Bombardano il Colosseo

Tutti i reati sono odiosi, in qualche misura, ma ve ne sono alcuni più odiosi degli altri, perché violando la legge provocano un danno alla collettività incommensurabile. Distruggere una ricchezza di tutti per il profitto di pochi è un reato che nessuna pena potrà mai compensare, un po’ come bombardare il Colosseo.

La mozzarella di bufala è uno di quei prodotti che rendono la cucina italiana una delle più apprezzate al mondo, un patrimonio che non sappiamo difendere a dovere, come è venuto a galla nell’inchiesta Oro bianco condotta dalla D.d.a di Napoli e dai carabinieri del Noe che ha portato a 39 arresti, 12.000 litri di latte congelato, 100 milioni di euro di beni sequestrati e 21 sequestri amministrativi sui 31 controllati; gli altri 10 sono tutti sequestri penali.

Arresto di Giuseppe Mandara

Le accuse vanno dall’associazione a delinquere alla frode alimentare.

Una vera e propria bomba che ha visto implicati 6 dei 10 maggiori produttori di mozzarelle, nomi eccellenti fra i quali emerge quello di Giuseppe Mandara, l’Armani delle mozzarelle, colui che è considerato il referente principale, il vertice di questo giro di affari illecito.

La legge vincola i caseifici che producono mozzarella dal marchio d.o.p, ad utilizzare esclusivamente latte fresco, proveniente dalle province di: Caserta, Frosinone, Latina e Salerno.

Questo comporta dei notevoli costi di produzione, le mozzarelle a “regola d’arte” hanno un prezzo finale che oscilla dai 5,50 ai 6 euro 50, che ricadono sul prezzo al banco e quindi sul consumatore finale.

Un problema che veniva aggirato utilizzando latte estero e cagliata congelata, il che permetteva un risparmio netto del 30% su ogni singolo pezzo e un maggior livello di vendita.

Non è stato solo il basso prezzo che riuscivano a imporre i maggiori caseifici ha insospettire il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e il sostituto Alessandro Milita, ma anche la difformità tra la quantità di latte comprato e la produzione di mozzarelle.

I sospetti si sono rivelati fondanti e da quell’operazione, condotta nel 2008/2009, si è arrivati all’interrogazione parlamentare del deputato Pd, Simone Valiante del 24 giugno 2013, passando per il dossier scritto nel primo semestre del 2010 dal Colonnello dei Carabinieri Marco Paolo Mantile.

Nel frattempo il caseificio sequestrato a Mandara è stato restituito al produttore campano e sono cadute anche le accuse di camorra, rimane in piedi l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode alimentare.

Nel dossier del 2010, si evidenziava come il consorzio di tutela non fosse altro che uno strumento di copertura per le operazioni illecite del cartello composto dai maggiori produttori.

Fra i quali spicca il nome di Carlo Cilento, proprietario dell’omonimo caseificio, indicato nel 2009 da Domenico Bidognetti e da Armando Martinucci, in seguito, come uomo vicino al clan dei Casalesi.

Tanto da favorire la latitanza di Michele Zagaria ed alcuni esponenti di spicco del clan Esposito, come racconta Rosaria Capacchione in un articolo del 28 agosto 2012 sul Mattino.

Lo stesso Mandara viene accusato dal pentito Ugusto La Torre di essersi avvalso di un prestito di 700 milioni dal padre, Tiberio La Torre uomo vicino al clan, per l’acquisto del suo caseificio. Accusa caduta.

Fatta eccezione per la giustizia e il cammino che ancora deve compiere per accertare la verità e individuare i colpevoli, di questa triste vicenda rimangono molti detriti di un reato odioso.

Organi di controllo svuotati di ogni potere, frodi fiscali, camorra, consorzi controllati da chi dovrebbe essere controllato, questa non è la cronistoria di una semplice truffa, ma di un attentato ad una parte del nostro territorio e delle nostre tradizioni.

Questa non è una bufala, è un po’ come se bombardassero il Colosseo.

Edoardo Romagnoli

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