Archivio mensile:aprile 2013

Giorni della marmotta passati in preghiera

L’epilogo della cronaca di queste ultime settimane mi ricorda due storie:

La prima è la trama di un famoso film: “Ricomincio da capo”.

Un film del 1993 di Harold Ramis con Bill Murray e Andy MacDowell uno di quei film con una morale prevedibile che deve la sua fortuna al fatto che si svolge durante la Giornata della Marmotta, elemento per altro secondario nella stesura della sceneggiatura.

Pellicola che vanta anche una sua versione italiana del 2004, “E’ già ieri” con Antonio Albanese oltre ad esser stato inserito, nel 2006, nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Bill Murray è Phil Connors un meteorologo televisivo che, per documentare l’annuale giornata della Marmotta, deve recarsi a Punxsutawney, una piccola cittadina fra le nevi della Pennsylvania.

Qui rimane intrappolato in un giorno sempre uguale a se stesso che ogni mattina ricomincia sempre alle 6.00 e si svolge come un eterno dejavu. La fine ve la risparmio, per ora fermiamoci qua e passiamo alla seconda storia.

La seconda è la storia di una vecchina e di un dittatore, ma parliamone meglio.

Ci sono versioni che hanno fatto e fanno la storia in tutti quei licei nei quali è ancora contemplato per legge lo studio di una lingua morta qual è il latino. Pace all’anima sua.

E non parlo del bestseller “Le oche salvano il Campidoglio” di Tito Livio, bensì di una versione meno celebre, ma direi calzante per descrivere questi ultimi giorni turbolenti.

Si intitola “ La vecchia e il tiranno” e ve la leggo così per intero:

A Siracusa una donna di estrema vecchiaia, mentre tutti chiedevano insistentemente la morte del tiranno Dionisio a causa dell’eccessiva severità dei costumi e delle intollerabili imposte, da sola ogni giorno di buon mattina pregava gli dei affinchè (il tiranno) fosse illeso e le sopravvivesse.

Quando egli lo seppe, non ammirando la debita benevolenza verso di sè, la chiamò e le chiese perchè facesse ciò e per quale suo beneficio.

Allora quella:”é evidente-disse-la ragione del mio proposito: infatti da fanciulla, poichè avevamo un tiranno molesto, desideravo essere priva di lui.

Quando fu ucciso, occupò la rocca un altro alquanto più feroce.

Stimavo molto che fosse finito anche il suo dominio.

Come terzo cominciammo ad avere te, governatore più insopportabile dei precedenti.

Perciò, affinchè se tu sarai ucciso, non succeda al tuo posto uno ancora peggiore, offro in sacrificio la mia testa in cambio della tua salvezza”.

 

La storia vorrebbe che il tiranno, trovatosi di fronte a tale audacia, graziasse l’anziana signora, ma a noi questo interessa poco.

Ciò che mi interessa è capire com’è possibile andare a letto con la certezza che tutto possa cambiare e risvegliarsi il giorno prima?

Solito governo, solito Presidente della Repubblica, tutto uguale, con qualche cittadino in più (come se gli altri non lo fossero), ma nulla è cambiato. Ormai nulla cambia per non correre il rischio di cambiare, il Gattopardo è superato!

Questa rielezione, che appare più come un augurio di longevità a Napolitano, non fa che dimostrare quali sono state e quali purtroppo sono le capacità di questa classe politica, capace solo di demandare e rimandare.

Il PD ha dimostrato di essere un partito di cioccolata che al primo alito di cambiamento si è sciolto, ma stavolta la stagnola del cioccolatino ha fatto un tonfo sordo, come fosse piombo.

Si è spaccato, rivelando l’amara crema sciolta al suo interno: 101 “franchi tiratori” che per vendetta, dissapori passati e qualche benefit, in una sola mossa hanno fatto fuori il fondatore dell’Ulivo, il segretario del Pd, una manciata di dirigenti oltre ad aver regalato l’ennesimo colpo di reni al Caimano.

Non è interessante entrare nel dettaglio, qui l’assurdo è macroscopico, se tutto il partito avesse votato compatto, oggi Prodi sarebbe il nuovo Presidente della Repubblica, ciò non è successo e non fa altro che evidenziare l’inesistenza di un vero partito, questo è un ammasso di bande.

Quello che stiamo vivendo è un giorno della marmotta e sembra che le speranze nella conquista di un futuro, abbiano lasciato il posto alle preghiere per cercare di salvare almeno il certo.

Edoardo Romagnoli

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Giù le mani dalla Gabanelli

“Mi rivolgo ai tanti cittadini che hanno visto in me una professionista sopra le parti e quindi adeguata a rappresentare l’inizio di un cambiamento nel Paese. Sono giornalista da 30 anni e ho cercato sempre, in buona fede, di fare il mio mestiere al meglio; il riconoscimento che in questi giorni ho ricevuto mi commuove, e mi imbarazza.Immagine

Certamente non mi sono mai trovata in una situazione dove sottrarsi è un tradimento e dichiararsi disponibile un segno di vanità. Forse non si sta parlando di me, ma dell’urgenza di dare un volto a un’aspettativa troppo a lungo tradita.

Che io non avessi le competenze per aspirare alla Presidenza della Repubblica mi era chiaro sin da ieri, ma ho comunque ritenuto che la questione meritasse qualche ora di riflessione. E non è stata una riflessione serena.

Quello che mi ha messo più in difficoltà in questa scelta è stato il timore di sembrare una che volta le spalle, che spinge gli altri a cambiare le cose ma che poi quando tocca a lei se ne lava le mani. Il mio mestiere è quello di presentare i fatti, far riflettere i cittadini e spronarli anche ad agire in prima persona. Ma quell’agire in prima persona è tanto più efficace quanto più si realizza attraverso le cose che ognuno di noi sa fare al meglio.

Io sono una giornalista, e solo attraverso il mio lavoro – che amo profondamente – provo a cambiare le cose, ad agire in prima persona, appunto.”

(Milena Gabanelli)

Solo in un paese perennemente in crisi, che vive un’emergenza continua si può assistere ad uno scenario così sconsolante.

Di ieri la notizia che Milena Gabanelli è il nome uscito dalle urne delle Quirinarie promosse dal M5S, sempre che non vi sia stata una manipolazione in questi sondaggi che oltre ad essere poco rappresentativi per numero, appaiono anche poco trasparenti.

Un nome pulito, lontano dai partiti, ma soprattutto un nome al femminile che di questi tempi non guasta mai, il fatto è che Milena Gabanelli è una giornalista.

Intendiamoci non una giornalista come lo è Fini, non sulla carta lei è una in prima linea, da sempre, una che malgrado la trasmissione che conduce e con le inchieste che trasmette, di tutte le denunce subite, non ha mai perso una causa in tribunale.

Insomma una persona che, come tante in questo paese, fa bene il proprio lavoro consapevole del fatto che quell’agire in prima persona è tanto più efficace quanto più si realizza attraverso le cose che ognuno di noi sa fare al meglio”.

Analizzando la situazione emergono due dati:

1. Il primo è che il cambiamento al quale stiamo assistendo nel nostro paese ha necessitato e necessita tuttora di essere continuamente comunicato ai più e questo, generalmente, comporta la semplificazione dello stesso “messaggio da passare”.

A. GIOVANE;

B. INCENSURATO/A;

C. LONTANO DALLA POLITICA;

2. Il secondo è la sconfitta non tanto della Politica, ma dei suoi interpreti, dai quali le persone sembrano rifuggire, dopo averli identificati come un tutt’uno, la prima di tutte le caste, la più in vista. Ecco che allora non c’è più il buon politico e il cattivo politico, c’è il politico e questo basta per darne un giudizio, spesso negativo e allora non si è più in cerca di un professionista della politica, ma di uno che con la politica non abbia niente a che fare.

Il che appare bizzarro, immaginate che una squadra di calcio viva una pessima stagione a livello di risultati e per rilanciarsi decidesse di vendere tutti i giocatori professionisti per acquistare dei dilettanti, magari vogliosi e non svogliati come i primi, ma pur sempre dilettanti.

Possiamo davvero sperare che scegliendo tutto di fretta, con un identikit scarno a tal punto, saremo in grado di prendere scelte lungimiranti e decisive nel processo di cambiamento?

Siamo davvero sicuri che spolpando quel poco di sano che è ancora rimasto nella società civile, invece di una rinascita della Politica non si rischi il definitivo stallo del paese?

Edoardo Romagnoli

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MALAgrottEsco

Roma, Sabato 6 Aprile

Quando si parte si hanno in testa alcune cose che si vogliono vedere, siano esse scorci, monumenti, musei, oggi siamo partiti un po’ così come una famiglia di tedeschi che si mette in macchina per visitare Pisa con la torre in testa, solo che la nostra Pisa era Malagrotta e la nostra torre, la sua discarica.

ImmagineLa discarica fa parte di quelle infrastrutture che vengono denominate sotto l’acronimo NIMBY, Not in My Back Yard, che più o meno significa, “non nel mio cortile di casa”, quelle infrastrutture della cui funzione essenziale tutti si rendono conto, ma che nessuno vuole vicino casa.

Ma quello di Malagrotta non è solo un caso di NIMBY, quella di Malagrotta è una storia complessa, specchio delle molte cose che non vanno in questo paese.

Malagrotta, dal latino mola rupta (mola rotta), si trova nel Municipio XVI, a venti minuti dal Colosseo in direzione Ovest, nella zona urbanistica di Piana del Grano, compresa fra Fiumicino, Ponte Galeria e Piana del Sole.

Una ridente frazione di Roma immersa nel verde della campagna che a differenza di Ariccia, Frascati o Artena, non è famosa per la porchetta, per il vino o per il pane, si ritrova suo malgrado celebre perché da 35 anni ospita la maggiore discarica di Roma che, negli anni, è diventata la più grande d’Europa.

Arriviamo nel primo pomeriggio e c’è un bel sole, sarà per la suggestione del momento, ma dalla prima boccata d’aria che prendo uscito dalla macchina, l’aria mi sembra viziata e a tratti sembra proprio puzzare.

La discarica sembra non esserci, si vede l’impianto della raffineria, ma della discarica neanche l’ombra, solo dopo scopriremo che ce l’avevamo tutta attorno, lei ci aveva trovati prima che noi trovassimo lei, le eravamo finiti dritti nella pancia e continuavamo a chiederci dov’era.

Intenti nella nostra ricerca veniamo fermati dalla polizia:

“ Di qui non si può passare, la strada è bloccata. C’è una manifestazione.”

Bingo! Il tempo di riprendere la macchina e fare il giro lungo che siamo dietro all’esiguo corteo che da Ponte Galeria percorre una stradina interna, puntando dritto verso la discarica.

Quello che appare sin da subito è la freddezza del corteo, oltre al fatto che si presenta frammentato in tre pezzi, in testa il comitato Rifiuti Zero, con i cittadini del posto, dei quali molti stranieri, subito dietro un centro sociale con la bandiera rossa e per concludere, prima dei carabinieri che scortavano il tutto, una rappresentativa di Casapound.

Immagine

Camminiamo a passo svelto e superiamo prima i Carabinieri, poi i fascisti del terzo millennio, poi i compagni del 2013, fino ad arrivare al comitato Rifiuti Zero, nella folle rincorsa ci scorta una donna sulla quarantina, una residente del luogo con cui abbiamo scambiato due chiacchere appena arrivati.

Ad un certo punto, probabilmente non riuscendo ad inquadrarci o semplicemente incuriosita, ci chiede: “ Quale gruppo state raggiungendo ragazzi?”

L’impressione che si percepisce sta tutta qua, questa non è una battaglia comune, sembra piuttosto che queste manifestazioni, oramai settimanali, si reggano in piedi su due interessi contrapposti: il primo è quello ovvio e sacrosanto dei residenti, che lì abitano e lì non vogliono convivere con la spazzatura, l’altro è quello della politica che non vuole perdere nessun appuntamento per non sentirsi rinfacciare dall’avversario un’assenza ingiustificata, ma che non sembra che abbia molto di più da offrire.

La discarica di Malagrotta si estende per 240 ettari, che accoglie dalle 4.500 alle 5.000 tonnellate di rifiuti al giorno, fra i quali anche i rifiuti speciali dei due aeroporti di Ciampino e Fiumicino, e produce 330 tonnellate di percolato e scarti all’anno.

L’interesse verso questo sito è nato dopo aver letto la sua cronistoria, un racconto che abbraccia più di tre decadi della storia recente nel quale la politica, lì dove è stata chiamata a risolvere, non ha fatto che rimandare.

I problemi per Malagrotta, iniziano a cavallo fra il 2003 e il 2004, in coincidenza con la saturazione degli altri tre impianti presenti nella provincia romana: quello di Albano Laziale, di Bracciano e di Guidonia.

In questo periodo la mole di rifiuti che giunge a Malagrotta aumenta del 6%, un incremento che porta, nel 2004, alla saturazione della discarica, alla quale l’amministrazione regionale ovvia decretando un allargamento del sito.

Una normativa europea, che non permette lo stoccaggio di materiale grezzo, non trattato, in discarica, avrebbe dovuto far chiudere l’impianto entro il 31 dicembre 2007, ma ancora una volta, interviene la politica e proroga, per ben due volte.

La prima proroga proviene dal Commissario straordinario per l’emergenza dei rifiuti, Piero Marrazzo, che stabilisce come data ultima maggio 2008, la seconda dal Governo Prodi, che indica nel dicembre 2008 come termine ultimo.

Quella che era una cava oggi, di proroga in proroga, è diventata una collina alta 46 metri, nella quale per altro si continuano a scaricare rifiuti di ogni sorta, materiale che, secondo alcune stime, viene trattato solo per il 20% del volume complessivo, una noncuranza certificata dalla denuncia che la commissione europea ha presentato alla corte di giustizia nel marzo di quest’anno, dove si denuncia lo stato di degrado e di emergenza in cui versa la discarica.

Riprendendo l’Aurelia per tornare verso casa mi è stato chiaro che, come spesso accade, per capire l’origine di un evento, bisogna percorrerlo a ritroso, bisogna tornare a monte.

Ecco era un po’ quello che stavamo facendo, perché percorrendo la strada verso Malagrotta a ritroso si arriva a Roma, questa città da quasi 3 milioni di abitanti rappresenta il “monte” del nostro problema.

Una città che ricicla al 24%, quando Torino è al 45% e San Francisco al 78%, che ha sperimentato alcune buone soluzione, pensiamo alla positiva esperienza della raccolta porta a porta a Trastevere, ed altre pessime idee come la raccolta bifase o il ritorno ai cassonetti neri dell’indifferenziata.

La politica si è mostrata imbrigliata fra quelle che erano le esigenze della cittadinanza e interessi economici di ben altra specie, incapace di prendere decisioni a lungo termine, che guardino lontano, ad una reale soluzione del problema.

Ancora oggi l’amministrazione regionale sta vagliando la proposta, presentata il 9 ottobre 2009, dell’imprenditore Manlio Cerroni, 85 anni, proprietario della discarica di Malagrotta, nella quale si indica come soluzione un sito di 40 ettari ai Monti dell’Ortaccio.

Una politica di questo tipo, è una politica cieca, che non guarda lontano, mentre si impegna a riempire ogni buco disponibile sul territorio, con la medesima “linea teorica” utilizzata dalle organizzazioni criminali, che finisce con l’ avvelenare il territorio.

Cosa succederà, sempre sperando in una buona gestione del sito, una volta che anche i Monti dell’Ortaccio saranno saturati? Riempiremo le campagne romane di collinette artificiali per la buona pace dei gabbiani?

La linea deve essere quella che già è stata tracciata in altre città, come San Francisco che punta, entro il 2020, a non portare più niente in discarica con il piano Zero Waste, un piano che Jack Macy, responsabile per la contea di San Francisco ha presentato a Roma nell’ottobre 2011, ma che i presenti al convegno sembrano non aver voluto o potuto afferrare.

Edoardo Romagnoli

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