmato passo per passo, dritti alla meta eludendo ogni eventualità.

Questa è una storia che mi attrae come un testimone di Geova al citofono, non è l’ennesima storia dal gusto mistico-salvifico del “tu pregami e io ti salvo” o “guadagnati un posto vicino a me e sarai beato”, anche se ne conserva tutti i tratti aulici e le ritualità.

Appartiene ad una sfera più laica, assomiglia di più ad un patto con se stessi, dove il posto più agognato è il posto accanto all’immagine di ciò che vorremo essere, alla migliore immagine di “sé”.

Questa illusione sembra poterci dire che sia possibile vivere una vita totalmente appagante perchè identica a come l’avevamo desiderata.

E la ricetta sembra essere: desidera una vita, progettala, costruiscine il percorso e alla fine vivila. Sembra facile, no?

Eppure la Storia è piena di insoddisfazione, sciagure, destini crudeli ed eventi inaspettati, tanto da far pensare che i fortunati possono esser contati sulle dite di due mani.

Ci sono due storie di uomini che per un periodo della loro vita sembravano avere una strada segnata e ben spianata diretta verso la piena soddisfazione del “sé”, sembravano essere l’archetipo della nostra illusione, l’illusione di essere dei treni.

Due testimoni esemplari per raccontarci di come sia facile deragliare anche con il miglior treno, dai binari più solidi.

UNA LEPRE SUI BINARI DI DARIO

Dalle “Le Storie” di Erodoto.

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Dario I di Persia

Dario I fu Re di Persia, successore di Cambise, fece spostare la capitale a Persepoli, ampliò e delimitò i confini dell’impero più vasto del mondo allora conosciuto.

Un impero che si estendeva dall’India alla Tracia, dal Cairo sino a Samarcanda come una enorme nuvola sul Medioriente, ma il sovrano non era mai sazio, non era soddisfatto e la storia ci dice che la decisione di attaccare gli sciti, stanziati nella lingua di terra fra il suo regno e l’Europa la prese pochi mesi dopo aver faticosamente conquistato Babilonia.

Pronunciando le seguenti parole, mosso da un desiderio, antico quanto il mondo, di possedere ciò che non si ha, avvisò i suoi sudditi:

”Ho già gli ioni, i cari e i lidii. Mi mancano i traci, i geti e gli sciti.”

Fu così che Dario mise in marcia i 700.000 uomini del suo esercito e 600 delle sue navi alla volta delle terre tra il Danubio e il Volga, a nord del Mar Nero.

Mesi di cammino portarono finalmente Dario e il suo esercito nella terra degli sciti. Nel frattempo quelli, venuti a conoscenza delle belligeranti intenzioni dei persiani, si erano mossi alla ricerca di alleati fra le popolazioni vicine, senza però alcun risultato.

Sapendo bene che non avrebbero mai potuto affrontare il più grande esercito del mondo in una battaglia campale, gli sciti decisero di optare per una guerra di ritirata.

Così mandati donne, vecchie e bambini al nord, cominciarono ad indietreggiare facendosi inseguire, mantenendosi ad un giorno di marcia dai persiani.

Alle volte conducevano i persiani proprio in quei villaggi vicini che avevano negato loro un sopporto per la guerra contro Dario, lasciandoli saccheggiare.

La seconda fase della battaglia fu diversa, gli sciti cominciarono ad attaccare i persiani durante i loro complessi approvvigionamenti, mentre bruciavano tutto ciò che poteva loro essere utile nei territori circostanti.

Una strategia non molto lontana da quella che attuerà il comandante russo Kutuzov nella battaglia contro Napoleone del 1812.

La Storia vuole che Dario con il suo esercito stanco e affamato, riesca finalmente a trovarsi di fronte il piccolo esercito scita, in quello che doveva avere tutta l’aria di essere lo scontro decisivo, ciò che avrebbe dovuto rappresentare l’ultimo faticoso passo verso l’Europa.

Sempre la Storia ci racconta come tutto d’un tratto davanti agli sciti passò una lepre, che correva veloce fra l’erba, e di come questi, incuranti dell’esercito sconfinato, schierato di fronte, si misero a rincorrerla.

Un disprezzo e un’umiliazione che per Dario furono un colpo più duro della sconfitta in una battaglia decisiva. Ecco perché il re a questo punto, giratosi verso i consiglieri, dette l’ordine di ritirarsi, ben conscio che un popolo così attaccato alla sua libertà e senza l’ombra di una qualche paura, non è possibile sconfiggerlo.

Gli storici sono concordi col dire che se Dario avesse vinto, cosa che avrebbe sicuramente fatto se avesse combattuto, la storia del vecchio continente sarebbe stata un’altra.

E forse anche Dario sarebbe stato un altro.

IL DERAGLIAMENTO DI GEORGE BEST

I once said Gazza’s IQ was less than his shirt number and he asked me: “What’s an IQ?” (George Best da “The best”)

George Best

“Quando uno si chiama Best è già segnato, nella vita.” Così scriveva Gianni Mura il giorno dopo la morte del ragazzo di Belfast classe ’46.

George in realtà di segnato aveva ben poco, nato da una famiglia povera, in un’Irlanda del Nord incandescente e piena di tensioni.

Quando lo chiamano per la prima volta per un provino allo United prende e scappa, senza lasciar passare nemmeno un giorno intero.

Fortuna per il calcio che George ritorna, stavolta col padre, stavolta per restare e cominciare quella che sembrava essere un’ ascesa inarrestabile in una vita in discesa. Una stella sorta come una speranza dopo il disastro di Monaco, per lo United, per tutti.

Tutto arriva in fretta, la Coppa Campioni a 22 anni e il pallone d’oro a 23, La premier, tre MissMondo, i sei gol in una sola partita, record dell’epoca, Jaguar a fiumi, i dribbling, le fughe a Maiorca, la pubblicità che si innamora di quel cognome così duttile, le giocate, il tunnel a Crujiff, i complimenti di Pelè, l’ammirazione delle folle e di Eusebio.

Poi l’alcool, lascia lo United, alla volta del calcio americano, un cimitero per elefanti, ritrovo di vecchie glorie ben pagate (Los Angeles Aztec, Lauderdale, San Jose Eartquakes) e qualche presenza in Premier, poi solo comparsate in squadre minori per pagare i debiti, ma lì il suo ruolo è di richiamo per il pubblico, del Best giocatore è già rimasto poco. Il punto più alto, la finale di Champions contro il Benfica, aveva solo 22 anni.

Due matrimoni, un divorzio e un figlio.

La scoperta che i soldi non bastano mai, anche quando ne hai guadagnati a palate e il declino. Il nome rimane, il giocatore e l’uomo non sono più gli stessi. Il gioco d’azzardo e l’alcol prendono il sopravvento e quando abbandona il calcio, a soli 27 anni, non trova altri buoni motivi per smettere.

Fa anche il commentatore per la tv, seguendo l’Irlanda del nord ai campionati del Mondo ’82, altra attività tipica delle vecchie glorie, convegni in giro per il mondo e qualche investimento in pub e discoteche, anche su quelle si rivela un mago.

Intendiamoci Best non è stato un perdente assoluto, ma la sua sconfitta si misura su ciò che aveva vinto e che avrebbe potuto ancora vincere, sulle potenzialità sprecate.

Ecco perché tutto può essere cancellato da un letto d’ospedale, da un’infezione al fegato, quello nuovo, avuto in dono tre anni prima, quello che non aveva mai voluto per paura di ciò che si sarebbe potuto dire e che si è detto, certo che non avrebbe resistito molto senza la sua “bumba”. Non ce l’aveva fatta neanche quando si era fatto cucire nello stomaco pillole di Antabuse. Neanche quando i medici lo minacciavano:   “Un altro bicchiere le può essere fatale.”

Il solito profeta di se stesso. Un anno senza bere, poi ricomincia, perché  “un alcolista non ha bisogno di nessun motivo per bere” e il fegato nuovo si infetta.

George Best muore, nel 2005, a 59 anni. E’ giallo in volto, senza nemmeno le forze per respirare autonomamente, l’alcol lo ha distrutto, ma lui non si è mai pentito, nel suo ultimo libro “The best”, l’ultima frase è  “E nonostante gli infiniti alti e bassi della mia vita, quando mi guardo indietro e ripenso al mio passato non posso non considerarmi un uomo fortunato.”

La sua foto morente viene sbattuta in prima pagina accompagnata da un titolone  (“Don’t die like me”), raccontano che sia il suo ultimo messaggio, la sua ultima volontà, ma la faccenda presenta ancora oggi molte ombre.

Chi lo ha amato è ben conscio che il Best giocatore non è stato ciò che poteva essere, e questo è uno dei peggiori rimpianti per chi ama il calcio e non solo.

Allo stesso modo un 18esimo  posto assoluto nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo non danno merito a ciò che è stato Best per il calcio, ciò che ha rappresentato.

Possiamo sintetizzare che del gioco del calcio: se Pelè e Maradona sono stati le migliori reincarnazioni e Cruijff l’innovatore, Best ha avuto il merito di farne qualcosa di più di un gioco, di renderlo uno spettacolo per la fantasia.

Non è un caso che il Pallone d’oro lo abbia vinto nel 1968, aggiunge Mura, e se Best non lo avesse vinto quell’anno non lo avrebbe più vinto, aggiungo.

Ci sono stati tanti Best, c’è stato “Georgie” il ragazzino di Belfast, c’è stato George promessa del calcio, vincente e predestinato, c’è stato il Best dei primi spot, la pop star del calcio, ruolo in cui fu pioniere e inventore, e di cui Beckham e Ronaldo sono state solo fortunate comparse tardive. C’è stato George timido con le donne e Best che con le donne non aveva bisogno di aprire bocca per portarle a letto.

A lui hanno perdonato tutto, anche l’imperdonabile, perché Best era il migliore, era un predestinato.

Un uomo che si era trovato un binario costruito davanti a sé e non doveva fare altro che percorrerlo e tutto il rancore che alcuni covano e hanno covato è solamente per la sua capacità di buttare tutto via, di non coltivare come un fiore raro trovato in giardino il suo talento e la sua fortuna.

Come dargli torto, era un uomo, non un treno.

Due storie che mi hanno affascinato per due motivi: il primo ve l’ho già detto, il secondo è il seguente.

Dario e Best non sono due perdenti, sono due lottatori, persone che hanno una fortuna in dono, l’uno un regno, l’altro due piedi da giocoliere.

Due persone che hanno lottato per ciò in cui credevano, l’estensione di un regno per Dario, il calcio per George, la loro sconfitta non sta né in quella lepre profetica, né in una vita buttata nell’alcool.

La sconfitta è da ricercare in quell’illusione, l’illusione di poter estendere all’infinito un regno già sterminato, l’illusione di poter rimanere il migliore anche senza allenarti, di poter andare dritto per la propria strada ormai segnata.

Di poter essere come quei treni che non hanno stazione, che non vedono un capolinea per più di un giorno, di quelli destinati a brevi stop, con l’illusione che sia possibile non fermarsi mai, sia possibile non consumarsi, non deragliare, mai.

Edoardo Romagnoli

NOTA

Gabriele Romagnoli “Solo i treni hanno la strada segnata”, Mondadori.

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