Il voto. Un atto di fede.

Equazione PdSono nato il 29 Novembre del 1988 due anni dopo l’incidente di Cernobyl e un anno prima della caduta del muro di Berlino, l’anno del governo De Mita ed il pentapartito, della Fiat Tipo, del sequestro Casella, dello scandalo delle carceri d’oro e di Achille Occhetto segretario del P.c.i, l’anno in cui Massimo Ranieri vinceva il 38esimo Festival della Canzone italiana con “Perdere l’amore”.

La mia è una generazione che ha visto crollare un po’ di tutto.

Il crollo del muro di Berlino, il crollo della Prima Repubblica, il crollo dell’Italia nella finale di Usa 1994, il crollo della Gioiosa macchina da guerra, il crollo delle Twin Towers, il crollo della borsa e ancora mi rimane qualche dubbio se la vera natura della Bolognina fosse una “svolta”o piuttosto l’ennesimo crollo.

Ho votato, ho votato alle politiche, alle europee, alle regionali, alle amministrative e alle primarie. E continuerò a farlo, ma non chiedetemi il perché. Lo faccio, punto e basta, fosse anche solo per non avere rimpianti, per non dovermi attribuire la colpa di non averlo fatto.

Io c’ero il 14 Ottobre 2007 al Circo Massimo a Roma, mentre parlava Veltroni, ero in prima fila e ci credevo e da allora continuo a crederci, ma non chiedetemi il perché, per me il Pd è qualcosa di ancestrale ancora oscuro.

Votare Pd è come diventare tifoso della Spal perché lo era tuo padre, sai che un tempo eravamo forti, ma sai anche che le vittorie se le è godute tutte lui e che a te toccherà accontentarti di qualche salvezza in extremis.

Il 24 e il 25 febbraio andrò a votare.

Lo so già da tempo e sarà per l’abitudine, ma so anche per chi, ciò di cui ancora sono mancante è la motivazione, il perché lui, perché loro, perché noi? Siamo veramente migliori? Migliori di chi? Siamo un’Italia diversa da quale altra? Quindi ci sono due Italie, perché se fosse così allora basterebbe individuare quella marcia ed isolarla, ma se così facessimo ci potremmo ancora professare democratici? E se vinciamo che ne facciamo di quella Italia la schiavizziamo o la deportiamo?

Pieno di domande mi imbatto nell’ormai celebre “Appello al voto degli intellettuali”, così fiducioso comincio a leggere:

“Siamo alle ultime battute di una campagna elettorale confusa, rissosa, e da parte di taluni estremamente menzognera. Due scenari inquietanti si profilano come possibili dall’esito del voto: o un caos ingovernabile; o il ritorno al potere di uomini e di forze, che negli anni passati hanno già portato il Paese verso la catastrofe.
Per evitare tutto questo, l’unica strada è votare per la coalizione di centro-sinistra, assicurandole l’autosufficienza, che le consentirebbe di mettere in piedi un Governo stabile, autorevole, rispettabile a livello europeo, in grado di gestire al meglio politiche e alleanze.”

Confesso che ho provato la solita sensazione che provo quando leggo i tweet di Monti:” Spero proprio che non l’abbiano scritto loro.”

Ridurre ai minimi termini gli elementi di un quadro per ottenerne una visione più chiara può essere un buon modo per organizzare una cena, un piano per le vacanze, forse anche per risolvere qualche problema sentimentale, ma per una soluzione politica appare un’operazione ardita.

Dividere l’Italia in due è davvero utile? Hanno fatto tutto loro? E noi dove eravamo? Non è solo una visione semplicistica, ma ho paura che sia, in qualche misura, scorretta, oltre che scellerata.

Noi siamo i buoni, loro sono i cattivi, lo erano anche ieri e ieri l’altro, ma noi non abbiamo potuto far nulla, ma adesso tutto cambia. Perché? Su quali basi? E non mi rispondete le parlamentarie, perché sono state solo una grande prova, generale e orchestrata, del meccanismo, lontane da ciò che sarebbero dovute essere: un esercizio democratico/trasparente e partecipato.

Davvero vogliamo dire che noi siamo l’Italia giusta? E chi si arroga questo diritto, il fatto di avere meno inquisiti? Il fatto che MPS siamo riusciti a non farla segnare fra i nostri scandali o che nella Regione Lazio gli inquisiti sembrassero tutti assessori e consiglieri del centrodestra? O perché Penati non ha fatto poi così tanto rumore? E gli altri elettori chi sono invece? Dei pazzi masochisti, dei folli accecati dal bagliore delle paillettes televisive? L’Italia sbagliata?

Questa cosa di selezionare quella che è l’Italia migliore, l’idea di circoscrivere un territorio e dire qui ci sta chi la pensa come me, che guarda caso è sempre chi la pensa giusta, è un atto che tutto rappresenta fuor che la democrazia.

Cambiare sì, ma il sistema, in modo che si possa autotutelare, che possa salvaguardare il prestigio delle istituzioni al di fuori dei suoi interpreti momentanei.

Il 24 e il 25 febbraio andrò a votare e voterò per il Partito Democratico, non lo farò a naso turato, ma più come un atto di fede, di speranza.

Perché da quando è nato quel 14 Ottobre 2007 al circo Massimo a Roma ha mancato tutti gli appuntamenti che aveva, in maniera clamorosa, dal lavoro( Fiat, passando per il Sulcis), le energie rinnovabili fino ad arrivare alla difesa dei diritti civili.

Ecco perché il mio voto perde di ogni significato laico ed assume una nuova e inquietante forma mistica, una professione di voto per cercare soprattutto di rafforzare in me non tanto la convinzione che andando a votare cambierà qualcosa, quanto il fatto che chi andrò a votare cambierà qualcosa.

 Edoardo Romagnoli

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