Archivio mensile:maggio 2013

Omertà di Stato

Bernardo Provenzano è stato un fantasma per 43 anni, esattamente dal 10 settembre 1963 all’11 aprile del 2006, quando venne trovato dal Nucleo operativo del Ros dei Carabinieri in una masseria in contrada dei Cavalli, a due passi da Corleone, il paese in cui nacque il 31 gennaio di 80 anni fa.

La carriera di Bernardo Provenzano, detto Binnu u Tratturi, dentro Cosanostra è stata rapida e feroce, una storia che inizia poco più che bambino insieme a due suoi compaesani: Luciano Liggio e Totò Riina.

Un triumvirato che darà vita al mandamento di Corleone, i corleonesi, per gli amici, i viddani, per i nemici.

La stessa fazione che dopo aver vinto la seconda guerra di mafia, iniziata nel 1981, insedia una sua commissione, stravolgendone i codici d’onore e iniziando l’epoca delle stragi, dentro e fuori la Sicilia.

La storia di Bernardo Provenzano appartiene al pesante fascicolo che raccoglie tutti gli angoli bui della passata e recente storia repubblicana. Una latitanza lunga, troppo lunga, tanto da far pensare che, in alcuni momenti, sia stata favorita da alti esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, come sembra emergere dalle inchieste portate avanti dal tribunale di Palermo, in riferimento alle indagini sulla Trattativa Stato-Mafia.

Una storia povera di immagini, come spesso accade in questi casi, quasi un anacronismo per l’odierna società dello spettacolo abituata ad arricchire la trama dei suoi racconti attraverso la potenza delle figure.

Si sono sempre viste due immagini del capo dei capi: una foto segnaletica che lo ritraeva da giovane e una ricostruita digitalmente al computer, attraverso l’utilizzo di software in grado di ricostruire a distanza di anni l’aspetto del ricercato.

Anche questo ha contribuito a farne un fantasma.

Uno spettro che quando si è palesato in carne ed ossa in quella masseria sperduta fra le campagne corleonesi ha perso quasi di colpo tutto il suo fascino.

Nessuno osava dirlo, ma in realtà quell’anziano signore nascosto in una stanzetta fra ricotte e formaggi, aveva già perso gran parte del suo potere e questo sembrava mitigare la vittoria dello Stato perché appariva più come la resa stanca di un pensionato che la cattura di un boss.

Sembra il copione di sempre: il capo viene preso quando oramai è stato destituito, entra in carcere e affronta in un religioso silenzio la detenzione a vita.

Tutto cambia quando durante un colloquio, nel maggio del 2012, nel carcere di Parma con Sonia Alfano, all’epoca europarlamentare per l’Idv, Provenzano accenna alla possibilità di una sua collaborazione, cosa che lo fa uscire di colpo dall’identikit del boss omertoso e sembra, per un attimo, fargli vestire i panni di Tommaso Buscetta, il boss divenuto collaboratore di giustizia.

L’eredità degli anni di piombo ha rafforzato la convinzione che lo Stato debba tutelare ogni forma di collaborazionismo. Già nel 1980 con la legge Cossiga si introducevano nell’ordinamento sconti di pena per chi rivelasse informazioni sensibili e con la stessa convinzione si è arrivati alla legge n.87 del 15 marzo 1991 che introduceva la figura del collaboratore di giustizia.

Ciò che accade dalla paventata collaborazione al video del dicembre 2012, nel quale il boss gravemente malato appare traumatizzato e con una vistosa contusione alla testa, non sembra guardare nella solita direzione.

Dal colloquio con Sonia Alfano, Provenzano è vittima di numerosi incidenti, derubricati come accidentali cadute dal letto, misteriosi tentativi di suicidio con conseguenti ricoveri in ospedale.

Le sue condizioni di salute peggiorano vistosamente e ad ogni visita in carcere i familiari lo trovano sempre più livido, fino all’ultimo dei due video nel quale il boss non riesce nemmeno a tenere in mano una cornetta.

Siamo a pochi giorni dall’ispezione dei periti per valutare le sue condizioni di salute, con lo scopo di inserirlo nella lista dei testimoni nel processo sulla Trattativa.

Chi è stato? I soliti servizi? Per “salvare chi”?

C’è da pensare che la mitica omertà dei boss non fosse poi così osteggiata da questo apparato parallelo e addestrato ad agire senza lasciare tracce.

Dal carcere di Parma, per mezzo del sindacato, gli agenti rivendicano da parte loro un comportamento professionale. Guardando alla storia di questo paese, a quello che è successo a chi era in possesso di informazioni scomode, da Gaspare Pisciotta fino agli strani casi dei suicidi di Ustica passando per Michele Sindona, non si può non lasciarsi andare al solito pensiero, ad una macchinazione dall’alto di qualcuno che sa e non vuol far sapere. In questo paese per salvare i soliti poteri è stato fatto e permesso di tutto, quando non si sono messe le bombe, si è fatto in modo che chi li cercava le potesse avere, permettendo a chi le volesse usare di farlo, senza troppi ostacoli, quelli li avrebbero messi loro per far sì che la ricerca della verità fallisse in maniera sistematica.

Picchiare Provenzano fino a renderlo deficiente non è una sconfitta per il sistema carcerario e la sua funzione rieducativa, Binnu u Tratturi non si rieduca, come non si rieducano la maggior parte dei boss.

Quelle immagini sono una sconfitta di civiltà perché quando uno Stato, attraverso il suo braccio più nascosto, costringe i suoi cittadini a provare pietà per un boss sanguinario qualcosa, nel sistema, è saltato.

Abbiamo rinunciato volontariamente a tutto il bagaglio di informazioni rilevanti che poteva fornire, fallendo in questo modo l’unico obiettivo utile che la detenzione di Provenzano permetteva di raggiungere.

E il perché si aggiunge alle mille ombre che costellano la storia di questo paese.

Edoardo Romagnoli                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              

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Giulio Andreotti: il maratoneta silenzioso

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“Non mi illudo di essere immortale” (Giulio Andreotti)

Esultare per la morte di qualcuno, specialmente se potente, è una reazione da sudditi, ma un momentaneo sospiro di sollievo, in certi casi, è dovuto.

La vita è un percorso, a volte una gran fondo dove è necessario moderare le energie per sperare di poter arrivare al traguardo, a volte sono 100 metri da bruciare in un sol fiato, per alcuni si può trasformare in una 110 a ostacoli e i più sfortunati si possono trovare a dover affrontare anche una 3000 siepi.

La vita è un po’ di tempo concesso.

C’è chi se lo vive alla James Dean, alla Sid Vicious, alla George Best senza tattiche, giorno per giorno, al massimo delle possibilità, senza un domani, i predestinati; quelli che resteranno giovani per sempre, illudendo i superstiti che sia possibile.

C’è chi lo spende con cautela, quasi come fosse cosciente d’essere destinato alla lunga marcia, a contare ogni giorno qualche nuovo acciacco.

Come spesso accade c’è un adagio popolare che cerca di raccontare questa condizione e non pago si propone anche di indicare quale delle due sia la migliore, come se davvero fosse possibile.

“Meglio un giorno da leoni che 100 da pecora.”

Il 6 maggio 2013 si è spento alla veneranda età di 94 anni, il senatore a vita Giulio Andreotti, l’ombra più oscura e onnipresente proiettata sul muro della storia repubblicana.Immagine

Per lui parla il suo cursus honorum durato 68 anni: nel 1945 promosso da De Gasperi come membro della Consulta nazionale, nel 1946 partecipa, a soli 27 anni, all’Assemblea Costituente, deputato, senatore, senatore a vita dal 1991, 7 volte Pres. del Consiglio, 22 volte Ministro, 8 legislature dentro il Parlamento, numerosi scandali, due processi, tre partiti (Dc, PPI, DE) e una ventina di soprannomi (da Divo Giulio, nomignolo coniato da Mino Pecorelli, fino a Molok, passando per Belzebù, per distinguerlo da Licio Belfagor Gelli).

E’ stato conoscente di moltissimi, amico di pochi, uomo dotato di un finissimo senso dell’umorismo e di un’ oscura intelligenza. Sarà anche per questo che mentre tutti pronosticavano la sua fine, molto spesso a “cadere” erano proprio quei tutti, mentre lui continuava a camminare con passo certo attraverso la Storia.

A lui hanno  attribuito di aver ordito le trame più oscure che hanno costellato gli anni a cavallo fra il 1970 e il 1980 della Prima Repubblica, quantomeno gli episodi più significativi accaduti duranti gli anni che hanno visto l’attuazione della strategia della tensione.

Il suo nome emerge dalle vicende più oscure: da quelle Sifar, dal piano Solo del generale De Lorenzo, del caso Sindona, in quello di Calvi, in Gladio e in quello della P2 di Licio Gelli.

A lui hanno attribuito l’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli, quello del generale Dalla Chiesa, di Gaspare Pisciotta e quello del Pres. della Regione Sicilia Piersanti Mattarella.

E’ sospettato di aver aiutato il banchiere della mafia e dello Ior Michele Sindona e il direttore del Banco Ambrosiano, di essere direttamente o indirettamente legato all’omicidio Ambrosoli e di non aver fatto nulla per impedire quello di Aldo Moro, suo vero nemico all’interno della Dc.

Sospettato, accusato, ma mai condannato, c’è solo una sentenza della Corte di Cassazione di Palermo del 15 Ottobre del 2004 che, pur assolvendolo perchè i fatti erano caduti in prescrizione, lo accusava di aver intrattenuto rapporti “strutturali” e non occasionali con Cosanostra fino al 1980.

Non smentiva mai le notizie sul suo conto, nè si tutelava con azioni legali, si è sempre professato per la libertà di stampa, soleva dire: ” Una smentita è due volte la notizia”.

Era un vero uomo di potere ed ha saputo mantenere lo status quo con mille mezzi, degni di un principe machiavelliano, a tutti quelli che gli si affannavano intorno per l’articolo scottante dell’ultima ora soleva rispondere ” L’umanità è sopravvissuta alla bomba atomica, sopravviverà anche a questo.” con la serenità che solo un potere solido e ampio, che mai lo ha logorato, può dare.

Preferiva i battesimi ai funerali, evitò di andare a quello del Generale Dalla Chiesa, ma accorse in tutta fretta quando uccisero il capo della sua corrente in Sicilia Salvo Lima.

La morte di Andreotti farà tremare qualcuno, qualche pesce piccolo che teme per una controllata fuoriuscita di documenti riservati dal caveu blindato, dove è custodito l’archivio del senatore a vita.

Un suo imitatore in uno show gli fece pronunciare queste parole: “Non dovete chiederemi qual è il segreto del mio successo, piuttosto dovreste chiedermi sui successi dei miei segreti”.

ImmaginePerché quell’archivio è stato funzionale per la forza contrattuale di Andreotti, una spada di Damocle che ha tenuto in scacco molti personaggi di questo paese, mentre per i giornalisti, i complottisti di ogni genere si rappresentava come l’El Dorado per capire realmente cosa è stato fatto nel nostro paese e da chi, in nome di quel bene superiore che era: l’ordine e la stabilità della nazione.

Giulio Andreotti è un uomo che ha vissuto 100 giorni da leone in una lunga maratona, fingendo di essere una pecora centometrista.

Chissà cosa è stato veramente, un individuo che ha sempre confuso il bene con il male, una spia, la reincarnazione di E.t in versione umana, un massone di una supersetta mondiale ancora segreta, un genio del male, un uomo schiacciato dagli eventi della Storia, un politico che ha fatto scelto sbagliate?

Ciò che sappiamo è che nella vita possiamo diventare tutto, ma non possiamo diventare immortali, immortali non sono nemmeno le nostre azioni, pur godendo di una vita più lunga, siano esse orientate al bene o al male.

E adesso fra gli omaggi e le polemiche per gli omaggi, c’è da scommetterci che lì nell’ombra tifa in segreto per una “damnatio memoriae”, fedele ad uno dei suoi tanti motti: “Non bisogna mai lasciare tracce“.

Edoardo Romagnoli

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