Omertà di Stato

Bernardo Provenzano è stato un fantasma per 43 anni, esattamente dal 10 settembre 1963 all’11 aprile del 2006, quando venne trovato dal Nucleo operativo del Ros dei Carabinieri in una masseria in contrada dei Cavalli, a due passi da Corleone, il paese in cui nacque il 31 gennaio di 80 anni fa.

La carriera di Bernardo Provenzano, detto Binnu u Tratturi, dentro Cosanostra è stata rapida e feroce, una storia che inizia poco più che bambino insieme a due suoi compaesani: Luciano Liggio e Totò Riina.

Un triumvirato che darà vita al mandamento di Corleone, i corleonesi, per gli amici, i viddani, per i nemici.

La stessa fazione che dopo aver vinto la seconda guerra di mafia, iniziata nel 1981, insedia una sua commissione, stravolgendone i codici d’onore e iniziando l’epoca delle stragi, dentro e fuori la Sicilia.

La storia di Bernardo Provenzano appartiene al pesante fascicolo che raccoglie tutti gli angoli bui della passata e recente storia repubblicana. Una latitanza lunga, troppo lunga, tanto da far pensare che, in alcuni momenti, sia stata favorita da alti esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, come sembra emergere dalle inchieste portate avanti dal tribunale di Palermo, in riferimento alle indagini sulla Trattativa Stato-Mafia.

Una storia povera di immagini, come spesso accade in questi casi, quasi un anacronismo per l’odierna società dello spettacolo abituata ad arricchire la trama dei suoi racconti attraverso la potenza delle figure.

Si sono sempre viste due immagini del capo dei capi: una foto segnaletica che lo ritraeva da giovane e una ricostruita digitalmente al computer, attraverso l’utilizzo di software in grado di ricostruire a distanza di anni l’aspetto del ricercato.

Anche questo ha contribuito a farne un fantasma.

Uno spettro che quando si è palesato in carne ed ossa in quella masseria sperduta fra le campagne corleonesi ha perso quasi di colpo tutto il suo fascino.

Nessuno osava dirlo, ma in realtà quell’anziano signore nascosto in una stanzetta fra ricotte e formaggi, aveva già perso gran parte del suo potere e questo sembrava mitigare la vittoria dello Stato perché appariva più come la resa stanca di un pensionato che la cattura di un boss.

Sembra il copione di sempre: il capo viene preso quando oramai è stato destituito, entra in carcere e affronta in un religioso silenzio la detenzione a vita.

Tutto cambia quando durante un colloquio, nel maggio del 2012, nel carcere di Parma con Sonia Alfano, all’epoca europarlamentare per l’Idv, Provenzano accenna alla possibilità di una sua collaborazione, cosa che lo fa uscire di colpo dall’identikit del boss omertoso e sembra, per un attimo, fargli vestire i panni di Tommaso Buscetta, il boss divenuto collaboratore di giustizia.

L’eredità degli anni di piombo ha rafforzato la convinzione che lo Stato debba tutelare ogni forma di collaborazionismo. Già nel 1980 con la legge Cossiga si introducevano nell’ordinamento sconti di pena per chi rivelasse informazioni sensibili e con la stessa convinzione si è arrivati alla legge n.87 del 15 marzo 1991 che introduceva la figura del collaboratore di giustizia.

Ciò che accade dalla paventata collaborazione al video del dicembre 2012, nel quale il boss gravemente malato appare traumatizzato e con una vistosa contusione alla testa, non sembra guardare nella solita direzione.

Dal colloquio con Sonia Alfano, Provenzano è vittima di numerosi incidenti, derubricati come accidentali cadute dal letto, misteriosi tentativi di suicidio con conseguenti ricoveri in ospedale.

Le sue condizioni di salute peggiorano vistosamente e ad ogni visita in carcere i familiari lo trovano sempre più livido, fino all’ultimo dei due video nel quale il boss non riesce nemmeno a tenere in mano una cornetta.

Siamo a pochi giorni dall’ispezione dei periti per valutare le sue condizioni di salute, con lo scopo di inserirlo nella lista dei testimoni nel processo sulla Trattativa.

Chi è stato? I soliti servizi? Per “salvare chi”?

C’è da pensare che la mitica omertà dei boss non fosse poi così osteggiata da questo apparato parallelo e addestrato ad agire senza lasciare tracce.

Dal carcere di Parma, per mezzo del sindacato, gli agenti rivendicano da parte loro un comportamento professionale. Guardando alla storia di questo paese, a quello che è successo a chi era in possesso di informazioni scomode, da Gaspare Pisciotta fino agli strani casi dei suicidi di Ustica passando per Michele Sindona, non si può non lasciarsi andare al solito pensiero, ad una macchinazione dall’alto di qualcuno che sa e non vuol far sapere. In questo paese per salvare i soliti poteri è stato fatto e permesso di tutto, quando non si sono messe le bombe, si è fatto in modo che chi li cercava le potesse avere, permettendo a chi le volesse usare di farlo, senza troppi ostacoli, quelli li avrebbero messi loro per far sì che la ricerca della verità fallisse in maniera sistematica.

Picchiare Provenzano fino a renderlo deficiente non è una sconfitta per il sistema carcerario e la sua funzione rieducativa, Binnu u Tratturi non si rieduca, come non si rieducano la maggior parte dei boss.

Quelle immagini sono una sconfitta di civiltà perché quando uno Stato, attraverso il suo braccio più nascosto, costringe i suoi cittadini a provare pietà per un boss sanguinario qualcosa, nel sistema, è saltato.

Abbiamo rinunciato volontariamente a tutto il bagaglio di informazioni rilevanti che poteva fornire, fallendo in questo modo l’unico obiettivo utile che la detenzione di Provenzano permetteva di raggiungere.

E il perché si aggiunge alle mille ombre che costellano la storia di questo paese.

Edoardo Romagnoli                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              

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